Miti e leggende

I FOLLETTI

Era giunto l’imbrunire. Un uomo a cavallo, seguito dal suo cane stava andando al suo stazzo*; arrivato a un certo punto accanto a un ruscello che costeggiava un bosco, il cavallo si fermò all’improvviso e non ci fu maniera di farlo proseguire, nemmeno aizzandoli contro il cane.
Non ebbe nemmeno il tempo per aizzare nuovamente il suo cane che sentì una grande e fragorosa risata accompagnata da queste parole "Giudizio, giudizio.. proprio a me aizzi il tuo cane!". L’uomo si volta e intravede una figura bianca sparire: "Tu eri?, e va in malora!". Spronò il cavallo e continuò per la sua strada.

*Lo stazzo è praticamente l'ovile.

IL RACCONTO DELLA STRIA

Una sera una donna, cuciva seduta accanto al suo caminetto e con un piede faceva dondolare la culla dove stava dormendo il suo bambino. Tutto a un tratto, questi si mise a piangere e, quantunque la mamma l’avesse provato ad allattare al seno e a farlo giocare, non la voleva smettere. Finalmente dopo un po’ di tempo il bambino smise di piangere e s’addormentò.
La mamma nel frattempo che cuciva, vide pendere dal camino un filo e avendo delle forbici a portata di mano lo tagliò facendo cadere in mezzo alla cenere del camino una mano. Questa era la mano della Stria che se n’era andata, dopo aver martirizzato il bambino.
La stria si narra che sia una specie di vampiro che succhia il sangue ai bambini.

*Quando una madre ha più figli, e nessuno di questi è nato in Febbraio, la donna avrà sempre paura che la stria vada da uno dei suoi piccoli a martirizzarli.
Allora per evitare che accada questo, si metteva accanto hai neonati una falce, una chiave o un vecchio ferro di cavallo; questi arnesi erano in grado di far fuggire la stria.

LE ORME DI LUOGOSANTO

Molto tempo fa il diavolo s’era impossessato di tante contrade vicine a Luogosanto e infestava tutti quei luoghi. Ecco che, dopo tanto tempo, il diavolo non comparve più; Gesù Cristo era disceso in questi luoghi e aveva scacciato il diavolo che spaventato fuggì senza farvi più ritorno.
Nel monte di Luogosanto, si trovano ancora le impronte, una di Gesù che insegue il diavolo e l’altra del diavolo che scappa.

LA GROTTA DEL DIAVOLO

Poco lontano da Calangianus c’è un monte che si chiama la montagna del demonio. Sopra a questo monte, si trova una grotta e dentro si trova il corpo senza la testa di un bandito, ucciso dai suoi servi per impossessarsi delle sue ricchezze che egli aveva rubato ad altri. Si dice che il suo corpo sia ancora fresco come allora.
Questo era un temutissimo bandito, il terrore di coloro che dovevano passare in questo monte. Usciva a notte alta e con i suoi compagni andava per gli stazzi* a razziare tutto ciò che trovava, per questo il luogo è maledetto e la grotta si chiama "Grotta del Diavolo".
*Lo stazzo = ovile.

LA DONNA COL VISO MACCHIATO

Una mattina, una donna s’era svegliata di buon’ora per andare all’acqua della fonte di Pàstini. Era l’una di notte, quando arrivata vicino a un fiume che passava accanto alla fontana, udì come il rumore di una che si lavava la roba. S’accosta alla riva del fiume e vede questa giovane che sciacquava i pannolini d’un neonato e prontamente le dice: "Vuol dire che l’ora non ha ingannato non solo me, e non sai che te ne sei venuta bella lesta a lavare?!".
Da quella figura non proferisce alcuna parola alcuna; allora s’accosta ancora di più e gli ripete la frase. Alla terza volta, alza il capo e le scaglia il pannolino che stava lavando e le dice iraconda: "Eh mi hai interrotto la mia penitenza!".
Aveva incontrato l’anima di una giovane morta di parto, e da quel giorno ebbe il viso macchiato.
Questa donna con la faccia macchiata era conosciuta a tempio parecchi anni fa. Secondo la credenza popolare, le donne morte di parto erano costrette a lavare i panni delle loro creature, tutte le notti, per la durata di sette anni di seguito. Perciò quando una donna muore in quelle circostanze, le si mettono nella bara il sapone, gli aghi, il filo e il ditale.

IL DIAVOLO CERVO

Nei monti di Oliena, nei contrafforti calcarei dai picchi acuti di un azzurro latteo che si confondono col cielo, esistono grandi crepaci, ricordo di antichissime convulsioni vulcaniche di alcune delle quali non si distingue il fondo.
Vengono chiamati "sas nurras", e volgarmente si crede che siano misteriose comunicazioni dell’inferno col mondo.
Di là escono i diavoli per scorrazzare sulle bianche montagne in cerca di anime e di avventure. Fra le altre leggende riguardanti le nurras ho trovato questa, molto bizzarra e pare, non molto antica. C'era dunque un pastore di Oliena, molto devoto e pio e perciò malvisto dal demonio che, riuscitegli vane tutte le tentazioni per condurlo al male, si vendicò di lui in questo modo. Nei giorni un po' tranquilli il pastore, affidata la greggia ad un suo compagno, si recava alla caccia del cervo e del muflone su per i monti. Un bel giorno d'inverno, mentre cacciava, vide un magnifico cervo poco distante da lui: lo sparò, e lo ferì leggermente, ma non poté pigliarlo. E si mise ad inseguirlo. Il cervo balzava di rupe in rupe, velocissimo; ma il pastore non meno agile, si teneva sempre sulle sue orme, deciso a ucciderlo.
Arrivarono così in cima della montagna. La neve copriva i picchi, le rocce, i precipizi; ma il cacciatore, esperto dei luoghi, continuava la sua caccia senza inciampare in una sola pietra, affascinato dal cervo meraviglioso, bellissimo, le cui corna ramate erano alte più di sei palmi.
A un tratto l'animale sparì, improvvisamente, sprofondandosi nella neve. Il cacciatore raggiunse il posto e si trovò sull'orlo di una nurra spaventosamente profonda. Il cervo non si vedeva più, ma dal fondo della nurra saliva un'eco tetra di sogghigni infernali.
Il misero pastore comprese allora che il cervo era il diavolo in persona e cercò di fuggire, ma la neve su cui posava i piedi sprofondò e prima ch'egli si fosse fatto il segno della croce precipitò nell'immensità dell'abisso...
Il suo compagno lo attese due giorni, ma non vedendolo tornare temé qualche disgrazia e si diede a cercarlo pei monti. Le orme lasciate dal disgraziato sulla neve gli indicarono la triste sua fine. Tornò nel villaggio e presa una grande quantità di corde si avviò con altri tre pastori alla nurra. Là giunti unirono le corde e, legato alle ascelle il compagno del caduto, lo calarono nella nurra. Ma per quanto le corde fossero lunghissime lo strano palombaro non toccò il fondo. I pastori lo trassero e quando egli venne fuori era livido in volto e tremava verga a verga. Un profondo terrore gli sconvolgeva i sentimenti, ma sulle prime non volle rivelarne la causa. Portato sulle spalle dai compagni tornò a casa sua, e appena arrivato fu colto da una febbre violentissima che tre giorni dopo lo condusse alla fossa...
Prima di morire rivelò la causa misteriosa del suo spavento.
A misura che scendeva entro la nurra gli appariva sulle pareti scabrose un omino nero con le corna e con una falce in mano. E ogni tanto stendeva questa falce verso la corda minacciando di romperla e di far precipitare il pastore nell'inferno, insieme al suo compagno!