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Non distante dal cimitero dell’abitato di Megolo, frazione del comune di Pieve Vergonte (VCO), una strada senza nome conduce ad uno dei luoghi simbolo della Resistenza in quello che ai tempi della guerra era territorio della provincia di Novara. In una radura erbosa due monumenti ricordano la battaglia che vi si svolse nel febbraio 1944. Le targhe riportano i nomi di 12 partigiani, qui caduti in combattimento contro superiori forze nazifaciste.
Valle dell’Ossola, autunno-inverno 1944. In seguito all’annuncio dell’armistizio ed alla successiva occupazione dell’Italia settentrionale per mano delle truppe tedesche, le montagne e le vallate italiane diventano meta di numerosi individui intenzionati a resistere, tanto all’invasione germanica quanto al fascismo rinato nella Repubblica Sociale italiana. I progetti e i metodi non sono inizialmente chiari ed anzi è il caso a portare questi primi ribelli a riunirsi nei boschi e a far maturare idee non troppo definite di resistenza.
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I primi gruppi di partigiani sono composti prevalentemente da militari sfuggiti alla cattura e alla deportazione nei campi di lavoro tedeschi. Per quanto si tratti di persone con una formazione militare alla spalle – che si tratti di militari di carriera o di richiamati per la leva – lo scontro con la realtà della guerriglia è durissimo; tra la fine dell’autunno e l’inoltrarsi della stagione fredda intere bande partigiane sono spazzate via dai rastrellamenti tedeschi. In molti tra gli ex militari capiscono ben presto che è impossibile combattere il nemico frontalmente: lo scontro in campo aperto con un esercito addestrato ed armato come quello tedesco è impraticabile. Dunque la guerriglia si impara con il tempo, con la fortuna di sopravvivere dove i compagni invece cadono. Come si conduce un’imboscata ad una colonna nemica in movimento, il valore dell’effetto sorpresa, la capacità di sganciarsi da uno scontro a fuoco nel più breve tempo possibile, l’abilità nel procurarsi vestiario e provviste per gli uomini che compongono i gruppi armati, queste sono solo alcune delle lezioni che i partigiani imparano sulla propria pelle. Ma chi si assume la responsabilità di comandare queste primitive formazioni di guerriglieri? Soprattutto nel primo periodo della Resistenza i comandanti non vengono designati “dall’alto” ma sono scelti dagli uomini: i partigiani trovano i loro capi da sé, in ragione al carisma che i leader sono in grado di esercitare, alla loro esperienza sul campo e ad altre variabili. In questa prima fase della Resistenza nascono figure di comandanti destinate a diventare con il tempo leggendarie. Molti di questi cadranno nel corso della guerra di liberazione combattendo contro i tedeschi ed i fascisti di Salò.
Anche la valle dell’Ossola, nota ai posteri per essere stata teatro di una delle Repubbliche partigiane più famose d’Italia, ospita figure centrali della Resistenza italiana. Un nome, in particolare, prevale sugli altri nei primi mesi di guerra, quello del capitano Filippo Maria Beltrami. Originario di Cireggio, quartiere del comune di Omegna, architetto di formazione ed ex ufficiale del regio esercito, quando l’Italia piomba nel caos dell’autunno 1943 egli torna nei suoi luoghi d’origine e da vita ad un gruppo armato di ribelli operante tra le montagne della Val Corcera e della Val d’Ossola. Beltrami si distingue per il carisma e per il fatto che all’interno della banda partigiana da lui comandata non prevale un’ideologia politica precisa ma anzi sono accettate differenti correnti di pensiero. Del gruppo fanno parte ad esempio elementi di una cellula comunista – composta dall’avvocato monzese Giovanni Citterio “Redi” e dal giovanissimo Gaspare Pajetta, fratello giovanissimo di Gian Carlo e Giuliano Pajetta – quanto ex militari fedeli alla monarchia che poi confluiranno nelle famose brigate cattoliche locali. Con il passare delle settimane la banda si ingrossa e si fonde con un’altra realtà analoga, guidata da due giovani fratelli di origini siciliane, Antonio ed Alfredo Di Dio: da questa unione prende vita la brigata Patrioti Valstrona, posta sotto il comando dello stesso Beltrami. Ben presto l’eco delle azioni rocambolesche ai danni dei tedeschi ed il carisma del capitano Beltrami rendono la brigata bersaglio degli sforzi nazifascisti volti ad annientarla. Nel gennaio del 1944 la Patrioti Valstrona conta un buon numero di partigiani armati ed un collegamento radio con gli alleati. I rastrellamenti e l’opera delle spie al servizio dei tedeschi e della RSI, unite alla natura della guerra partigiana, costringono la formazioni partigiane a spostarsi continuamente ed è proprio nel corso di uno di questi che la sorte della brigata viene segnata dalla tragedia.
Il giorno 13 Febbraio 1944 il gruppo di partigiani comandato da Beltrami viene accerchiato da truppe tedesche ed fasciste nei pressi dell’abitato di Megolo: Beltrami accetta infine di ingaggiare una battaglia di posizione ed è una disfatta che si traduce nell’annientamento dell’intero gruppo di comando della Patrioti Valstrona. Ormai accerchiati i partigiani si dispongono a difesa ma vengono sopraffatti dalla superiorità del nemico. Filippo Maria Beltrami cade in combattimento con i suoi uomini, tra i quali Giovanni Citterio, Antonio Di Dio, Gaspare Pajetta ed altri otto partigiani. Il colpo per la Resistenza locale è durissimo ma non ne segna la fine ed anzi pare darvi, nonostante tutto, nuova linfa. La Patrioti Valstrona cessa di esistere ma da essa finiscono per germinare altre formazioni. Bruno Rutto, ex militare reduce dalla Jugoslavia e tra i più fedeli collaboratori di Beltrami, raccoglie i resti della brigata e crea una formazione autonoma intitolata al suo comandante, nota in seguito come Divisione alpina d’assalto F. M. Beltrami. Alfredo Di Dio fonda la Valtoce, storica divisione di orientamento cattolico, tra le protagoniste della nascita della Repubblica partigiana dell’Ossola nel settembre-ottobre 1944; come il fratello cadrà in combattimento e sarà decorato con la medaglia d’oro al valor militare alla memoria. In zona si troverà poi ad operare, a partire dalla primavera-estate ‘44, la 2a Divisione d’assalto Garibaldi “Redi”, così chiamata in onore di Giovanni Citterio, il quale aveva preso per sé il nome di battaglia “Redi”.
Se da un punto di vista strettamente militare la battaglia di Megolo rappresenta una sconfitta, sotto il punto di vista morale essa ha un effetto rinvigorente e dunque funzionale alla continuazione della guerriglia: la Resistenza locale erge Beltrami e i caduti di Megolo a simbolo di una lotta da continuare fino alla sconfitta totale del nazifascismo.
Luca Zanotta
Localizzazione
Indirizzo: Strada senza nome
Comune: Pieve Vergonte
Provincia: Verbano Cusio Ossola (VCO)
Regione: Piemonte
Coordinate geografiche: Latitudine 45.989662 – Longitudine 8.302772
FONTI
Bibliografia
E. Massara, Antologia dell’antifascismo e della Resistenza novarese, Novara, Grafica Novarese, 1984
P. Bologna, La battaglia di Megolo, Istituto per la storia della Resistenza in Provincia di Vercelli, Borgosesia, 1979
Sitografia
La battaglia di Megolo, scheda pubblicata sul sito www.isrn.it consultato il 13/5/2025
Associazione Casa della Resistenza – Parco della memoria e della pace, Megolo, scheda pubblicata sul sito www.casadellaresistenza.it, consultato il 13/5/2025
ALTRE INFORMAZIONI
Data/e evento: 13/2/1944
Cognome / Nome: Antibo Carlo; Beltrami Filippo Maria; Bressani Bassano; Carletti Aldo; Citterio Gianni; Clavena Angelo; Creola Bortolo; Di Dio Antonio; Gorla Emilio; Marino Paolo; Pajetta Gaspare; Toninelli Elio
Formazioni d’appartenenza: Brigata Patrioti Valstrona
Data/e opera: non determinabile. Sappiamo solo che fu inaugurata il 13/2/1984
Autore/i: non determinabile
Note: monumento visibile e liberamente accessibile
contatti
MONUMENTO IN MEMORIA DEI CADUTI NELLA BATTAGLIA DI MEGOLO
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