TARGA COMMEMORATIVA IN RICORDO DELLA ZONA LIBERA DI BOBBIO

TARGA COMMEMORATIVA IN RICORDO DELLA ZONA LIBERA DI BOBBIO

TARGA COMMEMORATIVA IN RICORDO DELLA ZONA LIBERA DI BOBBIO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Nel centro storico di Bobbio, in piazzetta Santa Chiara, una targa affissa sulla facciata del palazzo comunale ricorda la liberazione della città nel luglio del 1944. La targa riporta:
LA CITTÀ DI BOBBIO
NATA DAL CANTO DI LIBERTÀ
DEL SUO PRECLARO FONDATORE
E SULLE VIE DEL CARROCCIO
VIGILE SCOLTA E VINDICE
DI LIBERO GOVERNO
RICORDA
LA SUA LIBERAZIONE
AVVENUTA IL 7 LUGLIO 1944
E GLI EROI DELLA RESISTENZA
10 LUGLIO 1966
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Nel periodo di maggior vigore delle forze della Resistenza, verificatosi durante la “Grande estate partigiana” del 1944, la pressione delle forze partigiane spinge tedeschi e fascisti ad abbandonare i presidi più lontani dai centri urbani. Anche nella zona della valle del Trebbia si sviluppa questa “situazione tipo”. La presa di Coli, comune adagiato sulle colline a poca distanza dalla città di Bobbio, convince i militi fascisti ad abbandonare in gran parte la città, a presidio della quale rimangono pochi militi della Repubblica Sociale. La mattina del 7 luglio, reparti delle formazioni Giustizia e Libertà, guidati da Virgilio Guerci e Italo Londei entrano in Bobbio e disarmano i fascisti rimasti, senza combattere. Può avere così inizio l’esperienza della zona libera di Bobbio, un territorio che, durante la sua esistenza, si estende per ben 90 km nella valle del Trebbia. La zona controllata dai partigiani va da Rivergaro – in provincia di Piacenza – a Torriglia – Genova – e include importanti vie di comunicazione, come la strada statale 45. Il valore strategico di Bobbio è notevole; la strada che passa attraverso la Val Trebbia collega infatti Genova a Piacenza, il mare alla pianura. Vi è poi la via che conduce a Voghera attraverso il passo del Penice. Si tratta di collegamenti importanti per la logistica dei nazifascisti che, per tale motivo, non hanno intenzione di lasciare il territorio in balia dei ribelli.

In ogni caso, in seguito alla liberazione del 7 luglio, ha modo di cominciare l’esperienza di autogoverno partigiano. L’area controllata dalle formazioni irregolari si divide in due zone tra loro contigue: una sul versante piacentino – la “Zona A” – ed una su quello genovese – la “Zona B”. Anche in Bobbio le necessità del momento riguardano le attività amministrative e pertanto il comando militare partigiano ed il Comitato di Liberazione Nazionale – CLN provinciale, a circa tre settimane dalla liberazione, si adoperano per individuare tra i cittadini degli elementi idonei a svolgere i delicati compiti di governo. Il primo giorno di agosto una Giunta comunale con compiti politico-amministrativi, composta da 12 membri, si insedia nel palazzo comunale ed elegge altri due componenti per le cariche di sindaco-commissario e di vice commissario, alle quali vengono destinati rispettivamente Bruno Pasquali e Mario Reposi.

Tra i problemi più urgenti sicuramente rientra quello relativo alla sfera degli approvvigionamenti alimentari. In tale senso tra i provvedimenti adottati rientrano: la redistribuzione del grano destinato all’ammasso, un calmieramento sul prezzo del pane e la creazione di un listino prezzi per beni di consumo come ad esempio carne o latte e la distribuzione di farine e frumento alle famiglie più bisognose. 

Per garantire le cure necessarie alla popolazione ed ai partigiani delle brigate locali, nel periodo della zona libera, funziona a Bobbio un ospedale ben organizzato. Non manca la diffusione della stampa a sostegno della causa partigiana ed in tale contesto un paio di tipografie locali si rivelano molto utili; vengono dati alle stampe i giornali partigiani “Il Grido del Popolo”, per la divisione Giustizia e Libertà o “Il partigiano”, foglio della IIIa Divisione Garibaldi “Cichero” e “Il Garibaldino” delle Brigate Garibaldi Oltrepò Pavese. Una figura importante nel contesto della stampa clandestina in quel frangente è quella del giornalista antifascista Giovanni Serbandini “Bini”. 

L’esperienza di autogoverno partigiano tuttavia non può durare e segue l’iter riservato ad altre realtà simili; la zona è troppo importante per sperare che tedeschi e fascisti non tentino la sua riconquista in tempi brevi. Il 22 agosto un imponente rastrellamento nazifascista – portato avanti dai 3 ai 5.000 militari tedeschi e di Salò – colpisce il territorio, coinvolgendo le province di Alessandria, Genova, Parma, Pavia e Piacenza. I partigiani liguri e piacentini – circa 2.000 – non sono adeguatamente armati e tanto meno addestrati per le difesa di linee statiche e dunque poco possono contro l’avanzata delle truppe nemiche, tra le quali figurano reparti della divisione alpina “Monterosa” della Repubblica Sociale Italiana – RSI. Bobbio viene rioccupata il giorno 29 agosto e, al fine di porre il territorio sotto un controllo stabile, i nazifascisti stabiliscono diversi presidi sparsi sul territorio. 

Le formazioni partigiane, pur provate dagli scontri, non sono domate e continuano a rappresentare una spina nel fianco di tedeschi e fascisti. A testimonianza del vigore partigiano, nella seconda metà di ottobre del 1944 Bobbio viene liberata un’altra volta; significativo è il fatto che tra i partigiani protagonisti dell’azione figurino molti disertori della divisione “Monterosa”, passati alla causa della Resistenza. 

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: centro storico
Indirizzo: piazzetta Santa Chiara, 1
Comune: Bobbio
Provincia: Piacenza (PC) 
Regione: Emilia Romagna
Coordinate geografiche: Latitudine 44.76655 – Longitudine 9.38665

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FONTI

Bibliografia

M. Tosi, La Repubblica di Bobbio. Storia della Resistenza in Val Trebbia e Val d’Aveto, Bobbio, Archivi Storici Bobiensi, 1977

Sitografia

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Giovanni Serbandini “Bini”, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 24/7/2025

Bobbio partigiana, scheda pubblicata sul sito www.enciclopediaresistenzapc.it consultato il 24/7/2025

Bobbio, Val trebbia (PC), scheda pubblicata sul sito resistenzamappe.it consultato il 24/7/2025

I. Londei, La lotta partigiana nella val trebbia, saggio pubblicato sul sito www.reteparri.it consultato il 24/7/2025

I. Meloni, Le zone libere partigiane in provincia di Piacenza: un primo sguardo d’insieme, saggio pubblicato sul sito e-review.it consultato il 24/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 7/7/1944 – 27/8/1944

Cognome / Nome: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte

Formazioni d’appartenenza: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte

Data/e opera: non determinabile. Sappiamo solo che fu inaugurata il 10/7/1966

Autore/i: non determinabile

Note: la targa è visibile e liberamente accessibile

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TARGA COMMEMORATIVA IN RICORDO DELLA ZONA LIBERA DI BOBBIO

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LAPIDE IN RICORDO DEI CADUTI DELLA RESISTENZA AD ARENA PO

LAPIDE IN RICORDO DEI CADUTI DELLA RESISTENZA AD ARENA PO

LAPIDE IN RICORDO DEI CADUTI DELLA RESISTENZA AD ARENA PO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

L’avvio della stagione fredda significa un naturale momento di ripiego per le forze della Resistenza: l’abbassarsi delle temperature, la perdita del fogliame che durante l’estate nasconde i movimenti dei ribelli e la minor disponibilità di cibo, costringono i partigiani a spostarsi in luoghi più favorevoli, a scendere dunque di quota. Accanto a ciò, nel tardo autunno del 1944 i rastrellamenti nazifascisti che si susseguono in diverse province dell’Italia occupata pongono definitivamente fine al vigore della grande estate partigiana precedente. 

In questo contesto, nel novembre del 1944, un rastrellamento di notevoli dimensioni colpisce i territori dell’Oltrepò Pavese. Chi, tra i partigiani, non riesce a passare indenne le maglie nazifasciste o a nascondersi in modo efficace, vede il proprio destino segnato. Ed è proprio ciò che accade a quattro combattenti della Brigata “Gramigna”, reparto di pianura della Divisione Garibaldi “Aliotta”.

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Il giorno 24 novembre 1944, in località Torretto, vengono catturati i partigiani Marco Bertani, Pietro Algeri, Carlo Manelli e Pasquale Rovati. Forse all’origine della cattura – avvenuta tramite un’imboscata – vi è l’opera di una spia o la segnalazione di qualche militare tedesco. I quattro giovani, i quali hanno tutti un’età compresa tra i 19 ed i 20 anni, sono rapidamente passati per le armi. I responsabili dell’omicidio appartengono al corpo di Polizia autonoma italiana Sicherheits Abteilung – composto da personale italiano sotto il controllo diretto tedesco – e sono sostenuti nelle operazioni di quei giorni da militari germanici e da membri delle Brigate Nere. Bertani ed i suoi compagni non sono le sole vittime della vicenda: un disertore dell’esercito italiano, l’ex sottotenente Carlo Covini, viene fucilato nei pressi della sua abitazione, mentre Angelo Luigi Lanzani, civile di 52 anni ferito dai tedeschi, muore l’11 dicembre successivo in ospedale.
Dopo la guerra, nel luogo in cui i quattro partigiani trovano la morte,  in località Torretto, viene posizionato un monumento andato distrutto nel tempo e sostituito da una piccola croce lignea, posta ai lati di una via sterrata che si imbocca dalla vicina strada provinciale 144, che riporta una con una targa metallica riportante la dicitura: IN MEMORIA DEI CADUTI  / 24.11.1944

I giovani assassinati in località Torretto, sono ricordati anche in una lapide nella piazza del municipio di Arena Po, insieme ad altri partigiani, militari e civili, caduti tra il 1940 ed il 1945.  

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Arena Po
Indirizzo: piazza Vittorio Emanuele
Comune: Arena Po
Provincia: Pavia (PV)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.09678 – Longitudine 9.36288

U

 

Tag:

FONTI

Bibliografia

U. Scagni, La Resistenza e i suoi caduti tra il Lesima e il Po, Varzi, Guardamagna, 1995

Sitografia

Arena Po – Località Torretto, scheda pubblicata sul sito www.luoghidelricordo.it consultato il 7/7/2025

M. A. Arrigoni – M. Savini, Episodio di Arena Po, 24 novembre 1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 7/7/2025

Monumento ai caduti di Arena Po, scheda pubblicata sul sito memo.anpi.it consultato il 7/7/2025

Percorso della memoria – Casorezzo, scheda pubblicata sul sito lnx.ecoistitutoticino.org consultato il 7/7/2025

La Sicherheits, articolo pubblicato sul sito lombardia.anpi.it consultato il 7/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 24/11/1944

Cognome / Nome: Algeri Pietro; Bertani Marco; Manelli Carlo; Rovati Pasquale (caduti nella zona del Torretto); Albanesi Giuseppe; Rossi Carlo; Cazzola Angelo; Riccardi Natale

Formazioni d’appartenenza: Brigata “Gramigna”, divisione Garibaldi “Aliotta” (in riferimento ai caduti nella zona del Torretto)

Data/e opera: non determinabile

Autore/i: non determinabile

Note: lapide visibile e liberamente accessibile

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LAPIDE IN RICORDO DEI CADUTI DELLA RESISTENZA AD ARENA PO

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LAPIDE IN MEMORIA DEI TREDICI MARTIRI DI CA’ GIUSTINIAN A VENEZIA

LAPIDE IN MEMORIA DEI TREDICI MARTIRI DI CA’ GIUSTINIAN A VENEZIA

LAPIDE IN MEMORIA DEI TREDICI MARTIRI DI CA’ GIUSTINIAN A VENEZIA

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

A Venezia, nel sestiere di San Marco, a poche centinaia di metri dalla celebre piazza, una lapide ricorda gli antifascisti qui fucilati nel luglio 1944. L’opera, in pietra d’Istria, è affissa sul muro del palazzo Ca’ Giustinian, sede della Biennale di Venezia, nella calle dei Tredici Martiri.

Estate 1944. In quella che passerà alla storia con il nome di “grande estate partigiana”, le formazioni irregolari che combattono per la liberazione d’Italia dall’occupante tedesco e dal fascismo di Salò aumentano la propria combattività. Le azioni ai danni del nemico, siano esse vere e proprie imboscate, furti di armi o attentati alle vie di comunicazione, si moltiplicano. In diversi territori i presidi più lontani dai grandi centri urbani vengono progressivamente abbandonati dai nazifascisti: valli e boschi sono l’ecosistema in cui vivono i partigiani. Eppure, anche nelle città, tedeschi e fascisti non possono dirsi totalmente al sicuro. Nei contesti urbani hanno infatti luogo gli attentati dei Gruppi d’Azione Patriottica, i GAP.

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Si tratta di piccoli nuclei di uomini armati, legati principalmente al Partito Comunista, incaricati di compiere azioni nel cuore delle città occupate, come ad esempio uccisioni di militari fascisti o tedeschi e attentati dinamitardi ad infrastrutture importanti per il nemico. I membri dei GAP, a differenza dei partigiani di montagna, operano in un contesto entro il quale l’azione del disimpegno – la fuga che segue l’attacco a sorpresa – è complessa. Le città ospitano caserme piene di militari tedeschi e fascisti. Quando vengono catturati i gappisti – così vengono chiamati – vanno incontro a torture feroci affinché rivelino i nomi dei compagni, i nascondigli cittadini di armi ed esplosivi. Proprio per evitare di rivelare dettagli importanti sotto il peso delle torture, i membri dei GAP sono collegati tra di loro con un sistema a compartimentazione stagna: meno ci si conosce meglio è.

Anche a Venezia non mancano le azioni dei GAP. Il 26 luglio 1944, due uomini facenti parte del Gruppo di Azione Patriottica comandato da Aldo Varisco – legato al Partito d’Azione – e supportato da Giovanni Tonetti – rappresentante del Partito Socialista nel CLN regionale del Veneto – compiono un attentato nel cuore di Venezia. L’obiettivo è il palazzo Ca’ Giustinian; durante la Resistenza nell’antico edificio hanno sede il comando provinciale della Guardia Nazionale Repubblicana e l’Ufficio Politico Investigativo – UPI. L’azione partigiana ha più scopi: da un lato colpire ed eliminare nemici pericolosi per la causa della Liberazione, dall’altro, più generalmente, dimostrare che per fascisti e tedeschi neppure i centri cittadini sono luogo sicuro. La bomba, portata di nascosto nel palazzo, esplode, sancendo il successo dell’operazione. 

In ogni caso la risposta fascista è rapida. Nella notte del 27 luglio il prefetto della Provincia Piero Cosmin convoca il Tribunale Straordinario di Guerra. La sentenza è dura ed ha il colore della rappresaglia. Vengono condannati a morte 13 prigionieri antifascisti detenuti nel carcere cittadino di Santa Maria Maggiore. Gli sventurati, i quali non hanno legami con l’attentato del 26 luglio, sono Attilio Basso, Stefano Bertazzolo, Francesco Biancotto, Ernesto D’Andrea, Giovanni Felisati, Angelo Gressani, Enzo Gusso, Gustavo Levorin, Venceslao Nardean, Violante Momesso, Amedeo Peruch, Giovanni Tamai e Giovanni Tronco. 

La sentenza viene eseguita alle ore 05:00 del 28 luglio, nello stesso punto in cui ha avuto luogo l’attentato. I 13 prigionieri vengono giustiziati a gruppi di due/tre per volta sui ruderi di Ca Giustinian, da personale della Guardia Nazionale Repubblicana. La scelta di condurre il massacro dove è esplosa la bomba non è casuale: i malcapitati sono loro malgrado eletti a macabro monito per la popolazione e per i membri della Resistenza. 

Dei 13 assassinati di quel 28 luglio, 11 sono originari della provincia di Venezia e ben 6 provengono da San Donà di Piave, a testimonianza dell’antifascismo diffuso in quei territori. La stessa San Donà di Piave, dopo la guerra, verrà decorata con la medaglia d’argento al valor militare per il ruolo svolto durante la Resistenza.

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: sestiere di San Marco
Indirizzo: calle dei Tredici Martiri
Comune: Venezia
Provincia: Venezia (VE) 
Regione: Veneto
Coordinate geografiche: Latitudine 45.43263 – Longitudine 12.33618

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FONTI

Bibliografia

M. Biason, Un soffio di libertà. La Resistenza nel Basso Piave: Fossalta, Musile, Noventa, San Donà, Portogruaro, Nuova Dimensione, 2007

U. Dinelli, Rosso sulla laguna. La guerra partigiana in Venezia e provincia, Udine, Del Bianco, 1970

Sitografia

I tredici martiri di Ca’ Giustinian, articolo pubblicato sul sito www.anpive.org consultato il 27/6/2025

J. Glixon, 177683 – Lapide ai partigiani giustiziati 28 luglio 1944 – Venezia, scheda pubblicata sul sito www.pietredellamemoria.it consultato il 27/6/2025

M. Borghi, Episodio di Calle del ridotto – Ca’ Giustinian, Venezia, 27-28.07.1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 27/6/2025

70 anni fa: strage di Ca’ Giustinian, a Venezia, scheda pubblicata sul sito www.ultimelettere.it consultato il 27/6/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 28/8/1944

Cognome / Nome: Basso Attilio; Bertazzolo Stefano; Biancotto Francesco, D’andrea Ernesto; Felisati Giovanni; Gressani Angelo; Gusso Enzo; Levorin Gustavo; Momesso Violante; Nardean Venceslao; Peruch Amedeo; Tamai Giovanni; Tronco Giovanni

Formazioni d’appartenenza: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte 

Data/e opera: non determinabile

Autore/i: non determinabile 

Note: lapide visibile e liberamente accessibile

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LAPIDE IN MEMORIA DEI TREDICI MARTIRI DI CA’ GIUSTINIAN A VENEZIA

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SALA DEDICATA ALLA ZONA LIBERA DELLA CARNIA E DELL’ALTO FRIULI, AD AMPEZZO

SALA DEDICATA ALLA ZONA LIBERA DELLA CARNIA E DELL’ALTO FRIULI, AD AMPEZZO

SALA DEDICATA ALLA ZONA LIBERA DELLA CARNIA E DELL’ALTO FRIULI, AD AMPEZZO

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Nel comune friulano di Ampezzo, in provincia di Udine, all’interno del palazzo Angelo Unfer, un locale è dedicato alle vicende della Zona libera della Carnia e dell’Alto Friuli. La scelta del luogo non è casuale: qui si svolgevano le riunioni della Giunta provvisoria durante l’esperienza di autogoverno partigiano. La sala ospita una selezione di materiale iconografico legato a quella che è passata alla storia come una delle “repubbliche” partigiane per eccellenza. Sulla facciata dell’edificio un’iscrizione recita:
IN NOME DEL POPOLO IN ARMI
CONTRO BARBARIE NAZISTA
QUIUOMINI LIBERI CON POTESTA’ DI GOVERNO
PER LA ZONA LIBERA DELLA CARNIA
NUOVE ISTITUZIONI CREARONO
E LEGGI DI LIBERTA’
PER RISCATTARE LA PATRIA
DA UN LUNGO VERGOGNOSO SERVAGGIO
1944
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La ripresa dell’azione partigiana della primavera del 1944, dopo i rigidi mesi di ripiego dettati dall’inverno, si manifesta attraverso l’incremento delle azioni di guerriglia nell’Italia occupata, e questo vale anche per i territori del Friuli Venezia Giulia, i quali si trovano – dettaglio non di poco conto – sotto la diretta autorità tedesca, poiché facenti parte della “Zona d’operazioni del litorale adriatico”. In ogni caso nelle vallate carniche le formazioni partigiane aumentano il numero dei propri effettivi, favorite in questo dall’arrivo in montagna di molti renitenti alle scadenze dei bandi d’arruolamento fascisti e dal sopraggiungere della bella stagione. Cresce il numero di attacchi ai presidi, di imboscate alle colonne nazifasciste e di azioni volte al recupero di materiale utile per i partigiani. Le Brigate Garibaldi – legate al Partito Comunista Italiano –  e le Brigate Osoppo – nate dall’incontro di forze politiche differenti come il Partito d’Azione e la Democrazia Cristiana –  arrivano a contare circa 6.000 unità nel corso dell’estate. In un clima generale che vede il progressivo abbandono delle caserme nazifasciste più isolate, i nazifascisti si ritirano in zone giudicate più sicure e di facile mantenimento, come accade per Tolmezzo. Alla fine del mese di luglio può considerarsi libero, con qualche eccezione, il territorio comprendente l’intera regione carnica con l’alto bacino del Tagliamento. 

Eppure l’abbandono dell’occupante tedesco, se da un lato è motivo di gioia, dall’altro comporta problemi di ordine pratico, legati principalmente all’esistenza degli individui che in quel territorio continuano a vivere. L’esigenza di amministrare un’area estesa e densamente popolata e di creare dunque organi di governo provvisori che si assumano tale compito viene presa nel mese di agosto. La Zona libera della Carnia e dell’Alto Friuli presenta dei numeri notevoli: si estende per oltre 2.500 km2, risultando la più vasta nel contesto delle zone libere della Resistenza italiana; all’interno del territorio 90.000 abitanti sono sparsi tra 45 comuni, dei quali 38 liberati integralmente e 7 liberati solo parzialmente. Zone libere e repubbliche partigiane, pur mostrando le rispettive particolarità, condividono alcuni tratti in comune; il caso della Carnia tuttavia ha una caratteristica che lo rende differente da tutti gli altri, come sottolineato da Massimo Legnani. Se in altre zone libere infatti la creazione di organi amministrativi era condizione necessaria per sviluppare sul territorio CLN locali, giunte comunali etc, in Carnia accade l’opposto. La creazione di organi amministrativi parte cioè dalla dimensione locale, dove suddetti organismi sorgono, per poi aggregarsi tra loro, valicando monti e valli: la creazione di una Giunta provvisoria costituisce il punto di arrivo di questo processo e non quello di partenza.   

Appare chiara ai dirigenti locali della Resistenza la necessità di agire, e pure in fretta, su diversi fronti. 

Da un lato essi devono coordinare un’amministrazione che si occupi delle questioni di ordine pratico, legate cioè al tema degli approvvigionamenti e a quello della difesa del territorio liberato dal certo contrattacco tedesco volto alla sua riconquista. 

Dall’altro emerge l’esigenza – non percepita allo stesso modo da tutti i protagonisti – di istruire, di formare politicamente, tanto le masse di individui presenti in loco, quanto coloro che ne devono diventare rappresentanti. Uno dei passaggi fondamentali è la creazione dei Comitati di Liberazione Nazionale locali; sono infatti i CLN a gestire la questione delle libere elezioni – attraverso il voto dei capifamiglia – delle Giunte comunali locali, ovvero quegli organi ai quali spetta il compito di amministrare la vita nel paese e di fornire supporto e assistenza ai partigiani delle varie formazioni.

Per quanto riguarda la creazione di un organo specifico riconosciuto per la gestione della Zona libera nel suo complesso, discussioni e riunioni precedono infine la creazione, il 26 settembre 1944, della Giunta Provvisoria per il Governo degli affari civili per la Zona libera della Carnia e dell’alto Friuli, la quale si riunisce nel comune di Ampezzo, scelta come “capitale” dell’esperimento di autogoverno. All’interno dell’organo neocostituito vi sono rappresentanti dei diversi partiti (Democrazia Cristiana, Partito d’Azione, Partito Comunista, Partito Socialista e Partito Liberale) della frangia armata della Resistenza (il Corpo Volontari della Libertà) e delle organizzazioni di massa (Fronte della Gioventù, i Gruppi di Difesa della Donna, Comitati dei contadini e Comitato degli operai). In questo contesto, il primo passo da percorrere per lo schieramento resistenziale è rappresentato dalla divisione del potere militare – le formazioni partigiane – dal potere politico – i civili.

Oltre a ciò, tra i problemi più urgenti da risolvere per la Giunta sicuramente rientra quello degli approvvigionamenti; la zona sopravvive attraverso gli scambi con la pianura e proprio dalla pianura viene fatto arrivare – con grandi sforzi di cui si fanno carico le donne – il grano necessario all’alimentazione. Come accade in altre zone libere le azioni della Giunta si concentrano anche sui prezzi dei beni alimentari di prima necessità mediante la calmierazione. I campi interessati dall’azione della Giunta sono comunque vari e differenti; in certi casi si tratta di misure perlopiù teorizzate, in altri di provvedimenti effettivamente adottati. Ciò che emerge dall’azione di autogoverno partigiano è la sincera volontà tanto di risolvere i problemi quotidiani degli abitanti, quanto di prefigurare l’Italia del dopoguerra, quella che avrebbe dovuto necessariamente superare il Fascismo ed approdare alla democrazia. Tra i provvedimenti che caratterizano le attività della Giunta – la quale agisce tramite la creazione di Ispettorati dedicati – si segnalano la costituzione di un tribunale del popolo, una tassa progressiva sul patrimonio, l’istituzione di un corpo di polizia civica, la riforma del sistema scolastico, l’abolizione della pena di morte per reati comuni, la difesa dei boschi dal taglio indiscriminato, l’autonomia amministrativa per il territorio montano ed altre ancora.

Al netto delle misure che trovano effettiva applicazione, dei risultati conseguiti e delle aspirazioni riposte nell’autogoverno partigiano, la Zona libera della Carnia segue il medesimo destino delle altre realtà partigiane analoghe, ovvero la riconquista per mano nazifascista. 

I comandi tedeschi decretano l’avvio dell’operazione “Waldläufer” per il giorno 8 ottobre 1944: circa 20.000 uomini sono variamente impiegati nell’azione. Le formazioni partigiane che costituiscono il piccolo “esercito” della Zona libera niente possono contro le truppe regolari dell’esercito tedesco, supportate dalle milizie fasciste: appena due giorni dopo l’attacco, il 10 ottobre, la Giunta si riunisce l’ultima volta per poi congedarsi. I combattimenti sul territorio durano ben oltre quella data, fino al mese di dicembre, tuttavia l’esperienza della Carnia libera è conclusa. Ai fini di contenere altre azioni partigiane, nel corso dell’autunno, con l’operazione “Ataman”, il territorio della Carnia viene scelto dai tedeschi come luogo in cui stanziare migliaia di cosacchi con tanto famiglie al seguito: la regione diviene la “Kosakenland in Norditalien”.

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Ampezzo
Indirizzo: piazza Zona Libera della Carnia 1944 
Comune: Ampezzo
Provincia: Udine (UD)
Regione: Friuli-Venezia Giulia
Coordinate geografiche: Latitudine 46.41611 – Longitudine 12.79453

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FONTI

Bibliografia

La repubblica partigiana della Carnia e dell’Alto Friuli: una lotta per la libertà e la democrazia, a cura di A. Buvoli et al., Bologna, il Mulino, 2013

Sitografia

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Museo della Carnia Libera, scheda pubblicata sul sito www.anpi.it consultato il 20/7/2025

Carnia libera 1944, Zona libera della Carnia, scheda pubblicata sul sito www.carnialibera1944.it consultato il 20/7/2025

M. Emmanuelli, Un’escursione sulle tracce della Repubblica partigiana della Carnia e dell’Alto Friuli, articolo pubblicato sul sito www.patriaindipendente.it consultato il 20/7/2025

M. Legnani, Territori partigiani, zone libere, “Repubbliche partigiane”, saggio pubblicato sul sito www.casamemoriavinchio.it consultato il 20/7/2025

Repubblica della Carnia 1944. Alle radici della libertà e della democrazia, La storia della Zona libera della Carnia e dell’Alto Friuli, articolo pubblicato sul sito repubblicadellacarnia1944.uniud.it consultato il 20/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 26/9/1944 – 10/10/1944

Cognome / Nome: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte

Formazioni d’appartenenza: Comitato di Liberazione Nazionale

Data/e opera: non determinabile

Autore/i: non determinabile

Note: la sala dedicata, essendo all’interno del palazzo, non è liberamente accessibile (gli orari sono contingentati in base alle aperture della struttura); mentre la lapide all’esterno dell’edificio è visibile e liberamente accessibile

contatti

SALA DEDICATA ALLA ZONA LIBERA DELLA CARNIA E DELL’ALTO FRIULI, AD AMPEZZO

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ECCIDIO DI 244 CIVILI TRA IL COMUNE SPARSO DI CIVITELLA IN VAL DI CHIANA E SAN PANCRAZIO DI BUCINE

ECCIDIO DI 244 CIVILI TRA IL COMUNE SPARSO DI CIVITELLA IN VAL DI CHIANA E SAN PANCRAZIO DI BUCINE

ECCIDIO DI 244 CIVILI TRA IL COMUNE SPARSO DI CIVITELLA IN VAL DI CHIANA E SAN PANCRAZIO DI BUCINE

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In provincia di Arezzo, nel comune sparso di Civitella in val di Chiana, diverse opere – monumenti, lapidi, cippi ma anche nomi attribuiti alle strade – ricordano l’eccidio qui perpetrato ai danni della popolazione al principio dell’estate del 1944 per mano nazifascista. Nel centro storico del paese, in piazza Don Alcide Lazzeri a fianco della chiesa di Santa Maria assunta, trova spazio uno dei principali monumenti in riferimento alla strage di civili. Questo è composto da una lapide in marmo, con testo di Franco Antonicelli e da un bassorilievo bronzeo, ad opera di Mario Moschi, raffigurante le donne di Civitella in fuga dal paese in fiamme con i loro figli. 
La lapide riporta scritto:
PIETÀ DEL GIUGNO 1944!
LA MATTINA DEL 29 ERA FESTA IN PARROCCHIA
PER I SANTI PIETRO E PAOLO
MA IL GIORNO CHE SI APRIVA BELLISSIMO
DIVENTÒ NEBBIA FUMO FUOCO SANGUE
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FRAGORE DI MITRAGLIA GRIDA DI UCCISI
ESSERE UOMINI SIGNIFICÒ MORIRE
E GLI UCCISORI NON ERANO UOMINI MA FIERE IMPAZZITE
CADDE IL PARROCO SACRIFICATO
BENEDICENDO IL SUO POPOLO
BRUCIARONO NEL GUSCIO DELLE CASE I VIVI E I MORTI
– ADDIO CIVITELLA CHE COSA SARÀ DI NOI?
FU IL LAMENTO DELLE DONNE RIMASTE SOLE
ORA CIVITELLA È RISORTA DA ROGHI E DA ORTICHE
I TUMOLI SONO FIORITI LE LAGRIME SECCATE
I BAMBINI CHE VIDERO MUTI E PALLIDI SONO CRESCIUTI
IL RICORDO È CENERE
CHE UN VENTO DI GIORNO IN GIORNO DISPERDE
MA NON SIA DIMENTICATO IL DELITTO
CHE STRAZIA ANCHE L’INERME
SIA FUGGITA LA COLPA
CHE MACCHIA ANCHE L’INNOCENTE
DELITTO E COLPA CHE SONO L’INGIUSTO GUADAGNO E L’INTOLLERANZA
PADRE E MADRE DELLA GUERRA
FRANCO ANTONICELLI 

Maggio 1944. La linea di difesa tedesca “Gustav” è stata finalmente sfondata a Cassino; ai primi di giugno Roma, una delle capitali dell’Asse, viene liberata dagli alleati. I tedeschi si ritirano combattendo per consentire la preparazione delle postazioni difensive che tanti guai causeranno agli alleati: la linea Gotica. In questo contesto le vallate ed i paesi del centro Italia si trovano ad essere “sulla linea del fronte” o nelle immediate sue vicinanze, come accade per il paese di Civitella. I tedeschi operanti nella zona fanno parte della Divisione Corazzata Paracadutisti “Hermann Göring”. 

Accanto poi alla “guerra grossa” combattuta tra tedeschi e alleati, le formazioni partigiane conducono la guerriglia contro i nazifascisti, rappresentando un costante problema per le truppe germaniche: vie di comunicazione, mezzi e militari tedeschi sono obiettivo dei partigiani. Nella zona di Civitella è attiva la formazione che prende il nome del suo comandante, Edoardo Succhielli “Renzino”. Proprio a Civitella i partigiani della “Renzino” il 18 giugno compiono un’azione volta a disarmare dei tedeschi presso il dopolavoro: ne nasce uno scontro a fuoco che si conclude con due militari tedeschi uccisi sul momento ed un terzo che spira il giorno successivo a causa delle ferite. Tre giorni dopo gli uomini di Renzino catturano due tedeschi e ne feriscono un terzo. In probabile risposta a queste azioni, il 23 di giugno, reparti nazisti attaccano il quartier generale partigiano, provocando lo sbandamento della formazione.

I motivi della rappresaglia per le azioni partigiane non sembrano esserci e dunque la popolazione cerca di condurre la sua esistenza, scandita anche dalle ricorrenze religiose. Il 29 giugno il paese è gremito per la festa di Pietro e Paolo e nella locale chiesa l’arciprete Don Alcide Lazzeri tiene la messa. In un clima di che dovrebbe essere di festa gli echi degli spari e delle esplosioni in avvicinamento annunciano che la strage è già iniziata. Reparti della divisione “Hermann Göring” – tra i 300 ed i 400 uomini, coadiuvati probabilmente da militi della Repubblica Sociale Italiana –  avviano i rastrellamenti tra Civitella e dintorni. Appare da subito chiara la volontà di compiere un massacro ai danni dei civili: i militari tedeschi entrano nell’abitato uccidendo chi si trova loro davanti e giungono nei pressi della piazza. Tra lo sgomento generale i soldati della “Hermann Göring” impongono ai fedeli di uscire dalla chiesa mentre Don Alcide Lazzeri li implora di non usare violenza sulla popolazione: le sue preghiere non vengono ascoltate. Una volta fuori dal luogo sacro i tedeschi ordinano a donne e bambini di abbandonare il paese mentre gli uomini sono radunati e uccisi a gruppi di cinque a poca distanza dalla piazza, nel luogo in cui ora si trova un’altra lapide a ricordo della vicenda. Don Alcide Lazzeri è uno dei primi a cadere ucciso. Dopo aver assassinato una trentina di civili i militari tedeschi appiccano il fuoco alle abitazioni con i lanciafiamme e vi gettano i corpi delle vittime. La carneficina non si consuma esclusivamente all’interno dell’abitato ma anche nei suoi dintorni, in quella che è un’operazione di rastrellamento e di omicidio ben più vasta. I metodi utilizzati a Civitella vengono adottati anche nella frazione di Gebbia; nella vicina frazione di Cornia invece, dal massacro non vengono risparmiati neppure donne e bambini. Nella frazione San Pancrazio, del comune di Bucine – a meno di 20 km da Civitella – 60 uomini dell’abitato sono uccisi nelle cantine di un antico palazzo tramite un colpo di pistola alla testa. La struttura viene poi data alla fiamme dai tedeschi; restaurata anni dopo, diverrà uno dei luoghi di memoria in riferimento ai tragici eventi del giugno ‘44.

Solo le vittime di Civitella sono 146: tra loro figurano due religiosi ed un partigiano. Ai morti del comune aretino vanno sommate le persone assassinate nel più ampio contesto del rastrellamento operato dai soldati della “Hermann Göring”. Complessivamente gli individui assassinati tra Civitella, Cornia, Gebbia e Bucine vengono indicati nel numero di 244.

Le stragi di quel 29 giugno hanno generato ciò che viene definita “memoria divisa”; i parenti delle vittime civili hanno infatti attribuito alle azioni effettuate dai partigiani nella seconda metà di giugno – la formazione “Renzino” – la responsabilità di aver provocato la criminale reazione dei militari tedeschi. Solo dopo molti anni di accuse e di rimproveri le parti, civili e resistenza, paiono aver raggiunto una pacificazione.

Nessun militare tedesco pagherà per i crimini compiuti a Civitella e dintorni per lunghissimo tempo; solo nel 2006 un processo – avente come imputati due ufficiali ed un sottufficiale – mirerà a definire le responsabilità della strage di Civitella in Val di Chiana. A causa dell’età avanzata e di un decesso tra gli imputati, al termine del procedimento viene stabilita una sola condanna all’ergastolo nei confronti del sottufficiale.

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: centro storico
Indirizzo: piazza Don Alcide Lazzeri (di fianco alla Chiesa di Santa Maria Assunta)
Comune: Civitella in Val di Chiana
Provincia: Arezzo (AR) 
Regione: Toscana
Coordinate geografiche: Latitudine 43.41839 – Longitudine 11.72340

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FONTI

Bibliografia

G. Contini, La memoria divisa, Milano, Rizzoli, 1997

G. Fulvetti, Uccidere i civili. Le stragi naziste in Toscana (1943-1945), Roma, Carocci, 2009

S. Gallorini, La memoria riunita. Il partigiano “Renzino” e Civitella tra bugie silenzi e verità, Arcidosso, Edizioni Effigi, 2013

Quando le nostre città erano macerie. Immagini e documenti sulle distruzioni belliche in provincia di Arezzo (1943-1944), a cura di N. Labanca, Montepulciano, Editori del Grifo, 1988

29 giugno-16 luglio 1944. Il fronte a San Pancrazio. 50 Anniversario dell’eccidio, a cura di M. Romano, Bucine, Il Bruco, 1994

Sitografia

Civitella in Val di Chiana 29.06.1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 17/7/2025

Comune di Civitella in Val di Chiana, scheda pubblicata sul sito www.regione.toscana.it consultato il 17/7/2025

Lapide della terrazza dell’eccidio di Civitella, scheda pubblicata sul sito memo.anpi.it consultato il 16/7/2025

Monumenti della terrazza dell’eccidio di Civitella, scheda pubblicata sul sito resistenzatoscana.org consultato il 17/7/2025

Monumento “Pietà del Giugno 1944” di Civitella in Val di Chiana (AR), scheda pubblicata sul sito www.pietredellamemoria.it consultato il 16/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 29/6/1944

Cognome / Nome: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte 

Formazioni d’appartenenza: popolazione civile

Data/e opera: non determinabile. Sappiamo solo che fu inaugurata il 29/6/1969

Autore/i: Antonicelli Franco (testo della lapide); Moschi Mario (bassorilievo)

Note: monumento visibile e liberamente accessibile

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