LAPIDE IN RICORDO DELL’ECCIDIO DI PIAZZA TASSO A FIRENZE

LAPIDE IN RICORDO DELL’ECCIDIO DI PIAZZA TASSO A FIRENZE

LAPIDE IN RICORDO DELL’ECCIDIO DI PIAZZA TASSO A FIRENZE

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

In piazza Torquato Tasso, nel quartiere fiorentino di San Frediano, una lapide ricorda i civili assassinati il 17 luglio del 1944 da militi fascisti della Banda Carità. La lapide è affissa su un antico muro in pietra nel luogo in cui viale Francesco Petrarca si congiunge alla piazza. Non si tratta dell’unico monumento a ricordo di quegli avvenimenti; a poca distanza trovano spazio un’ulteriore stele ed un’area giochi dedicata alla memoria di Ivo Poli, la più giovane delle vittime di quel giorno. La lapide riporta scritto:
IN QUESTA PIAZZA
ALLA VIGILIA DELLA LIBERAZIONE DI FIRENZE
IL 17 LUGLIO 1944
IL FASCISMO SCONFITTO ASSASSINAVA VILMENTE
IVO POLI DI ANNI 8
IGINO BERCIGLI
CORRADO FRITTELLI
ALDO ARDITI
UMBERTO PERI
IL LORO RICORDO NEL CLIMA DI NUOVA DEMOCRAZIA
DÀ LA CERTEZZA DELL’AVVENTO DI UNA CIVILTÀ
DI LIBERTÀ E DI GIUSTIZIA
I CITTADINI DI OLTRARNO
IL 17 LUGLIO 1945
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Il quartiere San Frediano è luogo ostile per il Fascismo. La zona è sede dei Gruppi d’azione Patriottica – GAP operanti nel contesto urbano. Per questo motivo i fascisti decidono di effettuare un’azione dimostrativa ai danni della Resistenza e della popolazione che ad essa è accusata di dare sostegno.

Il 17 luglio viene avviata un’operazione di rastrellamento che si traduce nel fermo e nell’assassinio deliberato di civili. I protagonisti delle violenze sono militi fascisti della “Banda Carità”. Si tratta di una milizia ufficialmente inquadrata nei ranghi della Guardia Nazionale Repubblicana – GNR, la quale gode tuttavia di ampia autonomia; in un periodo in cui le forze nazifasciste sono in estrema difficoltà, diverse bande del fascismo saloino si muovono in maniera indipendente, compiendo veri e propri atti criminali. Il nome della banda, “Carità”, proviene da quello del suo fondatore e comandante Mario Carità. In seguito all’abbandono di Firenze dello stesso Carità al principio del luglio 1944, i militi del gruppo passano sotto la guida del suo collaboratore Giuseppe Bernasconi. Bernasconi è un ex squadrista della prima ora, radiato nei primi anni ‘20 dallo stesso Partito Nazionale Fascista; nel corso del tempo egli ha modo di collezionare svariate condanne per i reati di truffa e appropriazione indebita. Si tratta dunque di un vero e proprio criminale il quale, in seguito alla notizia dell’armistizio, prontamente aderisce al Partito Fascista Repubblicano. Nel periodo della Resistenza Bernasconi svolge ruoli collegamento tra le direzione fascista e quella delle forze d’occupazione germaniche; ricopre inoltre un ruolo attivo in alcune azioni criminali condotte dai nazifascisti, come ad esempio la rappresaglia per l’attentato di via Rasella del marzo ‘44, conclusasi con la fucilazione di 335 prigionieri alle Fosse Ardeatine.

Ebbene la sera del 17 luglio un manipolo di militi comandato proprio da Bernasconi giunge in piazza Torquato Tasso a bordo di un camion. I repubblichini aprono il fuoco all’indirizzo dei civili presenti nell’area, provocando cinque morti dei quali uno, Ivo Poli, ha appena 8 anni.

I fermati nel contesto del rastrellamento sono decine, tra civili e sospettati di far parte della Resistenza; 6 giorni dopo, il 23 luglio, 17 di essi sono fucilati alle Cascine.

L’11 agosto successivo il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale – in accordo con gli alleati – diffonde il segnale che stabilisce l’insurrezione della città attraverso i rintocchi della campana di Palazzo Vecchio: il giorno dopo Firenze è libera ma gli scontri proseguiranno tutto il mese, sino alla liberazione di Fiesole. 

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: quartiere San Frediano
Indirizzo: piazza Torquato Tasso, 24
Comune: Firenze
Provincia: Firenze (FI) 
Regione: Toscana
Coordinate geografiche: Latitudine 43.76677 – Longitudine 11.24075

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FONTI

Bibliografia

R. Caporale, La «Banda Carità». Storia del Reparto Servizi Speciali (1943-45), Lucca, San Marco Litotipo, 2005

G. Fulvetti, Uccidere i civili. Le stragi naziste in Toscana (1943-1945), Roma, Carocci, 2009

Sitografia

G. Baldini, Lapide ai caduti della strage di Piazza Tasso, scheda pubblicata sul sito memo.anpi.it consultato il 13/6/2025

Bernasconi Giuseppe, scheda pubblicata sul sito www.percorsidellashoah.it consultato il 13/6/2025

F. Cavarocchi, 17 luglio 1944: eccidio in piazza Tasso, scheda pubblicata sul sito www.storiadifirenze.org consultato il 13/6/2025

I. Tognarini, Firenze, agosto 1944: la liberazione e l’autogoverno, saggio pubblicato sul sito www.italia-liberazione.it consultato il 13/6/2025

Lapide di piazza Tasso, scheda pubblicata sul sito resistenzatoscana.org consultato il 13/6/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 17/7/1944

Cognome / Nome: Arditi Aldo; Bercigli Igino; Frittelli Corrado; Peri Umberto; Poli Ivo 

Formazioni d’appartenenza: non determinabile

Data/e opera: non determinabile. Sappiamo solo che fu inaugurata il 17/7/1945 

Autore/i: non determinabile

Note: lapide visibile e liberamente accessibile

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LAPIDE IN RICORDO DELL’ECCIDIO DI PIAZZA TASSO A FIRENZE

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MONUMENTO IN MEMORIA DELLE 71 PERSONE UCCISE AL POLIGONO DI OPICINA

MONUMENTO IN MEMORIA DELLE 71 PERSONE UCCISE AL POLIGONO DI OPICINA

MONUMENTO IN MEMORIA DELLE 71 PERSONE UCCISE AL POLIGONO DI OPICINA

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

In strada per Vienna 92, all’interno del perimetro del Poligono di tiro di Opicina – frazione del comune di Trieste – un monumento ricorda 71 persone qui fucilate il 3 aprile del 1944; si tratta di un muro composto da pietre irregolari al centro del quale è posizionata una lapide in marmo.

Dal settembre del 1943 la città di Trieste rientra nel più ampio territorio facente parte della Zona d’Operazioni del Litorale Adriatico (OZAK), ovvero una parte di terra italiana sottoposta in modo diretto all’autorità militare e civile tedesca. Il controllo nazista nella regione è capillare vista l’importanza geografica che essa comporta per il Reich; la repressione contro l’attività partigiana – in generale contro ogni tipo di resistenza antifascista – è spietata. Opicina – nel 1942 rinominata Poggioreale del Carso – è un paese situato a pochi chilometri da Trieste. Nel 1944 con i suoi circa 3.000 abitanti – molti dei quali parlanti lingua slovena – rappresenta un punto importante per i collegamenti tra le formazioni partigiane italiane e slovene che operavano tra i centri urbani e le zone montuose circostanti.

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Ad Opicina la partecipazione diretta o indiretta ad attività antifascista coinvolge circa 250 persone e si dipana tra il coinvolgimento attivo nelle reti clandestine, la partecipazione alla guerriglia od anche solo il supporto fornito alle formazioni partigiane. Alle azioni più classiche della guerriglia – imboscate alle colonne nazifasciste ed assalti ai presidi, ad esempio – si accompagnano azioni di carattere dimostrativo: gli attentati. I tedeschi si sentono al sicuro all’interno dei grandi centri abitati e proprio per questo motivo, per gli antifascisti, colpire obiettivi nel cuore di essi assume un significato particolare. In questo contesto, la sera del 2 aprile 1944, due partigiani di origini azere – Mirdamat Sejdov “Ivan Ruskj” e Methi Husein Zade “Mihajlo” – posizionano un ordigno all’interno del cinema di Opicina. L’esplosione della bomba, posizionata sotto le poltrone della sala, avviene durante la proiezione di un film al quale stanno assistendo militari tedeschi. Le cifre delle vittime non sono certe ma le fonti riportano la notizia di sette soldati tedeschi uccisi e diversi feriti. La ritorsione, essendo noti i metodi nazisti, è inevitabile. Il comando tedesco agisce in fretta e la rappresaglia ha luogo il giorno successivo. Il 3 aprile vengono prelevati dal carcere di via Coroneo di Trieste, oltre 70 individui. Si tratta di persone giudicate colpevoli a vario titolo di attività contro il Reich: prigionieri politici, antifascisti o più generalmente ostili all’attività tedesca. I prigionieri vengono caricati su camion e trasportati presso il poligono di tiro di Opicina, luogo destinato alle esecuzioni. Qui gli sventurati, tra il pomeriggio e la sera dello stesso giorno, vengono giustiziati dai militari tedeschi a gruppi di cinque. I fucilati sono complessivamente 72: tra essi figurano operai, contadini, braccianti, studenti ed impiegati, a dimostrazione dell’eterogeneità del fronte che si oppone al nazifascismo. La provenienza è altrettanto varia: diversi provengono da paesi della regione, alcuni dalla Jugoslavia interna.

L’eccidio ha un unico supersite: uno tra i fucilati, Stevo Rodic, riesce infatti a sopravvivere all’esecuzione e, pur ferito, a fuggire al sopraggiungere della sera. I corpi dei giustiziati vengono trasportati presso la Risiera di San Sabba e qui bruciati: si tratta del primo utilizzo del forno crematorio del campo.

Per molto tempo la memoria dell’eccidio è rimasta affidata a un semplice cippo posizionato all’esterno del poligono di tiro. Oggi diverse realtà volte alla salvaguardia della memoria e alla trasmissione dei valori desunti da quel periodo, come ad esempio l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – ANPI, l’Associazione Nazionale ex Deportati nei campi nazisti – ANED o l’Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti – ANPPIA, curano le commemorazioni organizzate per ricordare i 71 fucilati di Opicina. L’eccidio e la memoria che ad esso si lega rimangono un simbolo della resistenza – civile e politica – al nazifascismo nella Venezia Giulia.

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: frazione di Opicina
Indirizzo: strada per Vienna, 92
Comune: Trieste
Provincia: Trieste (TS) 
Regione: Friuli Venezia Giulia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.69013 – Longitudine 13.79906

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Tag:

FONTI

Bibliografia

S. Dekleva, Un ufficiale asburgico tra fedeltà e patria slovena. Dal fronte galiziano al poligono di Opicina (1915-1944), a cura di M. Rossi e R. Todero, Gaspari, 2019

Sitografia

F. Cecotti, La Risiera di San Sabba e il tiro a segno di Opicina: due luoghi terribili, articolo pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 20/7/2025

G. Liuzzi, Episodio di Opicina Trieste 3-4-1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 21/7/2025

Eccidi nazifascisti, commemorati oggi i 71 fucilati al poligono di Opicina, articolo pubblicato sul sito www.triesteprima.it consultato il 20/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 3/4/1944

Cognome / Nome: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte 

Formazioni d’appartenenza: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte 

Data/e opera:non determinabile

Autore/i:non determinabile 

Note: il monumento, essendo all’interno del Poligono di tiro, non è visibile e liberamente accessibile (gli orari sono contingentati in base alle aperture della struttura)

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MONUMENTO IN MEMORIA DELLE 71 PERSONE UCCISE AL POLIGONO DI OPICINA

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COMPLESSO MONUMENTALE ALLA MEMORIA DI ALFREDO DI DIO E ATTILIO MONETA

COMPLESSO MONUMENTALE ALLA MEMORIA DI ALFREDO DI DIO E ATTILIO MONETA

COMPLESSO MONUMENTALE ALLA MEMORIA DI ALFREDO DI DIO E ATTILIO MONETA

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

In un tratto ormai in disuso della strada statale 631 che percorre la valle Cannobina, più precisamente nella località Sasso di Finero, un complesso monumentale, composto da due lapidi, un cippo, un busto ed un ritratto in bassorilievo, ricorda le figure del comandante Alfredo di Dio e del colonnello Attilio moneta. 

Settembre-ottobre 1944. Per circa una quarantina di giorni un lembo di Piemonte, incastonato tra le alpi è liberato dalla presenza nazifascista. L’esperienza di autogoverno partigiano attuata in quei territori – la valle dell’Ossola – avrà modo di consegnare alla storia uno dei più noti casi di zone libere della Resistenza.
La “repubblica partigiana dell’Ossola”, insieme ai casi della Carnia e di Montefiorino, rappresenta una delle esperienze più compiute di autogoverno partigiano nel contesto dell’Italia occupata dai nazisti. Al di là della durata di quell’esperimento democratico, dei risultati conseguiti e delle aspirazioni in esso riposte, un grande valore è attribuito alla vicenda dal gruppo di antifascisti che si rese protagonista dell’amministrazione del territorio liberato. 

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Dalla confinante Svizzera fu infatti possibile richiamare importanti esuli antifascisti che o fecero parte della Giunta Provvisoria di Governo – GPG oppure ne furono diretti collaboratori. Eppure, nonostante gli sforzi tesi a prefigurare l’Italia del futuro, anche la Repubblica dell’Ossola seguirà il medesimo destino che caratterizza tutte le zone libere, ovvero la riconquista per mano nazifascista.

Le possibilità di difendere il territorio ossolano sono scarse per vari e differenti motivi. In primo luogo le forze partigiane impegnandosi nella difesa “statica” di linee rigide – i confini della piccola repubblica ribelle – perdono la loro caratteristica principale, ossia l’estrema mobilità che le contraddistingue. Il partigiano non è addestrato per resistere all’urto di una forza regolare. In secondo luogo i partigiani non dispongono delle risorse necessarie – in termini di munizionamento, armi pesanti, viveri e vestiario – per difendersi per più di qualche ora. Accanto a questi problemi, di ordine estremamente pratico, ne coesistono di ulteriori, altrettanto complessi. Durante il periodo della Repubblica partigiana viene creato – o perlomeno si tenta – un Comando Unico militare, ovvero un organismo avente il compito di coordinare le varie formazioni partigiane entro i confini della zona libera. Resistenze, timori ideologici, malumori di vario tipo e protagonismi personali finiscono per rendere il Comando Unico Zona Ossola – CUZO, estremamente inefficiente, per dirla anzi con le parole di uno dei suoi protagonisti «una barca che fa acqua da tutte le parti».

Quando ai primi di ottobre l’attacco nazifascista volto alla riconquista dell’Ossola viene sferrato in tutta la sua violenza, tutte le variabili appena citate finiscono per condizionare pesantemente le già scarse possibilità di difendersi della piccola repubblica partigiana. 

I tedeschi ed i fascisti attaccano il territorio seguendo delle direttive precise, in particolare sfruttando i corridoio di entrata del fondovalle in due punti: la stessa valle dell’Ossola, giungendo da Fondotoce e la valle Cannobina, importante ingresso laterale ai territori controllati dai partigiani. Proprio i fatti della Val Cannobina finiscono per connotare quella che in definitiva è una ritirata con i colori della tragedia. 

Tra i comandanti più celebri all’interno del territorio della Zona liberata vi è Alfredo Di Dio, nome di battaglia “Marco”. Giovane militare di carriera cattolico di origini siciliane, egli giunge in ossola nell’autunno del 1943 insieme al fratello Antonio ed entra a far parte di una delle prime bande della zona, posta al comando di Filippo Beltrami. In seguito alla distruzione dello stato maggiore di questa prima formazione nella battaglia di Megolo nel febbraio 1944 – nella quale cadono combattendo il fratello Antonio e lo stesso Beltrami – Alfredo Di Dio darà vita alla “Valtoce”, formazione che diviene in seguito divisione. Si tratta di una realtà partigiana connotata da un forte militarismo, dall’anticomunismo e legata agli ambienti cattolici, la quale arriva ad essere una delle formazioni più importanti del territorio. Proprio la “Valtoce”, insieme alla “Divisione Valdossola” – altra formazione autonoma orbitante sul lato destro dell’Ossola – si rende protagonista degli accordi che conducono alla liberazione della città di Domodossola il 10 settembre 1944 e, dunque, alla creazione della celebre Repubblica partigiana. 

Nei giorni dell’attacco nazifascista Alfredo Di Dio si reca nel paese di Malesco, insieme al comandante della Guardia Nazionale della Zona Liberata Attilio Moneta. È l’11 ottobre 1944. La ricostruzione degli avvenimenti in quei concitati momenti non è del tutto chiara ancora oggi ma l’epilogo è noto: il giorno 12 ottobre 1944 una piccola colonna partigiana, della quale fanno parte Di Dio e Moneta, si reca in ricognizione nella valle Cannobina per poi cadere in un’imboscata nei pressi della Gola di Finero. Alfredo Di Dio e Attilio Moneta vengono colpiti dal fuoco di un reparto tedesco ben posizionato mentre si trovano a piedi sulla strada statale: vengono uccisi entrambi. Per la Resistenza locale si tratta di un duro colpo e la “Divisione Valtoce” perde il suo comandante in un momento complicato. Alla guida della divisione subentra Eugenio Cefis “Alberto”, sino ad allora vice comandante di Di Dio.

Per decenni le dinamiche dell’azione in cui perdono la vita Di Dio e Moneta sono state oggetto di accuse, velate e meno, tra le formazioni partigiane locali. Sul banco degli imputato sarebbero finiti i partigiani della “Cesare Battisti”, brigata che avrebbe in quei momenti dovuto tenere posizioni difensive in Val Cannobina. L’abbandono delle postazioni da parte degli uomini della Cesare Battisti, senza avvisare gli altri reparti, avrebbe portato la colonna partigiana di Di Dio a ritenere la via ancora sicura e a cadere nell’imboscata. Al netto della validità delle accuse o delle difese, la morte di Di Dio finisce per legare il nome del giovane comandante, e quello del fratello, alla valle dell’Ossola in modo indelebile. Alfredo ed Antonio di Dio sono stati insigniti della medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Gola di Finero
Indirizzo:  SS631 di Valle Cannobina
Comune: Malesco
Provincia: Verbano-Cusio-Ossola (VCO) 
Regione: Piemonte
Coordinate geografiche: Latitudine 46.10071 – Longitudine 8.5498

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FONTI

Bibliografia

A. Azzari, L’Ossola nella Resistenza Italiana, Domodossola, Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, 1954

A. Del Boca, La repubblica partigiana dell’Ossola, Centro Studi Piero Ginocchi, 2004

E. Massara, Antologia dell’antifascismo e della resistenza nel novarese: uomini ed episodi della lotta di liberazione, Novara, Tipolitografia Grafica novarese, 1984

Ne valeva la pena. Dalla “Repubblica” dell’Ossola alla Costituzione repubblicana, a cura di A. Aniasi, Milano, M&B Publishing, 1997

Sitografia

Antonio Di Dio, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 12/7/2025

Attilio Moneta, scheda pubblicata sul sito www.repubblicadellossola.it consultato il 12/7/2025

Di Dio Alfredo, profilo biografico pubblicato sul sito biografieresistenti.isacem.it consultato il 12/7/2025

Di Dio Alfredo, scheda pubblicata sul sito www.movm.it consultato il 12/7/2025 

Di Dio Antonio, profilo biografico pubblicato sul sito biografieresistenti.isacem.it consultato il 12/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 12/10/1944

Cognome / Nome: Di Dio Alfredo; Moneta Attilio

Formazioni d’appartenenza: Divisione Valtoce; Guardia Nazionale della zona liberata dell’Ossola

Data/e opera: non determinabile

Autore/i: non determinabile

Note: il monumento è visibile e liberamente accessibile

contatti

COMPLESSO MONUMENTALE ALLA MEMORIA DI ALFREDO DI DIO E ATTILIO MONETA

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TARGA IN RICORDO DELL’ASSALTO FASCISTA ALLA SEDE DELL’AVANTI! IN VIA SETTALA A MILANO

TARGA IN RICORDO DELL’ASSALTO FASCISTA ALLA SEDE DELL’AVANTI! IN VIA SETTALA A MILANO

TARGA IN RICORDO DELL’ASSALTO FASCISTA ALLA SEDE DELL’AVANTI! IN VIA SETTALA A MILANO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Al numero 22 di via Lodovico Settala a Milano, in zona Porta Venezia, una lapide ricorda la devastazione della sede della testata socialista «Avanti!» per mano dello squadrismo fascista. La lapide, posta nel 2023 sopra l’ingresso della vecchia sede del giornale, riporta scritto: 
QUI SORGEVA 
LA SEDE DEL GIORNALE SOCIALISTA
Avanti!
DISTRUTTA DAI FASCISTI IL 29 OTTOBRE 1922
UN EDIFICIO CON REDAZIONE, TIPOGRAFIA, ALBERGO DIURNO,
NEGOZI COOPERATIVI ED UNA MENSA APERTA AI CITTADINI,
COSTRUITO CON UNA SOTTOSCRIZIONE POPOLARE NEL 1921
A perenne monito di condanna contro ogni violenza

In Italia, tra il 1919 ed il 1920 si assiste ad un periodo di forte tensione sociale passato alla storia con il nome di “Biennio rosso”. In quei due anni sembra plausibile a molti che nel paese possa divampare una rivoluzione di stampo socialista, sul modello di quella che poco tempo prima ha mutato radicalmente la storia della Russia zarista. L’Italia sembra sull’orlo di cambiamenti epocali. Nonostante l’intensità del momento la fiamma delle agitazioni si ridimensiona: è il momento della “reazione”, ovvero quello in cui le forze conservatrici si adoperano per eliminare e punire gli avversari che tanto filo da torcere gli hanno dato. Lo strumento utile alla borghesia, alla classe dirigente italiana, per quella che si presenta subito come una lotta senza regole è individuato nello squadrismo fascista. Gli squadristi sono adatti a soffocare con la violenza il protagonismo degli operai e delle loro rappresentanze: i semplici lavoratori, i sindacati con le loro sedi, gli stessi appartenenti al Partito Socialista sono i bersagli della violenza squadrista, la quale si manifesta in veri e propri assalti armati. Il clima è quello della guerra civile; mentre i dirigenti socialisti invitano aderenti e simpatizzanti a non reagire alle provocazioni ma solo a difendersi, i fascisti attaccano con fucili, rivoltelle e bombe a mano. Fondamentale nell’ottica del successo fascista si rivela la debolezza con cui le forze dell’ordine si oppongono agli assalti: diventa presto evidente che queste hanno istruzioni di lasciar agire lo squadrismo, braccio armato del reazionarismo italiano.

Tra le sedi fisiche afferenti all’universo della sinistra in generale – nel gennaio del 1921, in seguito alla “Scissione di Livorno” nasce il Partito Comunista D’Italia – alcune sono oggetto di attacchi ripetuti e violenti. 

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L’«Avanti!», il famoso giornale del Partito Socialista Italiano, pubblicato per la prima volta nel 1896, diviene uno degli obiettivi prediletti degli squadristi. Il primo assalto avviene nell’aprile del 1919, il secondo il 25 marzo del 1921, il terzo il 4 agosto del 1922 mentre il quarto – ed ultimo – il 29 ottobre 1922.

I luoghi colpiti – redazione e tipografia – sono quelli dove si stampa il giornale a Milano – prima in via San Damiano e poi al n°22 di via Settala. Non si tratta di spedizioni improvvisate ed i fascisti sanno bene cosa è necessario distruggere durante i raid. Vi sono cioè degli oggetti che attirano le loro “attenzioni” più di altri: gli indirizzari che riportano i dati di invio cui spedire gli abbonamenti, le macchine tipografiche – linotypes – il materiale utile a far funzionare le rotative, insomma tutto ciò che è funzionale alle creazione ed alla diffusione del giornale e, dunque, di un’idea. 

Gli attacchi fascisti sono tutti violenti e tutti recano danni notevoli all’organo del PSI che tuttavia dimostra di possedere spirito e risorse – molto importanti sono i sottoscrittori – per rialzarsi ogni volta. 

L’attacco del 29 ottobre 1922, quello al quale fa riferimento la targa affissa in via Settala 22, è uno dei più significativi per il contesto in cui esso avviene. Quel giorno, nel pomeriggio, la sede di via Settala viene raggiunta dalle guardie regie; è sicuro un attacco fascista e i tutori dell’ordine si schierano a difesa dell’obiettivo. I fascisti, convinti di trovare di fronte a loro una resistenza “morbida” da parte delle guardie regie – come era avvenuto nelle occasioni precedenti – hanno una brutta sorpresa; le stesse aprono il fuoco sugli assalitori che si disperdono lasciando sul terreno un morto e dei feriti.

Per quale motivo le guardie regie aprono il fuoco questa volta? Ebbene il giorno prima, il 28 ottobre, è la data della “Marcia su Roma” (cominciata il 26 dello stesso mese); poche migliaia di camicie nere “cingono d’assedio” la capitale. Alle ore 06:00 del mattino il governo, presieduto da Luigi Facta, dichiara lo stato d’Assedio, lasciando alla forza militare delle truppe italiane la repressione. Tuttavia Re Vittorio Emanuele III rifiuta, circa due ore dopo, di controfirmare l’ordine: Facta si dimette. Lo stesso Re, il 30 ottobre, conferirà a Benito Mussolini l’incarico di formare il nuovo governo, sancendo di fatto la collusione e l’avallo della monarchia nell’ascesa della dittatura. Ebbene, quando il 29 ottobre le guardie regie sparano sui baldanzosi fascisti all’attacco della sede dell’Avanti! di via Lodovico Settala, lo fanno perché credono – o meglio, chi li comanda – che lo stato d’assedio sia stato firmato dal Re. Una volta scoperto che ciò non è, le guardie regie a difesa della sede del giornale si ritirano, lasciando il campo alla devastazione fascista. 

Gli ambienti della tipografia e della redazione sono vandalizzati: mobili – sedie, armadi, scrivanie – e materiali vari sono gettati dalle finestre in pezzi, le porte sfondate. I danni alle macchine sono ingenti, dalle linotypes alla grande rotativa alla quale sono rubati i motori. Non è la sede di un giornale ma il teatro di un saccheggio di una distruzione “di guerra”. 

Anche dopo questo ennesimo attacco gli sforzi dei sostenitori dello storico giornale mirano a ricostruire quanto è stato distrutto, tuttavia l’ombra della dittatura si allunga. Il 31 ottobre del 1926 l’Avanti! È costretto ad interrompere le pubblicazioni, vittima delle leggi volte a fascistizzare lo stato; continuerà ad essere pubblicato in esilio. Durante la Resistenza il giornale circolerà clandestinamente nell’Italia occupata, in diverse edizioni, con il sottotitolo «Giornale del partito socialista di unità proletaria». Curato nella clandestinità da Guido Mazzali e Renato Carli Ballola, l’Avanti! Si caratterizzerà per la linea anti badogliana, la manifesta volontà di costruire una società socialista e di instaurare la repubblica

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Porta Venezia
Indirizzo: via Lodovico Settala, 22
Comune: Milano
Provincia: Milano (MI)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.47951 – Longitudine 9.20526

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Tag:

FONTI

Bibliografia

A. Gaetano, Storia dell’Avanti!, a cura di F. Assante, Giannini, 2002 (ed. Orig. 1958)

D. Gabusi, La stampa della Resistenza, in Storia d’Italia nel secolo ventesimo. Strumenti e fonti, a cura di C. Pavone, Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, 2006.

Sitografia

Gli assalti, le devastazioni e gli incendi all’”Avanti!” di Milano tra il 1919 ed il 1922, editoriale pubblicato sul sito www.socialismoitaliano1892.it consultato il 23/7/2025

Milano – Via Settala – Sede dell’ “Avanti” – Fascisti, scheda pubblicata sul sito www.lombardiabeniculturali.it consultato il 23/7/2025

M.V, Milano, scoperta una lapide in via Settala per ricordare l’assalto fascista alla sede del quotidiano L’Avanti! nel 1922, articolo pubblicato sul sito www.sestonotizie.it consultato il 23/7/2025

Milano è Memoria. La città ricorda la sede dell’Avanti! Assaltata e distrutta dai fascisti il 29 ottobre 1922, articolo pubblicato sul sito www.comune.milano.it consultato il 23/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 29/10/1922

Cognome / Nome: non determinabile

Formazioni d’appartenenza: non determinabile

Data/e opera: non determinabile. Sappiamo solo che fu inaugurata il 31/10/2023 

Autore/i: non determinabile

Note: lapide visibile e liberamente accessibile

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TARGA IN RICORDO DELL’ASSALTO FASCISTA ALLA SEDE DELL’AVANTI! IN VIA SETTALA A MILANO

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LA ZONA LIBERA DI VARZI

LA ZONA LIBERA DI VARZI

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Diversamente da altre zone libere attive tra l’estate ed il tardo autunno del 1944, la città di Varzi non presenta monumenti dedicati in particolare all’esperienza di autogoverno partigiano che qui prese il via nel settembre del 1944, protraendosi per circa una sessantina di giorni. I luoghi della memoria costellano tuttavia il territorio; alcuni sono dedicati alla memoria dei partigiani che qui combatterono e morirono durante la guerra di liberazione e la guerra civile (1943-1945), di altri invece vi sono riferimenti solo nelle fonti, come accade per il castello Malaspina. Tra i luoghi più significativi rientra la “Casa del partigiano” Primula Rossa (Angelo Ansaldi), situata nei pressi di Varzi e segnata da una lapide che reca scritto: 
LA CROCETTA
DA QUESTO LUOGO CAPOSALDO
PARTIGIANO IL 18-9-1944 
LA BRIGATA CAPETTINI 
AL COMANDO DI
PRIMULA ROSSA “ANGELO ANSALDI”
MOSSE ALLA LIBERAZIONE DI 
VARZI.

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Nel 2019 Varzi viene insignita della medaglia d’oro al Valore militare per l’attività svolta durante la Resistenza; la medaglia è stata attribuita alla bandiera storica del comune, conservata presso la sede del Municipio di Varzi.

Estate 1944. Anche nei territori dell’Oltrepò Pavese le azioni partigiane si moltiplicano. Tra le combattive unità partigiane attive nei pressi della valle Staffora figurano la 51ª Brigata Garibaldi “Capettini”, guidata da Domenico Mezzadra “l’Americano” e Angelo Ansaldi “Primula Rossa” e l’87ª Brigata Garibaldi “Crespi”, comandata da Mario Colombi “Mario”. Vi è poi la Brigata Garibaldi “Casotti”, comandata da Luchino Dal Verme “Maino”. Le tre brigate – “Capettini”, “Crespi” e “Casotti” – daranno poi vita, con l’aggiunta della Brigata autonoma “Staffora” e di una brigata Matteotti, alla celebre divisione Garibaldi “Aliotta”, posta sotto il comando di Mezzadra “l’Americano” ed il vicecomando di Carlo Barbieri “Ciro”. 

Le crescenti offensive partigiane si traducono in una riconquista “a tappe” del fondovalle per arrivare poi a concentrare le proprie attenzioni sull’abitato di Varzi, posizionato in una conca della Valle Staffora. La cittadina, caposaldo della Repubblica Sociale Italiana – RSI dopo le operazioni di rastrellamento svolte in agosto, viene posta sotto assedio dalla “Capettini” per tre giorni, a partire dal 16 settembre: da un lato i partigiani, dall’altro gli alpini della divisione “Monterosa”, facenti parte delle truppe di Salò. Il giorno 18 settembre 1944 un’azione tedesca punta nel corpo dello schieramento partigiano portando l’attacco sulle direttrici Torre degli Alberi, Valverde e Varzi; la reazione partigiana è risoluta. Il 19 settembre intensi scontri si svolgono tra le case del centro abitato. La sera dello stesso giorno si arrende ai partigiani il presidio fascista asserragliato nei locali delle scuole. Gli alpini della “Monterosa” che si arrendono sono circa 170 e sono comandati dal capitano Terrabrami: quando viene offerto loro di scegliere se abbandonare Varzi con le proprie armi individuali o di rimanere a combattere tra le file della Resistenza, in 150 decidono di aderire alla causa partigiana. I combattimenti tuttavia non cessano con la resa degli uomini della Monterosa ed anzi piccole unità continuano a scontrarsi tra le vie e le case, dove i franchi tiratori fascisti, nascosti negli edifici, rappresentano una mortale minaccia per le forze della Resistenza. Un supporto fondamentale per risolvere il fastidioso problema dei cecchini viene da un reparto di cecoslovacchi, disertori dell’esercito tedesco, che milita ora tra le file dei partigiani. Sono questi “partigiani della Wehrmacht”, circa una trentina, ad utilizzare negli scontri una mitragliatrice pesante. Proprio la potente arma – una 20 millimetri – con la sua potenza di fuoco contribuisce a spegnere gli ultimi focolai di resistenza dei militi fascisti: il 24 settembre Varzi è libera. Il prezzo pagato dai partigiani è di tre caduti in combattimento, oltre naturalmente ai diversi feriti. Tra i partigiani gli uccisi, oltre ad Angelo Salvaneschi e Arturo Albertazzi, vi è Lorenzo Togni “Enzo”, giovane comandante di distaccamento. 

La liberazione di Varzi merita una menzione speciale poiché si tratta di uno dei rari casi, nella guerra di Liberazione, in cui una cittadina di fondovalle viene conquistata a seguito di uno scontro aperto con i nazifascisti e non per via di un abbandono dei presidi nemici. 

La nuova condizione della cittadina consente ben presto la nascita e lo sviluppo di un’intensa attività amministrativa che, tra fine settembre e novembre, si trova a coinvolgere una buona varietà di campi. Come primo passo il Comitato di Liberazione Nazionale – CLN locale, guidato da Guido Versari, organizza un’assemblea pubblica nel Teatro di Varzi, nel contesto della quale viene nominata una Giunta comunale popolare. L’organo ha il compito di affiancare l’avvocato Fortunato Repetti, nell’attività amministrativa. Un aspetto singolare risiede proprio nella figura del primo cittadino: Repetti gestiva l’amministrazione pubblica prima dell’arrivo dei partigiani, i quali tuttavia, reputandolo una persona valida nello svolgimento del proprio compito, continuano ad avvalersi delle sue competenze. I provvedimenti adottati durante l’esistenza della zona libera sono diversi ed interessano vari ambiti: ciò che emerge leggendoli è tanto la volontà di immaginare l’Italia democratica del futuro, quanto la necessità di risolvere problemi immediati, dettati cioè dalla situazione di guerra e dalla scarsità di risorse che essa comportava. 

Tra le misure adottate si segnalano: l’istituzione di una Guardia civica per garantire l’ordine nella zona libera, l’intervento volto alla regolamentazione dei prezzi (borsa nera e speculazioni in generale sono fenomeni diffusi nell’Italia del contesto bellico e resistenziale) e la distribuzione dei generi alimentari. La gestione della giustizia avviene per via autonoma, per quanto riguarda i crimini minori: in questo contesto le commissioni popolari agiscono in sostituzione dei tribunali fascisti. Non mancano le inizitiave di solidarietà in favore delle famiglie più bisognose e tramite l’azione collettiva vengono riparati edifici e strade danneggiate dai bombardamenti. Sono rimesse in funzione le scuole e l’ospedale; per i pagamenti di stipendi e forniture si fa ricorso all’emissione di appositi buoni. Vi è poi un esempio di “collaborazione partigiana”; la Zona libera di Varzi e la vicina Zona libera di Bobbio si trovano infatti a cooperare in ambiti che spaziano dal trasferimento dei feriti alla diffusione della varia stampa in sostegno della causa partigiana.

La Zona libera di Varzi segue il destino delle altre realtà analoghe che si trovano ad esistere nell’Italia occupata tra l’estate e l’inverno del 1944. Tra il 27 novembre ed i primi giorni di dicembre un grande rastrellamento coinvolge la cittadina adagiata nel fondovalle. I partigiani non possono resistere all’urto delle truppe regolari tedesche e ben presto i nazifascisti rientrano rientrano a Varzi, ponendo di fatto fine agli intensi “sessanta giorni di libertà”.

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: centro storico
Indirizzo: piazza Umberto I, 9
Comune: Varzi
Provincia: Pavia (PV)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 44.82339 – Longitudine 9.19717

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FONTI

Bibliografia

C. Demuru, La libertà non è un dono. Varzi, zona libera 1944-1945, Guardamagna, 2012

Sitografia

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Zone libere e repubbliche partigiane, scheda pubblicata sul sito www.anpi.it consultato il 23/7/ 2025

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, sezione Voghera, Angelo Ansaldi (“Primula rossa”), profilo biografico pubblicato sul sito lombardia.anpi.it consultato il 23/7/2025

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, sezione Voghera, Domenico Mezzadra (“Americano”), profilo biografico pubblicato sul sito 

lombardia.anpi.it consultato il 23/7/2025

Divisione Garibaldi Aliotta, scheda pubblicata sul sito www.deportatibrescia.it consultato il 23/7/2025

F. Costa, Appunti per una «storia della resistenza nell’Oltrepo Pavese», saggio pubblicato sul sito www.reteparri.it consultato il 23/7/2025

G. Guderzo, L’altra repubblica: Varzi e la zona libera 1944, articolo pubblicato sul sito www.gracpiacenza.com consultato il 23/7/2025

La bella medaglia alla bella Varzi, articolo pubblicato sul sito www.patriaindipendente.it consultato il 23/7/2025

Lorenzo Togni, profilo biografico pubblicato sul sito www.memorieincammino.it consultato il 23/7/2025

Medaglia d’oro al Valor militare alla città di Varzi, comunicato stampa pubblicato sul sito lombardia.anpi.it consultato il 23/7/2025

Zona libera di Varzi, scheda pubblicata sul sito lombardia.anpi.it consultato il 23/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 16-24/9/1944 – 27/11/1944

Cognome / Nome: non determinabile

Formazioni d’appartenenza: non determinabile

Data/e opera: non determinabile. Sappiamo che la medaglia d’oro al Valor militare venne attribuita alla città di Varzi nell’aprile del 2019

Autore/i: non determinabile

Note: nessun riferimento agli eventi (non vi sono lapidi o iscrizioni di riferimento)

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