TARGA IN RICORDO DI GIAN MARIA PAOLINI AD ANCONA

TARGA IN RICORDO DI GIAN MARIA PAOLINI AD ANCONA

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TARGA IN RICORDO DI GIAN MARIA PAOLINI AD ANCONA

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Gian Maria (o Gianmaria) Paolini nacque a Torino il 17 gennaio 1919, figlio del medico Vittorio Paolini e di Paola Balbo; la famiglia, appartenente al ceto benestante della borghesia, era originaria di Garessio, nel Cuneese. Ragazzo studioso e diligente, nel 1939 si diplomò al liceo classico e, l’anno successivo, si iscrisse all’università alla facoltà di Giurisprudenza. Il 27 novembre 1940 entrò nella Regia Guardia di Finanza, frequentando come allievo ufficiale il corso “Val d’Astico” presso la caserma “Vittorio Emanuele III” di Roma. Il 1° settembre 1942 venne promosso a sottotenente; il 1° dicembre del medesimo anno, accogliendo un’istanza da lui avanzata nei mesi precedenti, venne mandato a Trieste, centro di mobilitazione dell’XI battaglione mobilitato, attivo nei Balcani, per poi essere destinato al comando della Tenenza di Stretto, in Dalmazia.

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Alla firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943, Paolini si rifiutò di cooperare con i nazifascisti, e subito si schierò con le bande partigiane jugoslave. Dopo aver racimolato munizioni e armi, assieme ad altri finanzieri e militari italiani si imbarcò a Sebenico (Croazia), su di una motovedetta della Guardia di Finanza e, nella notte dell’11 settembre, sbarcò nelle Marche, a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno). Entrato in contatto con i resistenti del locale Comitato di liberazione nazionale (Cln), Gian Maria Paolini organizzò una banda partigiana autonoma (la cosiddetta banda “Paolini”), e iniziò a contrastare con azioni di guerriglia gli occupanti tedeschi e i repubblichini nella zona del monte dell’Ascensione e di località quali Montalto delle Marche e Rotella. Nella sua formazione militarono finanzieri, soldati, ex prigionieri alleati e semplici cittadini; tra le loro imprese, si ricorda il salvataggio della flottiglia dei motopescherecci di San Benedetto del Tronto che, evitati i tedeschi, riuscì ad arrivare nell’Italia meridionale già liberata dagli angloamericani. Il 15 settembre 1943 Paolini, dopo aver distribuito, nella stazione di San Benedetto, bombe a mano ai civili qui riuniti per far fronte contro i nazifascisti, sparò a un soldato tedesco e si diede alla macchia, avanzando verso l’entroterra delle Marche, agendo inizialmente nella zona di Acquaviva Picena, Ripatransone e del torrente Tesino. In questa prima fase, Gian Maria Paolini e la sua formazione vennero aiutati e agevolati dal carabiniere Carlo Alberto dalla Chiesa (1920-1982), che fece di tutto per ostacolare gli occupanti. La banda “Paolini” mise in salvo, tramite pescherecci diretti al sud, numerosi militari alleati; spostatasi in località Ponte Rotto, ebbe subito l’appoggio della popolazione civile, che volle così ripagare i partigiani per il soccorso che portarono durante i bombardamenti e per aver distribuito gratuitamente il grano conservato nei silos. Dal momento che i fascisti di Giuseppe Roscioli misero una taglia sulla testa di Paolini, il finanziere e i suoi si trasferirono tra Acquaviva Piceno e Rovetino; qui ebbero numerosi scontri vittoriosi con i repubblichini, si opposero ai rastrellamenti nazisti, aiutarono altre formazioni di resistenti.

A febbraio 1944, alla luce del grande numero di militanti, la banda “Paolini” si divise in due gruppi: il primo, guidato da Gian Maria Paolini e attivo in tutta la regione, il secondo invece lasciato in riserva a Rovetino. A marzo dello stesso anno, i nazisti iniziarono una feroce offensiva contro i combattenti in Umbria e nelle Marche, mietendo vittime anche tra i partigiani di Paolini: i sopravvissuti entrarono in altre formazioni locali, mentre Gian Maria venne inviato in missione segreta al nord, destinazione Firenze e poi Torino, assieme ad altri patrioti. Giunti a Macerata, decisero di separarsi, e Paolini procedette con l’alpino Settimio Berton e il cannoniere Francesco Fiscoletti (altrove riportato come Filiberti); dopo un’estenuante marcia a piedi, si impossessarono di un’autovettura e procedettero con quella. Il 22 marzo 1944 i tre eroi vennero fermati a Loro Ciuffenna (Arezzo) dai fascisti; imprigionati nelle carceri di Montevarchi, vennero poi spostati in quelle di San Giovanni Valdarno e, senza processo, vennero condannati a morte. Essendosi i sangiovannesi opposti a un’esecuzione nella piazza principale della città, la mattina del 24 aprile 1944 i tre giovani partigiani vennero portati lontani dall’abitato, nella zona boscosa di Santa Lucia, poco distante da San Giovanni Valdarno, e furono fucilati da un plotone della Polizia ausiliaria, al comando del sottotenente Renato Tartarotti: Gian Maria Paolini aveva venticinque anni. Le loro salme, in un primo momento tumulate nel cimitero locale, il 24 aprile 1946 vennero riesumate e portate nei paesi d’origine: Paolini venne quindi sepolto nella cappella di famiglia nel camposanto di Garessio. 

Nel 1948, Paolini è stato insignito dell’onorificenza della Medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: “Valoroso ufficiale reagiva con indignazione ad atti di crudeltà commessi da militari tedeschi in sosta in una stazione ferroviaria, costringendo con lancio di bombe a mano il convoglio nemico ad allontanarsi. Al comando di una banda di partigiani sosteneva per un intero ciclo operativo numerosi scontri con i nazifascisti distinguendosi per coraggio, ardimento e sprezzo del pericolo. Catturato dall’avversario veniva condotto al supplizio che seppe affrontare con fermezza al grido di Viva l’Italia”.

A San Benedetto del Tronto è stata dedicata una via a Gian Maria Paolini. Ad Ancona, nel chiostro interno della caserma a lui intitolata, sede del Comando regionale Marche Guardia di Finanza, nel 1984 è stata appesa una targa commemorativa in marmo bianco, di formato rettangolare, recante incisa a lettere capitali la motivazione del conferimento della Medaglia d’argento al valor militare. In Toscana, nel 2011, nella sala d’aspetto della caserma della Guardia di Finanza di San Giovanni Valdarno, è stata collocata una lastra con iscritta la motivazione dell’onorificenza; inizialmente, la lapide era ubicata nella caserma della Guardia di Finanza di Pisa.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Ancona
Indirizzo: caserma Paolini, piazza del Plebiscito, 35
Comune: Ancona
Provincia: Ancona (AN)
Regione: Marche
Coordinate geografiche: Latitudine 43.61937 – Longitudine 13.51249

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FONTI

Bibliografia

G. Oliva, La Guardia di Finanza nella Resistenza e per la Liberazione, Roma, edizione curata dalla Scuola di polizia tributaria, 1985, pp. 106-109

M. Poveromo, I nostri morti nella guerra 1940-1945, Udine, Tipografia editrice Arti grafiche friulane, 1949, pp. 139-141

Sitografia

G. Fulvetti, SANTA LUCIA SAN GIOVANNI VALDARNO 24.04.1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 6/2/2026

BREVI CENNI STORICI SULLA BANDA PARTIGIANA “PAOLINI” OPERANTE NELLE MARCHE, articolo pubblicato sul sito www.anpiosimo.it consultato il 6/2/2026

Paolini, Gian Maria, scheda pubblicata sul sito partigianiditalia.cultura.gov.it consultato il 6/2/2026

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 17/1/1919 – 24/4/1944

Cognome / Nome: Paolini Gian Maria 

Formazioni d’appartenenza: Regia Guardia di Finanza, XI battaglione mobilitato; banda “Paolini”

Data lapide: 26/6/1984

Autore: non determinabile

Note: targa non visibile e non liberamente accessibile, essendo posta nel chiostro interno della caserma sede del Comando regionale Marche Guardia di Finanza

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TARGA IN MEMORIA DI DOMENICO CARLOMAGNO E DI ALTRI PARTIGIANI, A LAURIA

TARGA IN MEMORIA DI DOMENICO CARLOMAGNO E DI ALTRI PARTIGIANI, A LAURIA

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TARGA IN MEMORIA DI DOMENICO CARLOMAGNO E DI ALTRI PARTIGIANI, A LAURIA

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Domenico Carlomagno nacque il 31 ottobre 1923 in Basilicata, a Lauria (Potenza). Durante la Seconda guerra mondiale, all’età di diciannove anni, il 28 luglio 1943 si imbarcò sulla nave “Italia” che, partita dal porto di Bari, giunse a Durazzo, in Albania. Qui entrò nel 26° reggimento Autieri, compagnia di smistamento, e fu operativo al 162° autoparco pesante – posta militare. 

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i tedeschi occuparono l’Albania e Carlomagno, assieme ad altri militari italiani, fu fatto prigioniero; il 17 settembre, assieme ad alcuni ufficiali, sotto la guida del colonnello comandante del 104° auto gruppo riuscì a fuggire dal campo di prigionia. Domenico si unì convintamente alla Resistenza locale, militando nella Brigata partigiana albanese; durante un combattimento nell’Albania centrale a Elbasan, città situata sulla sponda destra del fiume Shkumbini, venne catturato per la seconda volta dai nazisti, e spedito nel campo Pi Park 533 di Bitola (Macedonia del Nord), in quella porzione di territorio all’epoca amministrata dalla Bulgaria, nazione alleata dei nazifascisti.

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Il 18 settembre 1944, quando la Bulgaria venne sconfitta dall’Unione Sovietica, Domenico Carlomagno evase dal campo di concentramento e, rifugiatosi tra i monti, entrò nei ranghi dell’Esercito di liberazione nazionale jugoslavo. Sino al 10 febbraio 1945 lottò nella 7a brigata d’assalto; rimasto a Skopje, capitale della Macedonia del Nord, a dicembre dello stesso anno si trasferì a Belgrado, da pochi giorni divenuta capitale della Repubblica socialista federale di Jugoslavia: qui entrò nel battaglione Unità partigiani italiani. Il 26 maggio 1946 Domenico si imbarcò a Spalato (Croazia), destinazione Venezia; il 1° giugno giunse infine a Lauria. 

Domenico Carlomagno morì nella sua città natale il 17 marzo 2016, a novantadue anni.

A Lauria, il 25 aprile 2025, in occasione dell’80° anniversario della Liberazione, è stata inaugurata una targa rettangolare in pietra chiara dedicata ai partigiani laurioti. Oltre a Domenico Carlomagno, vengono ricordati Emilio Roberto Bello, Giuseppe Carlomagno, Domenico Michele Cosentino, Gaetano Cosentino, Emidio D’Angelo, Rolando Mario Arturo Antonio Giordano Orsini, Giuseppe La Banca, Armando Melazzi, Emidio Rossini e Giacomo Scaldaferri.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Lauria
Indirizzo: strada Provinciale 3 Tirrena, 1, via 25 Aprile
Comune: Lauria 
Provincia: Potenza (PZ)
Regione: Basilicata
Coordinate geografiche: Latitudine 40.05154 – Longitudine 15.83879

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FONTI

Sitografia

Carlomagno, Domenico, scheda pubblicata sul sito partigianiditalia.cultura.gov.it consultato il 1/12/2025

Domenico Carlomagno, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 1/12/2025

Lapide ai partigiani, scheda pubblicata sul sito memo.anpi.it consultato il 1/12/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 31/10/1923 – 17/3/2016

Cognome / Nome: Carlomagno Domenico

Formazioni d’appartenenza: Regio Esercito, 26° reggimento Autieri, compagnia di smistamento; Brigata partigiana albanese; Esercito di liberazione nazionale jugoslavo, 7a brigata d’assalto; battaglione Unità partigiani italiani 

Data lapide: 25/4/2025

Autore: non determinabile

Note: targa visibile e liberamente accessibile

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STRADA INTITOLATA AD ALFREDO MALGERI A MARCIANISE

STRADA INTITOLATA AD ALFREDO MALGERI A MARCIANISE

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STRADA INTITOLATA AD ALFREDO MALGERI A MARCIANISE

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Alfredo Malgeri, figlio di Vincenzo Malgeri, impiegato dell’Agenzia delle imposte, nacque il 14 agosto 1892 a Reggio Calabria, in una famiglia di origini borghesi. Studiò presso l’istituto tecnico della città d’origine, diplomandosi come geometra. 

Il 5 novembre 1912 Alfredo entrò nella Guardia di finanza; durante la Prima guerra mondiale ottenne il grado di comandante di plotone, in seguito divenne comandante di reparti territoriali e di istruzione delle Fiamme gialle: tra questi, guidò anche l’11a legione territoriale Salentina. Ebbe legami con la città campana di Marcianise (Caserta): sposò, infatti, una ragazza marcianisana, Orsola Grauso.

Alla firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943, Alfredo Malgeri era comandante della IIIa legione della Guardia di finanza nella caserma “5 giornate” di Milano, ubicata in via Melchiorre Gioia; sin da subito, aderì convintamente alla Resistenza, instaurando rapporti con i partigiani e con il Corpo volontari della libertà (CVL).

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Inoltre, Malgeri si impegnò affinché migliaia di ebrei, ricercati politici, soldati sbandati, ex detenuti alleati e renitenti alla leva riuscissero a varcare il confine e a rifugiarsi in Svizzera, sfuggendo così alla cattura da parte dei nazifascisti. Per di più, sovente si recò nel carcere milanese di San Vittore per chiedere la liberazione di finanzieri imprigionati, ed ebbe colloqui con le gerarchie tedesche per impedire loro di deportare nei lager alcuni prigionieri.

Nelle fasi finali della Guerra di liberazione, a febbraio 1945, Alfredo Malgeri prese accordi con il maggiore Egidio Liberti, capo delle formazioni partigiane di Giustizia e libertà, e con il Comitato di liberazione nazionale (Cln), e venne stabilito che la Guardia di finanza avrebbe preso parte attiva all’insurrezione contro gli occupanti. Ad aprile decise con Raffaele Cadorna, generale del CVL, che le Fiamme gialle avrebbero fiancheggiato i partigiani nella rivolta generale; il 24 aprile, la caserma in via Melchiorre Gioia venne messa in stato di allerta, e i finanzieri presero un deposito di armi automatiche della polizia ausiliaria fascista. Tra il 25 e il 26 aprile 1945, il tenente della Guardia di finanza Augusto de Laurentiis, ufficiale di collegamento tra il Comitato di liberazione Alta Italia e il reggimento di formazione delle Fiamme gialle, inviò a Malgeri l’ordine scritto di insurrezione generale. Alfredo Malgeri, alla guida di ventitré ufficiali e quattrocento sette finanzieri, all’alba del 26 aprile si impossessò della Prefettura di Milano; nelle ore seguenti conquistò il palazzo della Provincia, il Municipio, il Comando militare regionale dell’esercito della Repubblica sociale italiana, la sede dell’Ente italiano audizioni radiofoniche – EIAR. Come concordato con il Cln, una volta occupati tutti questi punti nevralgici, Malgeri fece suonare per tre minuti di fila le sirene dell’allarme antiaereo: Milano era finalmente libera dal giogo nazifascista. Il 6 maggio, le truppe da lui guidate furono passate in rassegna dal generale statunitense Willis D. Crittenberger, giunto in città il 30 aprile.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Alfredo Malgeri venne promosso a generale di brigata e confermato di stanza a Milano; il 24 maggio 1968 fu insignito dell’onorificenza di Grande ufficiale ordine al merito della Repubblica italiana e, nel 1971, della Medaglia d’oro conferitagli dall’allora sindaco di Milano, Aldo Aniasi. Malgeri morì a Milano il 10 giugno 1977, all’età di ottantaquattro anni. Seppellito in un colombario del Cimitero monumentale del capoluogo lombardo, è stato iscritto nel 2002 tra i “Cittadini benemeriti” del Famedio; nel 2019, il Comune di Milano ha deliberato di tumulare le sue ceneri nella cripta dello stesso Famedio (reparto XIX Ponente, casella 3). 

Il 31 ottobre 2007 il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, gli ha conferito la Medaglia d’oro al valore della Guardia di finanza (postuma), con la seguente motivazione: “In difficilissima situazione politico militare, quale comandante di legione in zona di altissimo valore strategico, si opponeva con decisione e con grave rischio personale agli intendimenti del governo fascista repubblicano di utilizzare la Guardia di Finanza contro l’espatrio clandestino di ebrei e perseguitati ed in operazioni antiguerriglia contro la resistenza. Collegatosi segretamente con il comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, poneva il suo comando al centro dell’attività cospirativa contro i nazifascisti, fornendo ai patrioti armi, munizioni e documenti falsi. Il 25 aprile 1945, alla testa di un reggimento di formazione composto esclusivamente da finanzieri, occupava i gangli vitali ed i principali uffici pubblici di Milano, scacciandone gli occupanti. Alle ore 08,00 del successivo 26 aprile aveva l’alto privilegio di annunciare, con il suono delle sirene, l’avvenuta liberazione del capoluogo e delle principali città lombarde. Fulgido esempio di onore militare e di cosciente dedizione al corpo ed alla patria”.

A Marcianise, paese d’origine della moglie Orsola Grauso, una via è stata intitolata ad Alfredo Malgeri. A Milano, nel 2018 gli hanno dedicato i giardini in via Monte Grappa (angolo via Melchiorre Gioia).

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Marcianise 
Indirizzo: via Alfredo Malgeri 
Comune: Marcianise
Provincia: Caserta (CE)
Regione: Campania
Coordinate geografiche: Latitudine 41.03372 – Longitudine 14.31417

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Tag:

FONTI

Bibliografia

A. Malgeri, L’occupazione di Milano e la liberazione, terza ristampa, Milano, Comune di Milano Raccolte storiche, 2005

M. Poveromo, I nostri morti nella guerra 1940-1945, Udine, Tipografia editrice Arti grafiche friulane, pp. 206-211

Sitografia

G. Severino, Malgeri, Alfredo, profilo pubblicato sul sito www.icsaicstoria.it consultato il 25/1/2026

Malgeri Alfredo, profilo biografico pubblicato sul sito www.unimri.it consultato il 25/1/2026 

Malgeri, Alfredo, scheda pubblicata sul sito partigianiditalia.cultura.gov.it consultato il 25/1/2026

Malgeri Col. Alfredo, scheda pubblicata sul sito www.quirinale.it consultato il 25/1/2026

Malgeri Gen. Alfredo, scheda pubblicata sul sito www.quirinale.it consultato il 25/1/2026

Monumentale. L’onore del Famedio al Generale Alfredo Malgeri, articolo pubblicato sul sito www2.comune.milano.it consultato il 25/1/2026

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 14/8/1892 – 10/6/1977

Cognome / Nome: Malgeri Alfredo

Formazioni d’appartenenza: Regia Guardia di Finanza, IIIa legione

Data lapide: non determinabile

Autore: non determinabile

Note: segnaletica visibile

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STRADA INTITOLATA A SILVIO BONFANTE A IMPERIA

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STRADA INTITOLATA A SILVIO BONFANTE A IMPERIA

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Silvio Bonfante nacque il 3 agosto 1921 a Oneglia (Imperia), figlio di Raffaele Bonfante e Orsolina Moirano; a Imperia risiedette in via Menotti Serrati. Dopo aver compiuto gli studi in seminario, all’età di quattordici anni decise di andare a lavorare, e svolse le mansioni di aiutante fuochista su di una nave mercantile e di operaio del pastificio “Agnesi”. Dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, fu chiamato alle armi e arruolato nella Regia Marina, destinato in un primo momento al deposito Corpo degli equipaggi militari marittimi di La Spezia, successivamente trasferito al distaccamento della Marina a Roma.

Alla firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943, Silvio Bonfante aderì alla Resistenza, tornando in Liguria e unendosi alle prime bande partigiane della zona dell’Imperiese. Con il nome di battaglia “Cion”, dall’autunno 1943 divenne vicecomandante della 6° divisione “Garibaldi Bonfante”, 3ª Brigata Garibaldi “Bacigalupo”.

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Guidò numerose azioni di contrasto e guerriglia contro i nazifascisti, specialmente sulla strada di Diano Marina; prese parte anche alla cattura, nella Valle Cervo (Biella), di ottanta militi repubblichini della divisione fanteria di marina “San Marco”, nonché alla battaglia di Montegrande (4-5 settembre 1944), nei pressi di San Bernardo di Conio (Imperia). Nell’ottobre 1944, durante uno scontro con i tedeschi e i fascisti a Vessalico (Imperia), Silvio Bonfante venne ferito a una gamba, e ricoverato a Upega (Cuneo) in un improvvisato ospedale da campo partigiano. Il 17 ottobre 1944 la struttura venne accerchiata dai nazifascisti: Bonfante, per non cadere in mano ai nemici e per permettere ai compagni di mettersi in salvo, si tolse la vita all’età di soli ventitré anni.

Il 14 giugno 1947 Silvio Bonfante è stato insignito dell’onorificenza della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: “In nove mesi di continua lotta contro i nazifascisti creava intorno a sé con le sue epiche gesta un’aureola di eroica leggenda. Trascinatore entusiasta e combattente valorosissimo ebbe largo seguito di giovani che animati dal suo valore accorrevano ad impugnare le armi per la redenzione della Patria. Ferito durante un cruento combattimento e raccolto in un ospedale da campo che veniva circondato da SS. tedesche, visto cadere al suo fianco il medico che lo curava e preclusa ogni via di scampo, per non fare trucidare i porta feriti e non cadere vivo nelle mani del nemico, si uccideva, concludendo la sua vita col volontario supremo sacrificio. Fulgido esempio di valore e di sublime altruismo”.

A Silvio Bonfante “Cion” sono state intitolate strade a Imperia, Albenga e Diano Marina. È inoltre ricordato in una targa commemorativa a Savona, in via De Marchi, dedicata al medico e partigiano cattolico Gianfrancesco De Marchi (21 gennaio 1917 – 17 ottobre 1944), in servizio presso l’ospedale da campo nel quale era degente Bonfante. Inoltre, all’entrata del paese di Upega è presente un cippo in memoria di “Cion”.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Imperia 
Indirizzo: via Silvio Bonfante 
Comune: Imperia
Provincia: Imperia (IM) 
Regione: Liguria
Coordinate geografiche: Latitudine 43.889543 – Longitudine 8.041037

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FONTI

Bibliografia

D. La Corte, Il coraggio di Cion. La vera storia di del partigiano Silvio Bonfante, Saluzzo, Fusta editore, 2016

Sitografia

Bonfante, Silvio, scheda pubblicata sul sito partigianiditalia.cultura.gov.it consultato il 24/7/2026

Bonfante Silvio, scheda pubblicata sul sito www.quirinale.it consultato il 24/7/2026

Silvio Bonfante, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 24/7/2026

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 3/8/1921 – 17/10/1944

Cognome / Nome: Bonfante Silvio

Formazioni d’appartenenza: Regia Marina; bande partigiane dell’Imperiese; 6° divisione “Garibaldi Bonfante”, 3ª Brigata Garibaldi “Bacigalupo”

Data lapide: non determinabile

Autore: non determinabile

Note: segnaletica visibile

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STRADA INTITOLATA A SERGIO DE VITIS A LETTOPALENA

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STRADA INTITOLATA A SERGIO DE VITIS A LETTOPALENA

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Sergio De Vitis nacque in Abruzzo, a Lettopalena (Chieti), il 7 aprile 1920, figlio di Felice De Vitis (impiegato) e Valeria Ellena (maestra elementare). Dopo aver studiato presso il locale collegio dei Salesiani, si trasferì con la famiglia in Piemonte, a Frossasco (Torino), dove frequentò il liceo e risiedette in via Pascarenghi 14; nel 1933 fu tesserato dalla madre come fanciullo di Azione cattolica.

Sergio si iscrisse all’Accademia militare di Modena e, nel 1942, ottenne il grado di sottotenente in servizio permanente effettivo nel 3° reggimento alpini; seguì il corso applicativo presso la Scuola di fanteria di Parma e, successivamente, quello di specializzazione alla Scuola centrale militare di Aosta. Venne, infine, inserito nel battaglione “Val Chisone” del 4° gruppo alpini “Valle”, di stanza nei Balcani, in Montenegro, dove partecipò alle operazioni belliche.

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Rientrato in Italia, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 non rispose alla chiamata alle armi da parte della Repubblica di Salò e aderì alla Resistenza, rifugiandosi nei monti vicino ad Arquata Scrivia (Alessandria). In un secondo momento si spostò a Torino, dove instaurò contatti con Luigi Milano, ex maggiore dell’esercito tra gli organizzatori delle bande partigiani della Val Sangone, nella parte occidentale del Piemonte. De Vitis divenne comandante della 43a divisione autonoma della brigata “Magnone”, poi intitolata divisione “Sergio De Vitis”, e si distinse per il coraggio e l’intraprendenza nei ripetuti scontri con i nazifascisti. Il 26 giugno 1944 guidò un’ampia operazione partigiana di rifornimento di esplosivi e munizioni, attaccando la polveriera di Sangano utilizzata dai nemici come deposito. Dopo che la base venne occupata, iniziò la feroce controffensiva tedesca; un manipolo di otto resistenti venne falcidiato dal fuoco nazista: tra i caduti anche De Vitis, ucciso dai colpi di mitragliatrice all’età di ventiquattro anni. Nei giorni successivi, venne dato il via libera al seppellimento delle salme. Gli altri sette militanti ammazzati furono Mario Bertucci, Bruno Bottino, Massimo Depetris, Giovanni Impionbato, Pantaleone Mongelli, Stefano Nicoletti e Giuseppe Vottero.

Sergio De Vitis è stato insignito dell’onorificenza della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: “Comandante di elette virtù militari, combattente di leggendario valore, in numerosi aspri combattimenti infieriva duri colpi al nemico, catturando interi presidi e facendo cospicuo bottino di materiali da guerra. Durante un audace attacco ad una polveriera, sopraffatto da forze nemiche accorse di rinforzo, sosteneva per quattro ore una impari lotta, finché, costretto a fare ripiegare il proprio reparto, rimaneva con pochi compagni a proteggere il movimento. Dopo avere strenuamente lottato fino all’ultima cartuccia, cadeva in mezzo ai suoi uomini stretti intorno a lui nell’epica difesa. Il nemico, ammirato da tanto valore, gli dava onorata sepoltura ed inviava il drappo per avvolgere la salma”.

A De Vitis sono state intitolate strade in Abruzzo, a Lettopalena (suo paese natale), a Roma, e in Piemonte a Frossasco e Pontepietra. Sempre in provincia di Torino, a Coazze, gli hanno dedicato una piazza. Nel 1945, in occasione del primo anniversario del sacrificio eroico di questi partigiani, è stato inaugurato un cippo commemorativo nel luogo dove vennero uccisi.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Lettopalena 
Indirizzo: via Sergio de Vitis 
Comune: Lettopalena
Provincia: Chieti (CH) 
Regione: Abruzzo
Coordinate geografiche: Latitudine 42.00012 – Longitudine 14.15863

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FONTI

Sitografia

A. Pepe, De Vitis Sergio, profilo biografico pubblicato sul sito biografieresistenti.isacem.it consultato il 23/12/2025

De Vitis Sergio, scheda pubblicata sul sito www.quirinale.it consultato il 23/12/2025

De Vitis, Sergio, scheda pubblicata sul sito partigianiditalia.cultura.gov.it consultato il 23/12/2025

Sergio De Vitis, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 23/12/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 7/4/1920 – 26/6/1944

Cognome / Nome: De Vitis Sergio

Formazioni d’appartenenza: Regio Esercito, 3° reggimento alpini; battaglione “Val Chisone” del 4° gruppo alpini “Valle”; brigata “Magnone”, 43a divisione autonoma

Data lapide: non determinabile

Autore: non determinabile

Note: segnaletica visibile

contatti

STRADA INTITOLATA A SERGIO DE VITIS A LETTOPALENA

tipo di messaggio

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