REPUBBLICA PARTIGIANA DELL’OSSOLA

REPUBBLICA PARTIGIANA DELL’OSSOLA

REPUBBLICA PARTIGIANA DELL’OSSOLA

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

All’interno del Palazzo di Città a Domodossola, in piazza Repubblica dell’Ossola 1, una sala allestita in modo permanente ricorda le vicende della leggendaria Repubblica partigiana dell’Ossola. La “Sala storica della Resistenza di Domodossola”, nota come “consiliare”, fu teatro della nascita della Giunta Provvisoria di Governo il 10 settembre 1944.

L’esperienza dell’autogoverno partigiano in Ossola – insieme ai casi della Carnia e di Montefiorino – viene considerata uno degli esperimenti di zone libere più importanti del contesto della Resistenza italiana. 

Le zone sotto controllo diretto dei partigiani – ossia sgomberate integralmente dalla presenza tedesca e fascista – esistono tra la fine della primavera e l’autunno inoltrato del 1944. Si tratta di casi molto diversi tra loro che però presentano caratteristiche comuni, delle quali la prima e forse più importante può essere considerata la ripresa di una “parola dal basso”.

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All’interno delle zone libere – con le dovute distinzioni tra i casi – la popolazione ha diritto di discutere, di esprimere la propria opinione ed è spesso chiamata ad una partecipazione attiva, attraverso la pratica del voto popolare. Dobbiamo tenere presente che non stiamo parlando di suffragio universale bensì di qualcosa di più localistico e figlio del momento ma certamente di grande valore dopo vent’anni di dittatura: pensiamo, ad esempio, alle giunte formate dai rappresentanti eletti dai capifamiglia a Montefiorino, incaricate dell’elezione dei sindaci all’interno della zona controllata dai partigiani.

Nell’estate del 1944 si verifica il momento di massimo vigore della Resistenza italiana, in quella che verrà definita “la grande estate partigiana”. Analogamente ad altre aree dell’Italia settentrionale, poste sotto l’occupazione tedesca, anche in Ossola le azioni delle formazioni partigiane – imboscate, attacchi a presidi e sabotaggi – sono all’ordine del giorno. I presidi fascisti sparsi nelle vallate laterali dell’Ossola vengono abbandonati dai militi della Repubblica Sociale Italiana – RSI e quando non lo sono vengono conquistati dalle armi partigiane.

Le montagne dell’Ossola sono popolate da formazioni di diverso colore: i partigiani autonomi, caratterizzati dal fazzoletto verde, i partigiani cattolici, con il fazzoletto azzurro ed i partigiani garibaldini, cinti al collo dal fazzoletto rosso. Sotto la pressione di questi gruppi, nel mese di agosto, tedeschi e fascisti perdono progressivamente il controllo delle valli laterali dell’Ossola, trovandosi infine isolati nella città di Domodossola, impossibilitati a comunicare con i propri comandi di pianura del novarese. La città di Domodossola viene liberata attraverso un accordo tra i comandi nazifascisti ed i comandi delle brigate partigiane autonome “Valtoce” e “Valdossola”: i garibaldini, fedeli alla linea secondo la quale con il nemico non si devono stipulare accordi, sono esclusi dalle trattative. 

In ogni caso la mattina del 10 settembre Domodossola è liberata senza sparare un colpo: di lì a breve un proclama militare firmato dal comandante Dionigi Superti stabilisce la creazione di una Giunta Provvisoria di Governo – GPG che si faccia carico dell’amministrazione del territorio. L’area occupata dalla “repubblica partigiana” è vasta e densamente popolata: circa 1.200 km2 per circa 80.000 individui, tra locali, sfollati e partigiani. 

Per gestire tutto questo, dalla confinante Svizzera vengono richiamati importanti esuli antifascisti con il compito di assumere incarichi di governo; questa vicinanza con la Confederazione Elvetica consente di fatto l’afflusso di personalità preparate e famose nel campo dell’antifascismo ed offre al contempo la possibilità che le vicende dell’Ossola liberata finiscano sulle pagine di quotidiani internazionali.  

Ciò che distingue le vicende dell’Ossola va ricercato nel valore dei personaggi che o fanno parte della GPG – Giorgio Ballarini, Mario Bonfantini, don Gaudenzio Cabalà, Emilio Colombo, Severino Cristofoli, Gisella Floreanini, Natale Menotti, Alberto Nobili – o che vi orbitano intorno come collaboratori: Umberto Terracini, Ezio Vigorelli, Carlo Calcaterra, Gianfranco Contini, Piero Malvestiti, Cipriano Facchinetti e Luigi Battisti. In qualità di presidente viene scelto il medico socialista Ettore Tibaldi.

La Giunta lavora instancabilmente ed ogni giorno si riunisce per cercare di risolvere problemi che si rivelano comuni a diverse – se non tutte – zone libere, ma al contempo si spende per prefigurare l’Italia del dopoguerra. Gli ambiti toccati nelle sedute di Giunta, comprovate dai verbali, riguardano economia, finanza, questioni socio-assistenziali e trasmettono bene l’impegno con cui i membri della GPG cercano di gestire una situazione complessa: sono tante le misure teorizzate o messe in campo, spesso finalizzate a risolvere questioni di carattere pratico, come ad esempio la stipula di accordi commerciali con la Svizzera per far fronte ai bisogni primari della popolazione. L’Ossola è un territorio ricco di stabilimenti industriali e centrali idroelettriche ma povero di colture, pertanto viene immaginata – e messa su carta – la possibilità di inviare ai vicini d’oltralpe prodotti industriali in cambio di derrate alimentari. In questo clima vengono elette commissioni interne di fabbrica e risorgono i sindacati liberi. Accanto a questioni di ordine pratico vengono analogamente sviluppate discussioni di importante significato morale: la pena di morta è abolita e viene elaborata una riforma della scuola che, pur essendo solo teorizzata, precorre i tempi. Nei grandi centri abitati del territorio liberato si organizzano il Fronte della Gioventù ed i Gruppi di Difesa della Donna. Dovunque prendono a circolare i fogli delle formazioni partigiane ed i giornali. La popolazione è generalmente entusiasta del momento, per quanto non manchino alcuni episodi spiacevoli tra abitanti e partigiani: la GPG interviene anche su questo punto con la creazione di un corpo di polizia per mantenere l’ordine. Al di là delle narrazioni trionfalistiche, la “Repubblica dell’Ossola” ed i suoi amministratori si scontrano con diversi problemi i quali, oltre alla scarsità di risorse, riguardano i dissapori tra i comandi partigiani di diverso orientamento politico e le certe offensive nazifasciste all’orizzonte.

Viene costituito un Comando Unico militare preposto a coordinare le varie formazioni partigiane il quale tuttavia non funziona e lascia il piccolo esercito partigiano in balia delle sue divisioni interne. 

L’offensiva nazifascista per riprendere l’Ossola viene avviata il 9 di ottobre del ‘44 e può contare su 5.000 uomini. I partigiani non sono in grado – per numeri, addestramento, risorse – di opporsi efficacemente all’azione tedesco-fascista e nel giro di pochi giorni il “fronte” crolla. I partigiani si ritirano e grandissima parte di essi sconfina in Svizzera, braccata dalle colonne nemiche. Tra gli abitanti prende piede il timore del ritorno dei tedeschi e delle possibili rappresaglie: sono in molti anche tra i civili a superare il confine. Gli ultimi membri della Giunta arrivano in Svizzera attraverso il Passo di San Giacomo la notte del 22 ottobre 1944, circondati dalla neve: la Repubblica dell’Ossola è ormai caduta.

Per decenni i racconti attorno a quelle vicende hanno finito per oscillare tra la mitizzazione dell’esperimento di autogoverno e memorie aspramente divise: ancora oggi certi dissapori fanno capolino all’ombra delle montagne. 

Al netto dei limiti, delle ambizioni e delle conquiste, quello dell’Ossola è diventato il caso di Zona libera più celebre nel contesto della Guerra di Liberazione.

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Domodossola
Indirizzo: piazza Repubblica dell’Ossola, 1
Comune: Domodossola
Provincia: Verbano-Cusio-Ossola (VCO)
Regione: Piemonte
Coordinate geografiche: Latitudine 46.11523 – Longitudine 8.29209

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FONTI

Bibliografia

A. Azzari, L’Ossola nella Resistenza italiana, Domodossola, Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, 1954

G. Bocca, Una repubblica partigiana: Ossola, 10 settembre – 23 ottobre 1944, Milano, Il Saggiatore, 2005

S. Peli, Storia della Resistenza in Italia, Torino, Einaudi, 2015

Ne valeva la pena. Dalla “Repubblica” dell’Ossola alla Costituzione repubblicana, a cura di A. Aniasi, Milano, M&B Publishing, 1997 

Sitografia

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Ossola, scheda pubblicata sul sito www.anpi.it consultato il 12/7/2025

P. Bologna, La “repubblica dell’Ossola”, saggio pubblicato sul sito archivio.casadellaresistenza.it consultato il 13/7/2025

Sala storica della Resistenza di Domodossola, pagina pubblicata sul sito www.visitossola.it consultato il 13/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 10/9/1944 – 22/10/1944

Cognome / Nome: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte 

Formazioni d’appartenenza: formazioni partigiane autonome e garibaldine

Data/e opera: 1984; restaurata nel 2004

Autore/i: non conosciuto/i

Note: gli orari sono contingentati in base alle aperture della struttura

contatti

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ECCIDIO DI BAVENO

ECCIDIO DI BAVENO

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Nel pomeriggio del 20 giugno 1944, un gruppo di partigiani attivi sul monte Mottarone e guidato da Franco Abrami organizza un’azione contro le truppe tedesche e fasciste nel comune lacustre di Baveno. All’epoca dei fatti il luogo è già tristemente noto per via dei rastrellamenti di ebrei sul lago Maggiore, qui cominciati nel settembre del 1943. L’obiettivo della puntata partigiana è la cattura di prigionieri fascisti o tedeschi da utilizzare in eventuali trattative per lo scambio di prigionieri: i rastrellamenti delle settimane precedenti – dei quali il più violento è quello condotto in Valgrande – si sono risolti non solo con l’uccisione ma anche con la cattura di molti combattenti della Resistenza. La pattuglia incaricata di svolgere l’azione – composta oltre che da Abrami da altri cinque partigiani – giunta a Baveno si divide. Due ribelli si recano alla stazione, dove riescono a catturare tre militi fascisti e due soldati tedeschi. I rimanenti partigiani della squadra intercettano invece un’automobile con a bordo alcuni militari provenienti da Feriolo. 

Segue un breve scontro a fuoco, durante il quale perdono la vita il capitano August Burmeister, della Feldgendarmerie tedesca ed il maggiore della Guardia Nazionale Repubblicana Francesco Scotti. Non si tratta di vittime qualunque: probabilmente i soggetti intercettati sono di ritorno da Fondotoce, dove sono stati da poco uccisi, tramite fucilazione, 42 partigiani rastrellati in Valgrande. In ogni caso il rumore della sparatoria richiama l’attenzione dei tedeschi stanziati in Baveno. I partigiani di Abrami si riuniscono e si organizzano rapidamente per evitare di venire sopraffatti: una piccola colonna composta da un camion e da un auto si dirige così rapidamente verso le strade montane con il suo carico di prigionieri. In quel frangente, Franco Abrami viene ucciso da uno degli stessi prigionieri, servitosi di un’arma nascosta; una delle brigate attive sul Mottarone verrà intitolata alla sua memoria.

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Il comando tedesco non intende in ogni caso lasciare impunita l’uccisione di due alti in grado come August Burmeister e Francesco Scotti. La mattina del giorno successivo, il 21 giugno, viene avviato un rastrellamento tra le vie di Baveno. Gli arrestati sono circa una cinquantina: alcuni di essi sono destinati al carcere, altri alla deportazione. Eppure le violenze sulla popolazione rappresentano solo una parte della rappresaglia. Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno 17 partigiani della brigata “Valdossola” catturati durante le operazioni antiguerriglia in Valgrande sono condotti tra le aiuole di piazza dell’Imbarcadero, sul lungolago di Baveno. Vengono fucilati in 4 alla volta. I loro corpi, depredati di oggetti personali e documenti, vengono lasciati sul luogo dell’eccidio per scoraggiare sostegno ed adesione alla causa partigiana. Solamente 6 dei 17 assassinati verranno successivamente identificati: Ettore Aielli, Antonio Buraschini, Aquilino Colombo, Pericle Todescato, Ferruccio Valaguzza e Giampietro Zaccaria. Le spoglie dei caduti di quel 21 giugno sono custodite nel sacrario del cimitero di Baveno.

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: lungolago di Baveno
Indirizzo: viale della vittoria, 26 (lato lago) 
Comune: Baveno
Provincia: Verbano-Cusio-Ossola (VCO)
Regione: Piemonte
Coordinate geografiche: Latitudine 45.90803 – Longitudine 8.50563

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FONTI

Bibliografia

E. Massara, Antologia dell’antifascismo e della resistenza nel novarese: uomini ed episodi della lotta di liberazione, Novara, Tipolitografia Grafica novarese, 1984

G. Galli, Memorie ritrovate. I diciassette ragazzi fucilati a Baveno nel giugno 1944, Novara, Istituto Storico della Resistenza e della Società contemporanea nel Novarese e nel Verbano Cusio Ossola “Piero Fornara”, 2004

Sitografia

Associazione casa della Resistenza, Eccidio di Baveno, scheda pubblicata sul sito www.casadellaresistenza.it consultato il 12/7/2025

V. Pulga, EPISODIO DI BAVENO, 21.06.1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 12/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 21/6/1944

Cognome / Nome: Aielli Ettore; Buraschini Antonio; Colombo Aquilino; Todescato Pericle; Valaguzza Ferruccio; Zaccaria Giampietro

Formazioni d’appartenenza: Gruppo Patrioti Ossola; Brigata “Valdossola”

Data/e opera: non conosciuta

Autore/i: non conosciuto

Note: per quanto riguarda il luogo dell’eccidio è visibile e liberamente accessibile; mentre il sacrario ha orari contingentati in base alle aperture del camposanto

contatti

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MONUMENTO IN MEMORIA DEI CADUTI DELLA BRIGATA XXIV MAGGIO, A CORNALBA

MONUMENTO IN MEMORIA DEI CADUTI DELLA BRIGATA XXIV MAGGIO, A CORNALBA

MONUMENTO IN MEMORIA DEI CADUTI DELLA BRIGATA XXIV MAGGIO, A CORNALBA

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Il monumento dedicato ai caduti partigiani della Brigata XXIV maggio di Giustizia e Libertà, è stato realizzato per ricordare coloro che furono uccisi durante i rastrellamenti fascisti del 25 novembre e 1 dicembre 1944, in Val Serina (Bergamo).

Il primo rastrellamento avvenne il 25 novembre 1944 nell’abitato di Cornalba – sede del Comando della Brigata XXIV maggio – ad opera della 612a compagnia OP (Ordine Pubblico) comandata dal capitano Aldo Resmini e provocò la morte di dieci partigiani:
Biava Giuseppe “Bigino” nato a Seriate (Bergamo), studente universitario di 21 anni; Chiesa Barnaba nato a Zogno (Bergamo), manovale di 24 anni e, Ferrari Antonio, nato a Zogno (Bergamo), studente e manovale di 23 anni; vennero uccisi mentre scendevano a valle, dal Monte Alben, per una missione di collegamento con il Comando provinciale.

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Lo stesso giorno, Tiragallo Giacomo “Ratti”, nato a Treviglio (Bergamo), laureando in legge di 28 anni, già tenente degli alpini e comandante della Brigata; i fratelli Cornetti – Gino e Piero –, nati a Cornalba (Bergamo), boscaioli di 17 e 18 anni; Mancuso Giovanni Battista “Gianni”, nato a Palmi (Reggio Calabria), studente in medicina di 22 anni e, Maffi Giuseppe, nato a Romano di Lombardia (Bergamo), operaio di 21 anni; furono uccisi mentre cercano vie di fuga attraverso dei sentieri che dall’abitato di Cornalba portavano sul Monte Alben.
Mentre Cortinovis Franco, il “Tenente Franchi”, nato a Costa Serina (Bergamo), maestro elementare di 25 anni e tenente della Brigata, catturato non lontano dal centro abitato, fu portato nella piazza centrale di Cornalba, sommariamente interrogato, selvaggiamente picchiato e ucciso sul posto. Sguazzi Callisto “Peter”, invece, nato a Robecco d’Oglio (Cremona), di 27 anni, anch’egli maestro elementare e tenente della Brigata, fu giustiziato da un tenente della OP con due colpi di pistola alla nuca.

Gli assalitori non risparmiarono neppure gli abitanti del luogo, che subirono violenze, soprusi, minacce e distruzioni: furono perquisite diverse case, fu incendiata una stalla, venne fatta saltare la cabina elettrica e nella piazza centrale del paese fu ucciso “l’asino dei partigiani” (l’animale veniva utilizzato per il trasporto di viveri e rifornimenti alle baite sul Monte Alben). Un abitante del paese, Francesco Vistalli, fu accusato di simpatizzare per i partigiani e venne ferito ad una gamba; mentre l’anziano parroco, don Michele Paganelli, che cercò di bloccare l’accesso al campanile ai militi fascisti, fu malmenato. 

Al termine del rastrellamento, i cadaveri dei dieci partigiani furono portati nella camera mortuaria del Cimitero di Cornalba. Anche se fu vietata ogni cerimonia e imposta la fossa comune, vennero comunque realizzate delle bare e la popolazione, pur con la paura di nuove ritorsioni, partecipò alla cerimonia funebre (28 novembre 1944).

La Brigata XXIV maggio, privata dei suoi ufficiali, si era disunita e, per questo motivo, i superstiti del rastrellamento furono invitati a raggiungere la frazione di Zorzone, nel comune di Oltre il Colle, in val Brembana (Bergamo).
Il 1° dicembre 1944, presso “il cascinetto” sul Monte Alben (una delle baite che veniva utilizzata dalla Brigata come magazzino), sei partigiani intenti a raccogliere le loro ultime cose per spostarsi, vennero circondati da militi della Guardia forestale, provenienti da San Pellegrino Terme: Gervasoni Luigi Celeste detto Celestino o Tino, nato a Sedrina (Bergamo), ex carabiniere di 23 anni, per salvare i suoi compagni iniziò un conflitto a fuoco, ma venne ferito mortalmente. Furono subito uccisi anche Ghirlandetti Mario “Marsinet”, di 17 anni, di Calvenzano (Bergamo) e tre partigiani russi, dei quali conosciamo solo i nomi di battaglia: “Angelo”, “Carlo” e “Michele”; mentre un quarto partigiano russo, detto “Scialico”, venne fatto prigioniero e portato a Serina. Qui però, grazie all’aiuto di alcune persone del luogo, venne sottratto ai suoi carcerieri e fu tenuto nascosto sino alla Liberazione.

Durante la prima commemorazione in memoria dei caduti partigiani della Brigata XXIV maggio, alla presenza del comandante Fortunato Fasana “Renato” (che fu uno degli ufficiali della formazione), sul sagrato della Chiesa parrocchiale di Cornalba venne svelata una stele composta da:

  • un bassorilievo che raffigurava Cristo che sorregge un partigiano con la mano destra e, con la sinistra, una fiamma simbolo della luce eterna e del movimento Giustizia e Libertà;
  • una lastra con la seguente iscrizione: 

QUINDICI FIORENTI GIOVINEZZE
PROMESSA E SPERANZA DELLE LORO FAMIGLIE
QUI TRA LA PACE DEI NOSTRI MONTI
FALCIATE DALL’ODIO
DEI TRADITORI DELLA PATRIA
DICANO A TUTTI
LE LACRIME E IL SANGUE DI CUI ESSA GRONDA.

  • una lapide con i nomi dei quindici partigiani, con il luogo, l’anno di nascita e la data di morte.

Da questo primo anniversario in poi, ogni ultima domenica di novembre, furono molti coloro che si recarono a Cornalba per onorarli e, fra questi, ricordiamo: Ferruccio Parri (partigiano, tra i fondatori del Partito d’Azione), Riccardo Bauer (tra i fondatori del movimento “Giustizia e libertà”), Piero Caleffi (antifascista e partigiano), Arialdo Banfi (partigiano), Enzo Enriquez Agnoletti (partigiano, vice presidente dell’ANPI e presidente della FIR), Giulio Alonzi (antifascista e partigiano), Gianbattista Cortinovis (uno dei componenti del 1° comitato di liberazione bergamasco) e Mario Invernicci, che fu partigiano proprio in quei luoghi, Presidente dell’Associazione partigiani “Giustizia e Libertà” e colui che volle fortemente la costruzione del monumento.

Nel 1959, alla presenza del sottosegretario alla giustizia Lorenzo Spallino e del senatore Piero Caleffi, venne inaugurato il Monumento in memoria dei caduti partigiani della Brigata XXIV maggio. Per l’occasione, l’Associazione partigiani “Giustizia e Libertà” fece stampare un pieghevole che distribuì in tutta la provincia di Bergamo e Ferruccio Parri, Cesare Merzagora, Ugo La Malfa, Leo Valiani, Raffaele Cadorna ed Enrico Mattei, inviarono dei messaggi di vicinanza, scusandosi per non aver potuto presenziare all’inaugurazione.
Il monumento, eretto sul sagrato della Chiesa parrocchiale di Cornalba, non a caso ha come sfondo il Monte Alben, altro luogo di memoria fortemente legato alla Brigata. 
All’interno della cappella-monumento si trova un piccolo altare in pietra sul quale sono scolpiti i nomi dei caduti.

In occasione del settantaseiesimo anniversario dell’eccidio, grazie al contributo di cittadini privati, enti ed associazioni, sul monumento è stato attuato un importante intervento conservativo, che permetterà, per lungo tempo, che questo luogo della memoria, nato proprio allo scopo di tramandare i nomi dei quindici giovani uccisi dai fascisti, continui a testimoniare alle nuove generazioni quanto accaduto a dei loro coetanei. 

Annalisa Bertani

Localizzazione

Località: Cornalba
Indirizzo: piazza della Parrocchia San Pietro Apostolo (affaccio su via Don Paganelli)
Comune: Cornalba
Provincia: Bergamo (BG)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.85249 – Longitudine 9.74269

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FONTI

Bibliografia

B. Bianchi, Cinquant’anni di memoria. Cornalba 1944-1994, Bergamo, Il Filo di Arianna, 1994

B. Bianchi, La mitraglia sul campanile. Storia e memoria: Cornalba 1944, Vilminore di Scalve, Il Filo di Arianna, 2019

A. Bendotti, Banditen : uomini e donne nella Resistenza bergamasca, Bergamo, Il Filo di Arianna, 2015

Sitografia

B. Bianchi, L’eccidio fascista di Cornalba, articolo pubblicato sul sito www.patriaindipendente.it consultato il 14/4/2025

Cornalba, 25.11.1944 (Bergamo – Lombardia), scheda pubblicata sul portale www.straginazifasciste.it consultato il 14/4/2025

O. Gimondi, L’omaggio di Sedrina a Celeste Luigi Gervasoni, articolo pubblicato sul sito www.socialbg.it consultato il 18/4/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 25/11/1944 e 1/12/1944

Cognome / Nome: Biava Giuseppe; Chiesa Barnaba; Cornetti Gino; Cornetti Piero; Cortinovis Franco; Ferrari Antonio; Gervasoni Celestino; Ghirlandetti Mario; Maffi Giuseppe; Mancuso G. Battista; Sguazzi Callisto; Tiragallo Giacomo 

Formazioni d’appartenenza: Brigata Giustizia e Libertà XXIV Maggio

Data/e opera: il monumento fu inaugurato nel 1959 durante la commemorazione per l’anniversario dell’eccidio

Autore/i: geom. Giulio Tiraboschi (progettista) 

Note: nei nomi sono elencati solo dodici giovani; in quanto non si conoscono i nomi dei tre partigiani russi, ma solo i nomi di battaglia: “Angelo”, “Carlo” e “Michele”

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MONUMENTO IN MEMORIA DEI CADUTI DELLA BRIGATA XXIV MAGGIO, A CORNALBA

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REPUBBLICA PARTIGIANA DELL’OSSOLA

PIAZZA INTITOLATA A VINCENZO “CINO” MOSCATELLI A BORGOSESIA

PIAZZA INTITOLATA A VINCENZO “CINO” MOSCATELLI A BORGOSESIA

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Vincenzo Moscatelli, noto sin da ragazzo con il diminutivo di “Cino”, nacque a Novara il 3 febbraio 1908, nel rione operaio di Sant’Andrea; quarto di sette figli, il padre Enrico Moscatelli era ferroviere, la madre Carmelita Usellini casalinga. Sin dai primi anni frequentò il Circolo ferrovieri e ambienti operai, dove entrò in contatto con ideali socialisti e comunisti. Terminata la sesta elementare, abbandonò gli studi per cercare un lavoro; dapprima fu impiegato come apprendista presso lo stabilimento “Rumi”, mentre in un secondo momento, dopo aver seguito un corso professionale serale, divenne tornitore alle “Officine meccaniche novaresi”. Fin dalla gioventù prese parte attivamente al fermento rivoluzionario che interessava Novara e il Piemonte: nel 1920 partecipò all’occupazione dell’officina meccanica “Rumi”; nel luglio 1922, durante la battaglia di Novara, si schierò a fianco degli antifascisti per contrastare l’avanzata fascista, e difese la locale Camera del lavoro; nella primavera del 1925 organizzò lo sciopero dei giovani delle “Officine meccaniche novaresi” e si iscrisse alla Gioventù comunista.

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Nel 1926 Cino Moscatelli si trasferì a Milano, dove lavorò presso l’Alfa Romeo, salvo poi allontanarsene a causa di una serrata da lui promossa; divenne quindi tornitore alla “Cerutti”, dalla quale fu licenziato per aver provocato un cortocircuito durante le manifestazioni di protesta contro gli Stati Uniti per la condanna a morte degli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. 

Nel settembre 1927 espatriò in Svizzera, dove frequentò un corso clandestino di formazione politica, essendo militante del Partito comunista d’Italia (PCd’I); seguì poi scuole di partito a Berlino e Mosca, e nel 1930 si spostò in Francia per lavorare nel Centro estero del PCd’I. A Parigi collaborò alle riviste dei giovani comunisti “Fanciullo proletario”, “Avanguardia” e “Il galletto rosso”. Nell’estate dello stesso anno, Vincenzo Moscatelli con passaporto falso rientrò in Italia, come segretario interregionale della Federazione giovanile comunista d’Italia (FGCd’I) per l’Emilia Romagna; arrestato a Bologna l’8 novembre, venne condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a 16 anni e 8 mesi di reclusione. Fu incarcerato prima a Volterra (Pisa), dopodiché a Civitavecchia (Roma), infine ad Alessandria; scarcerato nel 1935 per un’amnistia, proseguì a cooperare con i gruppi comunisti clandestini del Novarese e del Vercellese, e nel 1937 venne nuovamente fermato, questa volta a Serravalle Sesia, accusato di aver scritto frasi contro Benito Mussolini sui muri della fabbrica nella quale lavorava, e imprigionato a Vercelli. Con una lettera di suo pugno di ripudio del comunismo, venne liberato; espulso dal partito, aprì un ufficio commerciale a Borgosesia (Vercelli) e, nel 1938, si unì in matrimonio con Maria Leoni: dalla loro unione vennero alla luce due figlie, Carla e Nadia.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Cino aderì convintamente alla Resistenza, occupandosi di organizzare, per conto del Partito comunista italiano (Pci), la guerra partigiana in Valsesia; arrestato per la terza volta il 29 ottobre 1943, fu subito salvato dai compagni e si rifugiò sui monti della zona, divenendo commissario politico del raggruppamento garibaldino “Valsesia-Ossola-Cusio-Verbano”, ideatore e animatore del foglio partigiano “Stella Alpina” (1944-1951), comandante di brigate di resistenti, distinguendosi per coraggio e tenacia nell’affrontare i nazifascisti. Al termine della Seconda guerra mondiale venne congedato col grado di tenente colonnello, fu insignito delle onorificenze della Bronze Star Medal statunitense, della Croce al merito partigiano polacca, della Medaglia d’argento al valor militare (quest’ultima con la seguente motivazione: “Animatore e condottiero della lotta di liberazione, assumeva, durante una critica fase della battaglia, il comando di due distaccamenti partigiani minacciati da attacchi concentrici sferrati da numerose forze nemiche sostenute da mezzi corazzati, e, con abile ed ardita manovra, riusciva a sganciarli dalla pressione avversaria. Costretto a ripiegare, e raggiunta una zona boscosa, costituiva con i suoi uomini due nuclei di arditi che con intensa azione di fuoco protessero la ritirata del grosso della formazione. Primo tra i primi per ardimento e valore, sempre presente ove maggiore era il pericolo, sapeva con l’esempio mantenere vivo l’ardore della lotta salvando i compagni dall’accerchiamento da parte del nemico”). 

A Liberazione avvenuta, Vincenzo Moscatelli venne designato sindaco di Novara dal Comitato di Liberazione nazionale (Cln), e sino al 1956 fu più volte consigliere comunale della città piemontese. Inoltre, fu deputato alla Costituente per il Pci e sottosegretario per l’assistenza ai reduci e ai partigiani nel terzo governo De Gasperi. Nella prima legislatura fu senatore di diritto, nel 1953 e nel 1958 venne eletto deputato. In contemporanea, Moscatelli ricoprì svariati ruoli nel gruppo dirigente del Pci, a livello sia locale che nazionale. Nel 1974 fondò, a Borgosesia, l’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli. Assieme al conterraneo Pietro Secchia (1903-1973), politico, antifascista e partigiano, scrisse nel corso degli anni alcuni volumi: La lotta della gioventù proletaria contro il fascismo (1931); Il Monte Rosa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola (1958). 

Cino Moscatelli morì a Borgosesia il 31 ottobre 1981, all’età di settantatré anni.

A Borgosesia, una piazza è stata intitolata a Vincenzo Moscatelli; strade sono state a lui dedicate a Domodossola (Verbano-Cusio-Ossola) e Guspini (Sud Sardegna). Dal 1982, l’Istituto per la storia della resistenza porta il suo nome.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Borgosesia
Indirizzo: piazza Vincenzo Moscatelli
Comune: Borgosesia
Provincia: Vercelli (VC) 
Regione: Piemonte
Coordinate geografiche: Latitudine 45.71342 – Longitudine 8.27739

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Tag:

FONTI

Bibliografia

P. Secchia, C. Moscatelli, Il Monte Rosa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola, Torino, Einaudi, 1958

Il comunista e la regina: leggende, miti, errori e falsità. Scritti su Cino Moscatelli, a cura di P. Ambrosio, Varallo, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia, 2014

Sitografia

M. Albertaro, MOSCATELLI, Vincenzo, profilo biografico pubblicato sul sito www.treccani.it consultato il 7/7/2025

Vincenzo “Cino” Moscatelli, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 7/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 3/2/1908 – 31/10/1981

Cognome / Nome: Moscatelli Vincenzo “Cino”

Formazioni d’appartenenza: Gioventù comunista; Partito comunista d’Italia; Federazione giovanile comunista d’Italia; Partito comunista italiano; raggruppamento garibaldino “Valsesia-Ossola-Cusio-Verbano”

Data lapide: non determinabile

Autore: non determinabile

Note: segnaletica visibile

contatti

PIAZZA INTITOLATA A VINCENZO “CINO” MOSCATELLI A BORGOSESIA

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MONUMENTO IN MEMORIA DEI CADUTI DELLA BRIGATA XXIV MAGGIO, A CORNALBA

MUSEO-RIFUGIO IN RICORDO DEI CADUTI NELLA BATTAGLIA DELLA MALGA LUNGA

MUSEO-RIFUGIO IN RICORDO DEI CADUTI NELLA BATTAGLIA DELLA MALGA LUNGA

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

A cavallo tra l’estate e l’autunno del 1944, a seguito dell’affievolirsi dell’offensiva angloamericana, con l’intensificarsi delle rappresaglie e dei rastrellamenti nazifascisti la Resistenza bergamasca iniziò a subire sconfitte e contraccolpi.
Nel 1944 la 53a brigata Garibaldi “13 Martiri di Lovere” si stabilì nel rifugio della Malga Lunga, ubicato in provincia di Bergamo, tra Gandino e Sovere, nei pressi della conca del monte Farno, a 1.235 metri sul livello del mare. Il comandante Giovanni Brasi, nome di battaglia “Montagna”, incaricò della gestione la squadra di una quindicina di resistenti capitanata da Giorgio Paglia, noto come “Tenente Giorgio”, studente di Ingegneria nato a Bologna nel 1922 e residente ad Alzano Lombardo (Bergamo). Il comando della brigata, invece, si stanziò a Campo d’Avene, distante circa mezz’ora dalla Malga Lunga.
Verso mezzogiorno del 17 novembre 1944, ingenti forze fasciste della Legione d’assalto “Tagliamento” della Guardia nazionale repubblicana (Gnr) tesero un’imboscata ai partigiani asserragliati nel rifugio della Malga Lunga;
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la rappresaglia andò a buon fine essenzialmente per due motivi: alcuni resistenti si erano allontanati per svolgere differenti incarichi, sguarnendo così le proprie file; inoltre il combattente posto come sentinella, il russo Kireij Deresin “Rostoff”, non diede l’allarme. In loco rimasero solamente otto partigiani: Giorgio Paglia; il muratore Guido Galimberti soprannominato “Barbieri” (Chignolo d’Isola, 1906); l’operaio meccanico Andrea Casini “Rocco” (Gorle, 1921); Mario Zeduri chiamato “Tormenta” (Bergamo, 1926); i russi Semion Kopcenko “Simone”, Alexander Noghin detto “Molotov”, Ilarion Efanov “Starik”, “Donez”. Per circa tre ore ci fu uno scontro acceso, finché i fascisti presero possesso del tetto e gettarono all’interno del rifugio bombe a mano, costringendo i combattenti alla resa con la promessa di essere risparmiati. I repubblichini, una volta catturati gli otto giovani, uccisero a pugnalate Mario Zeduri e Ilarion Efanov, già feriti gravemente. I sei superstiti vennero invece trascinati a valle; a nulla valsero i tentativi del comandante Giovanni Brasi e dei suoi uomini di liberarli.

Il 21 novembre 1944 i sei partigiani vennero condannati a morte; a Giorgio Paglia venne concessa la grazia poiché figlio di Guido Paglia, un soldato insignito della Medaglia d’oro della Guerra d’Africa; il “Tenente Giorgio” rifiutò, e chiese ai fascisti di essere giustiziato per primo. Alle ore 18:00 del medesimo giorno, i sei martiri della Liberazione vennero fucilati sul lato sinistro del cimitero di Costa Volpino (Bergamo). Nei medesimi giorni poco distante, nei pressi del cimitero di Lovere, ci fu l’esecuzione di altri due militanti della stessa brigata garibaldina, i fratelli Florindo (Rovereto, 1922) e Renato (Ancy, 1924) Pellegrini, soprannominati rispettivamente “Falce” e “Martello”, imprigionati durante la rappresaglia di Covale.

Nel 1979 Gianni Radici donò al comune di Sovere la Malga Lunga; nel 2005 il Comune l’ha concessa in comodato d’uso gratuito all’ANPI, con lo scopo di creare un Museo rifugio della Resistenza bergamasca 53a Brigata Garibaldi “13 Martiri di Lovere”. Esternamente all’edificio è presente un semplice cippo in pietra scabra, con la scritta “A / RICORDO / DEI / CADUTI / PARTIGIANI”; sul muro sono, inoltre, appese due lapidi. La prima, una lastra del 1981, in pietra grigia con, nella parte sommitale, lo stemma dell’ANPI e un ritratto di profilo di Giuseppe Garibaldi, reca l’iscrizione “IN QUESTO LUOGO IL 17-11-1944 / UN GRUPPO DI PARTIGIANI DELLA 53A BRIGATA / GARIBALDI VENNE CATTURATO DALLA FAMIGERATA / TAGLIAMENTO FASCISTA / IL SOVIETICO EFANOV – STARIK – / E MARZIO ZEDURRI – TORMENTA – VENNERO UCCISI / IMMEDIATAMENTE. / GIORGIO PAGLIA GIORGIO – COMANDANTE DEL / DISTACCAMENTO – GUIDO GALIMBERTI – BARBIERI – / ANDREA CASLINI – ROCCO – E I SOVIETICI DONEZ, MOLOTOV, / COPENKO NOGHI VENNERO FUCILATI ALCUNI / GIORNI DOPO AL CIMITERO DI COSTA VOLPINO / RICORDIAMO / CHE IL LORO SACRIFICIO RAPPRESENTA / IL DURO PREZZO PAGATO PER LA CONQUISTA / DELLA LIBERTÁ E DELLA DEMOCRAZIA”. La seconda è una targa rettangolare in marmo bianco con una croce, una foto in bianco e nero e la scritta “QUI / IL 17 – 11 – 1944 / FINÌ EROICAMENTE IL / SUO MARTIRIO IL PATRIOTA / MARIO ZEDURRI / UNA PRECE”. Dal luglio 2013, grazie al lavoro del suo responsabile Renzo Vavassori (1939-2016), è attivo il Museo multimediale interattivo della Malga Lunga. Dal 2024, l’ANPI sta lavorando a un progetto di riallestimento e valorizzazione del Museo.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Malga Lunga
Indirizzo: Monte di Sovere
Comune: Sovere
Provincia: Bergamo (BG)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.82063 – Longitudine 9.98129

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FONTI

Sitografia

S. Cantoni, Malga Lunga e Covale, Sovere, 17-21.11.1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 7/7/2025

“IL DICIASSETTE DEL TRISTE NOVEMBRE”, articolo pubblicato sul sito www.malgalunga.it consultato il 7/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 17/11/1944 – 21/11/1944

Cognome / Nome: Paglia Giorgio; Galimberti Guido; Casini Andrea; Zeduri Mario; Kopcenko Semion; Noghin Alexander; Efanov Ilarion; “Donez”

Formazioni d’appartenenza: 53a brigata Garibaldi “13 Martiri di Lovere”

Data struttura: 1979 (donazione del rifugio al comune di Sovere); 2005 (concessione all’ANPI); luglio 2013 (entrata in funzione Museo multimediale interattivo della Malga Lunga)

Autore: non determinabile. Sappiamo solo che il Museo multimediale è nato grazie al lavoro di Renzo Vavassori 

Note: edificio visibile e non liberamente accessibile, orari contingentati in base alle aperture della struttura

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