GIUSEPPE PEROTTI E I FUCILATI DEL MARTINETTO

GIUSEPPE PEROTTI E I FUCILATI DEL MARTINETTO

GIUSEPPE PEROTTI E I FUCILATI DEL MARTINETTO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Nella città metropolitana di Torino, il triangolo di terra racchiuso tra Corso Svizzera, Corso Appio Claudio e via Giovanni Battista Gardoncini, ospita uno dei luoghi simbolo della Resistenza piemontese, il Sacrario del Martinetto.

Si tratta dei resti del poligono di tiro entro il quale, tra il 1943 ed il 1945, la Repubblica sociale italiana – RSI eseguì le condanne a morte decretate nei confronti di partigiani e resistenti a vario titolo. 

Un’area localizzata all’interno di ciò che rimane del poligono è adibita al ricordo. Dinanzi al terrapieno avente il compito di fermare le pallottole sparate dal plotone d’esecuzione schierato, trovano posto un cippo commemorativo, una lapide con i nomi dei 59 individui qui uccisi ed una teca di vetro incassata nel muro, la quale contiene i resti carbonizzati di una sedia utilizzata per le esecuzioni.

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Una siepe, posizionata parallelamente al terrapieno di fronte al quale venivano condotti i condannati per essere fucilati, ricorda il luogo in cui veniva schierato il plotone d’esecuzione. 

Ciò che emerge leggendo i nomi incisi sulla lapide dei caduti al poligono di tiro del Martinetto è l’estrema eterogeneità del fronte resistenziale. Accanto ad ogni nome viene affiancata la professione del caduto; dal meccanico al generale, dal professore universitario al calderaio, dal militare di carriera al contadino, dal tipografo al geometra.

Entro i confini del poligono trovano la morte diversi personaggi celebri della Resistenza, tra i quali figurano i membri del primo Comitato Militare Regionale Piemontese – CMRP, organo cui spettava il compito di coordinare l’azione delle varie formazioni partigiane sparse nelle vallate della regione. Del Comitato facevano parte rappresentanti del Partito Comunista (l’operaio Eugenio Giambone), del Partito d’Azione (il docente universitario Paolo Braccini), del Partito Socialista (prima l’avvocato Renato Martorelli e poi Corrado Bonfantini), della Democrazia Cristiana (l’avvocato Valdo Fusi) e del Partito Liberale (l’avvocato Cornelio Brosio). Il Comitato è costituito inoltre da militari: un colonnello (Giuseppe Ratti), due generali (Giuseppe Perotti e Raffaello Operti), due maggiori (Lorenzo Pezzetti e Ferdinando Creonti), un capitano (Franco Balbis) ed un tenente di complemento (Silvio Geuna). In qualità di coordinatore del comitato, dopo una breve parentesi che vede Operti alla guida, viene designato Giuseppe Perotti. Egli, ingegnere e generale di Brigata del genio ferrovieri, mette subito in mostra le sue qualità di organizzatore e nel giro di pochi mesi è in grado di porre le basi, insieme ai suoi collaboratori, per la conduzione della lotta armata in territorio piemontese. Tuttavia il CMRP incappa ben presto nelle maglie repressive tedesco-fasciste. Nella primavera del 1944, in seguito all’intensificarsi dell’attività repressiva nei confronti delle organizzazioni clandestine della Resistenza, una serie di arresti scuote la dirigenza antifascista piemontese. In particolare la cattura di Pietro Carlando, rappresentante del Partito Socialista, consente ai nazifascisti di infliggere un colpo mortale al CMRP; il 31 marzo a Torino, nella Sacrestia del Duomo in Piazza San Giovanni, vengono tratti in arresto tutti i membri del Comitato militare. Balbis, Braccini, Brosio, Fusi, Giambone, Geuna e Perotti sono condotti prima in questura per gli interrogatori e successivamente nelle celle delle Carceri Nuove insieme a decine di fermati nelle vie adiacenti al luogo dell’arresto. Il processo che segna i diversi destini dei membri del CMRP e di altri antifascisti catturati in città nello stesso periodo si svolge rapidamente: Mussolini ordina delle punizioni esemplari da definirsi in tempi rapidi. La prima udienza il 2 aprile, la seconda il giorno successivo. Il verdetto è pesante per l’antifascismo: 8 condanne a morte (Balbis, Bevilacqua, Biglieri, Braccini, Giachino, Giambone, Montano e Perotti), 4 ergastoli (Carlando, Geuna, Giraudo e Leporati) ed un periodo detentivo breve (Brosio). Valdo Fusi è tra i rilasciati per insufficienza di Prove. La mattina del 5 aprile 1944 i condannati sono condotti al poligono di tiro del Martinetto tramite camion; condotti sul luogo delle esecuzioni vengono qui fucilati.

Il Martinetto, dato il tributo di sangue che lo ha caratterizzato durante la Guerra di liberazione e la Guerra civile, diventa uno dei luoghi sacri della Resistenza. Il poligono viene ufficialmente chiuso nel 1951, mentre la sistemazione attuale viene approntata nel 1967: del complesso originale da allora rimane solo il recinto utilizzato per le esecuzioni. Ogni anno, il 5 di aprile, si tengono qui le commemorazioni per ricordare i membri del CMRP uccisi quel giorno. 

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Circoscrizione 4
Indirizzo: corso Svizzera angolo corso Appio Claudio
Comune: Torino
Provincia: Torino (TO)
Regione: Piemonte
Coordinate geografiche: Latitudine 45.084357 – Longitudine 7.652972

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Tag:

FONTI

Bibliografia

Torino 1938-45: una guida per la memoria, Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”, Blu, 2003.

Sitografia

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Giuseppe Perotti, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 14/7/2025

B. Berruti, Episodio del Poligono di tiro del Martinetto, Torino, 05.04.1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 14/7/2025

Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”, Sacrario del Martinetto, scheda pubblicata sul sito www.istoreto.it consultato il 13/7/2025

M. Giovana, Il comitato militare del C.L.N regionale piemontese nei primi mesi del 1944, saggio pubblicato sul sito www.reteparri.it consultato il 14/7/2025

Museo Torino, Sacrario del Martinetto, scheda pubblicata sul sito www.museotorino.it consultato il 14/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 5/4/1944

Cognome / Nome: Balbis Franco; Bevilacqua Quinto; Biglieri Giulio; Braccini Paolo; Giachino Enrico; Giambone Eusebio; Montano Massimo; Perotti Giuseppe

Formazioni d’appartenenza: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte

Data/e opera: non determinabile. Sappiamo solo che fu inaugurata l’8/7/1945 

Autore/i: non determinabile

Note: Il sacrario, essendo all’interno di un’area delimitata, non è liberamente accessibile (gli orari sono concordabili con il Museo diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà di Torino). 
Questo luogo fa parte di un itinerario realizzato dal suddetto Museo

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GIUSEPPE PEROTTI E I FUCILATI DEL MARTINETTO

CIPPO IN MEMORIA DI “DUCCIO” GALIMBERTI

CIPPO IN MEMORIA DI “DUCCIO” GALIMBERTI

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Sul ciglio della strada statale 20 che collega Cuneo a Centallo, uno spiazzo creato appositamente ricorda la figura di “Duccio” Galimberti. Il monumento  è composto da un blocco di pietra sul quale trovano posto 3 lapidi di differenti dimensioni – in materiale marmoreo – riportanti una croce, il nome di Tancredi Galimberti e le date in cui il monumento è stato danneggiato a partire dal dopoguerra da nostalgici fascisti.

Tancredi Achille Giuseppe Olimpio Galimberti nasce a Cuneo il 30 aprile 1906. “Duccio”, questo il suo soprannome, cresce in un ambiente familiare estremamente colto e impegnato: il padre Lorenzo Tancredi è un noto avvocato ed uomo politico, parlamentare e ministro, mentre la madre Alice Schanzer è una studiosa di letteratura inglese, poetessa e scrittrice. A partire da un contesto famigliare tanto impegnato – lo zio materno è anch’egli un politico – Giuseppe sviluppa un notevole interesse tanto per il diritto quanto per la letteratura. Un sentimento lo accompagna nella sua crescita: una simpatia profonda per le idee mazziniane.

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A soli sedici anni, dunque in anticipo, consegue la maturità al liceo “Silvio Pellico” ed inizia a collaborare con il giornale fondato dal padre, La Sentinella delle Alpi. Iscritto all’università nel 1922, consegue la laurea in giurisprudenza nel luglio del 1926 a Torino, con una tesi dal titolo “La pericolosità come base della sanzione penale”. Nello stesso anno presta servizio militare, venendo poi richiamato per due tornate, nel 1935 e nel 1939.

Alla morte del padre, nel 1939, decide di rompere ogni indugio, impegnandosi apertamente nell’opposizione al fascismo. Fino ad allora aveva rifiutato l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista – PNF, pur mantenendo un atteggiamento prudente per non sfidare apertamente l’autorevole figura paterna, sostenitrice invece del regime. Tra la fine del 1940 e il 1941 compie diversi viaggi a Roma, Genova e Torino, nel contesto dei quali ha modo di entrare in contatto con esponenti del mondo politico di epoca prefascista ed al contempo creare legami con i gruppi antifascisti. Seppur ancora privo di una collocazione politica definita, è fortemente convinto che l’unità in chiave antifascista debba prevalere sulle divisioni di carattere ideologico. Questo modo di pensare caratterizza anche la sua azione; Duccio organizza incontri nella sua abitazione cercando di coinvolgere individui di differenti tendenze politiche ed altrettanto differente provenienza sociale. Nel 1942 aderisce al Partito d’Azione – P.d’A, iniziando un’intensa attività clandestina nel Cuneese. Al principio del 1943 attorno a lui prende forma il primo nucleo cuneese del Partito d’Azione. Pur mantenendo una posizione autonoma rispetto alle correnti interne del P.d’A ne condivide la pregiudiziale repubblicana e l’idea di una democrazia da costruire sul piano civile ed economico. Tra l’autunno 1942 e il luglio 1943 elabora con Antonino Repaci il “Progetto di costituzione confederale europea ed interna”, il quale verrà pubblicato dopo la guerra, nel 1946.  Nel marzo 1943 diffonde un appello agli Italiani: il documento – un ciclostilato redatto insieme a Lino Marchisio – denuncia le divisioni partitiche ed invoca l’unità di tutte le forze antifasciste. Il giorno dopo la caduta di Mussolini, il 26 luglio 1943, tiene due discorsi: il primo a Cuneo, dalla finestra del suo studio in piazza Vittorio Emanuele. Temi come l’ansia di libertà, il bisogno di giustizia e la necessità della lotta armata per liberare l’Italia rendono l’orazione di Cuneo uno dei momenti cardine della storia contemporanea italiana. Il secondo discorso è pronunciato poche ore dopo, durante un comizio in piazza Castello a Torino. A causa di queste queste aperte prese di posizione le autorità emettono un mandato di cattura nei confronti di Galimberti, il quale viene revocato circa una ventina di giorni dopo. Inizialmente per “Duccio” l’opposizione armata non si fonda tanto sulla creazione di bande armate irregolari – le formazioni partigiane – quanto su un’azione che dovrebbe partire dall’esercito italiano. Sarebbe questo, affiancato da volontari civili, a dover combattere contro i tedeschi. Diversi sono i tentativi di accordo con militari di professione di alto grado – sei generali – che tuttavia non portano a nulla. Di fronte all’impossibilità dell’opzione, Galimberti e i suoi collaboratori decidono infine di “salire in montagna” per organizzare bande armate irregolari e cominciare così la resistenza. Nella notte del 12 settembre 1943, “Duccio” ed altri undici compagni raggiungono la cappella di Madonna del Colletto, tra la Valle Gesso e la Valle Stura, dove danno vita alla banda “Italia libera”, primo nucleo partigiano di Giustizia e Libertà del cuneese. 

Trasferitosi con il suo gruppo a San Matteo di Valle Grana, Galimberti lavora per mettere in collegamento e unificare le varie bande della zona, contribuendo così alla nascita ed alla progressiva strutturazione delle brigate di Giustizia e Libertà nel Cuneese.

La combattività partigiana e le azioni aumentano con il passare delle settimane, ed al contempo aumentano i rischi di essere uccisi o feriti. Il 13 gennaio 1944, durante un attacco tedesco a San Matteo di Valgrana, Galimberti viene colpito ad una gamba, per essere poi evacuato verso la pianura e posto in convalescenza in una cascina presso Canale d’Alba. Il carismatico “Duccio” diviene presto noto per l’autorevolezza e per lo spirito che lo contraddistinguono; nominato al comando di tutte le formazioni gielliste del Piemonte, entra a far parte del Comitato Militare Regionale – CMR e, in seguito alla fucilazione del generale Giuseppe Perotti e di altri importanti membri del Comitato nell’aprile del ‘44, assume provvisoriamente il comando operativo per Valle d’Aosta, Canavese e Cuneese orientale. È proprio Galimberti, il 22 maggio successivo, a guidare la famosa delegazione del Comitato di Liberazione Nazionale Piemontese a Barcellonette, in un incontro volto a stringere accordi di collaborazione con i maquisard francesi. 

“Duccio” Galimberti viene localizzato e arrestato dalla polizia fascista il 28 novembre 1944 in una panetteria di Torino. In un primo momento condotto alle carceri Nuove, viene successivamente trasferito a Cuneo dove è sottoposto a pesanti torture per mano dei militi delle Brigate nere. I dirigenti della Resistenza si adoperano liberare Galimberti attraverso uno scambio prigionieri ma la proposta viene respinta dai fascisti. Il 3 dicembre 1944 il corpo di Galimberti viene trovato senza vita ai bordi della strada in località Tetto Croce nei pressi di Cascina Mombasiglia, a Centallo. “Duccio” Galimberti viene insignito della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria; per il ruolo svolto a Barcellonette il Governo Francese nel 1948 gli conferisce la Legion d’onore. Il 4 dicembre 1952, nell’ottavo anniversario della morte di Galimberti, Piero Calamandrei detta il testo della famosa epigrafe che compare sulla “Lapide ad ignominia”; questa viene posizionata nell’atrio del palazzo del Comune di Cuneo. 

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Tetto Croce
Indirizzo: strada statale 20 (SS20)
Comune: Centallo
Provincia: Cuneo (CN) 
Regione: Piemonte
Coordinate geografiche: Latitudine 44.46485 – Longitudine 7.56996

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Tag:

FONTI

Bibliografia

A. Repaci, Duccio Galimberti e la Resistenza italiana, Bottega d’Erasmo, 1971

G. De Luna, Il partito della Resistenza. Storia del Partito d’Azione 1942-1947, Roma, Utet, 2021  

Sitografia

Associazione Nazionale Combattenti Guerra di Liberazione inquadrati nei Reparti Regolari delle Forze Armate, Galimberti Tancredi, profilo biografico pubblicato sul sito www.combattentiliberazione.it consultato il 17/7/2025

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Duccio Galimberti, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 17/7/2025 

G. Giraudo, Ottant’anni fa a Cuneo il discorso di Duccio Galimberti che diede il via alla Resistenza, articolo pubblicato sul sito www.cuneo24.it consultato il consultato il 17/7/2025

G. Sircana, Galimberti Tancredi, profilo biografico pubblicato sul sito  www.treccani.it consultato il 17/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 3/12/1944

Cognome / Nome: Galimberti Tancredi Achille Giuseppe Olimpio 

Formazioni d’appartenenza: Partito d’Azione

Data/e opera: non determinabile

Autore/i: non determinabile

Note: monumento visibile e liberamente accessibile

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CIPPO IN MEMORIA DI “DUCCIO” GALIMBERTI

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GIUSEPPE PEROTTI E I FUCILATI DEL MARTINETTO

ANTONIO DI DIO

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Tra i 1.200 nomi che costellano il “muro della memoria”, nel Parco della Memoria e della Pace di Fondotoce (Verbania) figura il nome del giovane Antonio Di Dio, fratello minore del noto Alfredo Di Dio. 
Antonio nasce in Sicilia, a Palermo, il 17 marzo 1922 e si trasferisce con la famiglia a Cremona all’età di cinque anni per via del lavoro del padre. Iscritto all’Azione Cattolica della parrocchia di Sant’Agostino, dopo aver conseguito la maturità classica si dedica allo sport con ottimi risultati, divenendo campione nazionale nella pratica del Fioretto. 
Il giovane frequenta la Regia accademia militare a Modena dove raggiunge il grado di sottotenente. Inquadrato nel 114° reggimento di fanteria “Mantova”, stanziato in Calabria, decide poi di iscriversi alla Scuola di applicazione a Parma per diventare ufficiale.

Alla notizia dell’armistizio decide di non arrendersi ai tedeschi ed oppone Resistenza…

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…catturato riesce a fuggire e a portarsi a Cavaglio d’Agogna – in provincia di Novara – per raggiungere il fratello, anch’egli intenzionato a resistere all’ex alleato nazista. I fratelli Di Dio vengono presto indirizzati nella zona del Cusio, all’estremità del lago d’Orta, in Valstrona. Antonio ed Alfredo Di Dio, noti come i fratelli “Diala”, qui danno vita ad una prima banda partigiana che prende il nome di “Massiola”, dal nome della località sulla quale si trovano ad orbitare. Ben presto vengono in contatto con altri gruppi di resistenti locali, tra i quali il più organizzato è quello di Filippo Maria Beltrami “il Capitano”. Le esigenze della guerriglia ed un indirizzo comune spingono fratelli siciliani e Beltrami ad organizzarsi e ad unire le forze: dalla fusione delle due bande nasce la “Brigata patrioti Valstrona”. La formazione, con Beltrami come comandante e Alfredo Di Dio come vice, diventa ben presto una spina nel fianco per i nazifascisti. Accanto ad azioni dimostrative, come la momentanea occupazione della cittadina lacustre di Omegna, vengono effettuati colpi di mano volti al recupero di armi, viveri e vestiario. Frequenti diventano gli scontri con le pattuglie nazifasciste. Nel periodo in cui le forze della Resistenza locale nascono, si fondono e si spostano, la “Patrioti Valstrona” crea collegamenti con altre realtà analoghe situate nelle vallate vicine; significativo è il supporto dato dai partigiani di Beltrami ai “colleghi” delle brigate valsesiane comandate da Vincenzo Moscatelli “Cino” nella seconda metà di gennaio del 1944. Proprio in questo contesto Antonio Di Dio si distingue nel corso dell’azione. Aldo Aniasi – ai tempi combattente nelle brigate Garibaldine e dopo la guerra sindaco della città di Milano  – ad un certo punto dei combattimenti ricorda di essersi trovato a condividere la postazione di fuoco con il giovane Antonio Di Dio. 

L’accresciuta forza della Resistenza locale induce tedeschi e fascisti ad organizzare dei rastrellamenti volti ad annientare la formazione comandata da Filippo Beltrami. Al principio di Febbraio del 1944 la Brigata partigiana, sottoposta alla crescente pressione nemica, è costretta a spostarsi nella valle dell’Ossola. In diversi tra i partigiani abbandonando la formazione, mentre un combattivo nucleo rimane con il proprio comandante.

La notte tra il 12 ed il 13 febbraio 1944 la “Brigata patrioti Valstrona” viene accerchiata da ingenti truppe tedesche nell’abitato di Megolo, una frazione del comune di Pieve Vergonte. Una parte degli uomini riesce a disimpegnarsi dallo scontro guadagnando la montagna mentre un’altra parte di essi, composta dallo “stato maggiore” della formazione, si trova – probabilmente per volontaria decisione – a resistere in un violento scontro a fuoco con forze tedesche soverchianti. Filippo Beltrami, Antonio Di Dio, Giovanni Citterio “Redi”, Gaspare Pajetta, Carlo Antibo, Paolo Bassano Bressani, Aldo Carletti, Angelo Clavena, Bartolomeo Creola, Cornelio Gorla, Paolo Marino ed Elio Toninelli cadono in combattimento.  

Si tratta di un colpo tremendo per la Resistenza locale, la quale tuttavia erge il sacrificio della battaglia di Megolo a motivo per continuare la lotta contro i nazifascisti. 

Il fratello di Antonio Di Dio, Alfredo, in quel frangente non si trova a Megolo e dunque si salva dal tragico combattimento; fonderà in seguito la “Valtoce”, formazione partigiana tra le dirette protagoniste, sette mesi più tardi, delle vicende della Repubblica partigiana dell’Ossola. 

Antonio Di Dio viene decorato con la medaglia d’oro al valore militare alla memoria. 

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Alpe Cortavolo di Megolo
Indirizzo: Strada senza nome
Comune: Pieve Vergonte
Provincia: Verbano Cusio Ossola (VCO)
Regione: Piemonte
Coordinate geografiche: Latitudine 45.989662 – Longitudine 8.302772

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Tag:

FONTI

Bibliografia

P. Bologna, La battaglia di Megolo, Istituto per la storia della Resistenza in Provincia di Vercelli, Borgosesia, 1979

E. Massara, Antologia dell’antifascismo e della Resistenza novarese, Novara, Grafica Novarese, 1984

R. Chiarini, Alfredo e Antonio Di Dio: due giovani nella guerra partigiana dell’Ossola (1943-1944), Cremona, Comune di Cremona, 1982

Sitografia

Di Dio Antonio, profilo biografico pubblicato sul sito biografieresistenti.isacem.it consultato il 15/7/2025

La battaglia di Megolo, scheda pubblicata sul sito www.isrn.it consultato il 13/7/2025

G. Nigro, La madre di Alfredo e Antonio Di Dio medaglie d’oro della Resistenza, articolo pubblicato sul sito www.societastoricasaronnese.it consultato il 13/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 13/2/1944

Cognome / Nome: Antibo Carlo; Beltrami Filippo Maria; Bressani Bassano; Carletti Aldo; Citterio Gianni; Clavena Angelo; Creola Bortolo; Di Dio Antonio; Gorla Emilio; Marino Paolo; Pajetta Gaspare; Toninelli Elio

Formazioni d’appartenenza: Brigata Patrioti Valstrona

Data/e opera: non determinabile. Sappiamo solo che fu inaugurata il 13/2/1984

Autore/i: non determinabile

Note: monumento visibile e liberamente accessibile

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GIUSEPPE PEROTTI E I FUCILATI DEL MARTINETTO

LA SEDE DELLE RIUNIONI DEL CLN DELLA SCUOLA A TORINO

LA SEDE DELLE RIUNIONI DEL CLN DELLA SCUOLA A TORINO

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Presso una saletta della Biblioteca dell’Istituto Giuridico dell’Università di Torino, allora ospitata in questo palazzo, si tenevano spesso le riunioni del Comitato direttivo del CLN della Scuola per il Piemonte (CLNSP), soprattutto nella sua prima fase clandestina. La scelta della sede era dovuta al fatto che due dei delegati del Comitato – Norberto Bobbio e Giuseppe Grosso, rispettivamente rappresentanti del Partito d’azione e del Partito democristiano – erano professori della facoltà di legge. Inoltre, come spiega Lia Corinaldi “[…] era naturale la frequenza di professori ad una biblioteca (ad eccezione della scrivente, esclusa da tutte le scuole pubbliche e private per le leggi razziali e già vivente alla macchia per evitare di essere presa ed eliminata in quanto ebrea)” (Corinaldi, 1976, p. 173), e soprattutto in quella specifica biblioteca  “si poteva contare sulla cauta e tacita connivenza del bibliotecario capo Caselli e del suo aiuto bibliotecario Mussino” (Corinaldi, 1976, p. 173).

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Oltre ai già citati Bobbio e Grosso, facevano parte del Comitato direttivo la suddetta Lia Corinaldi, in rappresentanza del Partito comunista, Arnaldo Corio per il Partito liberale, Arrigo Bordin per il Partito socialista e Giacomo Mottura per il movimento dei lavoratori cristiani. A questo gruppo di professori si sarebbe unito qualche mese dopo, nell’ottobre 1944 anche uno studente, Sergio Garavini, in rappresentanza del Fronte della Gioventù. 

Oltre al Comitato Direttivo, al CLNSP appartenevano diverse commissioni tecniche-politiche, che si occupavano dei singoli settori: scuole elementari, scuole medie, università e politecnico e infine musei e istituti culturali. 

Nella sua fase iniziale, il CLNSP aveva il compito di coordinare le attività legate alla Resistenza nei vari settori di cui si occupava, diffondendo propaganda e indirizzando le iniziative antifasciste nelle scuole. Grazie ai contatti dei vari partiti e alle conoscenze dei componenti del Direttivo tra i propri colleghi ed ex colleghi, furono creati CLN di base in ogni scuola, ciascuno affidato ad un delegato del CLNSP, in modo da poter coordinare le azioni antifasciste nei diversi istituti scolastici. Una rete capillare di coordinamento era infatti fondamentale per poter organizzare l’attività clandestina, dato che si trattava di iniziative illegali, che andavano progettate e comunicate in segreto a insegnanti e studenti in scuole diverse per permettere loro di agire insieme. 

L’attività clandestina del CLNSP culminò nell’organizzazione della partecipazione della scuola al grande sciopero generale del 18 aprile 1945. Nonostante le diverse complicazioni, come quella di preavvisare nascostamente i genitori dei bambini che sarebbero dovuti tornare a casa, lo sciopero fu un indubbio successo: come il resto della città, anche le scuole e l’università chiusero, nonostante qualche tentativo dei fascisti di tenere lezioni in alcune scuole superiori e facoltà dell’Università. 

L’altro compito fondamentale del CLNSP fu quello di assicurare la continuità della scuola dopo il crollo del fascismo, decidendo come riorganizzarla già durante il periodo di clandestinità: adottò quindi provvedimenti riguardanti l’epurazione (la rimozione degli insegnanti o dirigenti compromessi con il fascismo) o gli esami di recupero per gli studenti che non potevano partecipare alle sessioni perché ricercati o perché sarebbero stati arruolati a forza, a questioni come la revisione dei curricula per rimuovere dai programmi la propaganda fascista o l’annullamento di esami in materie come “storia e dottrina del fascismo” o simili. 

Naturalmente le discussioni del CLNSP si spinsero anche a considerare un orizzonte di più lungo termine: che forma avrebbe dovuto prendere la scuola nell’Italia liberata. In questo senso, le sue riunioni e le posizioni, anche molto diverse tra loro, espresse dagli esponenti dei partiti che lo componevano rappresentarono un’anticipazione della discussione, finalmente libera e democratica, con cui avrebbe preso forma l’Italia repubblicana e in cui furono scritti tra gli altri gli articoli costituzionali dedicati alla scuola, alla ricerca, all’insegnamento e alla tutela del patrimonio culturale.

Alice Leone

Localizzazione

Località: Torino
Indirizzo: via Po, 18
Comune: Torino
Provincia: Torino (TO)
Regione: Piemonte 
Coordinate geografiche: Latitudine 45.06830 – Longitudine 7.68966

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FONTI

Bibliografia

N. Bobbio, Il Comitato di Liberazione della Scuola a Torino, in «Scuola e Resistenza. Atti del convegno promosso dalla Reg. Emilia-Romagna per il XXX della resistenza», a cura di N. Raponi, Parma, 1978, pp. 51-58

L. Corinaldi, Resistenza e intellettuali in Piemonte, in «Mezzosecolo. Materiali di ricerca storica», 1975, n.1 

L. Corinaldi, Resistenza e intellettuali in Piemonte, in «Mezzosecolo. Materiali di ricerca storica», 1977, n.2

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 11/1944 – 04/1945

Cognome / Nome: Bobbio Norberto, Grosso Giuseppe, Corinaldi Lia, Corio Arnaldo, Bordin Arrigo, Mottura Giacomo, Garavini Sergio

Formazioni d’appartenenza: CLN

Data/e opera: non determinabile

Autore/i: non determinabile

Note: nessun riferimento agli eventi (non vi sono lapidi o iscrizioni di riferimento)

contatti

LA SEDE DELLE RIUNIONI DEL CLN DELLA SCUOLA A TORINO

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REPUBBLICA PARTIGIANA DI MONTEFIORINO

REPUBBLICA PARTIGIANA DI MONTEFIORINO

REPUBBLICA PARTIGIANA DI MONTEFIORINO

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Nella rocca medievale del comune di Montefiorino, in provincia di Modena, trova spazio il Museo della Repubblica di Montefiorino e della Resistenza italiana. Nei locali della struttura nove stanze dedicate ripercorrono le vicende di quella che è passata alla storia come una delle repubbliche partigiane per eccellenza; documenti originali e materiali multimediali inseriscono quel particolare esperimento di autogoverno partigiano nel più vasto contesto della Seconda guerra mondiale e della Guerra di liberazione.

Al principio della primavera del 1944 la Resistenza sta ormai mutando la sua forma: ad una prima fase spontaneistica segue un periodo in cui alla guida delle forze partigiane approdano progressivamente i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale – CLN. Se le prime bande avevano cioè avuto origine e sviluppo a partire dal carisma dei loro comandanti, ora sono i partiti politici antifascisti a cercare di coordinare gli sforzi delle brigate ad essi legate.

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La Resistenza è un fenomeno che muta, evolve, un percorso in divenire del quale – al momento della sua esistenza – tanto i protagonisti quanto gli antagonisti non hanno, e non possono logicamente avere, una precisa visione. Quel che appare certo è che con l’avvio della bella stagione le brigate partigiane aumentano i loro effettivi e le loro azioni; le scadenze dei bandi per l’arruolamento nella Repubblica Sociale Italiana –  RSI, hanno come effetto quello di spingere moltissimi giovani a recarsi in montagna per unirsi alle formazioni di ribelli. In questo contesto di rinvigorimento della Resistenza, stimolato dal clima migliore e dall’andamento della “guerra grossa”, anche nella zona dell’appennino gli attacchi contro presidi e caserme, le imboscate alle colonne nazifasciste e gli atti di sabotaggio alle infrastrutture si moltiplicano. Nel mese di marzo nella zona dell’appennino modenese alle azioni partigiane seguono i rastrellamenti tedesco-fascisti con il loro carico di crimini di guerra: il 18 marzo nei paesi di Monchio, Susano e Costrignano truppe della divisione Hermann Goring assassinano 136 civili. Pur tra molte difficoltà – sbandamenti e a volte totale distruzione – le forze partigiane sono lontane dall’essere ridotte al silenzio. 

Tra aprile e maggio 300 uomini delle formazioni partigiane del modenese si raggruppano nel battaglione “Ciro Menotti”, arrivando a contare a inizio giugno circa 1.000 combattenti variamente armati; nella zona reggiana, nello stesso periodo, circa 500 uomini risultano distribuiti fra i distaccamenti Prampolini, Piccinini e Bedeschi. La pressione dei partigiani sul nemico è forte e costante ed i presidi fascisti più isolati o vengono progressivamente conquistati con le armi o abbandonati dai militi che li dovrebbero custodire. 

Il 18 giugno i partigiani comandati da Mario Ricci “Armando” – uno tra i più noti organizzatori della guerriglia nella zona appenninica a sud di Modena –  assediano e conquistano la rocca di Montefiorino, sancendo di fatto la liberazione di un ampio territorio che comprende circa un terzo di tutto l’appennino centrale; la sede del comando partigiano viene installata proprio nella rocca medievale. Sono diversi i comuni tra il modenese ed il reggiano racchiusi entro i confini della zona sgomberata dalla presenza nazifascista: Montefiorino, Frassinoro, Prignano, Polinago, Toano, Villa Minozzo e Ligonchio.

Prende così il via la prima esperienza di zona libera della Resistenza italiana, la “Repubblica partigiana di Montefiorino”. 

L’esperienza di autogoverno democratico si sviluppa rapidamente: tra le prime “prove” la convocazione da parte del Comando militare partigiano delle assemblee dei capifamiglia per la creazione di giunte incaricate dell’elezione dei sindaci nei comuni del territorio liberato. Per quanto riguarda le necessità primarie della popolazione – e dei partigiani –  tra i provvedimenti adottati rientrano quelli finalizzati a far continuare il funzionamento della filiera del grano, dalla trebbiatura alla distribuzione del prodotto, quelli legati alla produzione casearia. Vi sono poi quelli connessi alla disciplina dei prezzi: la distribuzione di prodotti alimentari a costi contenuti ed al contempo la decisione di tenere alti i prezzi dei prodotti di origine agricola per evitarne la fuoriuscita su mercati più convenienti. Accanto a queste misure viene avviata una severa lotta al mercato nero.

Nonostante le ambizioni e l’impegno i nodi da sciogliere sono comunque tanti. Innanzitutto l’arrivo all’interno del territorio liberato di qualche migliaio di giovani decisi ad aderire – per motivi differenti – al piccolo “esercito partigiano” rappresenta un grosso problema. Le risorse alimentari sono scarse e l’afflusso di tanti individui non può che peggiorare la situazione generale; la grandissima parte dei nuovi arrivati è priva di armamenti e di addestramento. Non basterà a risolvere la situazione la creazione, in luglio, del Corpo d’Armata Centro Emilia ed il conseguente inquadramento dei partigiani modenesi e reggiani in sei divisioni all’interno del territorio liberato. 

Accanto a questi problemi se ne presentano presto altri di ordine differente ma non meno spinosi: ben presto l’ostentazione, per mano dei partigiani più settaristi, di simboli legati al partito comunista – inni, pugni chiusi e stelle rosse – finisce per provocare l’irritazione dei partigiani cattolici e di una parte della popolazione.

Nonostante le problematiche evidenti l’esistenza della Repubblica partigiana ha un grande significato morale per gli italiani e, per gli alleati, un’utilità tattica: la presenza di un grande numero di uomini e la posizione geografica del territorio stimolano l’idea dei comandi alleati di paracadutare all’interno della zona armi e uomini – truppe italiane della “Nembo”  – per arrecare fastidio ai convogli nemici diretti verso la linea del fronte. Si tratta però di piani solo in parte attuati poiché il 29 luglio circa 5.000 soldati tedeschi supportati da reparti fascisti attaccano la Zona liberata. L’epilogo è quello comune a tutte le zone in mano partigiana fatte oggetto di offensive nazifasciste: i partigiani non riescono a reggere l’urto di forze regolari e le linee di difesa cedono, provocando la caduta del distretto partigiano. Nella loro avanzata i tedeschi saccheggiano e bruciano i paesi, catturando diversi abitanti per poi destinarli ai campi di lavoro. Le formazioni partigiane protagoniste della “Repubblica” hanno destini differenti: alcune si sfaldano del tutto, alcune rimangono in zona, altre si spostano oltre la linea del fronte, entrando poi nella “Divisione Armando”, unità che si impegnerà a combattere a fianco degli alleati.

In autunno due zone libere si formeranno in quelli che erano stati i territori della Repubblica partigiana di Montefiorino: una comprendente i comuni modenesi ed una quelli reggiani. Si tratta di esperienze più strutturate che in un certo senso forniscono una dimostrazione delle preziose lezioni ricavate dall’esperimento di autogoverno del giugno/luglio precedente. Inoltre si verificano interessanti prefigurazioni dell’Italia del futuro, come ad esempio la lotta per l’egemonia che ha come protagonisti comunisti e democristiani. 

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Rocca di Montefiorino
Indirizzo: via Rocca, 1
Comune: Montefiorino
Provincia: Modena (MO)
Regione: Emilia Romagna
Coordinate geografiche: Latitudine 44.35953 – Longitudine 10.62516

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FONTI

Bibliografia

E. Gorrieri La Repubblica di Montefiorino, Bologna, Il Mulino, 1966

A. Vaccari, “Armando”. Una vita per la libertà, 1998, Il Fiorino, Modena

Sitografia

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Montefiorino, scheda pubblicata sul sito www.anpi.it consultato il 10/7/2025

Istoreco Reggio Emilia, articolo pubblicato sul sito istoreco.re.it consultato il 10/7/2025

C. Silingardi, La montagna tra renitenza e Resistenza. L’esperienza della zona libera di Montefiorino (1943-1945), saggio pubblicato sul sito www.istitutostorico.com consultato il 10/7/2025

La strage di Monchio, Susano e Costrignano (MO), scheda pubblicata sul sito resistenzamappe.it consultato il 10/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 18/6/1944-29/7/1944

Cognome / Nome: Ricci Mario “Armando”

Formazioni d’appartenenza: Formazioni partigiane modenesi e reggiane; Corpo d’Armata Centro Emilia 

Data/e opera: per quanto riguarda la creazione del Museo della repubblica partigiana di Monte Fiorino l’anno è il 1979

Autore/i: non conosciuto/i

Note: l’ingresso al museo è contingentato in base agli orari di apertura della struttura

contatti

REPUBBLICA PARTIGIANA DI MONTEFIORINO

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