STRADA INTITOLATA A GIOVANNA ZANGRANDI A VILLANOVA DI BORCA DI CADORE

STRADA INTITOLATA A GIOVANNA ZANGRANDI A VILLANOVA DI BORCA DI CADORE

STRADA INTITOLATA A GIOVANNA ZANGRANDI A VILLANOVA DI BORCA DI CADORE

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Giovanna Zangrandi, pseudonimo di Alma Bevilacqua, nacque il 13 giugno 1910 a Galliera (Bologna), figlia del veterinario Gaetano Bevilacqua e della casalinga Maria Tardini. Nel 1921 la famiglia si trasferì a Desenzano del Garda (Brescia), sperando in un miglioramento del precario stato di salute del padre; qui la giovane iniziò a frequentare il liceo ginnasio statale “Girolamo Bagatta”. Nel 1923 il capofamiglia, caduto in depressione, si tolse la vita; la vedova Maria, assieme alla figlioletta, si spostò dunque a Bologna, dove Giovanna studiò presso il liceo classico “Luigi Galvani”, ottenendo nel 1929 la maturità; si iscrisse quindi alla facoltà di Chimica all’Università degli Studi di Bologna, laureandosi nel 1933 e ottenendo, nel 1934, il Diploma in Farmacia e l’abilitazione all’esercizio di chimico. Dal 1934 al 1937 collaborò come assistente alla cattedra di Geologia; il 30 ottobre 1937, quando la madre venne a mancare, la giovane decise di trasferirsi nel suo amato Cadore, dove aveva trascorso piacevoli vacanze estive, fermandosi a Cortina d’Ampezzo (Belluno): sino allo scoppio della Seconda guerra mondiale, insegnò scienze naturali presso il liceo “Antonelli” di Cortina e Pieve di Cadore.

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Sebbene la sua famiglia d’origine fosse di ideali liberali e antifascisti, fu costretta a iscriversi al partito fascista, per poter così svolgere le attività di giornalista e istruttrice di sci: dal 1938 incominciò a pubblicare articoli e racconti su riviste e giornali come “Cortina”, “Atesia Augusta”, “Cadore”, “Dolomiti”. 

Dopo l’8 settembre 1943, Giovanna Zangrandi aderì convintamente alla Resistenza, militando con il nome di battaglia “Anna” come staffetta partigiana nella brigata “Pietro Fortunato Calvi” della divisione Garibaldi “Nino Nannetti”. Si occupò specialmente del trasporto di materiali, armi e di informazioni riservate, nonché della divulgazione di stampa clandestina; nel 1944, ricercata dai nazifascisti, proseguì la propria attività da resistente rifugiandosi fra le cime del gruppo dolomitico delle Marmarole.

Terminata la guerra, Giovanna fondò e diresse il giornale “Val Boite”, ispirato agli ideali di fratellanza e solidarietà che guidarono la Liberazione, occupandosi non solo della direzione del foglio, ma anche della sua redazione e distribuzione, e della scrittura di articoli, racconti e pezzi commemorativi, firmati di volta in volta con nomi quali Alda Bevilacqua, Anna, il Falco e Giovanna Zangrandi. Forte e consapevole della propria vocazione letteraria, la donna abbandonò definitivamente l’insegnamento e, alla scrittura, affiancò altri mestieri: affittacamere, bracconiere, taglialegna, cuoca, guida turistica, venditrice ambulante. Dal 1946 al 1951 gestì un rifugio montano nella Sella di Pradonego, sotto la cima dell’Antelao, da lei costruito l’anno precedente, coronando così un sogno suo e di Severino Rizzardi, comandante partigiano da lei amato, morto pochi giorni prima della Liberazione. Negli anni Cinquanta si intensificò la sua attività letteraria: uscirono, difatti, opere come Leggende delle Dolomiti (1951); Il cucciolo del vallone (1952); il romanzo I Brusaz, con il quale vinse nel 1954 il Premio Deledda, iniziando così una collaborazione di dodici anni con la casa editrice Arnoldo Mondadori (per la quale vennero pubblicati Orsola nelle stagioni nel 1957, nel 1963 I giorni veri, 1943-1945). Nel medesimo periodo, scrisse assiduamente per testate come “L’Unità”, “Il Gazzettino”, “Gioia”, “Gazzetta del popolo”, “La Nazione sera”, “Noi donne”, “Corriere di Napoli”, “Il Mezzogiorno”. In questi anni, Giovanna si divise tra Cortina d’Ampezzo e Milano.

Nel 1957 si trasferì a Borca di Cadore (Belluno); nel 1960, vinse il Premio Bagutta – Tre signore col romanzo Campo rosso; nel 1961 il Premio Verga con il racconto Caino sotto l’erba; nel 1966, il Premio Resistenza-Venezia con il romanzo I giorni veri. Ammalatasi di morbo di Parkinson negli anni Sessanta, Giovanna Zangrandi trascorse il resto della vita nella sua casa di Borca di Cadore, assistita dall’amico Arturo Fornasier; morì il 20 gennaio 1988 a settantasette anni e, per suo volere testamentario, venne sepolta a Galliera, suo paese d’origine.

A Villanova, frazione di Borca di Cadore, una strada è stata intitolata a Giovanna Zangrandi.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Villanova
Indirizzo: via Giovanna Zangrandi
Comune: Borca di Cadore
Provincia: Belluno (BL) 
Regione: Veneto
Coordinate geografiche: Latitudine 46.44135 – Longitudine 12.20643

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Tag:

FONTI

Bibliografia

P. Morris, Giovanna Zangrandi: una vita in romanzo, Sommacampagna – Belluno, Cierre – Istituto storico bellunese della Resistenza e dell’età contemporanea, 2000

M. Trevisan, Biografia, in L’archivio di Giovanna Zangrandi. Inventario, a cura di M. Trevisan, Roma, Ministero per i beni e le attività culturali, Dipartimento per i beni archivistici e librari, Direzione generale per gli archivi, 2005, pp. 15-20

M. Trevisan, Giovanna Zangrandi: una biografia intellettuale, Roma, Carocci, 2010

Sitografia

Giovanna Zangrandi, scheda pubblicata sul sito www.resistenzapp.it consultato il 1/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 13/6/1910 – 20/1/1988

Cognome / Nome: Zangrandi Giovanna

Formazioni d’appartenenza: brigata “Pietro Fortunato Calvi”, divisione Garibaldi “Nino Nannetti”

Data lapide: non determinabile

Autore: non determinabile

Note: segnaletica visibile

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SCUOLA DELL’INFANZIA “ELEONORA BENVEDUTI TURZIANI” A SCANDICCI

SCUOLA DELL’INFANZIA “ELEONORA BENVEDUTI TURZIANI” A SCANDICCI

SCUOLA DELL’INFANZIA “ELEONORA BENVEDUTI TURZIANI” A SCANDICCI

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Eleonora Benveduti nacque a Roma il 30 marzo 1908, in una famiglia umbra di marchesi di antica nobiltà agraria. Trascorse l’infanzia e la giovinezza a Gubbio (Perugia), dove si diplomò presso l’Istituto magistrale; dal 1928 al 1937 lavorò come maestra in varie scuole elementari della provincia di Perugia. In questi anni, costretta a insegnare anche in realtà difficili, situate in zone disagevoli, iniziò ad avvicinarsi a idee socialiste, conscia delle diseguaglianze tra l’agiatezza dei nobili e dei borghesi e la povertà dei braccianti agricoli; frequentò, inoltre, il filosofo e antifascista Aldo Capitini (1899-1968), pacifista e propugnatore della nonviolenza teorizzata dal Mahatma Gandhi, vegetariano e obiettore di coscienza al servizio militare. Nel 1934 aderì al movimento Giustizia e libertà, iniziando così la propria opposizione clandestina al regime mussoliniano; il 19 marzo 1936 a Gubbio si unì in matrimonio, con rito civile, a Giovanni Turziani (1911-2008), neolaureato in Medicina e Chirurgia, anch’egli antifascista convinto.

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Nel 1938 i novelli sposi si trasferirono a Firenze; nel medesimo anno, Eleonora si laureò a Roma in Pedagogia; tra il 1939 e il 1949 insegnò italiano, latino, storia e geografia al Regio ginnasio di Derna, in Libia. Dal 1940 al 1946 fu assistente del professor Eustachio Lamanna per la cattedra di Storia e Filosofia all’Università di Firenze, e insegnò filosofia al liceo “Michelangelo” e all’istituto magistrale “Giovanni Pascoli”. 

Militante nel Partito d’azione, dal 1943 aiutò clandestini, fuggiaschi e ricercati dai nazifascisti, fornendo loro soccorso, protezione, documenti falsi, e recando approvvigionamenti alle bande partigiane dell’Appennino; ben prestò prese parte alla lotta armata. Arrestata nel novembre 1943 dai fascisti della “Banda Carità” assieme alla compagna Margherita Fasolo (1905-1956), per parecchi giorni venne minacciata e sottoposta a estenuanti interrogatori, ma non tradì mai la Resistenza. 

Nel 1944, dopo la liberazione di Firenze e della Toscana dal giogo nazifascista, Eleonora Benveduti Turziani abbandonò definitivamente l’insegnamento e si iscrisse al Partito comunista italiano; nel 1946 fu eletta consigliere comunale nel capoluogo toscano e, nel 1949, divenne assessore all’infanzia nella giunta guidata da Mario Fabiani (1912-1974), dal 1946 al 1951 primo sindaco di Firenze al termine della Seconda guerra mondiale. Nel 1951, prima donna in Toscana a ricoprire tale carica, divenne sindaca di Scandicci (Firenze), ricoprendo questo ruolo sino al 1961, quando venne eletta consigliere provinciale; nel 1955 fu tra i soci fondatori dell’Istituto storico della Resistenza in Toscana. Nel 1965, per forti contrasti con il Pci, venne espulsa dal partito e si ritirò dalla vita politica.

Eleonora Benveduti Turziani tornò nella sua amata Gubbio nel 1989, dove venne a mancare il 17 giugno 1993, all’età di ottantacinque anni.

A Scandicci, comune dove fu sindaca per due mandati, una scuola materna statale è stata intitolata a Eleonora Benveduti Turziani; essa fa parte dell’Istituto comprensivo “Rossella Casini”.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Scandicci
Indirizzo: via Adolfo Fanfani, 60
Comune: Scandicci
Provincia: Firenze (FI)
Regione: Toscana
Coordinate geografiche: Latitudine 43.75054 – Longitudine 11.17868

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Tag:

FONTI

Bibliografia

E. Benveduti Turziani, I giorni della mia vita, a cura di G. Turziani, Cerbara, Città di Castello, Cerboni editore, 1994

Sitografia

M. Imperato, Eleonora Benveduti Turziani, profilo biografico pubblicato sul sito www.enciclopediadelledonne.it consultato il 2/7/2025

Eleonora Benveduti Turziani, profilo biografico pubblicato sul sito www.eugubininelmondo.com consultato il 2/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 30/3/1908 – 17/6/1993

Cognome / Nome: Benveduti Turziani Eleonora

Formazioni d’appartenenza: Giustizia e libertà; Partito d’azione; Partito comunista italiano

Data struttura: non determinabile

Autore: non determinabile

Note: edificio visibile e non liberamente accessibile, essendo una scuola dell’infanzia

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TARGA COMMEMORATIVA IN MEMORIA DELLE VITTIME DELL’ECCIDIO AL POLIGONO DI TIRO DI REGGIO EMILIA

TARGA COMMEMORATIVA IN MEMORIA DELLE VITTIME DELL’ECCIDIO AL POLIGONO DI TIRO DI REGGIO EMILIA

TARGA COMMEMORATIVA IN MEMORIA DELLE VITTIME DELL’ECCIDIO AL POLIGONO DI TIRO DI REGGIO EMILIA

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Il 28 gennaio 1944, a San Martino di Correggio (Reggio Emilia), venne ucciso Angelo Ferretti, caposquadra della locale Guardia nazionale repubblicana. I fascisti, per vendicare la morte del militare repubblichino, attuarono dunque un’azione di rappresaglia e, a seguito di un processo sommario di un Tribunale straordinario, all’alba del 30 gennaio 1944 fucilarono nove antifascisti al Poligono di tiro di Reggio Emilia, alcuni dei quali catturati nei giorni immediatamente precedenti all’esecuzione. Nello stesso luogo, il 28 dicembre 1943, erano già stati giustiziati i sette fratelli Cervi.

Siamo a conoscenza delle identità delle nove vittime dell’eccidio del 30 gennaio 1944:
Ferruccio Battini, nato a Rio Saliceto (Reggio Emilia) nel 1912, figlio di Prospero Battini, militò nella 77a brigata Sap con il nome di battaglia “Dario”

Romeo Benassi (Correggio, 1904) fu partigiano, con il soprannome “Rosso”, della 77a brigata Sap

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Umberto Dodi (Correggio, 1895), figlio di Fedele Dodi, combatté nella 76a brigata Sap

Dario Gaiti (Correggio, 1897), figlio di Oreste Gaiti, lottò nella 77a brigata Sap

Enrico Menozzi (Rio Saliceto, 1892), figlio di Luigi Menozzi, con il nome di battaglia “Ercole” fu militante della 77a brigata Sap

Contardo Trentini detto “Franco”, figlio di Francesco Trentini, nacque nel 1902 a Rio Saliceto e combatté nella 77a brigata Sap 

Destino Giovanetti (Correggio, 1891) fu operaio presso le Officine meccaniche reggiane; subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, aderì convintamente alla Resistenza come partigiano della 77a brigata Sap. Per le sue note posizioni antifasciste, venne prelevato da casa propria nella notte a cavallo tra il 28 e il 29 gennaio 1944, e imprigionato per poche ore nel Carcere dei servi a Reggio Emilia.

Enrico Zambonini nacque a Villa Minozzo (Reggio Emilia) nel 1893; meccanico di ideali anarchici, nel 1922 espatriò in Francia per sfuggire all’arresto da parte della polizia fascista. Trasferitosi in Belgio, dove lavorò nelle miniere, prese poi parte alla Guerra civile spagnola; tornato in Francia nel 1939, venne incarcerato assieme ad altri italiani antifascisti per poi essere consegnato alla polizia del regime mussoliniano, che lo confinò nell’isola di Ventotene. Dopo la caduta del fascismo e l’armistizio dell’8 settembre 1943, Zambonini diede vita a una banda partigiana a Secchio di Villa Minozzo. Quando venne fucilato il 30 gennaio 1944, davanti ai soldati fascisti gridò: “Viva l’anarchia!”

Don Pasquino Borghi nacque nel 1903 a Bibbiano (Reggio Emilia), in località Malamasato, in un’umile famiglia di mezzadri; entrato in seminario nel 1916, venne ordinato sacerdote nel 1930. Dal 1930 al 1937 fu missionario comboniano nel Sud-Sudan; nel 1938 entrò nella Certosa di Farneta (Lucca), fino alla nomina nel 1940 a cappellano di Canolo di Correggio e, nell’agosto del 1943, a parroco di Coriano-Tapignola. Di ideali antifascisti, nelle sue omelie si schierò spesso contro la guerra, criticando apertamente il regime fascista e l’operato di Benito Mussolini e Adolf Hitler. Durante la Resistenza, con il soprannome “Albertario” collaborò attivamente con il Comitato di liberazione nazionale (Cln), fornendo aiuto e ospitalità a partigiani, ex prigionieri angloamericani e russi, disertori, dedicandosi ad attività clandestine di assistenza e carità cristiana. Nella sera del 21 gennaio 1944 don Pasquino venne fermato dai repubblichini a Villa Minozzo, dove si era appena conclusa una tre giorni di Azione cattolica, malmenato, arrestato e imprigionato prima a Villa Minozzo, poi a Scandiano e, infine, a Reggio Emilia. Sino al 30 gennaio, quando venne fucilato nella caserma “Ettore Muti”, il sacerdote fu ripetutamente interrogato e sottoposto ad atroci torture. Il 7 gennaio 1947 è stato insignito dell’onorificenza della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: “Animatore ardente dei primi nuclei partigiani, trasfuse in essi il sano entusiasmo che li sostenne nell’azione. La sua casa fu asilo ad evasi da prigionia tedesca e scuola di nuovi combattenti della libertà. Imprigionato dal nemico, sopportò patimenti e sevizie, ma la fede e la pietà tennero chiuse le labbra in un sublime silenzio che risparmiò ai compagni di lotta la sofferenza del carcere e lo strazio della tortura. Affrontò il piombo nemico con la purezza dei martiri e con la fierezza dei forti e sulla soglia della morte la sua parola di fede e di conforto fu di estremo viatico ai compagni nel sacrificio per assurgere nel cielo degli eroi”

Nel 1965, all’ingresso del Poligono di tiro di Reggio Emilia, è stata inaugurata una targa in marmo chiaro e di formato rettangolare, commemorativa delle vittime delle esecuzioni del 28 dicembre 1943 (i fratelli Cervi) e del 30 gennaio 1944. Essa reca incisa, a lettere capitali, l’iscrizione “QUI SACRIFICARONO LA PROPRIA VITA PER LA LIBERTÀ E LA DEMOCRAZIA / CADUTI SOTTO IL PIOMBO FASCISTA / FUCILATI IL 28 DICEMBRE 1943 / CERVI ETTORE / CERVI OVIDIO / CERVI AGOSTINO / CERVI FERDINANDO / CERVI ALDO / CERVI ANTENORE / CERVI GELINDO / CAMURRI QUARTO / FUCILATI IL 30 GENNAIO 1944 / BORGHI DON PASQUINO / BATTINI FERRUCCIO / TRENTINI CONTARDO / GIOVANETTI DESTINO / ZAMBONINI ENRICO / MENOZZI ENRICO / DODI UMBERTO / BENASSI ROMEO / GAITI DARIO / QUI IL COMITATO PER LE CELEBRAZIONI / DEL XX° ANNUALE DELLA RESISTENZA”. La lastra è circondata da un ramo fiorito rampicante in bronzo.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Reggio Emilia
Indirizzo: Poligono di tiro, via Avvenire Paterlini, 17
Comune: Reggio Emilia
Provincia: Reggio Emilia (RE)
Regione: Emilia Romagna
Coordinate geografiche: Latitudine 44.70750 – Longitudine 10.63314

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Tag:

FONTI

Bibliografia

M. Storchi, Reggio Emilia, in La politica del terrore. Stragi e violenze naziste e fasciste in Emilia Romagna, a cura di L. Casali e D. Gagliani, l’ancora, Napoli-Roma, 2008, pp. 97-98 

Sitografia

M. Storchi, POLIGONO DI TIRO, REGGIO EMILIA, 30.01.1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 13/4/2025

Destino Giovanetti, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 13/4/2025

Don Pasquino Borghi, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 13/4/2025

Enrico Zambonini, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 13/4/2025

I Martiri del 30 Gennaio 1944, articolo pubblicato sul sito www.anpireggioemilia.it consultato il 13/4/2025

1944 – Gennaio 30. Fucilazione Don Pasquino Borghi “Albertario” (1903-1944), articolo pubblicato sul sito www.anpireggioemilia.it consultato il 13/4/2025

Monumento ai Fucilati nel Poligono di Reggio Emilia, scheda pubblicata sul sito memo.anpi.it consultato il 13/4/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 30/1/1944

Cognome / Nome: Battini Ferruccio; Benassi Romeo; Borghi don Pasquino; Dodi Umberto; Gaiti Dario; Giovanetti Destino; Menozzi Enrico; Trentini Contardo; Zambonini Enrico

Formazioni d’appartenenza: 76a brigata Sap; 77a brigata Sap

Data lapide: 1965

Autore: non conosciuto

Note: lapide non visibile e non liberamente accessibile, appesa all’ingresso del Poligono di tiro. Orari contingentati in base alle aperture della struttura

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TARGA COMMEMORATIVA IN MEMORIA DELLE VITTIME DELL’ECCIDIO AL POLIGONO DI TIRO DI REGGIO EMILIA

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STRADA INTITOLATA A PIETRO BORROTZU A ORANI

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© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Pietro Borrotzu nacque ad Orani (Nuoro) il 25 aprile 1921, figlio del pastore Francesco Borrotzu e dell’ostetrica Clotilde Di Bene, nativa di Vezzano Ligure (La Spezia), originaria di una famiglia di ideali socialisti. Il padre, soldato durante la Grande guerra, reduce e invalido, morì a seguito delle ferite riportate; la madre, nonostante fosse rimasta sola e con due figlioletti da crescere (la primogenita Laura e il secondogenito), riuscì a fare studiare Laura e Pietro al liceo ginnasio “Giorgio Asproni” di Nuoro. Nell’ottobre del 1941 Borrotzu divenne ufficiale nell’Accademia militare di Modena, e fu assegnato con il grado di sottotenente alla divisione “Cosseria” in una caserma a Milano. La sera dell’8 settembre 1943, dopo la firma dell’armistizio con gli angloamericani, conscio della situazione drammatica e difficile che stava per attraversare l’Italia, in una lettera scrisse alla fidanzata Maria Teresa Cossu: “Se l’Armistizio ha posto termine a una guerra ingiusta e non voluta, ci mette tuttavia di fronte a una pace imposta dai vincitori. Non posso dirti cosa succederà fra qualche giorno, ma oggi l’esercito ha un compito molto grave da affrontare”.

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Il 9 settembre disarmò e arrestò due militari nazisti, subito rilasciati dai suoi superiori che lo punirono con una nota di demerito: direttosi a Monza, decise quindi di aderire alla Liberazione e, in un primo momento, si nascose a Carenno (Lecco) presso la famiglia di un avvocato. Recatosi il 14 ottobre 1943 in Liguria, nel paese natale della madre Clotilde, assieme al cagliaritano Franco Coni, anch’egli ufficiale dell’esercito, formò la brigata d’assalto “Lunigiana”, di ispirazione socialista, alla quale cooperarono militari fuggiaschi e giovani avversi al servizio militare. Col nome di battaglia “tenente Piero”, prese parte nella zona dello Spezzino a numerose azioni di guerriglia contro i nazifascisti. Tradito da una soffiata quando si era rifugiato a Chiusola, frazione di Sesta Godano (La Spezia), a seguito di una retata nazista si offrì spontaneamente al plotone d’esecuzione tedesco, chiedendo in cambio che venissero risparmiati i settanta civili catturati. Pietro Borrotzu venne brutalmente seviziato; condotto sanguinante e col viso tumefatto sul piazzale della chiesa di San Michele, venne fucilato il 5 aprile 1944, all’età di ventidue anni, dai fascisti della Guardia nazionale repubblicana, e finito da un soldato nazista con un colpo di pistola alla testa. Dopo il suo eroico sacrificio, la formazione resistente da lui comandata confluì nelle brigate “Matteotti”, e una divisione partigiana venne a lui intitolata. Borrotzu è stato insignito, nel 1991, dell’onorificenza della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: “Soldato fedele e valoroso, dopo l’armistizio si dedicò con entusiasmo alla lotta di liberazione molto distinguendosi come organizzatore e come combattente. Caduto in mani nemiche, con esemplare senso di responsabilità, si preoccupò di salvare i civili che lo avevano ospitato. Percosso e seviziato mantenne fiero contegno imponendosi all’ammirazione dei suoi stessi carnefici ed ottenendo di essere fucilato nel petto, fronte al nemico”.

Alla sua memoria sono state intitolate vie a Orani, suo paese d’origine, e a Nuoro; sempre a Orani, gli è stata dedicata una piazza nel 2014, in occasione del settantesimo anniversario della morte. In Sardegna, un Istituto comprensivo statale di Nuoro porta il suo nome. In Liguria, a Sesta Godano, paese dove venne ucciso, gli hanno intitolato la Scuola secondaria di primo grado. Nella frazione di Chiusola, è ricordato da una targa rettangolare in marmo chiaro (“C.V.L. / A PERENNE MEMORIA / DEL / TEN. PIERO BORROTZU / MEDAGLIA D’ORO AL VALOR MILITARE / NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE / COMANDANTE / D’UNA FORMAZIONE PARTIGIANA DI G. E L. / CORONÒ CON LA MORTE / LA SUA BREVE GIOVINEZZA / EROICA / OFFERTOSI VOLONTARIAMENTE AL NEMICO / PER SALVARE DA STRAGE UN VILLAGGIO INERME / AMMONIMENTO / CHE CIVILE È SOLO UN POPOLO / IN CUI / UOMINI LIBERI / SACRIFICANO / INTERESSI E VITA / AL BENE COMUNE”), e da un cippo, inaugurato quest’ultimo il 5 aprile 2009 per volere dell’amministrazione comunale di Sesta Godano e degli abitanti di Chiusola (IL 5 APRILE 1944 / PER SALVARE IL PAESE E LA POPOLAZIONE / DALLE RAPPRESAGLIE NAZIFASCISTE, / IL COMANDANTE PARTIGIANO PIERO BORROTZU / OFFRÌ LA SUA GIOVANE VITA / NON PIEGANDO IL CAPO SUPERBO / ALLE LORO VIOLENZE. / L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE / DI SESTA GODANO / E / GLI ABITANTI DI CHIUSOLA / ONORANO LA MEMORIA DI / QUESTO EROE DELLA RESISTENZA CHE AMÒ / IL PROSSIMO PIÙ DI SE STESSO”).

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Orani
Indirizzo: via Pietro Borrotzu
Comune: Orani
Provincia: Nuoro (NU) 
Regione: Sardegna
Coordinate geografiche: Latitudine 40.24796 – Longitudine 9.17198

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Tag:

FONTI

Bibliografia

T. Mulsa, Antifascisti e partigiani sardi, s.l., s.e., 2005, pp. 28-30

Sitografia

M. Fiorillo, CHIUSOLA, SESTA GODANO, 05.04.1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 10/5/2025

M. C. Mirabello, Borrotzu, Piero, profilo biografico pubblicato sul sito www.isrlaspezia.it consultato il 10/5/2025

G. Pagano, Vita e morte del “Tenente Piero”, un cavaliere antico, articolo pubblicato sul sito www.cittadellaspezia.com consultato il 10/5/2025

Pietro Borrotzu, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 10/5/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 5/4/1944

Cognome / Nome: Borrotzu Pietro

Formazioni d’appartenenza: divisione “Cosseria”; brigata d’assalto “Lunigiana”

Data lapide: non determinabile

Autore: non determinabile

Note: segnaletica visibile

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STRADA INTITOLATA A MARIO CELIO AD AVEZZANO

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Mario Celio nacque ad Avezzano (L’Aquila) il 21 gennaio 1921. Durante la Seconda guerra mondiale combatté in Nordafrica come caporale carrista. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 Mario si trovava nel paese d’origine, presso la propria famiglia, in licenza di convalescenza; senza esitazione, partecipò attivamente alla Resistenza, mettendosi in luce per valore e determinazione. Nel 1944 Avezzano era diventato un punto strategico per i tedeschi per il rifornimento di viveri, armi e munizioni; il partigiano abruzzese, nel tentativo di depredare un camion diretto al fronte, sparò a un soldato nazista lì di guardia; messosi prontamente in fuga, rimase ferito da una granata lanciata dai compagni resistenti che non lo riconobbero. Venne arrestato dai miliari tedeschi assieme alla fidanzata, Luigia Lanciotti detta Gina, e al padre di lei, Giustino Lanciotti, ritenuti suoi complici; i tre furono rinchiusi nella prigione di Tagliacozzo (L’Aquila). Riusciti a scappare dal carcere, Mario e Gina provarono inutilmente a varcare il fronte a Cassino (Frosinone); il giovane andò quindi sui monti aquilani, e proseguì con azioni di guerriglia contro gli invasori.

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Un giorno tentò di far evadere dalla prigione di Avezzano alcuni detenuti politici destinati alla deportazione in Germania; smascherato e tradito, Mario Celio fu torturato e condannato a morte dal Tribunale militare tedesco. Venne fucilato al poligono de L’Aquila il 31 maggio 1944, all’età di ventitré anni.

Il partigiano è stato insignito dell’onorificenza della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: “Magnifica figura di intrepido combattente attaccava da solo, in diverse occasioni, soverchianti forze nemiche, infliggendo sempre a queste gravi perdite in uomini e materiali. Gravemente ferito veniva catturato e condannato a morte. Riuscito ad evadere riprendeva la lotta, catturato una seconda volta e nuovamente evaso, ritornava a combattere. Nel corso di un’audace impresa da lui organizzata per liberare alcuni partigiani dal carcere in cui erano detenuti, scoperto e circondato dalle guardie armate, apriva contro queste il fuoco abbattendone due e ferendone altre, finché dopo strenua lotta, esaurite le munizioni, veniva per la terza volta catturato. Sottoposto a torture e sevizie teneva contegno fiero e superbo; condannato a morte affrontava il plotone di esecuzione con il coraggio degli stoici e la serenità dei martiri più puri”.

Ad Avezzano, cittadina natale di Mario Celio, gli è stata intitolata una strada.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Avezzano
Indirizzo: via Mario Celio
Comune: Avezzano
Provincia: L’Aquila (AQ) 
Regione: Abruzzo
Coordinate geografiche: Latitudine 42.04400 – Longitudine 13.41844

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FONTI

Sitografia

Celio Mario, scheda pubblicata sul sito www.quirinale.it consultato il 18/3/2025

Mario Celio, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 18/3/2025

Mario Celio e Gina Lanciotti, articolo pubblicato sul sito santanatolia.it consultato il 18/3/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 31/5/1944

Cognome / Nome: Celio Mario

Formazioni d’appartenenza: carrista dell’Esercito; bande partigiane abruzzesi

Data lapide: non determinabile

Autore: non determinabile

Note: segnaletica visibile

contatti

STRADA INTITOLATA A MARIO CELIO AD AVEZZANO

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