CIPPO IN RICORDO DELLE VITTIME DELL’ECCIDIO DE LA STORTA A ROMA

CIPPO IN RICORDO DELLE VITTIME DELL’ECCIDIO DE LA STORTA A ROMA

CIPPO IN RICORDO DELLE VITTIME DELL’ECCIDIO DE LA STORTA A ROMA

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1944, poco prima che gli angloamericani entrassero a Roma, liberandola così dal giogo nazifascista, gli occupanti tedeschi iniziarono ad abbandonare la città. Dal carcere e dalla caserma delle SS in via Tasso 145, luogo tristemente noto perché vi furono rinchiusi e seviziati brutalmente oltre 2000 antifascisti romani, si misero in marcia, alla volta di Verona, due camion carichi di prigionieri. Uno dei due automezzi, per un guasto o per un sabotaggio, non riuscì a partire: si salvarono così, fra gli altri, la staffetta partigiana Iole Mancini (1920-2024), il combattente e docente Arrigo Paladini (1921-1991), l’artista e resistente socialista Sergio Ruffolo (1916-1989). Il secondo camion, invece, un Fiat Spa 38, procedette senza intoppi verso nord; nelle prime ore del 4 giugno 1944 si fermò in aperta campagna, al chilometro 14 della via Cassia, in località La Storta; qui i nazisti rinchiusero i quattordici prigionieri nel fienile della tenuta della Spizzichina di proprietà di Carlo Grazioli, ingegnere e vicepresidente della Cassa di risparmio di Roma, requisita dagli occupanti e divenuta un comando militare per fronteggiare gli Alleati.

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In serata, poco prima del crepuscolo, i tedeschi condussero gli ostaggi in una radura lì a fianco e il sottotenente delle SS Hans Kahrau li uccise con un colpo di arma da fuoco alla testa: le salme delle quattordici vittime (dodici italiani, un polacco e un ungherese, di età compresa tra i ventidue e i sessantaquattro anni) vennero abbandonate nel boschetto, e rinvenute pochi giorni dopo da alcuni contadini. Trasportate all’ospedale di Santo Spirito, ove vennero ricomposte e riconosciute da parenti e amici, le solenni esequie collettive si tennero nella Chiesa del Gesù.

Queste le identità dei martiri de La Storta. Gabor Adler (Satu Mare 1919), di famiglia ebrea, nato nella Transilvania ungherese ceduta, con il Trattato di Trianon del 1920, alla Romania; assieme ai parenti si trasferì dapprima a Merano, poi in Germania e a Milano. Agli albori della Seconda guerra mondiale si recò in Algeria per sfuggire all’internamento a seguito dell’emanazione delle leggi razziali; nel febbraio 1942 venne arruolato dai servizi segreti inglesi nei Pioneer corps, con il nome “John Armstrong” e con il grado di capitano. Come agente dello Special operations executive (Soe), partecipando all’operazione “Moselle” sbarcò in Sardegna il 10 gennaio 1943, ma venne presto arrestato dai nazifascisti che, il 1° maggio, lo incarcerarono a Roma a Regina Coeli, per poi essere spostato in via Tasso 145. Gabor Adler è stato identificato solamente nel 2009: inizialmente era stato genericamente definito “inglese sconosciuto”.

Eugenio Arrighi, nato in Honduras, fu tenente dell’Esercito; fece parte della “Missione Nino/La Fonte Chain”, e venne arrestato dai tedeschi il 5 maggio 1944 a Roma, in piazza Bologna.

Frejdrik Borian, ebreo di origini polacche, di professione ingegnere, militò nel Partito socialista italiano e, con il nome di battaglia “Raffaele”, nelle brigate “Matteotti”; venne fermato dai nazisti nel maggio del 1944.

Alfeo Brandimarte (Loreto 1906), ingegnere meccanico laureatosi a Torino, come ufficiale di marina partecipò alla guerra d’Etiopia; durante la Resistenza, organizzò le comunicazioni radiotelegrafiche del fronte militare clandestino e collaborò con la 5a Armata americana. A seguito di una delazione, venne arrestato nell’Urbe il 25 maggio 1944. Nel 1945 è stato insignito della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: “Ufficiale superiore delle Armi Navali di eccezionali doti morali e tecniche, pervaso da profondo amor Patrio, iniziava sin dai primi giorni dopo l’armistizio la sua coraggiosa opera nel fronte clandestino di resistenza. Superando immani difficoltà, riusciva, con scarsi mezzi da lui stesso abilmente apprestati, ad effettuare vari collegamenti r.t. con le autorità nazionali ed alleate dell’Italia liberata. Durante nove mesi la sua fattiva opera veniva svolta con coraggio e abnegazione malgrado ripetutamente ricercato dalle Autorità germaniche. Arrestato in seguito a delazione, subiva atroci sevizie e perdeva la sua vita dedicata al bene della Patria nella località di La Storta, il 3 giugno, barbaramente trucidato dai tedeschi”.

Bruno Buozzi nacque nel 1881 a Pontelagoscuro (Ferrara); obbligato a interrompere gli studi dopo le scuole elementari, lavorò come meccanico aggiustatore. Trasferitosi a Milano, fu operaio specializzato alle officine “Marelli” e, successivamente, nella ditta “Bianchi”; nel 1905 si iscrisse al sindacato degli operai metallurgici e al Partito socialista italiano, aderendo alla fazione riformista. Più volte eletto deputato nei ranghi dei socialisti, nel 1926 espatriò in Francia e, aggregatosi alla Concentrazione antifascista, proseguì la propria attività contro il regime mussoliniano. Durante la guerra civile spagnola, per conto dei socialisti Buozzi organizzò e inviò aiuti alla Repubblica democratica; trasferitosi a Tours, nel 1941 venne arrestato dai tedeschi a Parigi e spedito dapprima in Germania, successivamente in Italia, dove venne confinato a Perugia per un paio di anni. Nell’estate del 1943, caduto il regime fascista, venne nominato dal governo Badoglio commissario alla Confederazione dei sindacati dell’industria, accanto al democristiano Gioacchino Quarello e al comunista Giovanni Roveda. Ricercato dalla polizia nazista, la sera del 13 aprile 1944 venne fermato a Roma, in un appartamento in viale dei Re, con in tasca documenti falsi di copertura; portato nelle carceri di via Tasso, venne subito identificato e rinchiuso assieme ad altre sette persone nella cella numero 6 al secondo piano. Il Comitato di liberazione nazione (Cln) di Roma tentò inutilmente di organizzare l’evasione dalle prigioni di Bruno Buozzi. Si scoprì poi che, nelle intenzioni iniziali, Buozzi non sarebbe dovuto morire, poiché Mussolini avrebbe voluto irretirlo e convincerlo ad avviare la cogestione nelle fabbriche occupate.

Luigi Castellani (Roma 1904), usciere capo del gabinetto del Ministero dell’Interno e apprezzato xilografo, iscritto al Partito socialista italiano, combatté nelle brigate “Matteotti”; venne arrestato nella Capitale il 4 aprile 1944 mentre aiutava il cognato Luigi Ceci, ricercato dai fascisti, a nascondersi in un convento. 

Vincenzo Conversi, di professione ragioniere, collaborò come radio operatore con l’Office of strategic services (Oss), l’Ufficio informazioni dell’esercito statunitense; probabilmente fu partigiano delle brigate “Matteotti”.

Il meccanico autista Libero De Angelis (Roma 1922), originario del quartiere della Garbatella, militò nel Partito socialista italiano e, lottando nelle brigate “Matteotti”, partecipò a missioni informative e di collegamento nonché ad azioni di sabotaggio contro i nazifascisti. Denunciato come spia, fu arrestato dai tedeschi il 3 aprile 1944. Dopo la sua morte, è stato insignito dell’onorificenza della Medaglia d’argento al valor militare alla memoria.

Edmondo Di Pillo, nato a Pepoli (Pescara) nel 1904, fu ingegnere e direttore della sede romana della ditta “Bombrini Parodi Delfino”. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, divenne membro del Consiglio direttivo dell’Unione democratica e agente dell’Oss, instaurando contatti con la 5a Armata americana. Arrestato, assieme alla moglie, il 23 maggio 1944 in via Eleonora Duse 53 a Roma, venne brutalmente torturato nel carcere di via Tasso. Nel 1944 è stato insignito della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: “Ufficiale di complemento non in servizio prendeva subito dopo l’armistizio contatto con gli agenti del servizio informazioni della 5° armata americana e prestava volontaria continua opera di collaborazione, compiendo numerose difficili e rischiose missioni. Iniziatosi il trasporto clandestino sul litorale di agenti segreti e dì radiotelegrafisti assumeva la direzione delle relative operazioni. In vista dello sbarco degli Alleati ad Anzio svolgeva azione delicata, intelligente e pericolosissima onde evitare la distruzione di importanti impianti idroelettrici ed assicurarne la rapida occupazione da parte dei patrioti. Arrestato dalle SS tedesche veniva rinchiuso in prigione assieme alla moglie e poi barbaramente trucidato. Fulgido esempio di patriottismo e di consapevole audacia”.

Pietro Dodi (Firenze 1880), generale di cavalleria e presidente della Compagnia importazione esportazione equini, durante la Grande guerra combatté nel reggimento Cavalleggeri di Lucca; dal 1921 insegnò alla Scuola militare di applicazione d’arma. Nel 1943 divenne partigiano della formazione “Rosi” del Fronte militare clandestino di resistenza; fu fermato dai tedeschi il 15 maggio 1944, in via Raffaello Cadorna 13, e ferocemente seviziato. Nel 1944 è stato insignito dell’onorificenza della Medaglia d’oro al valor militare, con la seguente motivazione: “Generale di cavalleria della riserva fu tra i primi organizzatori del fronte clandestino di resistenza, animato sempre da altissimo amor di Patria. Sebbene attivamente ricercato dalla polizia nemica, continuò la sua fattiva opera di organizzatore e di animatore, incurante dei rischi cui continuamente si esponeva. Tratto in arresto dalle SS germaniche fu sempre un magnifico esempio di calma e di coraggio per i propri compagni di prigionia che instancabilmente incitava a mantenersi fieri e a non cedere alle lusinghe e alle minacce degli aguzzini nemici. Durante i numerosi e atroci interrogatori, nei quali non gli furono risparmiate le sevizie più inumane, non lasciò trapelare nemmeno il minimo particolare della sua organizzazione, deciso a sacrificare solo la sua persona pur di salvare i suoi collaboratori che lottavano per il bene della Patria. Durante l’abbandono di Roma da parte delle truppe tedesche, fu barbaramente trucidato dagli agenti della «Gestapo», che sfogarono così il loro livore contro questa nobile figura di italiano e di soldato”.

L’avvocato civilista Lino Salvatore Eramo nacque nel 1895 a Gioia del Colle (Bari); invalido di guerra, collaborò con il quotidiano romano “Il Messaggero”. Venne arrestato a Roma il 20 maggio 1944 poiché ritenuto cooperatore dei resistenti.

Il tipografo Alberto Pennacchi (Roma 1907), iscritto al Partito socialista italiano, partigiano delle brigate “Matteotti”, fu fermato dai nazisti il 7 aprile 1944 al ponte Garibaldi, mentre trasportava armi e munizioni.

Capitano dell’Esercito italiano, Enrico Sorrentino fu in collegamento con l’Oss e prese parte ad azioni di sabotaggio contro gli occupanti tedeschi; venne arrestato in seguito a delazione.

Il maestro elementare Saverio Tunetti (Palermo 1913), militante del Partito socialista italiano, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 entrò nelle brigate “Matteotti”; venne imprigionato dai nazisti agli inizi di maggio 1944 per aver esposto una bandiera rossa, per la Festa dei lavoratori, in piazza Melozzo da Forlì. Rinchiuso nella caserma di via Tasso, fu sottoposto a feroci sevizie.

A Roma, i martiri dell’eccidio de La Storta sono commemorati da due lapidi. In via Giulio Galli, all’incrocio con la via Cassia, nel quartiere La Giustiniana, il 4 giugno 1949 il Comune di Roma ha inaugurato una lastra in marmo chiaro screziato, che reca incisa la scritta “DEMMO / LA VITA / PER LA LIBERTÀ / 4 GIUGNO 1944”, seguita dall’elenco dei nomi delle vittime. In fondo a via Antonio Labranca, nei pressi del numero civico 65, nel punto dove vennero trucidati i quattordici antifascisti, è stato posto un cippo in pietra scabra con l’iscrizione “ALLA MEMORIA” e, a seguire, i nomi dei resistenti; Gabor Adler, all’epoca del monumento non ancora riconosciuto, è indicato semplicemente come “INGLESE SCONOSCIUTO”. Lì a fianco, il 4 giugno 2009 è stata messa una targa marmorea sulla quale si legge “L’INGLESE SCONOSCIUTO / È STATO IDENTIFICATO IN / GABOR ADLER / CAPT. JOHN ARMSTRONG”.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: La Storta
Indirizzo: via Antonio Labranca, 65 
Comune: Roma
Provincia: Roma (RM)
Regione: Lazio
Coordinate geografiche: Latitudine 41.99175 – Longitudine 12.40589

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FONTI

Bibliografia

G. Mammarella, Bruno Buozzi (1881-1944). Una storia operaia di lotte, conquiste e sacrifici, Roma, Ediesse, 2014

I. Musiani, Il cammino della Libertà. I martiri a “La Storta” 4 giugno 1944, Roma, Associazione Nazionale Famiglie Italiane Martiri caduti per la Libertà della Patria, 1994

P. Tompkins, Una spia a Roma, Milano, il Saggiatore, 2002, p. 358

Sitografia

A. Lombardi, Finalmente ha un nome il quattordicesimo assassinato a La Storta, articolo pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 2/5/2025

A. Osti Guerrazzi, La Storta, Roma, 4 giugno 1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 2/5/2025

S. Pulvirenti, 4 giugno 1944: l’eccidio di La Storta, articolo pubblicato sul sito sarastampa.wordpress.com consultato il 2/5/2025

Bruno Buozzi, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 2/5/2025

La Storta – cenni storici, articolo pubblicato sul sito www.viatieri.it consultato il 2/5/2025

Le vittime, scheda pubblicata sul sito www.eccidiolastorta.it consultato il 2/5/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 4/6/1944

Cognome / Nome: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte

Formazioni d’appartenenza: Partito socialista italiano; brigate “Matteotti”; Fronte militare clandestino di resistenza

Data lapide: non determinabile; 4/6/2009 (targa dedicata a Gabor Adler)

Autore: non conosciuto

Note: lapide visibile e liberamente accessibile

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CIPPO COMMEMORATIVO DELL’ECCIDIO DI MONTALTO A CESSAPALOMBO

CIPPO COMMEMORATIVO DELL’ECCIDIO DI MONTALTO A CESSAPALOMBO

CIPPO COMMEMORATIVO DELL’ECCIDIO DI MONTALTO A CESSAPALOMBO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Nei mesi di marzo e aprile 1944 nelle zone meridionali delle Marche, nelle province di Ascoli Piceno e Macerata, i nazifascisti col pugno di ferro attuarono rastrellamenti e rappresaglie per stroncare la Resistenza locale: quella era, infatti, un’area strategica per i collegamenti con il fronte di Anzio. Tali azioni violente servirono anche per terrorizzare la popolazione civile e per costringere i giovani renitenti a entrare nei ranghi dell’esercito repubblichino di Salò. Tra le stragi perpetrate dai nazifascisti nell’alto Maceratese, si ricorda l’eccidio di Montalto, nel comune di Cessapalombo. Agli inizi di marzo, un gruppo di giovani ventenni, originari perlopiù di Tolentino, decise di unirsi ai resistenti in montagna; su consiglio del loro parroco, don Luciano Piergentili, e del Comitato di liberazione nazionale (Cln) di Tolentino, essi andarono a Montalto. In quelle settimane dovettero affrontare numerosi problemi, come il rifornimento di armi, munizioni e viveri.

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Dopo il veemente scontro tra partigiani e fascisti avvenuto nella notte del 19 marzo nella piazza di Caldarola (Macerata), si sparse la voce di un possibile rastrellamento da parte dei nazifascisti; ciononostante, non vennero prese precauzioni e la banda di Montalto non fu trasferita. All’alba del 22 marzo 1944, un’ottantina di militari del battaglione M “IX Settembre”, inquadrato nella divisione tedesca “Brandenburg”, giunse a Montalto e, con un sanguinario eccidio, massacrò gli uomini qui radunati: antifascisti, combattenti di lungo corso e ragazzi avversi al servizio militare da poco arrivati sui monti. Nicola Peramezza, Mario Ramundo, Guidobaldo Orizi e Lauro Cappellacci vennero uccisi mentre cercavano di scappare. Marcello Muscolini, Aroldo Ragaini, Alberto Pretese, Carlo Manente ed Elvio Verdinelli furono invece risparmiati, poiché la strada iniziava a essere ingombra di cadaveri; Nello Salvatori, nonostante rimase ferito gravemente, si finse morto e, così facendo, ebbe salva la vita. Il comandante partigiano Achille Barilatti venne giustiziato il 23 marzo all’esterno del cimitero di Muccia (Macerata). In totale, quel giorno a Montalto furono ammazzati trenta militanti della Liberazione.

Siamo a conoscenza dell’identità dei ventisei resistenti fucilati, quasi tutti marchigiani e della brigata “Spartaco”, 6° battaglione “Nicolò”: Manlio Ferrario (Salò, 1925); Ennio Proietti (Macerata, 1919); Audio Carassai (Tolentino, 1925); Luigi Cerquetti (Tolentino, 1925); Balilla Pascolini (Tolentino, 1925); Giuseppe Gurrieri (Ragusa, 1928); Umberto Lucentini (Tolentino, 1922); Giuseppe Cegna (Tolentino, 1923); Nicola Ciarapica (Tolentino, 1920); Arduino Germondani (Tolentino, 1924); Ugo Sposetti (Pioraco, 1925); Adino Baccarelli (Tolentino, 1925); Umberto Angelelli (Tolentino, 1927); Spartaco Perugini (Tolentino, 1923); Radamés Casadidio (Camerino, 1924); Giammario Fazzini (Camerino, 1925); Mariano Scipioni (Potenza Picena, 1925); Giacomo Saputo, nato a Terrasini (Palermo) nel 1924, partigiano del 2° battaglione “Buscalferri”; Bruno Principi (Treia, 1924), del 2° battaglione “Buscalferri”; Nazzareno Bartoli (Castelfidardo, 1924); Armando Mogetta (Pollenza, 1921); Armando Pettinari (Tolentino, 1924); Alberto Patrizi (Recanati, 1925), del 2° battaglione “Buscalferri”; Lorenzo Bernardoni (Montelupone, 1925), combattente del 2° battaglione “Buscalferri”; Primo Stacchietti (Montecassiano, 1925); Mariano Cutini (Potenza Picena, 1924). 

Il 22 settembre 1946, nel luogo dell’eccidio è stato inaugurato un cippo commemorativo dei martiri di Montalto, formato da un fusto di colonna diroccato con una croce, posto in cima a un basamento sul quale sono appese cinque lapidi in marmo chiaro. Esse recano incisi i nomi delle vittime della strage, mentre quella posta sul gradino del basamento recita “TRIBUTO D’AMORE DELLE STRAZIATE FAMIGLIE / QUI RESTINO PERENNEMENTE SCOLPITI I NOMI / DI COLORO CHE CADDERO PER LA LIBERTÀ / NELLA STRAGE FRATRICIDA 22-9-1946”.

Il comune di Cessapalombo è stato insignito dell’onorificenza della Croce al valor militare, con la seguente motivazione: “Durante l’occupazione tedesca il Comune di Cessapalombo dimostrava in difficili circostanze, ferma patriottica decisione. Particolarmente meritevole di elogio il contegno tenuto dalle popolazioni di Montalto e Monastero che rifornivano di viveri, armi e munizioni i partigiani e partecipavano anche, con i loro uomini, ai combattimenti del marzo e del maggio”.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Montalto
Indirizzo: contrada Valle, 4-6
Comune: Cessapalombo
Provincia: Macerata (MC)
Regione: Marche
Coordinate geografiche: Latitudine 43.10430 – Longitudine 13.22656

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FONTI

Sitografia

C. Donati, MONTALTO CESSAPALOMBO 22.03.1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 15/4/2025

Montalto di Cessapalombo, scheda pubblicata sul sito www.istitutostoriamarche.it consultato il 15/4/2025

La Storia, scheda pubblicata sul sito www.anpitolentino.it consultato il 15/4/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 22/3/1944

Cognome / Nome: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte

Formazioni d’appartenenza: brigata “Spartaco”, 6° battaglione “Nicolò”; brigata “Spartaco”, 2° battaglione “Buscalferri”

Data opera: 22/9/1946

Autore: non conosciuto 

Note: cippo visibile e liberamente accessibile

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BUSTO IN RICORDO DI FILIPPO BONAVITACOLA A MONTELLA

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Filippo Bonavitacola nacque il 3 marzo 1914 a Montella (Avellino). Militare dell’Arma dei Carabinieri, durante la Seconda guerra mondiale combatté nei Balcani. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si trovava a Berat, nella parte meridionale dell’Albania; assieme ad altri Carabinieri, si unì ai partigiani albanesi nella lotta all’invasore tedesco. Catturato dai nazisti a Elbasan, cittadina situata nell’Albania centrale, fu spedito in un campo di concentramento in Germania, dal quale riuscì a scappare mettendosi così in salvo. Raggiunse quindi i resistenti cecoslovacchi e russi, proseguendo a contrastare i tedeschi. Imprigionato nuovamente, si rifiutò di calpestare gli alamari che i nazisti gli strapparono dalla divisa; venne giustiziato l’8 dicembre 1944 in Slovacchia, a Branovo: prima di essere fucilato, sferrò un pugno al capitano che gli si era avvicinato per bendargli gli occhi. La sua salma venne traslata in Italia solamente cinquant’anni dopo la morte, nel dicembre 1994, e fu sepolta nel cimitero di Cassano Irpino (Avellino), poco distante dal paese d’origine.

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Il carabiniere campano venne insignito, nel 1947, dell’onorificenza della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: “Sorpreso dall’armistizio dell’8 settembre 1943 in territorio albanese, si univa ai partigiani nella lotta contro i tedeschi. Catturato e condotto in campo di concentramento tedesco, ne evadeva unendosi ai partigiani russi e slovacchi per continuare la impari lotta. Nuovamente catturato, conscio della propria fine, mantenne durante il processo e la lettura della condanna a morte fierissimo contegno rincuorando i compagni di prigionia, inneggiando al Re e all’ Italia. Al momento dell’esecuzione assestava un forte pugno al capitano tedesco che gli si era avvicinato per bendarlo e, scoprendosi il petto, gridava: «Sparate pure, non temo la morte». Fulgido esempio di alte virtù militari e di fierezza nazionale”.

A Montella, sua città natale, il 9 maggio 2002 è stato inaugurato un busto in bronzo effigiante Filippo Bonavitacola, ubicato nel cortile antistante lo stabile del Comando dei Carabinieri; il ritratto è posto su di un basamento in marmo chiaro, recante incisa l’iscrizione a lettere capitali “ALLA MEMORIA / DEL / CARABINIERE / M.O.V.M. / FILIPPO / BONAVITACOLA”. All’interno della caserma è stata appesa, nella medesima data, una lastra di formato rettangolare, in marmo bianco lucido con venature grigie, con una scritta color del bronzo recitante la motivazione del conferimento della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Montella
Indirizzo: via Corte San Pietro 
Comune: Montella
Provincia: Avellino (AV)
Regione: Campania
Coordinate geografiche: Latitudine 40.84739 – Longitudine 15.02275

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FONTI

Sitografia

Arma dei Carabinieri, Cippo alla M.O.V.M. al Carabiniere Filippo Bonavitacola – Compagnia CC – Montella, scheda pubblicata sul sito www.pietredellamemoria.it consultato il 19/3/2025

Arma dei Carabinieri, Lastra alla M.O.V.M. al Carabiniere Filippo Bonavitacola – Compagnia CC – Montella, scheda pubblicata sul sito www.pietredellamemoria.it consultato il 19/3/2025 

Bonavitacola Filippo, scheda pubblicata sul sito www.quirinale.it consultato il 19/3/2025

Filippo Bonavitacola, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 19/3/2025

Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria Carabiniere Bonavitacola Filippo, scheda pubblicata sul sito www.carabinieri.it consultato il 19/3/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 8/12/1944

Cognome / Nome: Bonavitacola Filippo 

Formazioni d’appartenenza: Arma dei Carabinieri

Data opera: 9/5/2002

Autore: non conosciuto 

Note: busto visibile, ma non liberamente accessibile, essendo posto nel piazzale antistante l’edificio del Comando dei Carabinieri

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TARGA IN MEMORIA DI DON ACHILLE BOLIS A CALOLZIOCORTE

TARGA IN MEMORIA DI DON ACHILLE BOLIS A CALOLZIOCORTE

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© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Achille Bolis nacque il 14 ottobre 1873 in una casa con mulino in località Tovo a Calolziocorte (Lecco), figlio di Francesco Bolis, segretario comunale, e della sua seconda moglie Teresa Caccia. Studente in seminario, fu ordinato sacerdote nel 1896, e prestò servizio nelle parrocchie di Sogno, Borgo Pignolo a Bergamo e Valtesse (attualmente quartiere della città di Bergamo); nel gennaio 1931 don Achille venne elevato alla dignità di Arciprete di Calolziocorte, con ingresso solenne nella parrocchia di San Martino il 25 gennaio di quell’anno. Nella propria città natale condusse con zelo e freschezza una vita pastorale attenta al bene, alla cura e alla salvaguardia dei parrocchiani a lui affidati; organizzò inoltre, nel 1936, un congresso eucaristico per celebrare il centenario dell’Arcipresbiteriale. Dopo l’8 settembre 1943, don Achille Bolis aderì a un gruppo antifascista nato per soccorrere i partigiani rifugiatisi sui monti del Lecchese e della Bergamasca, inviando loro medicinali, viveri, indumenti e armi, e per aiutare a fuggire in Svizzera ebrei e coloro che erano minacciati dai nazifascisti. Inoltre, in casa parrocchiale diede asilo ad alcuni nemici del regime, e permise di nascondere armamenti e munizioni nel campanile della chiesa di San Martino e nella sacrestia della chiesa di Santa Maria del Lavello. Nei territori di Lecco e di Bergamo, caratterizzati da una profonda religiosità, numerosi furono i sacerdoti che militarono nella Resistenza: personalità come, per esempio, don Antonio Seghezzi (1906-1945), assistente della gioventù maschile dell’Azione Cattolica di Bergamo, morto nel lager di Dachau; oppure don Giovanni Ticozzi (1897-1958), tra i promotori del Comitato di liberazione nazionale lecchese. Nelle prime ore del 22 febbraio 1944 circa sessanta uomini della compagnia Ordine pubblico di Bergamo, reparto mobile della Guardia nazionale repubblicana comandato da Aldo Resmini e dal sottotenente Alessandro Ghisleni, giunse a Calolziocorte e arrestò quattro ricercati:

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don Tommaso Rota, coadiutore della parrocchia del Pascolo (frazione di Calolziocorte); il medico condotto del paese Oscar Zannini; l’impiegato comunale Luigi Ferrario; don Achille Bolis, denunciato per vendetta verosimilmente da persone del posto, fatto salire su di un camion e lasciatovi al freddo sino alle 4 del mattino, quando le vetture con i prigionieri si diressero verso la Casa del Fascio di Bergamo. Qui, nonostante fosse febbricitante per una forma bronchiale che lo affliggeva, il settantenne Arciprete venne rinchiuso nei sotterranei, sottoposto a un estenuante interrogatorio, minacciato, insultato e malmenato dai fascisti. Il coadiutore di Calolziocorte, don Giacinto Frigeri, informò prontamente dell’accaduto monsignor Adriano Bernareggi, vescovo di Bergamo, e si spese molto per cercare di liberare don Achille, purtroppo con esito negativo. Il 23 febbraio l’anziano sacerdote venne trasferito a Milano per un interrogatorio-confronto con i suoi presunti accusatori; a questo punto, si hanno due testimonianze discordanti. Secondo una, fu portato a pochi passi dal Duomo, all’esterno dell’ex Albergo Regina, dal settembre 1943 all’aprile 1945 sede del quartier generale dei nazisti, famigerato luogo di tortura e di morte, senza però entrarvi; in un’altra ricostruzione, invece, don Bolis rimase per alcune ore all’interno dell’ex hotel, dove si presume venne seviziato. Condotto poi nel carcere di San Vittore, fu nuovamente picchiato selvaggiamente; l’uomo morì nella serata del 23 febbraio 1944: secondo la versione ufficiale rilasciata dal comando delle SS, la causa del decesso fu un aneurisma polmonare. Sin da subito fu però chiaro a tutti che don Achille morì per le percosse e le torture subite dai nazifascisti in quelle drammatiche ore: ci sono, difatti, numerosi testimoni all’epoca incarcerati a San Vittore che riferiscono di aver visto il sacerdote insanguinato, con il volto e il collo coperti di lividi ed ecchimosi, le vesti lacere. Grazie all’intervento della Curia milanese, informata da un secondino della prigione, si riuscì a bloccare il trasporto della salma al Cimitero Monumentale, ordinato dai tedeschi; i nazisti vietarono che le esequie si tenessero a Calolziocorte (temevano infatti un’insurrezione popolare). Vennero dunque celebrati funerali solenni a Milano, nella chiesa parrocchiale di San Giovanni in Laterano; il feretro giunse poi a Bergamo e il 1° marzo, nonostante la richiesta dell’arcivescovo Bernareggi di tributare al sacerdote solenni suffragi nella chiesa di Sant’Anna in Borgo Palazzo, fu requisito da militari nazisti e sepolto segretamente al Cimitero Maggiore. Terminata la guerra e recuperata la salma, il 1° giugno 1945 monsignor Bernareggi tenne un ufficio funebre a Bergamo, dopodiché le spoglie dell’Arciprete furono traslate a Calolziocorte: qui, il 3 giugno, vennero finalmente celebrati i funerali di don Bolis nella sua chiesa Arcipresbiteriale, e la bara fu tumulata nel cimitero locale. 

In occasione dell’ottantesimo anniversario della barbara uccisione di don Achille Bolis, l’ANPI e il Comune di Calolziocorte hanno dedicato alla sua memoria una targa, inaugurata il 16 novembre 2024 nella piazza Arcipresbiteriale, proprio di fianco alla chiesa di San Martino. Essa reca una fotografia in bianco e nero del sacerdote, e un’iscrizione (in italiano e in inglese) con brevi cenni biografici sulla vita e l’operato dell’Arciprete.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Calolziocorte
Indirizzo: piazza Arcipresbiteriale, angolo con via XXIV Maggio
Comune: Calolziocorte
Provincia: Lecco (LC)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.80276 – Longitudine 9.43164

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Tag:

FONTI

Bibliografia

E. Bolis, C. Tacchi, A Milano è morto l’arciprete. Don Achille Bolis 23 febbraio 1944, Milano-Udine, Mimesis, 2024

Don Achille Bolis nel 50° anniversario della morte, a cura della comunità Parrocchiale di Calolziocorte, Calolziocorte, Tipolito Rocca, 1994

Sitografia

A. Bellini, Don Achille Bolis, il coraggio dell’amore, articolo pubblicato sul sito www.chiesadimilano.it consultato il 31/1/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 23/2/1944

Cognome / Nome: Bolis Achille

Formazioni d’appartenenza: non determinabile

Data lapide: 16/11/2024

Autore: non conosciuto. Sappiamo solo che la targa è stata commissionata dall’ANPI in collaborazione con il Comune di Calolziocorte

Note: targa visibile e liberamente accessibile

contatti

TARGA IN MEMORIA DI DON ACHILLE BOLIS A CALOLZIOCORTE

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PIETRA D’INCIAMPO IN MEMORIA DI JOSEF WEINSTEIN A BOLZANO

PIETRA D’INCIAMPO IN MEMORIA DI JOSEF WEINSTEIN A BOLZANO

PIETRA D’INCIAMPO IN MEMORIA DI JOSEF WEINSTEIN A BOLZANO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Josef (o Joseph) Weinstein nacque il 22 giugno 1876 in Repubblica Ceca, a Bánov, nella regione di Zlín, figlio di Maurizio e Giuseppina Weinstein. Nel 1896, a vent’anni di età, si trasferì in Italia, a Trento, dove iniziò a lavorare come agente di commercio di prodotti e manufatti; dopo aver ottenuto la licenza commerciale, collaborò con Guido Moncher, proprietario di uno dei primi grandi magazzini in Trentino (“Al Buon Mercato”, situato in via Mantova). Sempre a Trento conobbe Ellen Brauner, sorella di Ludwig Brauner, medico di Merano: Josef ed Ellen si unirono in matrimonio nel 1905, e dalla loro unione nacquero tre figli, Leo, Hilda e Lisbeth. I due coniugi si spostarono a Merano e, dopo la morte della moglie nel 1931, Weinstein e la prole vissero a Bolzano, in via Principe di Piemonte 17 (oggi ribattezzata via della Mostra); qui l’uomo vendette abbigliamento e maglieria. A seguito dell’emanazione delle leggi razziali fasciste, il 14 novembre 1938 gli venne revocata la licenza commerciale poiché ebreo; si spostò quindi a Varese, e fece ritorno a Bolzano nel settembre 1939. Josef non ottenne mai la cittadinanza italiana. Nell’estate del 1943 vennero messi dai tedeschi i sigilli all’abitazione, alla sartoria e al negozio di Weinstein, colpiti e devastati da una bomba nel maggio del 1944. Arrestato dai nazisti a Torre Boldone (Bergamo) e detenuto nel carcere di Milano, Josef Weinstein fu poi trasferito nel campo di transito di Bolzano; da qui, con il convoglio numero 18, il 24 ottobre 1944 venne deportato in Polonia, nel lager di Auschwitz, dove venne ucciso il 28 ottobre 1944 all’età di sessantotto anni.

Il 15 gennaio 2015, all’esterno dell’ex casa di Josef Weinstein in via della Mostra 17, è stata posta una pietra d’inciampo commemorativa. Essa reca, sulla lastra in ottone visibile, l’iscrizione a lettere capitali “QUI ABITAVA/HIER WOHNTE / JOSEF WEINSTEIN / NATO/JG. 1876 / ARRESTATO/VERHAFTET / KZ BOZEN / DEPORT. 1944 / AUSCHWITZ / ASSASSINATO/ERMORDET / 28.10.1944”.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Bolzano
Indirizzo: via della Mostra, 17
Comune: Bolzano
Provincia: Bolzano (BZ)
Regione: Trentino Alto Adige
Coordinate geografiche: Latitudine 46.49852 – Longitudine 11.35264

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FONTI

Sitografia

A. Mattioli, Pietre in ricordo degli ebrei deportati, articolo pubblicato sul sito www.altoadige.it consultato il 24/3/2025

Bolzano ricorda le vittime dell’Olocausto con Pietre d’inciampo, articolo pubblicato sul sito www.ladige.it consultato il 24/3/2025

Percorso tra le pietre d’inciampo, scheda pubblicata sul sito opencity.comune.bolzano.it consultato il 24/3/2025

Weinstein, Giuseppe, scheda pubblicata sul sito digital-library.cdec.it consultato il 24/3/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 28/10/1944

Cognome / Nome: Weinstein Josef

Formazioni d’appartenenza: non determinabile

Data pietra d’inciampo: 15/1/2015

Autore: Demnig Gunter

Note: pietra d’inciampo visibile e liberamente accessibile

contatti

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