MUSEO-RIFUGIO IN RICORDO DEI CADUTI NELLA BATTAGLIA DELLA MALGA LUNGA

MUSEO-RIFUGIO IN RICORDO DEI CADUTI NELLA BATTAGLIA DELLA MALGA LUNGA

MUSEO-RIFUGIO IN RICORDO DEI CADUTI NELLA BATTAGLIA DELLA MALGA LUNGA

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

A cavallo tra l’estate e l’autunno del 1944, a seguito dell’affievolirsi dell’offensiva angloamericana, con l’intensificarsi delle rappresaglie e dei rastrellamenti nazifascisti la Resistenza bergamasca iniziò a subire sconfitte e contraccolpi.
Nel 1944 la 53a brigata Garibaldi “13 Martiri di Lovere” si stabilì nel rifugio della Malga Lunga, ubicato in provincia di Bergamo, tra Gandino e Sovere, nei pressi della conca del monte Farno, a 1.235 metri sul livello del mare. Il comandante Giovanni Brasi, nome di battaglia “Montagna”, incaricò della gestione la squadra di una quindicina di resistenti capitanata da Giorgio Paglia, noto come “Tenente Giorgio”, studente di Ingegneria nato a Bologna nel 1922 e residente ad Alzano Lombardo (Bergamo). Il comando della brigata, invece, si stanziò a Campo d’Avene, distante circa mezz’ora dalla Malga Lunga.
Verso mezzogiorno del 17 novembre 1944, ingenti forze fasciste della Legione d’assalto “Tagliamento” della Guardia nazionale repubblicana (Gnr) tesero un’imboscata ai partigiani asserragliati nel rifugio della Malga Lunga;
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la rappresaglia andò a buon fine essenzialmente per due motivi: alcuni resistenti si erano allontanati per svolgere differenti incarichi, sguarnendo così le proprie file; inoltre il combattente posto come sentinella, il russo Kireij Deresin “Rostoff”, non diede l’allarme. In loco rimasero solamente otto partigiani: Giorgio Paglia; il muratore Guido Galimberti soprannominato “Barbieri” (Chignolo d’Isola, 1906); l’operaio meccanico Andrea Casini “Rocco” (Gorle, 1921); Mario Zeduri chiamato “Tormenta” (Bergamo, 1926); i russi Semion Kopcenko “Simone”, Alexander Noghin detto “Molotov”, Ilarion Efanov “Starik”, “Donez”. Per circa tre ore ci fu uno scontro acceso, finché i fascisti presero possesso del tetto e gettarono all’interno del rifugio bombe a mano, costringendo i combattenti alla resa con la promessa di essere risparmiati. I repubblichini, una volta catturati gli otto giovani, uccisero a pugnalate Mario Zeduri e Ilarion Efanov, già feriti gravemente. I sei superstiti vennero invece trascinati a valle; a nulla valsero i tentativi del comandante Giovanni Brasi e dei suoi uomini di liberarli.

Il 21 novembre 1944 i sei partigiani vennero condannati a morte; a Giorgio Paglia venne concessa la grazia poiché figlio di Guido Paglia, un soldato insignito della Medaglia d’oro della Guerra d’Africa; il “Tenente Giorgio” rifiutò, e chiese ai fascisti di essere giustiziato per primo. Alle ore 18:00 del medesimo giorno, i sei martiri della Liberazione vennero fucilati sul lato sinistro del cimitero di Costa Volpino (Bergamo). Nei medesimi giorni poco distante, nei pressi del cimitero di Lovere, ci fu l’esecuzione di altri due militanti della stessa brigata garibaldina, i fratelli Florindo (Rovereto, 1922) e Renato (Ancy, 1924) Pellegrini, soprannominati rispettivamente “Falce” e “Martello”, imprigionati durante la rappresaglia di Covale.

Nel 1979 Gianni Radici donò al comune di Sovere la Malga Lunga; nel 2005 il Comune l’ha concessa in comodato d’uso gratuito all’ANPI, con lo scopo di creare un Museo rifugio della Resistenza bergamasca 53a Brigata Garibaldi “13 Martiri di Lovere”. Esternamente all’edificio è presente un semplice cippo in pietra scabra, con la scritta “A / RICORDO / DEI / CADUTI / PARTIGIANI”; sul muro sono, inoltre, appese due lapidi. La prima, una lastra del 1981, in pietra grigia con, nella parte sommitale, lo stemma dell’ANPI e un ritratto di profilo di Giuseppe Garibaldi, reca l’iscrizione “IN QUESTO LUOGO IL 17-11-1944 / UN GRUPPO DI PARTIGIANI DELLA 53A BRIGATA / GARIBALDI VENNE CATTURATO DALLA FAMIGERATA / TAGLIAMENTO FASCISTA / IL SOVIETICO EFANOV – STARIK – / E MARZIO ZEDURRI – TORMENTA – VENNERO UCCISI / IMMEDIATAMENTE. / GIORGIO PAGLIA GIORGIO – COMANDANTE DEL / DISTACCAMENTO – GUIDO GALIMBERTI – BARBIERI – / ANDREA CASLINI – ROCCO – E I SOVIETICI DONEZ, MOLOTOV, / COPENKO NOGHI VENNERO FUCILATI ALCUNI / GIORNI DOPO AL CIMITERO DI COSTA VOLPINO / RICORDIAMO / CHE IL LORO SACRIFICIO RAPPRESENTA / IL DURO PREZZO PAGATO PER LA CONQUISTA / DELLA LIBERTÁ E DELLA DEMOCRAZIA”. La seconda è una targa rettangolare in marmo bianco con una croce, una foto in bianco e nero e la scritta “QUI / IL 17 – 11 – 1944 / FINÌ EROICAMENTE IL / SUO MARTIRIO IL PATRIOTA / MARIO ZEDURRI / UNA PRECE”. Dal luglio 2013, grazie al lavoro del suo responsabile Renzo Vavassori (1939-2016), è attivo il Museo multimediale interattivo della Malga Lunga. Dal 2024, l’ANPI sta lavorando a un progetto di riallestimento e valorizzazione del Museo.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Malga Lunga
Indirizzo: Monte di Sovere
Comune: Sovere
Provincia: Bergamo (BG)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.82063 – Longitudine 9.98129

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Tag:

FONTI

Sitografia

S. Cantoni, Malga Lunga e Covale, Sovere, 17-21.11.1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 7/7/2025

“IL DICIASSETTE DEL TRISTE NOVEMBRE”, articolo pubblicato sul sito www.malgalunga.it consultato il 7/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 17/11/1944 – 21/11/1944

Cognome / Nome: Paglia Giorgio; Galimberti Guido; Casini Andrea; Zeduri Mario; Kopcenko Semion; Noghin Alexander; Efanov Ilarion; “Donez”

Formazioni d’appartenenza: 53a brigata Garibaldi “13 Martiri di Lovere”

Data struttura: 1979 (donazione del rifugio al comune di Sovere); 2005 (concessione all’ANPI); luglio 2013 (entrata in funzione Museo multimediale interattivo della Malga Lunga)

Autore: non determinabile. Sappiamo solo che il Museo multimediale è nato grazie al lavoro di Renzo Vavassori 

Note: edificio visibile e non liberamente accessibile, orari contingentati in base alle aperture della struttura

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MUSEO DELLO SBARCO DI ANZIO

MUSEO DELLO SBARCO DI ANZIO

MUSEO DELLO SBARCO DI ANZIO

© Autore: [Nome dell’Autore] Questa immagine è protetta da copyright.

Tra i luoghi di interesse storico legati alla vicenda dello sbarco effettuato tra Anzio e Nettuno nel gennaio del 1944 dalle forze alleate – cimiteri militari dei soldati caduti nel contesto dell’operazione, resti di postazioni fortificate sulla costa od il celebre monumento ad Angelita sulla riviera Vittorio Mallozzi – si trova il Museo dello Sbarco di Anzio. Situato all’interno dei locali dell’edificio seicentesco di Villa Adele, il museo ospita una collezione di materiali inerenti lo sbarco e gli scontri che ne seguirono durante le successive settimane. Inaugurato il 22 gennaio del 1994, in occasione del 50o anniversario, il museo è diviso in 4 sezioni: americana, inglese, tedesca e italiana.   

Fronte italiano, gennaio 1944. Dopo i successi seguiti all’operazione Husky – lo sbarco alleato avvenuto sulle coste siciliane nel luglio del 1943 – gli eserciti angloamericani si ritrovano bloccati dalle difese tedesche mentre sono impegnati a risalire la penisola.

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Le forze di occupazione naziste hanno cambiato strategia: non conducono più una “ritirata combattuta” bensì hanno l’ordine di impegnarsi in una difesa ad oltranza in punti ritenuti adatti allo scopo. La linea difensiva prescelta taglia in due l’Italia meridionale, dal mar Tirreno all’Adriatico. La “Linea Gustav”, questo il suo nome, si dipana tra il Lazio e la Campania, ed è immaginata per sfruttare al meglio i vantaggi offerti dalle montagne e dalle valli di quei territori. Trincee, bunker per il tiro e l’osservazione, postazioni per mitragliatrici caratterizzano l’imponente sistema difensivo, coperto dal tiro delle artiglierie tedesche situate alle spalle del fronte. Nonostante all’alba del ‘44 gli alleati possano vantare una pressoché incontrastata supremazia aerea – l’aeronautica tedesca, la “Luftwaffe”, non si era mai ripresa dalla disastrosa battaglia d’Inghilterra del 1940 – questa non si rivela sufficiente a scardinare le difese tedesche. I bombardamenti e gli attacchi al suolo degli apparecchi angloamericani provocano ingenti danni all’esercito di Hitler senza tuttavia riuscire ad ottenere i risultati sperati sul piano militare. Il caso più eclatante si verificherà nella distruzione del monastero di Montecassino, nel febbraio del 1944; l’importante punto strategico che domina la Valle del Liri – dunque la Via Casilina, l’unica strada agilmente percorribile dai mezzi alleati per la risalita della penisola – viene raso al suolo dalle bombe alleate. 

In ogni caso, sin dal principio della Campagna d’Italia, l’obiettivo principale degli anglo-americani sulla penisola è individuato nella presa di Roma. La cattura della città, una delle capitali delle potenze dell’Asse, assume per gli alleati un valore simbolico importante. Tuttavia la tenace resistenza tedesca, un inverno caratterizzato dal maltempo e la conformazione del territorio finiscono per frustrare le ambizioni dei comandi anglo-americani. In seguito alla dimostrazione dell’inutilità – e del costo in vite umane – che gli attacchi frontali alla Linea Gustav significano, viene ideato un piano di aggiramento del fronte, denominato «Operazione Shingle». Si trattava di effettuare uno sbarco anfibio di uomini e mezzi alle spalle dei tedeschi, nei pressi dei comuni di Anzio, Nettuno e Tor San Lorenzo. L’idea è quella di dare una scossa allo stallo della situazione sul fronte italiano: lo sbarco consentirebbe di puntare rapidamente su Roma, distante circa 60 km. A capo del VI Corpo d’armata, incaricato di condurre l’operazione ad Anzio, c’è il generale statunitense George Porter Lucas. 

Gli alleati si preparano e la mattina del 22 gennaio 1944 truppe inglesi e americane sbarcano sulla costa in tre distinti punti tra Anzio e Nettuno, sulle spiagge denominate “Peter beach”, “Yellow beach” e “X-Ray beach”. Le forze tedesche vengono colte alla sprovvista e non oppongono una resistenza degna di questo nome. Inglesi e americani riescono così a prendere terra e a creare una solida “testa di ponte”. A poche ore dagli sbarchi un’imponente mole di uomini e mezzi è sulla costa: 36.000 uomini e circa 3.000 veicoli, da trasporto e da combattimento, si preparano ad avanzare in territorio tedesco. Nonostante il successo degli sbarchi e la conseguente possibilità di puntare in modo rapido in direzione dei colli albani, l’operazione “Shingle” diventa ben presto un boomerang per le forze alleate. Il generale Lucas, anziché ordinare alle proprie forze di avanzare verso l’entroterra, prende la decisione di consolidare le posizioni e di attendere ulteriori rinforzi senza espandere la testa di ponte alleata, profonda poco più di 10 km. La tattica si rivela sbagliata. Le forze tedesche hanno il tempo di riorganizzarsi e di convergere sull’area, mentre la loro artiglieria si posiziona sulle zone collinari attorno ad Anzio. È l’inizio di una battaglia di attrito in grado di frustrare le ambizioni alleate di concludere l’operazione positivamente. Per diverse settimane tedeschi e anglo-americani si scontrano, senza successi per nessuna delle due parti: i tedeschi non riescono ad annientare gli angloamericani sulla costa e questi non riescono ad avanzare verso l’interno. Dopo un mese di combattimenti ed il sostanziale fallimento di “Shingle” il generale Mark Clark – comandante della 5a Armata USA – solleva George Porter Lucas dal comando del VI corpo d’armata ad Anzio, sostituendolo con Lucian Truscott. La liberazione di Roma giunge solamente quattro mesi più tardi, il 4 giugno 1944, ma nonostante ciò la campagna militare sul fronte italiano è ancora lontana dalla sua conclusione. Una nuova linea difensiva tedesca più a nord, la “Linea Gotica”, sarà capace di ostacolare l’avanzata alleata nell’ultimo terribile inverno di guerra, quello del 1944-1945.

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Anzio
Indirizzo: via di Villa Adele, 2
Comune: Anzio
Provincia: Roma (RM)
Regione: Lazio
Coordinate geografiche: Latitudine 41.45012 – Longitudine 12.63029

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Tag:

FONTI

Bibliografia

C. D’Este, Fatal decision: Anzio and the battle for Rome, HarperCollins, 1991

P. P. Battistelli, Anzio 1944: lo sbarco e la battaglia, in «Rivista Militare», 2004, n.1

Sitografia

Archivio Luce, Lo sbarco di Anzio nelle immagini dei combat film, scheda e video pubblicati sul sito www.archivioluce.com consultato il 27/6/2025

Lo sbarco di Anzio, scheda pubblicata sul sito www.liberationroute.com consultato il 27/6/2025

Museo dello sbarco di Anzio, scheda pubblicata sul sito www.liberationroute.com consultato il 28/6/2025

Museo dello sbarco di Anzio, scheda pubblicata sul sito cultura.gov.it consultato il 27/6/2025

Passato e Presente, Nome in codice: Shingle. Lo sbarco di Anzio, video pubblicato sul sito www.rai.it consultato il 28/6/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 22/1/1944

Cognome / Nome: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte

Formazioni d’appartenenza: VI Corpo d’Armata Americano

Data/e opera: non determinabile. Sappiamo solo che il museo fu inaugurato il 22/1/1994

Autore/i: non conosciuto

Note: l’ingresso al museo non è liberamente accessibile (gli orari sono contingentati in base alle aperture della struttura)

contatti

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MUSEO DEL CORPO ITALIANO DI LIBERAZIONE “ALDO MORO”, A SCAPOLI

MUSEO DEL CORPO ITALIANO DI LIBERAZIONE “ALDO MORO”, A SCAPOLI

MUSEO DEL CORPO ITALIANO DI LIBERAZIONE “ALDO MORO”, A SCAPOLI

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Nel comune di Scapoli, in provincia di Isernia, si trova il museo dedicato alla storia e alla memoria del Corpo Italiano di Liberazione – CIL. Non distante dal luogo si trova il palazzo dei marchesi Battiloro; l’edificio ospitò il comando militare del 1° raggruppamento motorizzato, a partire dal quale sarebbe nato il CIL; qui una targa, scoperta il 31 marzo 1984 dall’allora Ministro della Difesa Giovanni Spadolini, ricorda gli avvenimenti.

Con la dissoluzione dello Stato in seguito agli eventi del settembre 1943 per gli italiani si apre un periodo di patimenti ed incertezze. Del paese sceso baldanzosamente in guerra a fianco della Germania di Hitler rimane una realtà segnata dalla fame, dai bombardamenti e da campagne militari disastrose, dalle sabbie africane alle steppe Russe.

La penisola è divisa in due. Gli ormai ex alleati tedeschi occupano militarmente l’Italia settentrionale, mentre al sud gli eserciti alleati – sbarcati in sicilia nel luglio precedente nel contesto dell’operazione “Husky”- proseguono la faticosa risalita della penisola.

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Se da un lato le sofferenze in termini pratici sono evidenti e dureranno fino al 1945, anche quelle morali hanno i loro effetti. Gli italiani non hanno più una patria e dunque ognuno si trova a dover scegliere in autonomia – spesso indirizzato dal caso – come agire. In questo disastroso vuoto di potere diversi attori tentano di prendere in mano il destino del paese e di guadagnare o riguadagnare la fiducia della popolazione: al sud la Monarchia di Vittorio Emanuele III, collusa con il fascismo e reduce dalla fuga a Brindisi, al nord la Repubblica Sociale Italiana con a capo Benito Mussolini, un’entità creata dai tedeschi e priva di autonomia decisionale. Un nuovo protagonista fa la sua comparsa, il Comitato di Liberazione Nazionale, ossia l’insieme dei sei partiti antifascisti desiderosi di impegnarsi nella lotta contro l’occupazione nazista e contro il fascismo rinato in Salò. Del CLN fanno parte il Partito Comunista Italiano, il Partito d’Azione, il Partito della Democrazia Cristiana, il Partito Socialista, il Partito Democratico del Lavoro, ed il Partito Liberale Italiano. Sarà proprio il CLN a dirigere e coordinare la guerriglia nell’Italia occupata dalle forze armate tedesche, ruolo svolto poi “sul campo” dal CLN per l’Alta Italia e dal Corpo Volontari della Libertà – CVL. Se al nord si combatte dunque la Resistenza armata ai nazifascisti, ovvero una guerra di guerriglia condotta da formazioni irregolari contro tedeschi e fascisti, emerge ben presto un problema riguardante ciò che resta delle forze inquadrate nell’ormai ex esercito italiano, parte del quale si trova nella parte del paese controllata dagli alleati. Un conto è far combattere in territorio occupato uno studente, un operaio, un insegnante od un ex militare attraverso imboscate alle colonne tedesche, un altro è voler addestrare ed inquadrare nel corpo di spedizione alleato, impegnato a risalire la penisola, delle truppe italiane regolari. La volontà di creare queste unità da schierare contro gli ex alleati tedeschi ha motivazioni diverse: permette di risollevare il nome di un esercito che in questo modo ritrova il senso di esistere, ma soprattutto – aspetto ben più importante per l’Italia del futuro – far combattere unità italiane strutturate a fianco degli alleati fornirebbe una garanzia di partecipazione alle sorti del proprio paese nel dopoguerra. Per questi ed altri motivi l’Italia che ha firmato l’armistizio – con lo status di “cobelligerante” – si sforza affinché i suoi militari possano combattere a sostegno degli eserciti anglo-americani.

Delle truppe italiane avevano già sopportato la prova del fuoco a fianco degli alleati tra l’autunno e l’inverno del 1943, come nel caso dei celebri scontri di Montelungo. Tra le forze inserite nello schieramento alleato si trova 1° Raggruppamento Motorizzato che nella primavera del 1944 conta circa 9-10.000 uomini. Il comando dell’unità viene affidato al Generale Umberto Utili, giunto in sostituzione del Generale Vincenzo Dapino.

Proprio a Scapoli, nel palazzo Battiloro, ha sede il comando militare presieduto da Utili che pianifica la delicata operazione per la conquista di Monte Marrone. Il successo dell’azione, svolta nella notte tra il 30 ed il 31 marzo 1944, convince il Comando Supremo Alleato a formare il Corpo Italiano di Liberazione, nato ufficialmente il 18 aprile 1944. Nel settembre successivo il CIL lascia il posto alla creazione dei “gruppi di combattimento”, ovvero divisioni di fanteria effettive che arrivano successivamente a contare – inglobando anche reparti partigiani – oltre 50.000 uomini. Il grande contributo italiano alla lotta di liberazione va dunque ricercato anche negli sforzi delle ricostituite unità del Regio Esercito, le quali daranno ampia prova di combattività negli scontri sulla “linea Gotica”, durante il terribile autunno-inverno del 1944-45.

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Scapoli
Indirizzo: piazza martiri di Scapoli, 6
Comune: Scapoli 
Provincia: Isernia (IS) 
Regione: Molise
Coordinate geografiche: Latitudine 41.61610 – Longitudine 14.05766

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Tag:

FONTI

Bibliografia

C. Vallauri, Soldati: le forze armate italiane dall’armistizio alla liberazione, UTET, 2003

I gruppi di combattimento. Studi, fonti, memorie (1944-1945), a cura di N. Labanca, Roma, Carocci, 2006

Sitografia

M. Coltrinari, 31 marzo 1944: Monte Marrone, articolo pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 23/6/2025

Corpo Italiano di Liberazione, scheda pubblicata sul sito www.esercito.difesa.it consultato il 23/6/2025

L. Fiore, Orientamenti bibliografici sul Corpo Italiano di Liberazione, articolo pubblicato sul sito www.ancfarglpresidenzanazionale.org consultato il 23/6/2025 

La Resistenza dei militari in Italia: i Gruppi di Combattimento, scheda pubblicata sul sito www.anpi.it consultato il 24/6/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 18 aprile 1944

Cognome / Nome: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte 

Formazioni d’appartenenza: Corpo Italiano di Liberazione

Data/e opera: non determinabile. Sappiamo solo che fu inaugurato nel 2018

Autore/i: non conosciuto

Note: l’ingresso al museo è contingentato in base agli orari di apertura della struttura

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MONUMENTO IN MEMORIA DEI CADUTI NELLA BATTAGLIA DI MEGOLO

MONUMENTO IN MEMORIA DEI CADUTI NELLA BATTAGLIA DI MEGOLO

MONUMENTO IN MEMORIA DEI CADUTI NELLA BATTAGLIA DI MEGOLO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Non distante dal cimitero dell’abitato di Megolo, frazione del comune di Pieve Vergonte (VCO), una strada senza nome conduce ad uno dei luoghi simbolo della Resistenza in quello che ai tempi della guerra era territorio della provincia di Novara. In una radura erbosa due monumenti ricordano la battaglia che vi si svolse nel febbraio 1944. Le targhe riportano i nomi di 12 partigiani, qui caduti in combattimento contro superiori forze nazifaciste.

Valle dell’Ossola, autunno-inverno 1944. In seguito all’annuncio dell’armistizio ed alla successiva occupazione dell’Italia settentrionale per mano delle truppe tedesche, le montagne e le vallate italiane diventano meta di numerosi individui intenzionati a resistere, tanto all’invasione germanica quanto al fascismo rinato nella Repubblica Sociale italiana. I progetti e i metodi non sono inizialmente chiari ed anzi è il caso a portare questi primi ribelli a riunirsi nei boschi e a far maturare idee non troppo definite di resistenza.

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I primi gruppi di partigiani sono composti prevalentemente da militari sfuggiti alla cattura e alla deportazione nei campi di lavoro tedeschi. Per quanto si tratti di persone con una formazione militare alla spalle – che si tratti di militari di carriera o di richiamati per la leva – lo scontro con la realtà della guerriglia è durissimo; tra la fine dell’autunno e l’inoltrarsi della stagione fredda intere bande partigiane sono spazzate via dai rastrellamenti tedeschi. In molti tra gli ex militari capiscono ben presto che è impossibile combattere il nemico frontalmente: lo scontro in campo aperto con un esercito addestrato ed armato come quello tedesco è impraticabile. Dunque la guerriglia si impara con il tempo, con la fortuna di sopravvivere dove i compagni invece cadono. Come si conduce un’imboscata ad una colonna nemica in movimento, il valore dell’effetto sorpresa, la capacità di sganciarsi da uno scontro a fuoco nel più breve tempo possibile, l’abilità nel procurarsi vestiario e provviste per gli uomini che compongono i gruppi armati, queste sono solo alcune delle lezioni che i partigiani imparano sulla propria pelle. Ma chi si assume la responsabilità di comandare queste primitive formazioni di guerriglieri? Soprattutto nel primo periodo della Resistenza i comandanti non vengono designati “dall’alto” ma sono scelti dagli uomini: i partigiani trovano i loro capi da sé, in ragione al carisma che i leader sono in grado di esercitare, alla loro esperienza sul campo e ad altre variabili. In questa prima fase della Resistenza nascono figure di comandanti destinate a diventare con il tempo leggendarie. Molti di questi cadranno nel corso della guerra di liberazione combattendo contro i tedeschi ed i fascisti di Salò. 

Anche la valle dell’Ossola, nota ai posteri per essere stata teatro di una delle Repubbliche partigiane più famose d’Italia, ospita figure centrali della Resistenza italiana. Un nome, in particolare, prevale sugli altri nei primi mesi di guerra, quello del capitano Filippo Maria Beltrami. Originario di Cireggio, quartiere del comune di Omegna, architetto di formazione ed ex ufficiale del regio esercito, quando l’Italia piomba nel caos dell’autunno 1943 egli torna nei suoi luoghi d’origine e da vita ad un gruppo armato di ribelli operante tra le montagne della Val Corcera e della Val d’Ossola. Beltrami si distingue per il carisma e per il fatto che all’interno della banda partigiana da lui comandata non prevale un’ideologia politica precisa ma anzi sono accettate differenti correnti di pensiero. Del gruppo fanno parte ad esempio elementi di una cellula comunista – composta dall’avvocato monzese Giovanni Citterio “Redi” e dal giovanissimo Gaspare Pajetta, fratello giovanissimo di Gian Carlo e Giuliano Pajetta – quanto ex militari fedeli alla monarchia che poi confluiranno nelle famose brigate cattoliche locali. Con il passare delle settimane la banda si ingrossa e si fonde con un’altra realtà analoga, guidata da due giovani fratelli di origini siciliane, Antonio ed Alfredo Di Dio: da questa unione prende vita la brigata Patrioti Valstrona, posta sotto il comando dello stesso Beltrami. Ben presto l’eco delle azioni rocambolesche ai danni dei tedeschi ed il carisma del capitano Beltrami rendono la brigata bersaglio degli sforzi nazifascisti volti ad annientarla. Nel gennaio del 1944 la Patrioti Valstrona conta un buon numero di partigiani armati ed un collegamento radio con gli alleati. I rastrellamenti e l’opera delle spie al servizio dei tedeschi e della RSI, unite alla natura della guerra partigiana, costringono la formazioni partigiane a spostarsi continuamente ed è proprio nel corso di uno di questi che la sorte della brigata viene segnata dalla tragedia.

Il giorno 13 Febbraio 1944 il gruppo di partigiani comandato da Beltrami viene accerchiato da truppe tedesche ed fasciste nei pressi dell’abitato di Megolo: Beltrami accetta infine di ingaggiare una battaglia di posizione ed è una disfatta che si traduce nell’annientamento dell’intero gruppo di comando della Patrioti Valstrona. Ormai accerchiati i partigiani si dispongono a difesa ma vengono sopraffatti dalla superiorità del nemico. Filippo Maria Beltrami cade in combattimento con i suoi uomini, tra i quali Giovanni Citterio, Antonio Di Dio, Gaspare Pajetta ed altri otto partigiani. Il colpo per la Resistenza locale è durissimo ma non ne segna la fine ed anzi pare darvi, nonostante tutto, nuova linfa. La Patrioti Valstrona cessa di esistere ma da essa finiscono per germinare altre formazioni. Bruno Rutto, ex militare reduce dalla Jugoslavia e tra i più fedeli collaboratori di Beltrami, raccoglie i resti della brigata e crea una formazione autonoma intitolata al suo comandante, nota in seguito come Divisione alpina d’assalto F. M. Beltrami. Alfredo Di Dio fonda la Valtoce, storica divisione di orientamento cattolico, tra le protagoniste della nascita della Repubblica partigiana dell’Ossola nel settembre-ottobre 1944; come il fratello cadrà in combattimento e sarà decorato con la medaglia d’oro al valor militare alla memoria. In zona si troverà poi ad operare, a partire dalla primavera-estate ‘44, la 2a Divisione d’assalto Garibaldi “Redi”, così chiamata in onore di Giovanni Citterio, il quale aveva preso per sé il nome di battaglia “Redi”. 

Se da un punto di vista strettamente militare la battaglia di Megolo rappresenta una sconfitta, sotto il punto di vista morale essa ha un effetto rinvigorente e dunque funzionale alla continuazione della guerriglia: la Resistenza locale erge Beltrami e i caduti di Megolo a simbolo di una lotta da continuare fino alla sconfitta totale del nazifascismo. 

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Alpe Cortavolo di Megolo
Indirizzo: Strada senza nome
Comune: Pieve Vergonte
Provincia: Verbano Cusio Ossola (VCO)
Regione: Piemonte
Coordinate geografiche: Latitudine 45.989662 – Longitudine 8.302772

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Tag:

FONTI

Bibliografia

E. Massara, Antologia dell’antifascismo e della Resistenza novarese, Novara, Grafica Novarese, 1984

P. Bologna, La battaglia di Megolo, Istituto per la storia della Resistenza in Provincia di Vercelli, Borgosesia, 1979

Sitografia

La battaglia di Megolo, scheda pubblicata sul sito www.isrn.it consultato il 13/5/2025

Associazione Casa della Resistenza – Parco della memoria e della pace, Megolo, scheda pubblicata sul sito www.casadellaresistenza.it, consultato il 13/5/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 13/2/1944

Cognome / Nome: Antibo Carlo; Beltrami Filippo Maria; Bressani Bassano; Carletti Aldo; Citterio Gianni; Clavena Angelo; Creola Bortolo; Di Dio Antonio; Gorla Emilio; Marino Paolo; Pajetta Gaspare; Toninelli Elio

Formazioni d’appartenenza: Brigata Patrioti Valstrona

Data/e opera: non determinabile. Sappiamo solo che fu inaugurata il 13/2/1984

Autore/i: non determinabile

Note: monumento visibile e liberamente accessibile

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MONUMENTO IN MEMORIA DEI CADUTI NELLA BATTAGLIA DI MEGOLO

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MUSEO DELLO SBARCO DI ANZIO

MAUSOLEO DELLE FOSSE ARDEATINE

MAUSOLEO DELLE FOSSE ARDEATINE

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Nel luogo in cui nel marzo del 1944 vennero assassinate 335 persone dalle forze d’occupazione tedesche oggi sorge un mausoleo volto a ricordare l’eccidio. Una cancellata in materiale metallico, opera dello scultore Mirko Basaldella, consente l’ingresso all’area. Si tratta di un complesso monumentale contornato dal verde, dominato dal gruppo scultoreo principale ad opera di Francesco Scoccia – composto da tre figure rappresentanti le diverse età – ed antistante il piazzale; dall’altro lato il muro di consolidamento della cava di tufo, sul quale sono apposte diverse lapidi. Da qui l’ingresso alla via che conduce al luogo dell’eccidio, attraverso gallerie caratterizzate da giochi di luce capaci di restituire l’estrema solennità del luogo. L’elemento caratterizzante il complesso è la pietra, naturale e lavorata. Le spoglie delle vittime trovano posto all’interno di una vasca ipogea, coperta da una enorme lastra poggiante su cubi di cemento che consente alla luce di entrare lateralmente.

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Il 24 marzo 1944 verso le 15:30 un boato scuote le vie del rione Trevi. Qui, in via Rasella alcuni membri dei Gruppi d’Azione Patriottica – GAP hanno appena fatto brillare un ordigno al passaggio di una colonna tedesca in marcia. L’obiettivo del commando partigiano è costituito dagli uomini del Polizeiregiment “Bozen”; l’esplosione provoca la morte immediata di 26 soldati tedeschi e due civili coinvolti loro malgrado. I partigiani riescono a dileguarsi in quella che appare un’azione di guerriglia riuscita, senza immaginare il grado di violenza che i tedeschi adotteranno nella rappresaglia. I vertici di comando delle truppe tedesche vengono immediatamente informati dell’accaduto: giungono sul posto – oltre al questore di Roma Pietro Caruso – il generale tedesco in comando a Roma Kurt Maelzer, Eugen Dollmann delle SS ed Eitel Friedrich Moellhausen, insieme a Guido Buffarini Guidi, allora ministro degli interni. I militari tedeschi fermano 250 persone nella via colpita, tra di essi abitanti ma anche semplici passanti, e li conducono nelle carceri del Viminale. L’incarico di indagare sulle origini dell’esplosione e sui relativi esecutori viene affidato al comandante della Gestapo in Roma, Herbert Kappler mentre la notizia dell’attentato giunge al feldmaresciallo Albert Kesselring e successivamente al quartier generale del Reich: Adolf Hitler è furioso. Le cifre della rappresaglia vengono stabilite dai tedeschi per 1 a 10: ad ogni soldato tedesco caduto devono corrispondere dieci italiani da fucilare. L’ordine, comanda Kesselring, deve essere eseguito entro le 24 ore. Nel frattempo le vittime tra i soldati del Polizeiregiment “Bozen” aumentano con il decesso di alcuni feriti, arrivando infine a 33. 

Venne compilata una lista contenente i nomi degli individui selezionati per la fucilazione; inizialmente essi dovevano essere prelevati tra coloro che, detenuti, erano già stati condannati a morte. Tuttavia l’alto numero di persone richieste dai tedeschi fa in modo che in quella lista finiscano detenuti politici, ex militari italiani, ebrei ma anche persone accusate di crimini minori o semplicemente sospettate di aver preso parte ad attività filo-partigiane o anti-tedesche. Nell’individuazione dei nomi si rivela importante per i tedeschi la collaborazione italiana: è lo stesso Kapple a chiedere al questore Pietro Caruso e a Pietro Koch – comandante del Reparto Speciale di Polizia Repubblicana – di fornire un elenco di ulteriori 50 nomi da aggiungere alla lista degli individui da passare per le armi. 

Il luogo prescelto per le fucilazioni viene individuato in una cava di tufo in disuso sulla via Ardeatina, collocata tra la catacombe di Domitilla e di San Callisto. Gli incaricati di eseguire il compito appartengono alla Gestapo e sono 74: a loro spetta il compito di fucilare gli italiani selezionati per “dare l’esempio”. Dal carcere di Regina Coeli e dal covo della Banda Koch – la pensione Oltremare –  partono i camion con a bordo gli sventurati detenuti diretti in via Ardeatina. Le esecuzioni cominciano alle 15:30. Gli uomini vengono condotti nei cunicoli e, giunti nel luogo prescelto, vengono fatti inginocchiare a gruppi di cinque e giustiziati. Poiché risultano ancora mancanti 50 nomi i tedeschi radunano a Regina Coeli individui scelti a caso, alcuni dei quali in procinto di essere rilasciati, e li conducono in via Ardeatina per aggiungerli al conto; al termine delle fucilazioni gli italiani assassinati saranno 335, ovvero 5 in più di quelli stabiliti. Quando le armi cessano di sparare i genieri tedeschi fanno saltare l’ingresso alle cave per nascondere le tracce di quello che è a tutti gli effetti un crimine. La notizia dell’accaduto viene diffusa dal comando germanico attraverso un comunicato stampa, entro il quale si dava notizia dell’esecuzione dell’ordine che stabiliva la fucilazione di 10 «comunisti-badogliani» per ogni soldato tedesco ucciso nell’attentato di via Rasella. Se per l’identificazione delle salme si dovette attendere il dopoguerra, la Resistenza da sin da subito risalto al massacro perpetrato dai tedeschi. Eppure all’interno dello stesso Comitato di Liberazione Nazionale la violenza della rappresaglia produce fratture e dubbi: è lecito – si domandano in diversi – continuare con gli attentati nelle città ad opera dei GAP pur sapendo a che livello il nemico tedesco è disposto a scendere sul piano della rappresaglia?

Le udienze per giudicare l’operato del personale italiano implicato nell’eccidio delle fosse Ardeatine cominciano a guerra ancora in corso e culminano con le condanne a morte di Pietro Koch e Pietro Caruso. Per quanto riguarda Albert Kappler egli viene condannato all’ergastolo da un tribunale militare italiano nel dopoguerra e rinchiuso nel carcere di Gaeta; riesce ad evadere dall’ospedale militare del Celio nel 1976. Erich Priebke, ai tempi aiutante di Kappler, rifugiatosi in Argentina, viene estradato nel 1995 e processato nel 1996: il reato viene però giudicato estinto.

Il luogo della strage dopo la guerra diviene un sacrario ed i lavori per la sistemazione dell’area, cominciati nel 1947, si concludono ufficialmente nel 1951.

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Quartiere Ardeatino
Indirizzo: via Ardeatina, 174
Comune: Roma
Provincia: Roma (RM)
Regione: Lazio
Coordinate geografiche: Latitudine 41.85719 – Longitudine 12.51053

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FONTI

Bibliografia

A. Portelli, L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Roma, Donzelli editore, 1999

Sitografia

G. Spirito, Mausoleo delle Fosse Ardeatine, articolo pubblicato sul sito atlantearchitetturacontemporanea.cultura.gov.it consultato il 12/5/2025

Eccidio delle Fosse ardeatine, voce pubblicata sul sito www.treccani.it consultato il 12/5/2025

A. Osti Guerrazzi, Episodio di Fosse Ardeatine Roma 24.03.1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 12/5/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 24/3/1944

Cognome / Nome: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte

Formazioni d’appartenenza: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte 

Data/e opera: 1947-1951

Autore/i: Aprile Nello (architetture); Basadella Mirko (sculture); Calcaprina Cino (architetture); Cardelli Aldo (architetture); Coccia  Francesco (sculture); Fiorentino Mario (architetture); Perugini Giuseppe (architetture). 

Note: il Mausoleo non è liberamente accessibile, l’ingresso contingentato in base agli orari di apertura

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