REPUBBLICA PARTIGIANA DI MONTEFIORINO

REPUBBLICA PARTIGIANA DI MONTEFIORINO

REPUBBLICA PARTIGIANA DI MONTEFIORINO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Nella rocca medievale del comune di Montefiorino, in provincia di Modena, trova spazio il Museo della Repubblica di Montefiorino e della Resistenza italiana. Nei locali della struttura nove stanze dedicate ripercorrono le vicende di quella che è passata alla storia come una delle repubbliche partigiane per eccellenza; documenti originali e materiali multimediali inseriscono quel particolare esperimento di autogoverno partigiano nel più vasto contesto della Seconda guerra mondiale e della Guerra di liberazione.

Al principio della primavera del 1944 la Resistenza sta ormai mutando la sua forma: ad una prima fase spontaneistica segue un periodo in cui alla guida delle forze partigiane approdano progressivamente i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale – CLN. Se le prime bande avevano cioè avuto origine e sviluppo a partire dal carisma dei loro comandanti, ora sono i partiti politici antifascisti a cercare di coordinare gli sforzi delle brigate ad essi legate.

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La Resistenza è un fenomeno che muta, evolve, un percorso in divenire del quale – al momento della sua esistenza – tanto i protagonisti quanto gli antagonisti non hanno, e non possono logicamente avere, una precisa visione. Quel che appare certo è che con l’avvio della bella stagione le brigate partigiane aumentano i loro effettivi e le loro azioni; le scadenze dei bandi per l’arruolamento nella Repubblica Sociale Italiana –  RSI, hanno come effetto quello di spingere moltissimi giovani a recarsi in montagna per unirsi alle formazioni di ribelli. In questo contesto di rinvigorimento della Resistenza, stimolato dal clima migliore e dall’andamento della “guerra grossa”, anche nella zona dell’appennino gli attacchi contro presidi e caserme, le imboscate alle colonne nazifasciste e gli atti di sabotaggio alle infrastrutture si moltiplicano. Nel mese di marzo nella zona dell’appennino modenese alle azioni partigiane seguono i rastrellamenti tedesco-fascisti con il loro carico di crimini di guerra: il 18 marzo nei paesi di Monchio, Susano e Costrignano truppe della divisione Hermann Goring assassinano 136 civili. Pur tra molte difficoltà – sbandamenti e a volte totale distruzione – le forze partigiane sono lontane dall’essere ridotte al silenzio. 

Tra aprile e maggio 300 uomini delle formazioni partigiane del modenese si raggruppano nel battaglione “Ciro Menotti”, arrivando a contare a inizio giugno circa 1.000 combattenti variamente armati; nella zona reggiana, nello stesso periodo, circa 500 uomini risultano distribuiti fra i distaccamenti Prampolini, Piccinini e Bedeschi. La pressione dei partigiani sul nemico è forte e costante ed i presidi fascisti più isolati o vengono progressivamente conquistati con le armi o abbandonati dai militi che li dovrebbero custodire. 

Il 18 giugno i partigiani comandati da Mario Ricci “Armando” – uno tra i più noti organizzatori della guerriglia nella zona appenninica a sud di Modena –  assediano e conquistano la rocca di Montefiorino, sancendo di fatto la liberazione di un ampio territorio che comprende circa un terzo di tutto l’appennino centrale; la sede del comando partigiano viene installata proprio nella rocca medievale. Sono diversi i comuni tra il modenese ed il reggiano racchiusi entro i confini della zona sgomberata dalla presenza nazifascista: Montefiorino, Frassinoro, Prignano, Polinago, Toano, Villa Minozzo e Ligonchio.

Prende così il via la prima esperienza di zona libera della Resistenza italiana, la “Repubblica partigiana di Montefiorino”. 

L’esperienza di autogoverno democratico si sviluppa rapidamente: tra le prime “prove” la convocazione da parte del Comando militare partigiano delle assemblee dei capifamiglia per la creazione di giunte incaricate dell’elezione dei sindaci nei comuni del territorio liberato. Per quanto riguarda le necessità primarie della popolazione – e dei partigiani –  tra i provvedimenti adottati rientrano quelli finalizzati a far continuare il funzionamento della filiera del grano, dalla trebbiatura alla distribuzione del prodotto, quelli legati alla produzione casearia. Vi sono poi quelli connessi alla disciplina dei prezzi: la distribuzione di prodotti alimentari a costi contenuti ed al contempo la decisione di tenere alti i prezzi dei prodotti di origine agricola per evitarne la fuoriuscita su mercati più convenienti. Accanto a queste misure viene avviata una severa lotta al mercato nero.

Nonostante le ambizioni e l’impegno i nodi da sciogliere sono comunque tanti. Innanzitutto l’arrivo all’interno del territorio liberato di qualche migliaio di giovani decisi ad aderire – per motivi differenti – al piccolo “esercito partigiano” rappresenta un grosso problema. Le risorse alimentari sono scarse e l’afflusso di tanti individui non può che peggiorare la situazione generale; la grandissima parte dei nuovi arrivati è priva di armamenti e di addestramento. Non basterà a risolvere la situazione la creazione, in luglio, del Corpo d’Armata Centro Emilia ed il conseguente inquadramento dei partigiani modenesi e reggiani in sei divisioni all’interno del territorio liberato. 

Accanto a questi problemi se ne presentano presto altri di ordine differente ma non meno spinosi: ben presto l’ostentazione, per mano dei partigiani più settaristi, di simboli legati al partito comunista – inni, pugni chiusi e stelle rosse – finisce per provocare l’irritazione dei partigiani cattolici e di una parte della popolazione.

Nonostante le problematiche evidenti l’esistenza della Repubblica partigiana ha un grande significato morale per gli italiani e, per gli alleati, un’utilità tattica: la presenza di un grande numero di uomini e la posizione geografica del territorio stimolano l’idea dei comandi alleati di paracadutare all’interno della zona armi e uomini – truppe italiane della “Nembo”  – per arrecare fastidio ai convogli nemici diretti verso la linea del fronte. Si tratta però di piani solo in parte attuati poiché il 29 luglio circa 5.000 soldati tedeschi supportati da reparti fascisti attaccano la Zona liberata. L’epilogo è quello comune a tutte le zone in mano partigiana fatte oggetto di offensive nazifasciste: i partigiani non riescono a reggere l’urto di forze regolari e le linee di difesa cedono, provocando la caduta del distretto partigiano. Nella loro avanzata i tedeschi saccheggiano e bruciano i paesi, catturando diversi abitanti per poi destinarli ai campi di lavoro. Le formazioni partigiane protagoniste della “Repubblica” hanno destini differenti: alcune si sfaldano del tutto, alcune rimangono in zona, altre si spostano oltre la linea del fronte, entrando poi nella “Divisione Armando”, unità che si impegnerà a combattere a fianco degli alleati.

In autunno due zone libere si formeranno in quelli che erano stati i territori della Repubblica partigiana di Montefiorino: una comprendente i comuni modenesi ed una quelli reggiani. Si tratta di esperienze più strutturate che in un certo senso forniscono una dimostrazione delle preziose lezioni ricavate dall’esperimento di autogoverno del giugno/luglio precedente. Inoltre si verificano interessanti prefigurazioni dell’Italia del futuro, come ad esempio la lotta per l’egemonia che ha come protagonisti comunisti e democristiani. 

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Rocca di Montefiorino
Indirizzo: via Rocca, 1
Comune: Montefiorino
Provincia: Modena (MO)
Regione: Emilia Romagna
Coordinate geografiche: Latitudine 44.35953 – Longitudine 10.62516

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FONTI

Bibliografia

E. Gorrieri La Repubblica di Montefiorino, Bologna, Il Mulino, 1966

A. Vaccari, “Armando”. Una vita per la libertà, 1998, Il Fiorino, Modena

Sitografia

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Montefiorino, scheda pubblicata sul sito www.anpi.it consultato il 10/7/2025

Istoreco Reggio Emilia, articolo pubblicato sul sito istoreco.re.it consultato il 10/7/2025

C. Silingardi, La montagna tra renitenza e Resistenza. L’esperienza della zona libera di Montefiorino (1943-1945), saggio pubblicato sul sito www.istitutostorico.com consultato il 10/7/2025

La strage di Monchio, Susano e Costrignano (MO), scheda pubblicata sul sito resistenzamappe.it consultato il 10/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 18/6/1944-29/7/1944

Cognome / Nome: Ricci Mario “Armando”

Formazioni d’appartenenza: Formazioni partigiane modenesi e reggiane; Corpo d’Armata Centro Emilia 

Data/e opera: per quanto riguarda la creazione del Museo della repubblica partigiana di Monte Fiorino l’anno è il 1979

Autore/i: non conosciuto/i

Note: l’ingresso al museo è contingentato in base agli orari di apertura della struttura

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REPUBBLICA PARTIGIANA DELL’OSSOLA

REPUBBLICA PARTIGIANA DELL’OSSOLA

REPUBBLICA PARTIGIANA DELL’OSSOLA

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

All’interno del Palazzo di Città a Domodossola, in piazza Repubblica dell’Ossola 1, una sala allestita in modo permanente ricorda le vicende della leggendaria Repubblica partigiana dell’Ossola. La “Sala storica della Resistenza di Domodossola”, nota come “consiliare”, fu teatro della nascita della Giunta Provvisoria di Governo il 10 settembre 1944.

L’esperienza dell’autogoverno partigiano in Ossola – insieme ai casi della Carnia e di Montefiorino – viene considerata uno degli esperimenti di zone libere più importanti del contesto della Resistenza italiana. 

Le zone sotto controllo diretto dei partigiani – ossia sgomberate integralmente dalla presenza tedesca e fascista – esistono tra la fine della primavera e l’autunno inoltrato del 1944. Si tratta di casi molto diversi tra loro che però presentano caratteristiche comuni, delle quali la prima e forse più importante può essere considerata la ripresa di una “parola dal basso”.

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All’interno delle zone libere – con le dovute distinzioni tra i casi – la popolazione ha diritto di discutere, di esprimere la propria opinione ed è spesso chiamata ad una partecipazione attiva, attraverso la pratica del voto popolare. Dobbiamo tenere presente che non stiamo parlando di suffragio universale bensì di qualcosa di più localistico e figlio del momento ma certamente di grande valore dopo vent’anni di dittatura: pensiamo, ad esempio, alle giunte formate dai rappresentanti eletti dai capifamiglia a Montefiorino, incaricate dell’elezione dei sindaci all’interno della zona controllata dai partigiani.

Nell’estate del 1944 si verifica il momento di massimo vigore della Resistenza italiana, in quella che verrà definita “la grande estate partigiana”. Analogamente ad altre aree dell’Italia settentrionale, poste sotto l’occupazione tedesca, anche in Ossola le azioni delle formazioni partigiane – imboscate, attacchi a presidi e sabotaggi – sono all’ordine del giorno. I presidi fascisti sparsi nelle vallate laterali dell’Ossola vengono abbandonati dai militi della Repubblica Sociale Italiana – RSI e quando non lo sono vengono conquistati dalle armi partigiane.

Le montagne dell’Ossola sono popolate da formazioni di diverso colore: i partigiani autonomi, caratterizzati dal fazzoletto verde, i partigiani cattolici, con il fazzoletto azzurro ed i partigiani garibaldini, cinti al collo dal fazzoletto rosso. Sotto la pressione di questi gruppi, nel mese di agosto, tedeschi e fascisti perdono progressivamente il controllo delle valli laterali dell’Ossola, trovandosi infine isolati nella città di Domodossola, impossibilitati a comunicare con i propri comandi di pianura del novarese. La città di Domodossola viene liberata attraverso un accordo tra i comandi nazifascisti ed i comandi delle brigate partigiane autonome “Valtoce” e “Valdossola”: i garibaldini, fedeli alla linea secondo la quale con il nemico non si devono stipulare accordi, sono esclusi dalle trattative. 

In ogni caso la mattina del 10 settembre Domodossola è liberata senza sparare un colpo: di lì a breve un proclama militare firmato dal comandante Dionigi Superti stabilisce la creazione di una Giunta Provvisoria di Governo – GPG che si faccia carico dell’amministrazione del territorio. L’area occupata dalla “repubblica partigiana” è vasta e densamente popolata: circa 1.200 km2 per circa 80.000 individui, tra locali, sfollati e partigiani. 

Per gestire tutto questo, dalla confinante Svizzera vengono richiamati importanti esuli antifascisti con il compito di assumere incarichi di governo; questa vicinanza con la Confederazione Elvetica consente di fatto l’afflusso di personalità preparate e famose nel campo dell’antifascismo ed offre al contempo la possibilità che le vicende dell’Ossola liberata finiscano sulle pagine di quotidiani internazionali.  

Ciò che distingue le vicende dell’Ossola va ricercato nel valore dei personaggi che o fanno parte della GPG – Giorgio Ballarini, Mario Bonfantini, don Gaudenzio Cabalà, Emilio Colombo, Severino Cristofoli, Gisella Floreanini, Natale Menotti, Alberto Nobili – o che vi orbitano intorno come collaboratori: Umberto Terracini, Ezio Vigorelli, Carlo Calcaterra, Gianfranco Contini, Piero Malvestiti, Cipriano Facchinetti e Luigi Battisti. In qualità di presidente viene scelto il medico socialista Ettore Tibaldi.

La Giunta lavora instancabilmente ed ogni giorno si riunisce per cercare di risolvere problemi che si rivelano comuni a diverse – se non tutte – zone libere, ma al contempo si spende per prefigurare l’Italia del dopoguerra. Gli ambiti toccati nelle sedute di Giunta, comprovate dai verbali, riguardano economia, finanza, questioni socio-assistenziali e trasmettono bene l’impegno con cui i membri della GPG cercano di gestire una situazione complessa: sono tante le misure teorizzate o messe in campo, spesso finalizzate a risolvere questioni di carattere pratico, come ad esempio la stipula di accordi commerciali con la Svizzera per far fronte ai bisogni primari della popolazione. L’Ossola è un territorio ricco di stabilimenti industriali e centrali idroelettriche ma povero di colture, pertanto viene immaginata – e messa su carta – la possibilità di inviare ai vicini d’oltralpe prodotti industriali in cambio di derrate alimentari. In questo clima vengono elette commissioni interne di fabbrica e risorgono i sindacati liberi. Accanto a questioni di ordine pratico vengono analogamente sviluppate discussioni di importante significato morale: la pena di morta è abolita e viene elaborata una riforma della scuola che, pur essendo solo teorizzata, precorre i tempi. Nei grandi centri abitati del territorio liberato si organizzano il Fronte della Gioventù ed i Gruppi di Difesa della Donna. Dovunque prendono a circolare i fogli delle formazioni partigiane ed i giornali. La popolazione è generalmente entusiasta del momento, per quanto non manchino alcuni episodi spiacevoli tra abitanti e partigiani: la GPG interviene anche su questo punto con la creazione di un corpo di polizia per mantenere l’ordine. Al di là delle narrazioni trionfalistiche, la “Repubblica dell’Ossola” ed i suoi amministratori si scontrano con diversi problemi i quali, oltre alla scarsità di risorse, riguardano i dissapori tra i comandi partigiani di diverso orientamento politico e le certe offensive nazifasciste all’orizzonte.

Viene costituito un Comando Unico militare preposto a coordinare le varie formazioni partigiane il quale tuttavia non funziona e lascia il piccolo esercito partigiano in balia delle sue divisioni interne. 

L’offensiva nazifascista per riprendere l’Ossola viene avviata il 9 di ottobre del ‘44 e può contare su 5.000 uomini. I partigiani non sono in grado – per numeri, addestramento, risorse – di opporsi efficacemente all’azione tedesco-fascista e nel giro di pochi giorni il “fronte” crolla. I partigiani si ritirano e grandissima parte di essi sconfina in Svizzera, braccata dalle colonne nemiche. Tra gli abitanti prende piede il timore del ritorno dei tedeschi e delle possibili rappresaglie: sono in molti anche tra i civili a superare il confine. Gli ultimi membri della Giunta arrivano in Svizzera attraverso il Passo di San Giacomo la notte del 22 ottobre 1944, circondati dalla neve: la Repubblica dell’Ossola è ormai caduta.

Per decenni i racconti attorno a quelle vicende hanno finito per oscillare tra la mitizzazione dell’esperimento di autogoverno e memorie aspramente divise: ancora oggi certi dissapori fanno capolino all’ombra delle montagne. 

Al netto dei limiti, delle ambizioni e delle conquiste, quello dell’Ossola è diventato il caso di Zona libera più celebre nel contesto della Guerra di Liberazione.

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Domodossola
Indirizzo: piazza Repubblica dell’Ossola, 1
Comune: Domodossola
Provincia: Verbano-Cusio-Ossola (VCO)
Regione: Piemonte
Coordinate geografiche: Latitudine 46.11523 – Longitudine 8.29209

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FONTI

Bibliografia

A. Azzari, L’Ossola nella Resistenza italiana, Domodossola, Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, 1954

G. Bocca, Una repubblica partigiana: Ossola, 10 settembre – 23 ottobre 1944, Milano, Il Saggiatore, 2005

S. Peli, Storia della Resistenza in Italia, Torino, Einaudi, 2015

Ne valeva la pena. Dalla “Repubblica” dell’Ossola alla Costituzione repubblicana, a cura di A. Aniasi, Milano, M&B Publishing, 1997 

Sitografia

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Ossola, scheda pubblicata sul sito www.anpi.it consultato il 12/7/2025

P. Bologna, La “repubblica dell’Ossola”, saggio pubblicato sul sito archivio.casadellaresistenza.it consultato il 13/7/2025

Sala storica della Resistenza di Domodossola, pagina pubblicata sul sito www.visitossola.it consultato il 13/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 10/9/1944 – 22/10/1944

Cognome / Nome: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte 

Formazioni d’appartenenza: formazioni partigiane autonome e garibaldine

Data/e opera: 1984; restaurata nel 2004

Autore/i: non conosciuto/i

Note: gli orari sono contingentati in base alle aperture della struttura

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ECCIDIO DI BAVENO

ECCIDIO DI BAVENO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Nel pomeriggio del 20 giugno 1944, un gruppo di partigiani attivi sul monte Mottarone e guidato da Franco Abrami organizza un’azione contro le truppe tedesche e fasciste nel comune lacustre di Baveno. All’epoca dei fatti il luogo è già tristemente noto per via dei rastrellamenti di ebrei sul lago Maggiore, qui cominciati nel settembre del 1943. L’obiettivo della puntata partigiana è la cattura di prigionieri fascisti o tedeschi da utilizzare in eventuali trattative per lo scambio di prigionieri: i rastrellamenti delle settimane precedenti – dei quali il più violento è quello condotto in Valgrande – si sono risolti non solo con l’uccisione ma anche con la cattura di molti combattenti della Resistenza. La pattuglia incaricata di svolgere l’azione – composta oltre che da Abrami da altri cinque partigiani – giunta a Baveno si divide. Due ribelli si recano alla stazione, dove riescono a catturare tre militi fascisti e due soldati tedeschi. I rimanenti partigiani della squadra intercettano invece un’automobile con a bordo alcuni militari provenienti da Feriolo. 

Segue un breve scontro a fuoco, durante il quale perdono la vita il capitano August Burmeister, della Feldgendarmerie tedesca ed il maggiore della Guardia Nazionale Repubblicana Francesco Scotti. Non si tratta di vittime qualunque: probabilmente i soggetti intercettati sono di ritorno da Fondotoce, dove sono stati da poco uccisi, tramite fucilazione, 42 partigiani rastrellati in Valgrande. In ogni caso il rumore della sparatoria richiama l’attenzione dei tedeschi stanziati in Baveno. I partigiani di Abrami si riuniscono e si organizzano rapidamente per evitare di venire sopraffatti: una piccola colonna composta da un camion e da un auto si dirige così rapidamente verso le strade montane con il suo carico di prigionieri. In quel frangente, Franco Abrami viene ucciso da uno degli stessi prigionieri, servitosi di un’arma nascosta; una delle brigate attive sul Mottarone verrà intitolata alla sua memoria.

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Il comando tedesco non intende in ogni caso lasciare impunita l’uccisione di due alti in grado come August Burmeister e Francesco Scotti. La mattina del giorno successivo, il 21 giugno, viene avviato un rastrellamento tra le vie di Baveno. Gli arrestati sono circa una cinquantina: alcuni di essi sono destinati al carcere, altri alla deportazione. Eppure le violenze sulla popolazione rappresentano solo una parte della rappresaglia. Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno 17 partigiani della brigata “Valdossola” catturati durante le operazioni antiguerriglia in Valgrande sono condotti tra le aiuole di piazza dell’Imbarcadero, sul lungolago di Baveno. Vengono fucilati in 4 alla volta. I loro corpi, depredati di oggetti personali e documenti, vengono lasciati sul luogo dell’eccidio per scoraggiare sostegno ed adesione alla causa partigiana. Solamente 6 dei 17 assassinati verranno successivamente identificati: Ettore Aielli, Antonio Buraschini, Aquilino Colombo, Pericle Todescato, Ferruccio Valaguzza e Giampietro Zaccaria. Le spoglie dei caduti di quel 21 giugno sono custodite nel sacrario del cimitero di Baveno.

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: lungolago di Baveno
Indirizzo: viale della vittoria, 26 (lato lago) 
Comune: Baveno
Provincia: Verbano-Cusio-Ossola (VCO)
Regione: Piemonte
Coordinate geografiche: Latitudine 45.90803 – Longitudine 8.50563

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FONTI

Bibliografia

E. Massara, Antologia dell’antifascismo e della resistenza nel novarese: uomini ed episodi della lotta di liberazione, Novara, Tipolitografia Grafica novarese, 1984

G. Galli, Memorie ritrovate. I diciassette ragazzi fucilati a Baveno nel giugno 1944, Novara, Istituto Storico della Resistenza e della Società contemporanea nel Novarese e nel Verbano Cusio Ossola “Piero Fornara”, 2004

Sitografia

Associazione casa della Resistenza, Eccidio di Baveno, scheda pubblicata sul sito www.casadellaresistenza.it consultato il 12/7/2025

V. Pulga, EPISODIO DI BAVENO, 21.06.1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 12/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 21/6/1944

Cognome / Nome: Aielli Ettore; Buraschini Antonio; Colombo Aquilino; Todescato Pericle; Valaguzza Ferruccio; Zaccaria Giampietro

Formazioni d’appartenenza: Gruppo Patrioti Ossola; Brigata “Valdossola”

Data/e opera: non conosciuta

Autore/i: non conosciuto

Note: per quanto riguarda il luogo dell’eccidio è visibile e liberamente accessibile; mentre il sacrario ha orari contingentati in base alle aperture del camposanto

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MONUMENTO IN MEMORIA DEI CADUTI DELLA BRIGATA XXIV MAGGIO, A CORNALBA

MONUMENTO IN MEMORIA DEI CADUTI DELLA BRIGATA XXIV MAGGIO, A CORNALBA

MONUMENTO IN MEMORIA DEI CADUTI DELLA BRIGATA XXIV MAGGIO, A CORNALBA

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Il monumento dedicato ai caduti partigiani della Brigata XXIV maggio di Giustizia e Libertà, è stato realizzato per ricordare coloro che furono uccisi durante i rastrellamenti fascisti del 25 novembre e 1 dicembre 1944, in Val Serina (Bergamo).

Il primo rastrellamento avvenne il 25 novembre 1944 nell’abitato di Cornalba – sede del Comando della Brigata XXIV maggio – ad opera della 612a compagnia OP (Ordine Pubblico) comandata dal capitano Aldo Resmini e provocò la morte di dieci partigiani:
Biava Giuseppe “Bigino” nato a Seriate (Bergamo), studente universitario di 21 anni; Chiesa Barnaba nato a Zogno (Bergamo), manovale di 24 anni e, Ferrari Antonio, nato a Zogno (Bergamo), studente e manovale di 23 anni; vennero uccisi mentre scendevano a valle, dal Monte Alben, per una missione di collegamento con il Comando provinciale.

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Lo stesso giorno, Tiragallo Giacomo “Ratti”, nato a Treviglio (Bergamo), laureando in legge di 28 anni, già tenente degli alpini e comandante della Brigata; i fratelli Cornetti – Gino e Piero –, nati a Cornalba (Bergamo), boscaioli di 17 e 18 anni; Mancuso Giovanni Battista “Gianni”, nato a Palmi (Reggio Calabria), studente in medicina di 22 anni e, Maffi Giuseppe, nato a Romano di Lombardia (Bergamo), operaio di 21 anni; furono uccisi mentre cercano vie di fuga attraverso dei sentieri che dall’abitato di Cornalba portavano sul Monte Alben.
Mentre Cortinovis Franco, il “Tenente Franchi”, nato a Costa Serina (Bergamo), maestro elementare di 25 anni e tenente della Brigata, catturato non lontano dal centro abitato, fu portato nella piazza centrale di Cornalba, sommariamente interrogato, selvaggiamente picchiato e ucciso sul posto. Sguazzi Callisto “Peter”, invece, nato a Robecco d’Oglio (Cremona), di 27 anni, anch’egli maestro elementare e tenente della Brigata, fu giustiziato da un tenente della OP con due colpi di pistola alla nuca.

Gli assalitori non risparmiarono neppure gli abitanti del luogo, che subirono violenze, soprusi, minacce e distruzioni: furono perquisite diverse case, fu incendiata una stalla, venne fatta saltare la cabina elettrica e nella piazza centrale del paese fu ucciso “l’asino dei partigiani” (l’animale veniva utilizzato per il trasporto di viveri e rifornimenti alle baite sul Monte Alben). Un abitante del paese, Francesco Vistalli, fu accusato di simpatizzare per i partigiani e venne ferito ad una gamba; mentre l’anziano parroco, don Michele Paganelli, che cercò di bloccare l’accesso al campanile ai militi fascisti, fu malmenato. 

Al termine del rastrellamento, i cadaveri dei dieci partigiani furono portati nella camera mortuaria del Cimitero di Cornalba. Anche se fu vietata ogni cerimonia e imposta la fossa comune, vennero comunque realizzate delle bare e la popolazione, pur con la paura di nuove ritorsioni, partecipò alla cerimonia funebre (28 novembre 1944).

La Brigata XXIV maggio, privata dei suoi ufficiali, si era disunita e, per questo motivo, i superstiti del rastrellamento furono invitati a raggiungere la frazione di Zorzone, nel comune di Oltre il Colle, in val Brembana (Bergamo).
Il 1° dicembre 1944, presso “il cascinetto” sul Monte Alben (una delle baite che veniva utilizzata dalla Brigata come magazzino), sei partigiani intenti a raccogliere le loro ultime cose per spostarsi, vennero circondati da militi della Guardia forestale, provenienti da San Pellegrino Terme: Gervasoni Luigi Celeste detto Celestino o Tino, nato a Sedrina (Bergamo), ex carabiniere di 23 anni, per salvare i suoi compagni iniziò un conflitto a fuoco, ma venne ferito mortalmente. Furono subito uccisi anche Ghirlandetti Mario “Marsinet”, di 17 anni, di Calvenzano (Bergamo) e tre partigiani russi, dei quali conosciamo solo i nomi di battaglia: “Angelo”, “Carlo” e “Michele”; mentre un quarto partigiano russo, detto “Scialico”, venne fatto prigioniero e portato a Serina. Qui però, grazie all’aiuto di alcune persone del luogo, venne sottratto ai suoi carcerieri e fu tenuto nascosto sino alla Liberazione.

Durante la prima commemorazione in memoria dei caduti partigiani della Brigata XXIV maggio, alla presenza del comandante Fortunato Fasana “Renato” (che fu uno degli ufficiali della formazione), sul sagrato della Chiesa parrocchiale di Cornalba venne svelata una stele composta da:

  • un bassorilievo che raffigurava Cristo che sorregge un partigiano con la mano destra e, con la sinistra, una fiamma simbolo della luce eterna e del movimento Giustizia e Libertà;
  • una lastra con la seguente iscrizione: 

QUINDICI FIORENTI GIOVINEZZE
PROMESSA E SPERANZA DELLE LORO FAMIGLIE
QUI TRA LA PACE DEI NOSTRI MONTI
FALCIATE DALL’ODIO
DEI TRADITORI DELLA PATRIA
DICANO A TUTTI
LE LACRIME E IL SANGUE DI CUI ESSA GRONDA.

  • una lapide con i nomi dei quindici partigiani, con il luogo, l’anno di nascita e la data di morte.

Da questo primo anniversario in poi, ogni ultima domenica di novembre, furono molti coloro che si recarono a Cornalba per onorarli e, fra questi, ricordiamo: Ferruccio Parri (partigiano, tra i fondatori del Partito d’Azione), Riccardo Bauer (tra i fondatori del movimento “Giustizia e libertà”), Piero Caleffi (antifascista e partigiano), Arialdo Banfi (partigiano), Enzo Enriquez Agnoletti (partigiano, vice presidente dell’ANPI e presidente della FIR), Giulio Alonzi (antifascista e partigiano), Gianbattista Cortinovis (uno dei componenti del 1° comitato di liberazione bergamasco) e Mario Invernicci, che fu partigiano proprio in quei luoghi, Presidente dell’Associazione partigiani “Giustizia e Libertà” e colui che volle fortemente la costruzione del monumento.

Nel 1959, alla presenza del sottosegretario alla giustizia Lorenzo Spallino e del senatore Piero Caleffi, venne inaugurato il Monumento in memoria dei caduti partigiani della Brigata XXIV maggio. Per l’occasione, l’Associazione partigiani “Giustizia e Libertà” fece stampare un pieghevole che distribuì in tutta la provincia di Bergamo e Ferruccio Parri, Cesare Merzagora, Ugo La Malfa, Leo Valiani, Raffaele Cadorna ed Enrico Mattei, inviarono dei messaggi di vicinanza, scusandosi per non aver potuto presenziare all’inaugurazione.
Il monumento, eretto sul sagrato della Chiesa parrocchiale di Cornalba, non a caso ha come sfondo il Monte Alben, altro luogo di memoria fortemente legato alla Brigata. 
All’interno della cappella-monumento si trova un piccolo altare in pietra sul quale sono scolpiti i nomi dei caduti.

In occasione del settantaseiesimo anniversario dell’eccidio, grazie al contributo di cittadini privati, enti ed associazioni, sul monumento è stato attuato un importante intervento conservativo, che permetterà, per lungo tempo, che questo luogo della memoria, nato proprio allo scopo di tramandare i nomi dei quindici giovani uccisi dai fascisti, continui a testimoniare alle nuove generazioni quanto accaduto a dei loro coetanei. 

Annalisa Bertani

Localizzazione

Località: Cornalba
Indirizzo: piazza della Parrocchia San Pietro Apostolo (affaccio su via Don Paganelli)
Comune: Cornalba
Provincia: Bergamo (BG)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.85249 – Longitudine 9.74269

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Tag:

FONTI

Bibliografia

B. Bianchi, Cinquant’anni di memoria. Cornalba 1944-1994, Bergamo, Il Filo di Arianna, 1994

B. Bianchi, La mitraglia sul campanile. Storia e memoria: Cornalba 1944, Vilminore di Scalve, Il Filo di Arianna, 2019

A. Bendotti, Banditen : uomini e donne nella Resistenza bergamasca, Bergamo, Il Filo di Arianna, 2015

Sitografia

B. Bianchi, L’eccidio fascista di Cornalba, articolo pubblicato sul sito www.patriaindipendente.it consultato il 14/4/2025

Cornalba, 25.11.1944 (Bergamo – Lombardia), scheda pubblicata sul portale www.straginazifasciste.it consultato il 14/4/2025

O. Gimondi, L’omaggio di Sedrina a Celeste Luigi Gervasoni, articolo pubblicato sul sito www.socialbg.it consultato il 18/4/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 25/11/1944 e 1/12/1944

Cognome / Nome: Biava Giuseppe; Chiesa Barnaba; Cornetti Gino; Cornetti Piero; Cortinovis Franco; Ferrari Antonio; Gervasoni Celestino; Ghirlandetti Mario; Maffi Giuseppe; Mancuso G. Battista; Sguazzi Callisto; Tiragallo Giacomo 

Formazioni d’appartenenza: Brigata Giustizia e Libertà XXIV Maggio

Data/e opera: il monumento fu inaugurato nel 1959 durante la commemorazione per l’anniversario dell’eccidio

Autore/i: geom. Giulio Tiraboschi (progettista) 

Note: nei nomi sono elencati solo dodici giovani; in quanto non si conoscono i nomi dei tre partigiani russi, ma solo i nomi di battaglia: “Angelo”, “Carlo” e “Michele”

contatti

MONUMENTO IN MEMORIA DEI CADUTI DELLA BRIGATA XXIV MAGGIO, A CORNALBA

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REPUBBLICA PARTIGIANA DELL’OSSOLA

PIAZZA INTITOLATA A VINCENZO “CINO” MOSCATELLI A BORGOSESIA

PIAZZA INTITOLATA A VINCENZO “CINO” MOSCATELLI A BORGOSESIA

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Vincenzo Moscatelli, noto sin da ragazzo con il diminutivo di “Cino”, nacque a Novara il 3 febbraio 1908, nel rione operaio di Sant’Andrea; quarto di sette figli, il padre Enrico Moscatelli era ferroviere, la madre Carmelita Usellini casalinga. Sin dai primi anni frequentò il Circolo ferrovieri e ambienti operai, dove entrò in contatto con ideali socialisti e comunisti. Terminata la sesta elementare, abbandonò gli studi per cercare un lavoro; dapprima fu impiegato come apprendista presso lo stabilimento “Rumi”, mentre in un secondo momento, dopo aver seguito un corso professionale serale, divenne tornitore alle “Officine meccaniche novaresi”. Fin dalla gioventù prese parte attivamente al fermento rivoluzionario che interessava Novara e il Piemonte: nel 1920 partecipò all’occupazione dell’officina meccanica “Rumi”; nel luglio 1922, durante la battaglia di Novara, si schierò a fianco degli antifascisti per contrastare l’avanzata fascista, e difese la locale Camera del lavoro; nella primavera del 1925 organizzò lo sciopero dei giovani delle “Officine meccaniche novaresi” e si iscrisse alla Gioventù comunista.

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Nel 1926 Cino Moscatelli si trasferì a Milano, dove lavorò presso l’Alfa Romeo, salvo poi allontanarsene a causa di una serrata da lui promossa; divenne quindi tornitore alla “Cerutti”, dalla quale fu licenziato per aver provocato un cortocircuito durante le manifestazioni di protesta contro gli Stati Uniti per la condanna a morte degli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. 

Nel settembre 1927 espatriò in Svizzera, dove frequentò un corso clandestino di formazione politica, essendo militante del Partito comunista d’Italia (PCd’I); seguì poi scuole di partito a Berlino e Mosca, e nel 1930 si spostò in Francia per lavorare nel Centro estero del PCd’I. A Parigi collaborò alle riviste dei giovani comunisti “Fanciullo proletario”, “Avanguardia” e “Il galletto rosso”. Nell’estate dello stesso anno, Vincenzo Moscatelli con passaporto falso rientrò in Italia, come segretario interregionale della Federazione giovanile comunista d’Italia (FGCd’I) per l’Emilia Romagna; arrestato a Bologna l’8 novembre, venne condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a 16 anni e 8 mesi di reclusione. Fu incarcerato prima a Volterra (Pisa), dopodiché a Civitavecchia (Roma), infine ad Alessandria; scarcerato nel 1935 per un’amnistia, proseguì a cooperare con i gruppi comunisti clandestini del Novarese e del Vercellese, e nel 1937 venne nuovamente fermato, questa volta a Serravalle Sesia, accusato di aver scritto frasi contro Benito Mussolini sui muri della fabbrica nella quale lavorava, e imprigionato a Vercelli. Con una lettera di suo pugno di ripudio del comunismo, venne liberato; espulso dal partito, aprì un ufficio commerciale a Borgosesia (Vercelli) e, nel 1938, si unì in matrimonio con Maria Leoni: dalla loro unione vennero alla luce due figlie, Carla e Nadia.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Cino aderì convintamente alla Resistenza, occupandosi di organizzare, per conto del Partito comunista italiano (Pci), la guerra partigiana in Valsesia; arrestato per la terza volta il 29 ottobre 1943, fu subito salvato dai compagni e si rifugiò sui monti della zona, divenendo commissario politico del raggruppamento garibaldino “Valsesia-Ossola-Cusio-Verbano”, ideatore e animatore del foglio partigiano “Stella Alpina” (1944-1951), comandante di brigate di resistenti, distinguendosi per coraggio e tenacia nell’affrontare i nazifascisti. Al termine della Seconda guerra mondiale venne congedato col grado di tenente colonnello, fu insignito delle onorificenze della Bronze Star Medal statunitense, della Croce al merito partigiano polacca, della Medaglia d’argento al valor militare (quest’ultima con la seguente motivazione: “Animatore e condottiero della lotta di liberazione, assumeva, durante una critica fase della battaglia, il comando di due distaccamenti partigiani minacciati da attacchi concentrici sferrati da numerose forze nemiche sostenute da mezzi corazzati, e, con abile ed ardita manovra, riusciva a sganciarli dalla pressione avversaria. Costretto a ripiegare, e raggiunta una zona boscosa, costituiva con i suoi uomini due nuclei di arditi che con intensa azione di fuoco protessero la ritirata del grosso della formazione. Primo tra i primi per ardimento e valore, sempre presente ove maggiore era il pericolo, sapeva con l’esempio mantenere vivo l’ardore della lotta salvando i compagni dall’accerchiamento da parte del nemico”). 

A Liberazione avvenuta, Vincenzo Moscatelli venne designato sindaco di Novara dal Comitato di Liberazione nazionale (Cln), e sino al 1956 fu più volte consigliere comunale della città piemontese. Inoltre, fu deputato alla Costituente per il Pci e sottosegretario per l’assistenza ai reduci e ai partigiani nel terzo governo De Gasperi. Nella prima legislatura fu senatore di diritto, nel 1953 e nel 1958 venne eletto deputato. In contemporanea, Moscatelli ricoprì svariati ruoli nel gruppo dirigente del Pci, a livello sia locale che nazionale. Nel 1974 fondò, a Borgosesia, l’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli. Assieme al conterraneo Pietro Secchia (1903-1973), politico, antifascista e partigiano, scrisse nel corso degli anni alcuni volumi: La lotta della gioventù proletaria contro il fascismo (1931); Il Monte Rosa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola (1958). 

Cino Moscatelli morì a Borgosesia il 31 ottobre 1981, all’età di settantatré anni.

A Borgosesia, una piazza è stata intitolata a Vincenzo Moscatelli; strade sono state a lui dedicate a Domodossola (Verbano-Cusio-Ossola) e Guspini (Sud Sardegna). Dal 1982, l’Istituto per la storia della resistenza porta il suo nome.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Borgosesia
Indirizzo: piazza Vincenzo Moscatelli
Comune: Borgosesia
Provincia: Vercelli (VC) 
Regione: Piemonte
Coordinate geografiche: Latitudine 45.71342 – Longitudine 8.27739

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Tag:

FONTI

Bibliografia

P. Secchia, C. Moscatelli, Il Monte Rosa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola, Torino, Einaudi, 1958

Il comunista e la regina: leggende, miti, errori e falsità. Scritti su Cino Moscatelli, a cura di P. Ambrosio, Varallo, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia, 2014

Sitografia

M. Albertaro, MOSCATELLI, Vincenzo, profilo biografico pubblicato sul sito www.treccani.it consultato il 7/7/2025

Vincenzo “Cino” Moscatelli, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 7/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 3/2/1908 – 31/10/1981

Cognome / Nome: Moscatelli Vincenzo “Cino”

Formazioni d’appartenenza: Gioventù comunista; Partito comunista d’Italia; Federazione giovanile comunista d’Italia; Partito comunista italiano; raggruppamento garibaldino “Valsesia-Ossola-Cusio-Verbano”

Data lapide: non determinabile

Autore: non determinabile

Note: segnaletica visibile

contatti

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