PARCO DELLA MEMORIA E DELLA PACE NEL LUOGO DELL’ECCIDIO DI FONDOTOCE

PARCO DELLA MEMORIA E DELLA PACE NEL LUOGO DELL’ECCIDIO DI FONDOTOCE

PARCO DELLA MEMORIA E DELLA PACE NEL LUOGO DELL’ECCIDIO DI FONDOTOCE

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

A Fondotoce, frazione del comune di Verbania, in uno dei luoghi simbolo della Resistenza nell’alto Piemonte trova spazio il Parco della Memoria e della Pace. Si tratta di una vasta area verde – circa 16.000 mq – entro la quale sono collocati monumenti di differente datazione e composizione dedicati al ricordo della Resistenza, della deportazione e dell’internamento. L’ingresso all’area avviene tramite Via Filippo Turati; il percorso al complesso monumentale inizia con l’ingresso al viale dei caduti, al principio del quale trovano spazio una scultura in rame volta a ricordare il massiccio contributo dei partigiani georgiani alla Resistenza locale ed un composito di lastre in granito riportante i nomi degli internati militari nei campi di lavoro tedeschi. Proseguendo sulla via rettilinea contornata da bassa vegetazione si giunge al cuore del complesso. Qui una croce in cemento alta 24 metri sovrasta il lungo “muro della memoria” sul quale sono riportati – incisi nel marmo di Candoglia – i nomi dei 1.200 caduti della Resistenza nel Verbano-Cusio-Ossola e nel novarese tra il 1943 ed il 1945;

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inaugurato il 20 giugno 1964 dall’allora Vice Presidente della Camera Sandro Pertini, il muro è stato eretto nel luogo in cui il 20 giugno 1944 vennero fucilati dai tedeschi 42 partigiani catturati durante il grande rastrellamento della Val Grande. Dinnanzi alla grande croce è stata posizionata un’urna contenente le ceneri di persone assassinate nel campo di Mauthausen. 

All’interno del parco un vasto edificio ospita l’Associazione Casa della Resistenza, ente preposto allo studio e alla trasmissione della memoria nel territorio. La Casa ospita una biblioteca e nel centro di documentazione è conservato un vasto patrimonio archivistico legato al periodo della Seconda guerra mondiale. Sede di iniziative di differente natura, tra cui mostre, convegni e presentazioni, il luogo espone un allestimento permanente volto a ricordare l’eccidio ad opera dei tedeschi qui avvenuto ed alcuni nomi celebri nel locale contesto della Guerra di liberazione. Ai lati dell’ingresso dell’edificio si trovano un monumento in metallo dedicato al ruolo svolto dalle donne durante la Resistenza e nel contesto dell’emancipazione ed un monumento dedicato alla memoria dell’olocausto sulle rive del Lago Maggiore.

Nella primavera del 1944 le formazioni partigiane operanti in Ossola appaiono rinvigorite dopo le fatiche dell’inverno precedente. L’avvio della stagione calda significa un miglioramento generale delle condizioni per coloro che combattono contro i nazifascisti: il fogliame della vegetazione consente maggiore copertura dallo sguardo del nemico, l’innalzarsi delle temperature aumenta l’ottimismo dopo un gelido inverno passato in baite di pietra spoglie di qualunque comodità, quantità e qualità del cibo, per quanto sempre segnate dalla scarsità, migliorano. Inoltre la scadenza dei Bandi Graziani – proclami che richiamano a combattere nelle file della Repubblica Sociale Italiana le leve più giovani del paese – spingono molti individui ad unirsi alle formazioni partigiane. Nel territorio ossolano orbitano in questo periodo brigate autonome, di orientamento cattolico e formazioni legate al Partito comunista. Tra le formazioni più consistenti della zona si trova la formazione partigiana “Valdossola”, una realtà espressamente apolitica comandata da Dionigi Superti, ex dirigente di un’impresa dedita al commercio di legname. I partigiani di Superti popolano i boschi e le montagne della Val Grande, una vasta zona impervia posta a sud-est della Valle dell’Ossola; trattandosi di un territorio privo di strade carrozzabili ed anzi caratterizzato da gole e impegnativi dislivelli, i partigiani si sentono qui al sicuro. I colpi di mano, le imboscate e le azioni di disturbo dei partigiani del “Valdossola” si rivelano una spina nel fianco per le forze d’occupazione tedesche. Il comando germanico attinge dall’Ossola un’importante mole di materiale utile alla guerra del Reich; il territorio infatti è caratterizzato dalla vasta presenza di stabilimenti industriali e centrali idroelettriche ed è percorso dall’importante linea ferroviaria che congiunge l’Italia alla Svizzera. Il comando tedesco delle SS di Monza, intenzionato dunque a risolvere il problema dei banditi in Ossola, stabilisce l’avvio dell’ “Operazione Köln”: 5.000 uomini supportati da artiglieria, mezzi corazzati e apparecchi aerei sono incaricati di dare la caccia ai partigiani annidati tra i boschi della Val Grande. L’operazione inizia il giorno 11 giugno 1944. La Val Grande viene accerchiata da reparti della 236a divisione di fanteria tedesca, uomini della SS Polizei, truppe della Guardia Nazionale Repubblicana di frontiera e reparti speciali fascisti come la Legione Tagliamento, alcuni battaglioni della Xa MAS, uomini del gruppo corazzato Leonessa e del battaglione Pontida. La lotta è impari, diversi sono i partigiani, molti dei quali da poco giunti in montagna, privi di equipaggiamento, addestramento e vestiario. 

Si combatte  negli alpeggi e sui sentieri ma il divario di forze è troppo evidente; molti dei partigiani catturati sono fucilati sul posto, le baite che li avevano ospitati vengono date alle fiamme. 

Le formazioni coinvolte nel rastrellamento oscillano tra lo sbandamento e la completa distruzione: oltre al “Valdossola” di Superti, decimato, vengono colpite la brigata “Cesare Battisti”, la quale perde molti effettivi e la “Giovane Italia”  che cessa addirittura di esistere.

Molti sono i partigiani catturati, trasferiti in luoghi di detenzione improvvisati e qui torturati; tra loro Carlo Suzzi, giovane combattente del “Valdossola” totalmente ignaro dell’assurdo destino che lo attende. Portato insieme a diversi altri nella sede del comando germanico di Malesco, un comune della Val Vigezzo, viene qui torturato. Lui ed i compagni di sventura vengono trasferiti a Intra il 20 giugno, sul lago Maggiore. Nel pomeriggio di quel giorno 46 prigionieri in tutto vengono caricati sui camion e, in alcune tappe, fatti sfilare sulle rive del lago in direzione di Fondotoce. Di quella macabra marcia rimane forse una delle più celebri foto della Resistenza italiana, scattata da un soldato tedesco e rintracciabile in rete: la colonna di partigiani prigionieri in marcia alla cui testa spiccano la figura di una donna, Cleonice Tomassetti ed un cartello con la scritta “Sono questi i liberatori d’Italia oppure sono i banditi?”. Giunti nella piana dove il fiume Toce si getta nel lago Maggiore, 43 prigionieri vengono raggruppati e fatti sdraiare a terra. Cominciano così le fucilazioni, nel luogo dove ora sorge il “muro della memoria”: a gruppi di tre i partigiani vengono condotti nel luogo prescelto e passati per le armi. Carlo Suzzi è nel gruppo di coloro che vanno a morire eppure quel giorno il destino ha altri programmi per lui: colpito dai proiettili tedeschi cade ferito tra i compagni già morti o morenti, sopravvivendo persino al colpo di grazia inferto da un soldato tedesco con la pistola. Dopo qualche ora, quando i tedeschi hanno ultimato l’eccidio e si sono dileguati, il giovane riesce ad emergere dal groviglio di corpi e a gettarsi in un vicino fiumiciattolo per saziare la sete. Grondante di sangue e scosso si dirige verso le montagne per poi svenire nei pressi di una baita. Sarà proprio l’abitante di questa a prestargli le prime cure. Carlo Suzzi sopravvive dunque all’esecuzione e, una volta ripresosi dalle ferite, torna a militare nella formazione di Superti, provata dal rastrellamento ma non distrutta. La Resistenza locale accusa il colpo ma le formazioni continuano la lotta ed anzi l’eccidio diviene uno degli episodi capaci di alimentare la volontà combattiva partigiana. A ricordo di quella terribile esperienza Suzzi riprende il suo posto di combattimento con un soprannome pesante: “Quarantatrè” come il numero di partigiani fucilati quel giorno, tra i quali egli è l’unico sopravvissuto, il quarantatreesimo.  

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Fondotoce
Indirizzo: via Filippo Turati, 9
Comune: Verbania
Provincia: Verbano Cusio Ossola (VCO) 
Regione: Piemonte
Coordinate geografiche: Latitudine 45.946555 – Longitudine 8.487965

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Tag:

FONTI

Bibliografia

E. Massara, Antologia dell’Antifascismo e della Resistenza novarese: uomini ed episodi della lotta di liberazione, Novara, Tipolitografia «Grafica Novarese», 1984

N. Chiovini, Mal di Valgrande, Verbania, Tararà, 2002

N. Chiovini, Verbano, giugno ‘44, Verbania, Arti grafiche Spadacini, 1966

G. Petter, La prima stella. Valgrande ‘44, Interlinea, 2011

Sitografia

Eccidio di Fondotoce, articolo pubblicato sul sito www.casadellaresistenza.it consultato il 9/6/2025

Fondotoce: l’eccidio, scheda pubblicata sul sito www.isrn.it consultato il 12/6/2025

L’eccidio di Fondotoce, articolo pubblicato sul sito www.rsi.ch consultato il 9/6/2025

V. Pulga, Episodio di Fondotoce, Verbania, 20.06.1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 12/6/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 20/6/1944

Cognome / Nome: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte 

Formazioni d’appartenenza: Per quanto riguarda Carlo Suzzi “Divisione Valdossola”; per quanto riguarda il complesso monumentale non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte 

Data/e opera: per quanto riguarda il monumento dedicato ai partigiani georgiani sappiamo solo che venne inaugurato nel 1978;
per quanto riguarda il monumento alla memoria dei caduti nei lager nazisti sappiamo solo che venne inaugurato nel giugno 1976 e che venne aggiunta una sezione nel 1986; 
per quanto riguarda il monumento alla memoria dell’olocausto sul lago Maggiore sappiamo solo che venne inaugurato nel 2009; 
per quanto riguarda il monumento alla donna nella Resistenza sappiamo solo che venne inaugurato il 22 novembre del 1986;
per quanto riguarda il “muro della memoria” sappiamo che venne eretto tra il 1962 ed il 1964 ed inaugurato il 20/6/1944;
per quanto riguarda l’urna, non determinabile

Autore/i: Gia Japaribz (Monumento ai partigiani georgiani); Rava Giorgio (Monumento alla donna nella Resistenza); Bonecchi Carla (Monumento in ricordo dell’olocausto sul lago Maggiore); Minali Aessandro (muro della memoria)

Note: Parco della Memoria e della Pace è liberamente accessibile; mentre l’’ingresso all’edificio che ospita l’Associazione Casa della Resistenza è contingentato in base agli orari di apertura della struttura

Dal luogo dell’eccidio comincia il “Sentiero Chiovini”, itinerario escursionistico che si sviluppa tra i sentieri della Val Grande

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CROCE DEGLI ALPINI SUL MONTE MARRONE

CROCE DEGLI ALPINI SUL MONTE MARRONE

CROCE DEGLI ALPINI SUL MONTE MARRONE

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Sulla cima del Monte Marrone, in provincia di Isernia, trova posto un complesso monumentale dedicato agli alpini che qui combatterono tra la fine di marzo ed i primi giorni di aprile del 1944: sopra un basamento di pietra è posizionata una croce in ferro sulla quale si trovano un’aquila bronzea ed una targa che recita «TUT PER L’ITALIA. BTG ALPINI “PIEMONTE”. 1944-1974»; non troppo distante, alle pendici del Monte, un monumento ad opera dello scultore ed ex alpino Vittorio Piotti ricorda il contributo offerto dal Corpo Italiano di Liberazione – CIL nella Guerra di liberazione. Il monumento è costituito da venti blocchi di pietra, sopra ognuno dei quali campeggia il nome di una regione italiana. Sul lato sinistro della composizione si trovano tre croci in metallo, riportanti rispettivamente le diciture «INRI», «Libertà e «Bandito». Davanti alla struttura è posizionata la scultura di un’aquila, anch’essa in materiale metallico, nell’atto di strappare le catene dell’oppressione.

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Al principio della primavera le forze alleate non riescono a sfondare le difese tedesche – la celebre “Linea Gustav” – ed i violenti e ripetuti scontri per il controllo di Montecassino dimostrano anzi la tenacia della resistenza nazista. Il 1° Raggruppamento motorizzato – allora alle dipendenze del Corpo di Spedizione Francese in Italia – si trova in quel periodo nei pressi del fronte, sul gruppo montuoso delle Mainarde. 

Il Generale Umberto Utili, comandante del raggruppamento, è fiducioso delle capacità dei propri uomini ed avanza al comando francese l’ipotesi di un attacco alla cima di Monte Marrone ad opera dei reparti italiani. La posizione tenuta dai tedeschi in quota è un importante punto d’osservazione. Utili riceve il benestare dei superiori e l’operazione può essere pianificata nel dettaglio. 

I soldati incaricati di attaccare le postazioni tedesche appartengono al battaglione “Piemonte”; spetta invece al CLXXXV battaglione paracadutisti della “Nembo” – anch’esso inquadrato nel 1° corpo motorizzato – il compito di proteggere il fianco sinistro dei reparti alpini da possibili manovre tedesche. Il comando francese però temporeggia, cercando di rimandare l’azione italiana. I francesi non intendono lasciare mano libera agli uomini di Utili, probabilmente perché il ricordo della campagna d’aggressione subita nel 1940 è ancora vivo. Tuttavia proprio in quei giorni il 1° Raggruppamento viene posto alle dipendenze del Comando Polacco e l’attacco può dunque avere luogo. Il tutto deve svolgersi in massima segretezza, poiché gli alleati non intendono stimolare l’afflusso di rinforzi tedeschi nel settore. Dal momento che l’assalto deve sfruttare l’effetto sorpresa, viene stabilito che i soldati italiani scalino le aspre pareti dinanzi alle postazioni tedesche senza farsi individuare: il nemico non si aspetta che un attacco provenga da quella direzione.

Alle ore 03:30 del 31 marzo 1944 i soldati del battaglione “Piemonte”, preceduti dai loro esploratori, partono con il buio, portando con sé solamente armi leggere e bombe a mano. L’azione si svolge in modo perfetto: dopo essersi raggruppati nei luoghi prestabiliti sulla cima alle 06:00 del mattino, nel silenzio più totale, i soldati italiani entrano nelle postazioni nemiche. I tedeschi sono increduli e si arrendono dopo un breve scontro: alle 10 del mattino Monte Marrone è in mano italiana. Nei giorni successivi viene allestita una linea difensiva per consolidare la posizione strategica conquistata. La controffensiva nazista per riprendere la cima del viene lanciata la notte del 10 aprile. I soldati tedeschi, preceduti da tiro di artiglierie, lanciano l’attacco alle postazioni tenute dagli alpini; per qualche ora la notte è illuminata dalle raffiche dei mitra, dai razzi illuminanti e dallo scoppio delle bombe a mano. Gli italiani resistono e l’arrivo di un’unità di supporto interrompe definitivamente le speranze tedesche di riprendere la cima. Se sotto il punto di vista tattico l’azione ha un significato modesto, questa rappresenta comunque un’importante tappa sulla strada del riconoscimento del ruolo dei militari italiani nel contesto della liberazione dell’Italia centro-meridionale. Proprio l’ottima prova fornita dai soldati del 1° raggruppamento motorizzato convince il Comando Supremo Alleato a creare, partendo da esso, il Corpo Italiano di Liberazione.

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Cima del Monte Marrone 
Indirizzo: Cima del Monte Marrone
Comune: Rocchetta a Volturno 
Provincia: Isernia (IS) 
Regione: Molise
Coordinate geografiche: Latitudine 41.63336 – Longitudine 14.00789

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FONTI

Bibliografia

C. Vallauri, Soldati: le forze armate italiane dall’armistizio alla liberazione, UTET, 2003

Sitografia

Battaglia di Monte Marrone, scheda pubblicata sul sito www.liberationroute.com consultato il 26/6/2025

M. Coltrinari, 31 marzo 1944: Monte Marrone, articolo pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 23/6/2025

Monte Marrone: Monumento al Corpo italiano di Liberazione, scheda pubblicata sul sito www.italianostra.org consultato il consultato il 23/6/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 31/3/1944 – 10/4/1944

Cognome / Nome: Utili Umberto

Formazioni d’appartenenza: Alpini battaglione “Piemonte”, 1° Raggruppamento motorizzato, Divisione paracadutisti “Nembo”, 1° Raggruppamento motorizzato; Corpo Italiano di Liberazione 

Data/e opera: non determinabile. Sappiamo solo i monumenti furono inaugurati il 31/3/1974

Autore/i: Piotti Vittorio per il monumento al CIL

Note: entrambi i monumenti sono visibili e liberamente accessibili

Dal luogo dell’eccidio comincia il “Sentiero Chiovini”, itinerario escursionistico che si sviluppa tra i sentieri della Val Grande

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DIPARTIMENTO PARTIGIANO DEL CORNIOLO

DIPARTIMENTO PARTIGIANO DEL CORNIOLO

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Nella zona dell’Appennino forlivese, all’interno del territorio del comune di Santa Sofia, si trova Palazzo Zanetti. La struttura, appartenente ai tempi ad una famiglia di proprietari terrieri, al principio del 1944 fu scelta come sede del comando partigiano che si trovò ad amministrare la Zona libera del Corniolo, o, come nota nella fonti fasciste «Il dipartimento del Corniolo». L’edificio si trovano al n° 5 di via nuova ed è visibile dalla strada adiacente.

Tra le tante zone libere e repubbliche partigiane esistite nell’Italia occupata dai tedeschi tra il 1943 ed il 1945, la vicenda del Dipartimento partigiano del Corniolo è importante per diversi motivi. Si tratta innanzitutto della prima esperienza di autogoverno partigiano avviata durante la Resistenza; le date di inizio della zona controllata dai partigiani non sono certe ma insistono sui primi giorni di febbraio del 1944. Un altro motivo dell’importanza della vicenda è connesso alla sorte mai del tutto chiarita del comandante partigiano che lega il suo nome a quello della zona partigiana, Riccardo Fedel noto con il nome di Battaglia di “Libero Riccardi”.

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La “Brigata Garibaldi Romagnola” è inquadrata tra le brigate d’assalto Garibaldi, ovvero le formazioni partigiane che durante la Resistenza sono legate direttamente al Partito Comunista Italiano – PCI. A comando dei garibaldini del Corniolo si trova Riccardo Fedel “Libero”. Fedel, ex confinato politico tra la seconda metà degli anni ‘20 ed i primi ‘30, assume il comando della neocostituenda “Brigata romagnola” nel novembre del 1943; sotto la sua guida la formazione arriverà a contare circa 900 unità. Nell’inverno del 1944 i partigiani della “Brigata Romagnola” assumono il controllo di un’area che interessa diversi comuni del territorio; oltre a quello di Santa Sofia, del quale l’abitato di Corniolo fa parte, sono toccati Galeata, Premilcuore e Bagno di Romagna.    

L’inizio ufficiale del Dipartimento partigiano viene indicato il 2 febbraio ‘44: si tratta del primo caso di zona liberata dalla presenza nazifascista del biennio 1943-45. Se le zone libere della Resistenza italiana prendono vita perlopiù tra la tarda primavera e l’autunno inoltrato del ‘44, la vicenda del Corniolo si situa in un tempo a sé, tanto precedente da non rendere possibile il suo inserimento tra gli altri casi più noti. Quel che appare certo è che si tratta della prima prova di autogoverno partigiano, avvenuta senza disposizioni di sorta da parte degli organi coordinatori della Resistenza. 

In ogni caso per i vertici della brigata garibaldina, dopo aver stabilito presidi e posti di blocco ai confini dei territori in mano partigiana, è possibile pensare ad una serie di misure relative agli ambiti economici e assistenziali riguardanti partigiani e popolazione. Nel “Dipartimento” i poteri sono assunti da un comitato che rende conto al comando militare partigiano. Tra le azioni intraprese si inseriscono tanto la riscossione delle tasse (con rilascio di ricevute) in ragione della causa partigiana, quanto il sostegno – in denaro od in natura – alle famiglie più bisognose del territorio. Non mancano attività volte a spiegare le motivazioni della lotta – comizi ed affissione di proclami – o la revisione di accordi preesistenti, come quelli riguardanti la ripartizione dei prodotti tra contadini e proprietari terrieri. In generale lo scorrere della vita non viene stravolto e servizi quali ad esempio quello postale continuano a funzionare come di consueto, fatta eccezione per la censura partigiana applicata al settore. La fine dell’esperimento di autogoverno partigiano nel Corniolo ha diverse cause ma probabilmente tra le principali si inserisce la geografia dei luoghi: per i comandi tedeschi si tratta di un territorio troppo importante dal punto di vista militare per essere lasciato in balia dei ribelli. Il rastrellamento tedesco coglie gli uomini della “Brigata romagnola” nei pressi del monte Falterona, dove si erano spostati dopo aver abbandonato prima Corniolo e poi Strabatenza. Lo sbandamento delle forze partigiane mette la parola fine all’esperienza della Dipartimento del Corniolo tra la fine di marzo e l’aprile 1944. Ed è proprio nella seconda metà di quel marzo che il comandante Fedel “Libero” viene sollevato dal comando della “Brigata Romagnola”; accusato di diserzione, attività spionistica e furto verrà ucciso in circostanze mai del tutto completamente chiarite il 12 giugno successivo da altri partigiani.

Il caso di Riccardo Fedel si rivela interessante poiché consente di relazionarsi alla questione della conflittualità tra partigiani e di smontare una dannosa lettura unitaria e senza macchia della guerra di liberazione; la vicenda anzi restituisce alle forze che si impegnano nella Resistenza una dimensione umana e permette di capire i valori  e le contraddizioni delle loro gesta, al di là della retorica “dell’eroe”. La storia del comandante “Libero”, riportata alla luce in anni recenti, mette in evidenza anche la complicata questione della “memoria divisa”. Per molto tempo le vicende della “Brigata romagnola” in quel periodo sono state lette secondo un’unica fonte – il celebre rapporto redatto da Ilario Tabarri, membro del Comitato militare romagnolo – entro il quale la figura del comandante “libero” viene imputata di diverse gravi accuse. Nel corso degli ultimi 20 anni anni gli eredi di Fedel ed alcuni storici professionisti hanno confutato, attraverso i documenti del periodo ed un’analisi delle fonti già prodotte, le accuse mosse a comandante nel “rapporto Tabarri”. 

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Corniolo
Indirizzo: via Nuova, 5
Comune: Santa Sofia
Provincia: Forlì – Cesena (FC) 
Regione: Emilia Romagna
Coordinate geografiche: Latitudine 43.90568 – Longitudine 11.79679

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FONTI

Bibliografia

N. Fedel, R. Piccoli, Edizione critica del rapporto Tabarri. Rapporto generale sull’attività militare in Romagna (dall’8 settembre 1943 al 15 maggio 1944), Milano, Fondazione Comandante Libero, 2014

M. Flores, M. Franzinelli, Storia della Resistenza, Bari, Laterza, 2019

G. Fedel, Storia del Comandante Libero, Italia, Fondazione Riccardo Fedel Comandante Libero Onlus, 2013

Sitografia

Ilario Tabarri, scheda pubblicata sul sito www.anpi.it consultato il 2/7/2025

La brigata partigiana romagnola, articolo pubblicato sul sito www.bibliotecasalaborsa.it consultato il 2/7/2025

La repubblica partigiana del Corniolo, articolo pubblicato sul sito www.bibliotecasalaborsa.it, consultato il 2/7/2025

G. Fedel, N. Fedel, Dopo un articolo di Bruna Tabarri sul comandante Pietro Mauri. Una precisazione e un racconto sul Comandante Riccardo Fedel, articolo pubblicato sul sito www.anpi.it consultato l’1/7/2025

R. Fedel, Riccardo F., articolo pubblicato sul sito www.comandantelibero.org consultato consultato l’1/7/2025

8a brigata Garibaldi Romagna, scheda pubblicata sul sito siusa-archivi.cultura.gov.it consultato il 2/7/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 2/2/1944 – fine marzo/aprile 1944 

Cognome / Nome: Fedel Riccardo “Libero Riccardi”; Tabarri Ilario

Formazioni d’appartenenza: Brigata Garibaldi Romagnola

Data/e opera: non determinabile

Autore/i: non determinabile

Note: L’edificio è visibile ma non liberamente accessibile in quanto privato

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TARGA IN RICORDO DI TERESA MATTEI A SAN FRUTTUOSO – GENOVA

TARGA IN RICORDO DI TERESA MATTEI A SAN FRUTTUOSO – GENOVA

TARGA IN RICORDO DI TERESA MATTEI A SAN FRUTTUOSO – GENOVA

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Teresita Mattei detta Teresa nacque a Quarto (Genova) il 1° febbraio 1921, terzogenita di sette fratelli e sorelle (Camillo, Gianfranco, Giovanni, Ida, Andrea, Mario); il padre, Ugo Mattei, fu inizialmente avvocato liberale e antifascista, dopodiché divenne imprenditore nell’ambito telefonico e operaio marmista, mentre la madre Clara Friedmann era di origini ebraico-lituane e svizzere. La famiglia si trasferì in un primo momento a Milano, successivamente in campagna in provincia di Varese e, dal 1932 al 1950, a Bagno a Ripoli (Firenze). Già nel 1937 Teresa iniziò la propria attività clandestina contro il fascismo, stampando e affiggendo assieme al padre e ai fratelli manifesti contro le guerre di conquista e partecipando attivamente alle operazioni di Giustizia e libertà (venne anche inviata a Nizza per portare denaro e lettere ai fratelli Carlo Alberto e Nello Rosselli). Studentessa presso il liceo classico “Michelangelo” di Firenze, nel 1938 venne espulsa e radiata da tutte le scuole del regno poiché protestò contro le leggi razziali;

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l’anno successivo, con l’aiuto di Piero Calamandrei, ottenne la maturità da privatista e si iscrisse all’università alla facoltà di Lettere e Filosofia. Nel 1940 fu tra i promotori e gli organizzatori di una manifestazione pacifista di protesta in piazza San Marco a Firenze. Nel 1942, assieme alla madre e al fratello Gianfranco Mattei (1916-1944, ricercatore e docente di chimica, partigiano gappista, suicidatosi il 7 febbraio 1944 nelle famigerate carceri di via Tasso a Roma per non tradire i compagni), si iscrisse al Partito comunista italiano. Nel 1943 Teresa, conosciuto Bruno Sanguinetti (1909-1950), dirigente del Pci e suo futuro marito, aderì convintamente alla Resistenza con il nome di battaglia “Chicchi”, tenendo i contatti tra il partito e gli studenti dell’ateneo fiorentino e organizzando i gruppi universitari e delle donne del Pci. Militò nei Gruppi di azione patriottica e nei Gruppi di difesa della donna, aiutando a coordinare gli scioperi operai del marzo 1943 a Firenze ed Empoli; dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, entrò nella formazione Fronte della gioventù e fu staffetta partigiana. Nel febbraio del 1944 cercò inutilmente di raggiungere a Roma i genitori, per confortarli per la tragica morte di Gianfranco: fermata nei pressi di Arezzo dagli occupanti tedeschi, venne catturata, trasportata a Perugia, interrogata a lungo, picchiata selvaggiamente e violentata da cinque militari nazisti; Teresa riuscì però a fuggire e a mettersi in salvo. La giovane Chicchi fu, con ogni probabilità, assieme a Bruno Sanguinetti tra gli ideatori dell’attentato a Giovanni Gentile (1875-1944), filosofo fascista e colonna portante del regime, ucciso a Firenze dai Gap comunisti il 15 aprile 1944. Nel medesimo anno, il 3 giugno, incaricata di far saltare per aria un convoglio tedesco carico di esplosivi nascosto in un tunnel presso Pontassieve (Firenze), inseguita dai nazisti si rifugiò presso il professor Eugenio Garin e, come alibi, di fronte a una commissione di laurea estemporanea, discusse la sua tesi, laureandosi così in Filosofia. Nell’agosto del 1944, Teresa prese parte alla battaglia di Firenze come staffetta partigiana della formazione “Gianfranco Mattei”.

Nel secondo dopoguerra, nel 1946, propose a Luigi Longo, sottosegretario del Partito comunista italiano, che l’8 marzo venisse regalata alle donne una mimosa come simbolo. Il 2 giugno 1946, a soli venticinque anni, venne votata nel collegio di Firenze con 5.299 preferenze, la più giovane tra le donne elette all’Assemblea costituente. Militante del Pci fino a quando venne espulsa il 23 aprile 1955, Teresa Mattei operò molto per il bene comune: per esempio, nel 1947 fondò l’ente per la tutela morale del fanciullo assieme alla democristiana Maria Federici (1899-1984). Nel 1948 si sposò a Budapest con Sanguinetti; rimasta improvvisamente vedova il 10 dicembre 1950, nel 1955 convolò a nozze con Jacopo Muzio, dirigente e attivista del Partito comunista italiano, dal quale si separò nel 1968. Trasferitasi a Milano, proseguì ad adoperarsi per la tutela dei bambini: nel 1960 diede vita, nel capoluogo lombardo, a “Baby Mark”, un centro studi per la progettazione di nuovi servizi e prodotti per l’infanzia. Nel 1967 tornò in Toscana, stabilendosi a Pisa e poi a Usigliano di Lari, e partecipò alle lotte sociali e politiche di quei decenni: per esempio, nel 1968 aderì alle contestazioni studentesche e del movimento operaio; dal 1969 al 1976 cooperò con “Lotta continua”; collaborò con l’ANPI di Pisa, del quale divenne vicepresidente nel 2005 e, nel 2006, membro del comitato nazionale; nel 1987 istituì la “Lega per il diritto dei bambini alla comunicazione”; nel 2001 fu a Genova assieme ai figli contro il G8.

Il 26 maggio 2005, su iniziativa dell’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, è stata insignita dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana come partigiana e Costituente. Teresa Mattei è morta il 12 marzo 2013 a Usigliano (frazione di Casciana Terme Lari), all’età di novantadue anni.

Il 7 marzo 2025, nel quartiere genovese di San Fruttuoso, al numero civico 5 di via Contubernio Giovanni Battista d’Albertis, è stata appesa una targa commemorativa di Teresa e Gianfranco Mattei. Di formato quadrato e realizzata in metallo lucido riflettente, reca l’iscrizione: “QUI NACQUE TERESA MATTEI / LA PARTIGIANA CHICCHI / LA PIÚ GIOVANE MADRE COSTITUENTE / COMBATTENTE PER LA LIBERTÀ SEMPRE / GENOVA 1 FEBBRAIO 1921 – LARI (PI) 13 MARZO 2013 / QUI ABITÒ IL FRATELLO GIANFRANCO MATTEI / BRILLANTE DOCENTE DI CHIMICA / MARTIRE NELLA PRIGIONE NAZISTA DI VIA TASSO / MILANO 11 DICEMBRE 1916 – ROMA 7 FEBBRAIO 1944”. Alla memoria di Teresa Mattei sono, inoltre, state intitolate vie a Torino, Capannoli (Pisa), Usigliano (Pisa), Bientina (Pisa), Livorno, Campi Bisenzio (Firenze), una piazzetta a Genova, una piazza a Mompantero (Torino), una scuola media a Bagno a Ripoli. Un suo ritratto compare nel Murale per gli antifascisti realizzato a Milano, in via Plezzo, dal collettivo artistico Orticanoodles in collaborazione con l’associazione OrMe – Ortica Memoria di Milano, ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti), Poste Italiane e Comune di Milano: inaugurato il 29 ottobre 2022, raffigura sette illustri perseguitati antifascisti (oltre a Teresa, appaiono Sandro Pertini, Umberto Terracini, Teresa Noce, Camilla Ravera, Giuseppe Di Vittorio e Altiero Spinelli).

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: quartiere San Fruttuoso
Indirizzo: via Contubernio Giovanni Battista d’Albertis, 5
Comune: Genova
Provincia: Genova (GE)
Regione: Liguria
Coordinate geografiche: Latitudine 44.40892 – Longitudine 8.95793

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Tag:

FONTI

Bibliografia

P. Pacini, La costituente: storia di Teresa Mattei. Le battaglie della partigiana Chicchi, la più giovane madre della Costituzione, Milano, Altra economia edizioni, 2011

Sitografia

R. Bordi, A San Fruttuoso una targa per ricordare la Madre Costituente Teresa Mattei e il fratello Gianfranco, articolo pubblicato sul sito smart.comune.genova.it consultato il 29/6/2025

Milano è Memoria. Inaugurato il 29 ottobre in via Plezzo il murale dedicato ai perseguitati antifascisti, articolo pubblicato sul sito www.comune.milano.it consultato il 29/6/2025

Teresa Mattei, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 29/6/2025

Teresa Mattei, profilo biografico pubblicato sul sito www.isgrec.it consultato il 29/6/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 1/2/1921 – 12/3/2013

Cognome / Nome: Mattei Teresa

Formazioni d’appartenenza: Giustizia e libertà; Partito comunista italiano; Gruppi di azione patriottica; Gruppi di difesa della donna; Fronte della gioventù; formazione “Gianfranco Mattei”

Data lapide: 7/3/2025

Autore: non conosciuto. Sappiamo solo che la lapide è stata commissionata per volere di Anita Ginella, storica e pro-cugina di Teresa Mattei, col supporto del Comune di Genova e del Municipio III Bassa Val Bisagno

Note: targa visibile e liberamente accessibile

contatti

TARGA IN RICORDO DI TERESA MATTEI A SAN FRUTTUOSO – GENOVA

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TARGA IN RICORDO DI FRANCESCO INNAMORATI A FOLIGNO

TARGA IN RICORDO DI FRANCESCO INNAMORATI A FOLIGNO

TARGA IN RICORDO DI FRANCESCO INNAMORATI A FOLIGNO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Francesco Innamorati, figlio del falegname Nicola Innamorati, nacque il 19 giugno 1893 a Foligno (Perugia). Di professione tipografo e di fede socialista, segretario della Camera del lavoro della sua città natale, sin dagli inizi aderì convintamente al neonato Partito comunista d’Italia, portando avanti con dedizione ideali e attività antifascisti. Dopo l’arresto nel 1927, venne condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a scontare quattordici anni di carcere, nelle prigioni di Pesaro e Civitavecchia (Roma), per poi essere mandato al confino a Potenza e, in un secondo momento, nell’isola di Ventotene. Liberato per l’indulto, fuggì clandestinamente in Francia ed entrò nel Fronte democratico popolare francese; catturato dagli invasori tedeschi, fu estradato in Italia e nuovamente incarcerato. Rilasciato dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, fece ritorno in Umbria, dove si occupò di formare e dirigere le brigate resistenti nel folignate. In un’operazione di guerriglia partigiana, Francesco Innamorati morì investito da un camion nazista il 4 gennaio 1944, alle porte di Foligno: aveva cinquant’anni.

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Nel suo paese d’origine, in via del Giardino 6, all’esterno del luogo di nascita di Innamorati è stata appesa una targa commemorativa in marmo chiaro. Di formato rettangolare, reca incisa l’iscrizione, oramai scolorita e illeggibile “QUI NACQUE / FRANCESCO INNAMORATI / CHE MOLTO LOTTÒ E MAGGIORMENTE SOFFRÌ / PER I PIÙ SUBLIMI E SANTI IDEALI UMANI, / L’ELEVAZIONE MORALE E MATERIALE DEI LAVORATORI / L’ELIMINAZIONE DEI PRIVILEGI DI CASTA E DI CENSO / E MORÌ VITTIMA DELLA SUA ARDUA MISSIONE / 19-6-1893 4-1-1944”. Sempre a Foligno, il 4 gennaio 2006, a sessantadue anni dall’uccisione del partigiano umbro è stata inaugurata, nella rotatoria in via III Febbraio, un’installazione dell’artista locale Serenella Lupparelli (1965). Essa è costituita da grandi lettere in pietra che formano il nome “FRANCESCO INNAMORATI”, con a fianco un blocco con una lapide in ottone sulla quale si legge “Francesco Innamorati / 19.6.1893 4.1.1944 / Operaio tipografo, / dirigente politico / e del movimento sindacale. / Amministratore della città di Foligno. / Perseguitato politico / e detenuto del regime fascista. / Protagonista della lotta di Liberazione”.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Foligno
Indirizzo: via del Giardino, 6
Comune: Foligno
Provincia: Perugia (PG)
Regione: Umbria
Coordinate geografiche: Latitudine 42.95983 – Longitudine 12.70948

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FONTI

Sitografia

Foligno, il 4 gennaio si ricorda il sacrificio di Francesco Innamorati, articolo pubblicato sul sito www.umbriadomani.it consultato il 20/3/2025

Francesco Innamorati, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 20/3/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 4/1/1944

Cognome / Nome: Innamorati Francesco

Formazioni d’appartenenza: Partito comunista d’Italia; Fronte democratico popolare francese

Data lapide: non determinabile

Autore: non conosciuto

Note: lapide visibile e liberamente accessibile

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