CIPPO COMMEMORATIVO DELL’ECCIDIO DI MONTALTO A CESSAPALOMBO

CIPPO COMMEMORATIVO DELL’ECCIDIO DI MONTALTO A CESSAPALOMBO

CIPPO COMMEMORATIVO DELL’ECCIDIO DI MONTALTO A CESSAPALOMBO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Nei mesi di marzo e aprile 1944 nelle zone meridionali delle Marche, nelle province di Ascoli Piceno e Macerata, i nazifascisti col pugno di ferro attuarono rastrellamenti e rappresaglie per stroncare la Resistenza locale: quella era, infatti, un’area strategica per i collegamenti con il fronte di Anzio. Tali azioni violente servirono anche per terrorizzare la popolazione civile e per costringere i giovani renitenti a entrare nei ranghi dell’esercito repubblichino di Salò. Tra le stragi perpetrate dai nazifascisti nell’alto Maceratese, si ricorda l’eccidio di Montalto, nel comune di Cessapalombo. Agli inizi di marzo, un gruppo di giovani ventenni, originari perlopiù di Tolentino, decise di unirsi ai resistenti in montagna; su consiglio del loro parroco, don Luciano Piergentili, e del Comitato di liberazione nazionale (Cln) di Tolentino, essi andarono a Montalto. In quelle settimane dovettero affrontare numerosi problemi, come il rifornimento di armi, munizioni e viveri.

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Dopo il veemente scontro tra partigiani e fascisti avvenuto nella notte del 19 marzo nella piazza di Caldarola (Macerata), si sparse la voce di un possibile rastrellamento da parte dei nazifascisti; ciononostante, non vennero prese precauzioni e la banda di Montalto non fu trasferita. All’alba del 22 marzo 1944, un’ottantina di militari del battaglione M “IX Settembre”, inquadrato nella divisione tedesca “Brandenburg”, giunse a Montalto e, con un sanguinario eccidio, massacrò gli uomini qui radunati: antifascisti, combattenti di lungo corso e ragazzi avversi al servizio militare da poco arrivati sui monti. Nicola Peramezza, Mario Ramundo, Guidobaldo Orizi e Lauro Cappellacci vennero uccisi mentre cercavano di scappare. Marcello Muscolini, Aroldo Ragaini, Alberto Pretese, Carlo Manente ed Elvio Verdinelli furono invece risparmiati, poiché la strada iniziava a essere ingombra di cadaveri; Nello Salvatori, nonostante rimase ferito gravemente, si finse morto e, così facendo, ebbe salva la vita. Il comandante partigiano Achille Barilatti venne giustiziato il 23 marzo all’esterno del cimitero di Muccia (Macerata). In totale, quel giorno a Montalto furono ammazzati trenta militanti della Liberazione.

Siamo a conoscenza dell’identità dei ventisei resistenti fucilati, quasi tutti marchigiani e della brigata “Spartaco”, 6° battaglione “Nicolò”: Manlio Ferrario (Salò, 1925); Ennio Proietti (Macerata, 1919); Audio Carassai (Tolentino, 1925); Luigi Cerquetti (Tolentino, 1925); Balilla Pascolini (Tolentino, 1925); Giuseppe Gurrieri (Ragusa, 1928); Umberto Lucentini (Tolentino, 1922); Giuseppe Cegna (Tolentino, 1923); Nicola Ciarapica (Tolentino, 1920); Arduino Germondani (Tolentino, 1924); Ugo Sposetti (Pioraco, 1925); Adino Baccarelli (Tolentino, 1925); Umberto Angelelli (Tolentino, 1927); Spartaco Perugini (Tolentino, 1923); Radamés Casadidio (Camerino, 1924); Giammario Fazzini (Camerino, 1925); Mariano Scipioni (Potenza Picena, 1925); Giacomo Saputo, nato a Terrasini (Palermo) nel 1924, partigiano del 2° battaglione “Buscalferri”; Bruno Principi (Treia, 1924), del 2° battaglione “Buscalferri”; Nazzareno Bartoli (Castelfidardo, 1924); Armando Mogetta (Pollenza, 1921); Armando Pettinari (Tolentino, 1924); Alberto Patrizi (Recanati, 1925), del 2° battaglione “Buscalferri”; Lorenzo Bernardoni (Montelupone, 1925), combattente del 2° battaglione “Buscalferri”; Primo Stacchietti (Montecassiano, 1925); Mariano Cutini (Potenza Picena, 1924). 

Il 22 settembre 1946, nel luogo dell’eccidio è stato inaugurato un cippo commemorativo dei martiri di Montalto, formato da un fusto di colonna diroccato con una croce, posto in cima a un basamento sul quale sono appese cinque lapidi in marmo chiaro. Esse recano incisi i nomi delle vittime della strage, mentre quella posta sul gradino del basamento recita “TRIBUTO D’AMORE DELLE STRAZIATE FAMIGLIE / QUI RESTINO PERENNEMENTE SCOLPITI I NOMI / DI COLORO CHE CADDERO PER LA LIBERTÀ / NELLA STRAGE FRATRICIDA 22-9-1946”.

Il comune di Cessapalombo è stato insignito dell’onorificenza della Croce al valor militare, con la seguente motivazione: “Durante l’occupazione tedesca il Comune di Cessapalombo dimostrava in difficili circostanze, ferma patriottica decisione. Particolarmente meritevole di elogio il contegno tenuto dalle popolazioni di Montalto e Monastero che rifornivano di viveri, armi e munizioni i partigiani e partecipavano anche, con i loro uomini, ai combattimenti del marzo e del maggio”.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Montalto
Indirizzo: contrada Valle, 4-6
Comune: Cessapalombo
Provincia: Macerata (MC)
Regione: Marche
Coordinate geografiche: Latitudine 43.10430 – Longitudine 13.22656

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Tag:

FONTI

Sitografia

C. Donati, MONTALTO CESSAPALOMBO 22.03.1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 15/4/2025

Montalto di Cessapalombo, scheda pubblicata sul sito www.istitutostoriamarche.it consultato il 15/4/2025

La Storia, scheda pubblicata sul sito www.anpitolentino.it consultato il 15/4/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 22/3/1944

Cognome / Nome: non determinabile, a causa delle molte persone coinvolte

Formazioni d’appartenenza: brigata “Spartaco”, 6° battaglione “Nicolò”; brigata “Spartaco”, 2° battaglione “Buscalferri”

Data opera: 22/9/1946

Autore: non conosciuto 

Note: cippo visibile e liberamente accessibile

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CIPPO COMMEMORATIVO DELL’ECCIDIO DI MONTALTO A CESSAPALOMBO

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BUSTO IN RICORDO DI FILIPPO BONAVITACOLA A MONTELLA

BUSTO IN RICORDO DI FILIPPO BONAVITACOLA A MONTELLA

BUSTO IN RICORDO DI FILIPPO BONAVITACOLA A MONTELLA

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Filippo Bonavitacola nacque il 3 marzo 1914 a Montella (Avellino). Militare dell’Arma dei Carabinieri, durante la Seconda guerra mondiale combatté nei Balcani. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si trovava a Berat, nella parte meridionale dell’Albania; assieme ad altri Carabinieri, si unì ai partigiani albanesi nella lotta all’invasore tedesco. Catturato dai nazisti a Elbasan, cittadina situata nell’Albania centrale, fu spedito in un campo di concentramento in Germania, dal quale riuscì a scappare mettendosi così in salvo. Raggiunse quindi i resistenti cecoslovacchi e russi, proseguendo a contrastare i tedeschi. Imprigionato nuovamente, si rifiutò di calpestare gli alamari che i nazisti gli strapparono dalla divisa; venne giustiziato l’8 dicembre 1944 in Slovacchia, a Branovo: prima di essere fucilato, sferrò un pugno al capitano che gli si era avvicinato per bendargli gli occhi. La sua salma venne traslata in Italia solamente cinquant’anni dopo la morte, nel dicembre 1994, e fu sepolta nel cimitero di Cassano Irpino (Avellino), poco distante dal paese d’origine.

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Il carabiniere campano venne insignito, nel 1947, dell’onorificenza della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: “Sorpreso dall’armistizio dell’8 settembre 1943 in territorio albanese, si univa ai partigiani nella lotta contro i tedeschi. Catturato e condotto in campo di concentramento tedesco, ne evadeva unendosi ai partigiani russi e slovacchi per continuare la impari lotta. Nuovamente catturato, conscio della propria fine, mantenne durante il processo e la lettura della condanna a morte fierissimo contegno rincuorando i compagni di prigionia, inneggiando al Re e all’ Italia. Al momento dell’esecuzione assestava un forte pugno al capitano tedesco che gli si era avvicinato per bendarlo e, scoprendosi il petto, gridava: «Sparate pure, non temo la morte». Fulgido esempio di alte virtù militari e di fierezza nazionale”.

A Montella, sua città natale, il 9 maggio 2002 è stato inaugurato un busto in bronzo effigiante Filippo Bonavitacola, ubicato nel cortile antistante lo stabile del Comando dei Carabinieri; il ritratto è posto su di un basamento in marmo chiaro, recante incisa l’iscrizione a lettere capitali “ALLA MEMORIA / DEL / CARABINIERE / M.O.V.M. / FILIPPO / BONAVITACOLA”. All’interno della caserma è stata appesa, nella medesima data, una lastra di formato rettangolare, in marmo bianco lucido con venature grigie, con una scritta color del bronzo recitante la motivazione del conferimento della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Montella
Indirizzo: via Corte San Pietro 
Comune: Montella
Provincia: Avellino (AV)
Regione: Campania
Coordinate geografiche: Latitudine 40.84739 – Longitudine 15.02275

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FONTI

Sitografia

Arma dei Carabinieri, Cippo alla M.O.V.M. al Carabiniere Filippo Bonavitacola – Compagnia CC – Montella, scheda pubblicata sul sito www.pietredellamemoria.it consultato il 19/3/2025

Arma dei Carabinieri, Lastra alla M.O.V.M. al Carabiniere Filippo Bonavitacola – Compagnia CC – Montella, scheda pubblicata sul sito www.pietredellamemoria.it consultato il 19/3/2025 

Bonavitacola Filippo, scheda pubblicata sul sito www.quirinale.it consultato il 19/3/2025

Filippo Bonavitacola, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 19/3/2025

Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria Carabiniere Bonavitacola Filippo, scheda pubblicata sul sito www.carabinieri.it consultato il 19/3/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 8/12/1944

Cognome / Nome: Bonavitacola Filippo 

Formazioni d’appartenenza: Arma dei Carabinieri

Data opera: 9/5/2002

Autore: non conosciuto 

Note: busto visibile, ma non liberamente accessibile, essendo posto nel piazzale antistante l’edificio del Comando dei Carabinieri

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BUSTO IN RICORDO DI FILIPPO BONAVITACOLA A MONTELLA

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TARGA IN MEMORIA DI DON ACHILLE BOLIS A CALOLZIOCORTE

TARGA IN MEMORIA DI DON ACHILLE BOLIS A CALOLZIOCORTE

TARGA IN MEMORIA DI DON ACHILLE BOLIS A CALOLZIOCORTE

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Achille Bolis nacque il 14 ottobre 1873 in una casa con mulino in località Tovo a Calolziocorte (Lecco), figlio di Francesco Bolis, segretario comunale, e della sua seconda moglie Teresa Caccia. Studente in seminario, fu ordinato sacerdote nel 1896, e prestò servizio nelle parrocchie di Sogno, Borgo Pignolo a Bergamo e Valtesse (attualmente quartiere della città di Bergamo); nel gennaio 1931 don Achille venne elevato alla dignità di Arciprete di Calolziocorte, con ingresso solenne nella parrocchia di San Martino il 25 gennaio di quell’anno. Nella propria città natale condusse con zelo e freschezza una vita pastorale attenta al bene, alla cura e alla salvaguardia dei parrocchiani a lui affidati; organizzò inoltre, nel 1936, un congresso eucaristico per celebrare il centenario dell’Arcipresbiteriale. Dopo l’8 settembre 1943, don Achille Bolis aderì a un gruppo antifascista nato per soccorrere i partigiani rifugiatisi sui monti del Lecchese e della Bergamasca, inviando loro medicinali, viveri, indumenti e armi, e per aiutare a fuggire in Svizzera ebrei e coloro che erano minacciati dai nazifascisti. Inoltre, in casa parrocchiale diede asilo ad alcuni nemici del regime, e permise di nascondere armamenti e munizioni nel campanile della chiesa di San Martino e nella sacrestia della chiesa di Santa Maria del Lavello. Nei territori di Lecco e di Bergamo, caratterizzati da una profonda religiosità, numerosi furono i sacerdoti che militarono nella Resistenza: personalità come, per esempio, don Antonio Seghezzi (1906-1945), assistente della gioventù maschile dell’Azione Cattolica di Bergamo, morto nel lager di Dachau; oppure don Giovanni Ticozzi (1897-1958), tra i promotori del Comitato di liberazione nazionale lecchese. Nelle prime ore del 22 febbraio 1944 circa sessanta uomini della compagnia Ordine pubblico di Bergamo, reparto mobile della Guardia nazionale repubblicana comandato da Aldo Resmini e dal sottotenente Alessandro Ghisleni, giunse a Calolziocorte e arrestò quattro ricercati:

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don Tommaso Rota, coadiutore della parrocchia del Pascolo (frazione di Calolziocorte); il medico condotto del paese Oscar Zannini; l’impiegato comunale Luigi Ferrario; don Achille Bolis, denunciato per vendetta verosimilmente da persone del posto, fatto salire su di un camion e lasciatovi al freddo sino alle 4 del mattino, quando le vetture con i prigionieri si diressero verso la Casa del Fascio di Bergamo. Qui, nonostante fosse febbricitante per una forma bronchiale che lo affliggeva, il settantenne Arciprete venne rinchiuso nei sotterranei, sottoposto a un estenuante interrogatorio, minacciato, insultato e malmenato dai fascisti. Il coadiutore di Calolziocorte, don Giacinto Frigeri, informò prontamente dell’accaduto monsignor Adriano Bernareggi, vescovo di Bergamo, e si spese molto per cercare di liberare don Achille, purtroppo con esito negativo. Il 23 febbraio l’anziano sacerdote venne trasferito a Milano per un interrogatorio-confronto con i suoi presunti accusatori; a questo punto, si hanno due testimonianze discordanti. Secondo una, fu portato a pochi passi dal Duomo, all’esterno dell’ex Albergo Regina, dal settembre 1943 all’aprile 1945 sede del quartier generale dei nazisti, famigerato luogo di tortura e di morte, senza però entrarvi; in un’altra ricostruzione, invece, don Bolis rimase per alcune ore all’interno dell’ex hotel, dove si presume venne seviziato. Condotto poi nel carcere di San Vittore, fu nuovamente picchiato selvaggiamente; l’uomo morì nella serata del 23 febbraio 1944: secondo la versione ufficiale rilasciata dal comando delle SS, la causa del decesso fu un aneurisma polmonare. Sin da subito fu però chiaro a tutti che don Achille morì per le percosse e le torture subite dai nazifascisti in quelle drammatiche ore: ci sono, difatti, numerosi testimoni all’epoca incarcerati a San Vittore che riferiscono di aver visto il sacerdote insanguinato, con il volto e il collo coperti di lividi ed ecchimosi, le vesti lacere. Grazie all’intervento della Curia milanese, informata da un secondino della prigione, si riuscì a bloccare il trasporto della salma al Cimitero Monumentale, ordinato dai tedeschi; i nazisti vietarono che le esequie si tenessero a Calolziocorte (temevano infatti un’insurrezione popolare). Vennero dunque celebrati funerali solenni a Milano, nella chiesa parrocchiale di San Giovanni in Laterano; il feretro giunse poi a Bergamo e il 1° marzo, nonostante la richiesta dell’arcivescovo Bernareggi di tributare al sacerdote solenni suffragi nella chiesa di Sant’Anna in Borgo Palazzo, fu requisito da militari nazisti e sepolto segretamente al Cimitero Maggiore. Terminata la guerra e recuperata la salma, il 1° giugno 1945 monsignor Bernareggi tenne un ufficio funebre a Bergamo, dopodiché le spoglie dell’Arciprete furono traslate a Calolziocorte: qui, il 3 giugno, vennero finalmente celebrati i funerali di don Bolis nella sua chiesa Arcipresbiteriale, e la bara fu tumulata nel cimitero locale. 

In occasione dell’ottantesimo anniversario della barbara uccisione di don Achille Bolis, l’ANPI e il Comune di Calolziocorte hanno dedicato alla sua memoria una targa, inaugurata il 16 novembre 2024 nella piazza Arcipresbiteriale, proprio di fianco alla chiesa di San Martino. Essa reca una fotografia in bianco e nero del sacerdote, e un’iscrizione (in italiano e in inglese) con brevi cenni biografici sulla vita e l’operato dell’Arciprete.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Calolziocorte
Indirizzo: piazza Arcipresbiteriale, angolo con via XXIV Maggio
Comune: Calolziocorte
Provincia: Lecco (LC)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.80276 – Longitudine 9.43164

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Tag:

FONTI

Bibliografia

E. Bolis, C. Tacchi, A Milano è morto l’arciprete. Don Achille Bolis 23 febbraio 1944, Milano-Udine, Mimesis, 2024

Don Achille Bolis nel 50° anniversario della morte, a cura della comunità Parrocchiale di Calolziocorte, Calolziocorte, Tipolito Rocca, 1994

Sitografia

A. Bellini, Don Achille Bolis, il coraggio dell’amore, articolo pubblicato sul sito www.chiesadimilano.it consultato il 31/1/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 23/2/1944

Cognome / Nome: Bolis Achille

Formazioni d’appartenenza: non determinabile

Data lapide: 16/11/2024

Autore: non conosciuto. Sappiamo solo che la targa è stata commissionata dall’ANPI in collaborazione con il Comune di Calolziocorte

Note: targa visibile e liberamente accessibile

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TARGA IN MEMORIA DI DON ACHILLE BOLIS A CALOLZIOCORTE

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PIETRA D’INCIAMPO IN MEMORIA DI JOSEF WEINSTEIN A BOLZANO

PIETRA D’INCIAMPO IN MEMORIA DI JOSEF WEINSTEIN A BOLZANO

PIETRA D’INCIAMPO IN MEMORIA DI JOSEF WEINSTEIN A BOLZANO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Josef (o Joseph) Weinstein nacque il 22 giugno 1876 in Repubblica Ceca, a Bánov, nella regione di Zlín, figlio di Maurizio e Giuseppina Weinstein. Nel 1896, a vent’anni di età, si trasferì in Italia, a Trento, dove iniziò a lavorare come agente di commercio di prodotti e manufatti; dopo aver ottenuto la licenza commerciale, collaborò con Guido Moncher, proprietario di uno dei primi grandi magazzini in Trentino (“Al Buon Mercato”, situato in via Mantova). Sempre a Trento conobbe Ellen Brauner, sorella di Ludwig Brauner, medico di Merano: Josef ed Ellen si unirono in matrimonio nel 1905, e dalla loro unione nacquero tre figli, Leo, Hilda e Lisbeth. I due coniugi si spostarono a Merano e, dopo la morte della moglie nel 1931, Weinstein e la prole vissero a Bolzano, in via Principe di Piemonte 17 (oggi ribattezzata via della Mostra); qui l’uomo vendette abbigliamento e maglieria. A seguito dell’emanazione delle leggi razziali fasciste, il 14 novembre 1938 gli venne revocata la licenza commerciale poiché ebreo; si spostò quindi a Varese, e fece ritorno a Bolzano nel settembre 1939. Josef non ottenne mai la cittadinanza italiana. Nell’estate del 1943 vennero messi dai tedeschi i sigilli all’abitazione, alla sartoria e al negozio di Weinstein, colpiti e devastati da una bomba nel maggio del 1944. Arrestato dai nazisti a Torre Boldone (Bergamo) e detenuto nel carcere di Milano, Josef Weinstein fu poi trasferito nel campo di transito di Bolzano; da qui, con il convoglio numero 18, il 24 ottobre 1944 venne deportato in Polonia, nel lager di Auschwitz, dove venne ucciso il 28 ottobre 1944 all’età di sessantotto anni.

Il 15 gennaio 2015, all’esterno dell’ex casa di Josef Weinstein in via della Mostra 17, è stata posta una pietra d’inciampo commemorativa. Essa reca, sulla lastra in ottone visibile, l’iscrizione a lettere capitali “QUI ABITAVA/HIER WOHNTE / JOSEF WEINSTEIN / NATO/JG. 1876 / ARRESTATO/VERHAFTET / KZ BOZEN / DEPORT. 1944 / AUSCHWITZ / ASSASSINATO/ERMORDET / 28.10.1944”.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Bolzano
Indirizzo: via della Mostra, 17
Comune: Bolzano
Provincia: Bolzano (BZ)
Regione: Trentino Alto Adige
Coordinate geografiche: Latitudine 46.49852 – Longitudine 11.35264

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Tag:

FONTI

Sitografia

A. Mattioli, Pietre in ricordo degli ebrei deportati, articolo pubblicato sul sito www.altoadige.it consultato il 24/3/2025

Bolzano ricorda le vittime dell’Olocausto con Pietre d’inciampo, articolo pubblicato sul sito www.ladige.it consultato il 24/3/2025

Percorso tra le pietre d’inciampo, scheda pubblicata sul sito opencity.comune.bolzano.it consultato il 24/3/2025

Weinstein, Giuseppe, scheda pubblicata sul sito digital-library.cdec.it consultato il 24/3/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 28/10/1944

Cognome / Nome: Weinstein Josef

Formazioni d’appartenenza: non determinabile

Data pietra d’inciampo: 15/1/2015

Autore: Demnig Gunter

Note: pietra d’inciampo visibile e liberamente accessibile

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PIETRA D’INCIAMPO IN MEMORIA DI JOSEF WEINSTEIN A BOLZANO

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LAPIDE IN MEMORIA DI ANGELO BETTINI A ROVERETO

LAPIDE IN MEMORIA DI ANGELO BETTINI A ROVERETO

LAPIDE IN MEMORIA DI ANGELO BETTINI A ROVERETO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Angelo Bettini nacque il 6 settembre 1893 a Rovereto (Trento) in una famiglia di umili origini (il padre Francesco Bettini era un falegname; la madre, morta in giovane età nel 1899, era originaria di Pescantina, paese sopra Verona), sesto di sette fratelli. Con grande impegno e sacrifici da parte dei suoi genitori, studiò brillantemente al ginnasio e al liceo della sua città natale; non poté lavorare nella bottega paterna poiché di salute cagionevole. Per le sue posizioni irredentiste e poiché simpatizzante di Cesare Battisti (1875-1916), tra i padri dell’irredentismo italiano, durante la Prima guerra mondiale abbandonò Rovereto, all’epoca facente parte dell’Impero asburgico, ed espatriò in Svizzera, dove lavorò come spalatore di carbone e si attivò per far arruolare nelle truppe italiane alcuni compagni autonomisti, ostili alla dominazione austriaca. Terminata la guerra fece ritorno in patria e, nel 1918, riprese gli studi, laureandosi in legge all’università di Padova. A Rovereto, iniziò a lavorare come avvocato presso lo studio di Antonio Piscel (1871-1947), tra i fondatori del Partito socialista trentino, e del figlio Giuliano Piscel: spesso difese i più deboli e indigenti, non facendosi pagare per il suo operato. Di fede socialista, Angelo Bettini nel 1922 venne eletto consigliere comunale; di ideali antifascisti, fu spesso attaccato e malmenato dai fascisti, sottoposto a continue restrizioni della libertà personale ma, nonostante ciò, durante il ventennio soccorse e fece fuggire molti ricercati dal regime mussoliniano. Divenuto, nell’estate del 1943, il responsabile del Comitato di liberazione nazionale di Rovereto, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 continuò a svolgere attività clandestina contro i nazifascisti. Il 28 giugno 1944 le SS lo arrestarono nel suo studio di avvocato e Willi Völker lo uccise con un colpo di arma da fuoco alla nuca: i nazisti giustificarono questo brutale omicidio come risposta a un tentativo di fuga da parte del prigioniero.

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L’assassinio di Bettini rientrò in un’azione di smantellamento dell’organizzazione resistenziale nelle zone di Rovereto e del Basso Sarca, quest’ultimo territorio strategico poiché situato a cavallo tra la Repubblica sociale italiana e l’Alpenvorland, che dal settembre 1943 univa sotto l’egemonia tedesca le province di Trento, Bolzano e Belluno. 

Il 2 maggio 1945, all’esterno del palazzo roveretano dove Angelo Bettini venne ammazzato, è stata posta una targa commemorativa in marmo chiaro, recante incisa l’iscrizione a lettere capitali “ANGELO BETTINI / SOCIALISTA MARTIRE / QUI DOVE PIÙ FULGIDA FIAMMEGGIÒ L’IDEA / QUI DOVE IL BARBARO LO SPENSE / NEL GIORNO AUSPICATO DELLA LIBERAZIONE / DALLA TIRANNIDE DOMESTICA E STRANIERA / I COMPAGNI RICORDANO / II MAGGIO MCMXLV”. Alla sua memoria è stata intitolata anche una delle vie centrali e principali di Rovereto.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Rovereto
Indirizzo: corso Bettini, 7
Comune: Rovereto
Provincia: Trento (TN)
Regione: Trentino Alto Adige
Coordinate geografiche: Latitudine 45.89133 – Longitudine 11.04383

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FONTI

Bibliografia

F. Rasera, Angelo Bettini: documenti sulla vita e sulla morte, Edizioni Osiride, Rovereto, 2004

Sitografia

L. Gardumi, Rovereto 28-6-1944, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 12/2/2025

Angelo Bettini (6 settembre 1893 – 28 giugno 1944) Avvocato, socialista e antifascista roveretano, profilo biografico pubblicato sul sito www.bibliotecacivica.rovereto.tn.it consultato il 12/2/2025

Angelo Bettini, scheda pubblicata sul sito www.chieracostui.com consultato il 12/2/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 28/6/1944

Cognome / Nome: Bettini Angelo

Formazioni d’appartenenza: Partito socialista trentino; Comitato di liberazione nazionale di Rovereto

Data lapide: 2/5/1945 

Autore: non conosciuto. Sappiamo solo che la lapide è stata commissionata dai compagni socialisti di Angelo Bettini

Note: lapide visibile e liberamente accessibile

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