PIETRA D’INCIAMPO IN RICORDO DI EMMA CASATI A LECCO

PIETRA D’INCIAMPO IN RICORDO DI EMMA CASATI A LECCO

PIETRA D’INCIAMPO IN RICORDO DI EMMA CASATI A LECCO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Tra la fine del 1943 e gli inizi del 1944, le difficili condizioni lavorative degli operai negli stabilimenti dell’Italia settentrionale, occupata dai nazifascisti, convinsero i Comitati di agitazione clandestini a proporre sempre più azioni di lotta in fabbrica. Il Comitato segreto del Piemonte, della Liguria e della Lombardia proclamò dunque uno sciopero nella prima settimana di marzo 1944. A Lecco, le agitazioni iniziarono alle ore 10 del 7 marzo, quando incrociarono le braccia gli operai e le operaie degli stabilimenti “Badoni”, “Arlenico”, “Rocco Bonaiti”: in quest’ultimo, lo sciopero proseguì anche nel pomeriggio, sino a quando la Guardia nazionale repubblicana arrestò ventinove operai. Tra di essi, si annoverano anche cinque donne: Regina Aondio, Agnese Fumagalli Spandri, Elisa Missaglia, Antonietta Monti ed Emma Casati.

Emma Casati nacque l’11 novembre 1911 a Lecco, nel rione di San Giovanni. Di professione operaia, venne fermata per aver preso parte allo sciopero del 7 marzo 1944 nella fabbrica “Rocco Bonaiti”; imprigionata nel carcere di San Donnino a Como, 

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venne poi trasferita a Bergamo e rinchiusa in una caserma, finché il 17 marzo fu deportata nel lager di Mauthausen (Austria), dove giunse il 20 marzo.

Dopo tre giorni, assieme alle altre operaie italiane fu spostata in una prigione di Vienna e, il 29 marzo, venne immatricolata nel campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz (Polonia) con il numero 76146. Mentre le sue quattro compagne, nell’ottobre dello stesso anno, furono trasferite in Germania, nel lager femminile di Ravensbrück e in quello di Flossenbürg, Emma Casati rimase ad Auschwitz, verosimilmente per le sue condizioni di salute precarie (dalle fonti d’archivio conservate presso il centro di documentazione di Arolsen, si apprende che fu ricoverata per sospetta febbre enterica tifoide). Emma fu l’unica delle cinque donne a non tornare dai campi di concentramento: morì infatti ad Auschwitz, o poiché malata o perché uccisa nei forni crematori, con ogni probabilità nel novembre del 1944.

Nel maggio del 2024, all’esterno dell’abitazione lecchese di Emma Casati, è stata posta una pietra d’inciampo; essa reca, sulla lastra in ottone visibile, l’iscrizione a lettere capitali “QUI LAVORAVA / EMMA CASATI / NATA 1914 / ARRESTATA 7.3.1944 / INTERNATA BERGAMO / DEPORTATA 1944 / MAUTHAUSEN / ASSASSINATA / AUSCHWITZ”. Sempre a Lecco, nel parco “7 marzo” situato in corso Matteotti, è presente un monumento alla memoria degli operai delle fabbriche lecchesi deportati a seguito degli scioperi del 1944. Infine, nel novembre 2024, Emma Casati e altre antifasciste della zona sono state commemorate nella mostra storico-documentaria La Storia siamo anche noi! Donne della Resistenza del territorio lecchese, promossa dalla sezione locale dell’ANPI e tenutasi presso il Palazzo comunale di Lecco.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Lecco
Indirizzo: via Antonio Gramsci, 17
Comune: Lecco
Provincia: Lecco (LC)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.86763 – Longitudine 9.40801

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FONTI

Sitografia

G. Colombo, A Lecco posata una pietra d’inciampo nel ricordo di Emma Casati, articolo pubblicato sul sito www.laprovinciaunicatv.it consultato il 7/12/2024

M. Milani, A Lecco brilla una nuova pietra d’inciampo in ricordo di Emma Casati, articolo pubblicato sul suto lecconotizie.com consultato il 7/12/2024

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: arresto 7/3/1944

Cognome / Nome: Casati Emma

Formazioni d’appartenenza: non determinabile

Data pietra d’inciampo: 18/5/2024

Autore: Demnig Gunter

Note: pietra d’inciampo visibile e liberamente accessibile

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PIETRA D’INCIAMPO IN RICORDO DI EMMA CASATI A LECCO

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CIPPO IN RICORDO DI EDMONDO RIVA A CANNETO SABINO

CIPPO IN RICORDO DI EDMONDO RIVA A CANNETO SABINO

CIPPO IN RICORDO DI EDMONDO RIVA A CANNETO SABINO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Edmondo Riva nacque a Monterotondo (Roma) nel 1901 (non è chiaro se il 21 gennaio o il 19 novembre) in una famiglia operaia; di professione fu capomacchina nella Laterizi Tiburtina, un’impresa del suo paese natale. Convinto antifascista, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 aderì con fervore alla Resistenza e diede vita, a Monterotondo, a una piccola formazione partigiana: assieme al compagno Pietro Palmieri e ad altri militanti, per contrastare i nazifascisti disseminò le strade Salaria, Nomentana, Palombarese e Tiberina di chiodi a quattro punte; assaltò le vetture tedesche; fornì informazioni logistiche sulle attività dei nazisti agli angloamericani. Il 2 giugno 1944 Edmondo venne incaricato di ritirare, assieme ad altri diciannove partigiani, le armi automatiche, le munizioni e le radiotrasmittenti lasciate dall’aviazione alleata sul Monte Gennaro, una delle cime dei Monti Lucretili, catena montuosa del Subappennino laziale. Sulla strada del ritorno, venne fermato, perquisito e arrestato da una pattuglia tedesca con i compagni Bixio Borra e Pietro Palmieri.

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Tutti e tre furono sottoposti a torture, ma Borra e Palmieri vennero presto liberati poiché erroneamente ritenuti dei braccianti agricoli. Edmondo Riva fu invece trattenuto e seviziato ferocemente per giorni (gli amputarono pure entrambe le mani), ma non rivelò mai il nome degli altri combattenti; il 7 giugno 1944 venne fucilato dai nazisti nelle campagne di Canneto Sabino, frazione di Fara in Sabina (Rieti).

Il partigiano Riva fu insignito della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: “Sebbene in difficile situazione ambientale, subito dopo l’armistizio radunava attorno a sé un gruppo di arditi volontari a capo dei quali dava continue prove di temerarietà, coraggio e sprezzo della vita, portando a compimento numerose azioni armate contro truppe tedesche attestate a presidio della zona ed infliggendo alle stesse notevoli perdite in uomini e materiali. Durante operazioni di ricupero di armi aviolanciate veniva catturato dai tedeschi. Condotto in carcere e a lungo interrogato, con minaccia di gravi rappresaglie, affinché rivelasse l’identità dei compagni di lotta, si rifiutava di fornire la benché minima informazione. Sottoposto, per ben tre giorni, a innumerevoli sevizie continuava a mantenere il più assoluto silenzio e, conscio della propria sorte, rivolgeva alla straziata moglie presente, parole di incoraggiamento dicendole: «È venuta la mia ora, stai tranquilla, io muoio per un’Italia libera e indipendente». Visto vano ogni tentativo di piegare il suo spirito indomito ed esasperati da tanta eroica resistenza, i nemici infierivano ancora su di lui con inaudita ferocia mozzandogli ambo le mani e dandogli, infine, la morte che affrontava con eroico contegno mediante fucilazione. Mirabile esempio di sublime amore per la Patria”.

Nel luogo in cui è stato giustiziato, è presente un cippo commemorativo in marmo chiaro, con incisa la seguente iscrizione a lettere capitali: “A / EDMONDO RIVA / QUI / DOVE L’IMMONDO / NAZISMO / TRUCIDÒ LA GIOVANE VITA / QUESTO CIPPO MARMOREO / A RICORDO E MONITO / CHE OGNI TIRANNIA È / CADUCA QUANDO LA / LIBERTÀ È FEDE / MONTEROTONDO / 21 GENNAIO 1901 / 6 GIUGNO 1944 / I PARTIGIANI D’ITALIA”. Esso è posto di fianco a un semplice, essenziale monumento in pietra scabra, recante una piccola targa con la scritta “UNA VITA / PER LA LIBERTÀ / E L’INDIPENDENZA / D’ITALIA”, che si staglia su di una pedana rocciosa.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Canneto Sabino
Indirizzo: cippo situato in aperta campagna
Comune: Fara in Sabina
Provincia: Rieti (RI)
Regione: Lazio
Coordinate geografiche: Latitudine 42.18147 – Longitudine 12.72848

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FONTI

Sitografia

G. Manzo, Edmondo Riva: non dimentichiamo il partigiano di Monterotondo, articolo pubblicato sul sito https://www.umbriaecultura.it/edmondo-riva-giorno-della-memoria/ consultato il 2/2/2025

Edmondo Riva, profilo biografico pubblicato sul sito https://www.anpi.it/biografia/edmondo-riva consultato il 2/2/2025

Edmondo Riva, scheda pubblicata sul sito http://www.monterotondesi.it/EDMONDO%20RIVA.html consultato il 2/2/2025

Riva Edmondo, scheda pubblicata sul sito https://www.quirinale.it/onorificenze/insigniti/13395 consultato il 2/2/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 7/6/1944

Cognome / Nome: Riva Edmondo 

Formazioni d’appartenenza: formazione partigiana di Monterotondo

Data opera: non determinabile

Autore: non conosciuto 

Note: cippo visibile e liberamente accessibile

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LA RESISTENZA DEI LAVORATORI

LA RESISTENZA DEI LAVORATORI

LA RESISTENZA DEI LAVORATORI

Quando pensiamo ai luoghi della Resistenza, probabilmente vengono in mente più i sentieri di montagna o le barricate lungo le strade nei giorni dell’insurrezione più delle fabbriche. 

Queste ultime furono però un luogo chiave e i lavoratori – operai e non solo – furono indubbiamente fondamentali per il suo successo. 

In primo luogo, bisogna considerare che la guerra richiedeva molto lavoro per andare avanti: all’esercito servivano uniformi, mezzi, armi, munizioni, etc. Proprio per questo, agli inizi della guerra gran parte delle industrie italiane erano state riconvertite: in alcuni casi le industrie continuarono a produrre le stesse cose ma per l’esercito – da aerei civili ad aerei da guerra; in altri i cambiamenti erano enormi, ad esempio aziende che fabbricavano sveglie dovettero mettersi a produrre meccanismi per le bombe.

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Ad essere coinvolte non erano soltanto le fabbriche: i soldati dovevano pur mangiare, quindi anche il lavoro dei contadini e soprattutto dei braccianti era fondamentale per la guerra. Senza contare che il tutto andava poi spostato, e quindi strade e ferrovie dovevano essere tenute in ordine e serviva anche chi guidasse treni e furgoni.

Il fatto che il lavoro fosse essenziale per il successo della guerra non era privo di conseguenze: il fascismo aveva fin dall’inizio come obiettivo quello di reprimere il movimento dei lavoratori e aveva reso illegali forme di protesta come lo sciopero, ma la necessità di forniture per l’esercito fu usata come argomento per aumentare i controlli e la repressione nelle fabbriche, nelle campagne e negli altri luoghi di lavoro.

Contemporaneamente però, gli uomini abili che avevano l’età per combattere erano stati richiamati per combattere. Anche per questo, molte donne lavoravano a loro volta nonostante il fascismo avesse incoraggiato le donne a occuparsi esclusivamente della famiglia. Nonostante il contributo femminile i lavoratori, soprattutto per i ruoli che richiedevano molta esperienza, scarseggiavano al punto che anche coloro che potevano essere considerati politicamente pericolosi, ossia gli antifascisti,  potevano continuare a lavorare  nelle fabbriche.

Allo stesso tempo però, la guerra (soprattutto negli ultimi anni) aveva peggiorato di molto le condizioni dei lavoratori, soprattutto nelle fabbriche e più in generale nelle città: il cibo che era possibile avere legalmente con le tessere annonarie (che definivano le razioni assegnate ad ogni famiglia dal regime) era troppo poco e quello disponibile al mercato nero molto costoso. Nei mesi invernali, si aggiungevano anche la mancanza e l’alto costo del carbone, che all’epoca si usava per alimentare le stufe che riscaldavano le case. Anche arrivare al lavoro non era facile, per via dei bombardamenti che avevano danneggiato le strade e costretto molte persone ad evacuare lontano dalle loro case. Mancava anche la benzina, quindi molti si muovevano in bicicletta, ma sostituire le gomme consumate della bici diventava un problema perchè perfino quelle erano quasi introvabili, perchè la produzione di pneumatici era diretta quasi esclusivamente all’esercito. 

É in questa situazione difficilissima che, prima ancora dell’inizio “ufficiale” della Resistenza, esplodono gli scioperi del marzo 1943. Nonostante tutte le difficoltà, gli scioperi non si erano mai davvero fermati in epoca fascista, e le difficili condizioni negli anni della guerra li avevano fatti aumentare: nel 1942 la media era stata di 2 scioperi al mese. Si trattava di proteste che avvenivano in singoli luoghi di lavoro e generalmente si interrompevano quando arrivavano la polizia o le milizie fasciste. Le richieste degli scioperanti riguardavano le condizioni di lavoro e la paga, più che questioni più politiche. 

Nel 1943, la frequenza  degli scioperi stava  aumentando, e gli operai cominciavano a non essere disposti a ritirarsi al primo segno di reazione. In molte fabbriche, erano le lavoratrici a spegnere le macchine e mettersi a fare da barriera per impedire di riaccenderle, per proteggere i loro colleghi uomini dalle reazioni violente dei fascisti. 

A Torino, una delle più grandi città industriali italiane, i tempi sembravano maturi per l’organizzazione di uno sciopero che il regime non avrebbe potuto nascondere, partendo da una delle fabbriche più note del paese: la FIAT di Mirafiori, che si sarebbe fermata alle 10 del 5 marzo 1943. Da lì, lo sciopero si sarebbe via via esteso nelle ore e nei giorni successivi alle altre fabbriche torinesi, poi al resto del Piemonte e successivamente a Milano e alla Lombardia, arrivando a coinvolgere secondo le stime 200mila lavoratori in aziende di varie dimensioni. Diverse fabbriche rimasero occupate per giorni, nonostante i tentativi di persuasione dei dirigenti e delle autorità, che arrivarono anche a far incontrare agli operai i reduci di guerra per convincerli che scioperando danneggiavano i soldati al fronte. Il regime fu costretto a cedere il 3 aprile, decidendo l’aumento degli stipendi degli operai, e gli scioperi si fermarono entro la prima metà di aprile. 

Se non si trattava del primo sciopero, era sicuramente un cambio di passo: non solo l’interruzione del lavoro era stata coordinata tra più fabbriche, grazie all’impegno della rete clandestina degli antifascisti comunisti e socialisti, ma oltre alle richieste legate alle condizioni degli operai delle singole fabbriche, gli scioperanti avevano uno slogan comune, riportato sui primi volantini fatti circolare: “per il pane la pace e la libertà”. Si trattava insomma di un’esplicita protesta contro il regime, anche se per convincere gli operai gli organizzatori si concentrarono soprattutto sulle questioni economiche e le conseguenze della guerra.

Gli scioperi del marzo 1943  furono anche per molti operai la dimostrazione che il regime non era invincibile, e ispirarono molti di loro  ad aderire alla Resistenza, senza essere distolti nemmeno dagli arresti e dalla repressione che seguirono. 

Nell’estate successiva, la caduta del fascismo aprì una breve fase in cui i sindacati tornarono legali e i lavoratori potevano eleggere i propri rappresentanti per trattare con i datori di lavoro. Anche dopo il ripristino del regime, questi primi rappresentanti sarebbero stati un punto di riferimento per chi ne condivideva le idee, almeno fino a quando fossero rimasti in fabbrica. Contemporaneamente infatti aveva cominciato ad operare anche la resistenza, e con essa le reti clandestine compresa quella del sindacato, che era stato nuovamente proclamato illegale. In alcune aziende, vi fu anche il tentativo di rieleggere le Commissioni Interne, che riunivano i rappresentanti dei lavoratori, proponendo soltanto le liste fasciste, ma questi tentativi spesso divennero un’occasione per gli operai per manifestare la loro opposizione, come nel caso della Arrigoni di Cesena. 

Nonostante con l’occupazione tedesca i controlli si fossero inaspriti, i “comitati d’agitazione” interni alle fabbriche ricominciarono ad organizzare nuovi scioperi.

In alcune fabbriche i primi scioperi si ebbero già a novembre 1943, e di nuovo a gennaio 1944, ma presto divenne chiaro anche ai fascisti che l’anniversario degli scioperi dell’anno precedente, a partire dal 1 marzo 1944, sarebbe stato decisivo. Nonostante vari tentativi di prevenire lo sciopero (nel torinese addirittura mettendo in ferie intere fabbriche), i lavoratori tornarono a scioperare in massa in quella data.  

In questo caso si sarebbe trattato di un vero e proprio sciopero generale, a cui si unirono non solo gli operai ma anche contadini, braccianti, ferrovieri, facchini, tipografi e addirittura gli studenti. 

Gli scioperi dei tramvieri bloccarono diverse città dalla Toscana alla Lombardia , aiutati anche dai partigiani dei GAP che sabotarono le rotaie e – in particolare a Milano – anche dal fatto che gli scioperanti avevano nascosto le manovelle usate per guidare i tram per impedire ai fascisti di condurli al loro posto. 

Gli scioperi del marzo 1944 ebbero quindi grandissima partecipazione, arrivando a fermare letteralmente le città, ma la risposta fu molto diversa dal 1943: in molti luoghi i padroni delle fabbriche rifiutarono di trattare con le delegazioni degli operai e delle operaie (che spesso univano alle richieste dei colleghi maschi la rivendicazione di stipendi uguali tra uomini e donne), e decisero di chiudere le fabbriche per la durata dello sciopero, lasciando senza stipendio (e senza mensa, che all’epoca data la mancanza di cibo era un gravissimo problema) i loro dipendenti.  

La reazione del regime e degli occupanti tedeschi fu violentissima anche dopo la fine degli scioperi: centinaia di arresti e deportazioni verso i campi di concentramento in Germania. Alcuni degli operai che si erano esposti durante gli scioperi dell’anno precedente avevano già lasciato il loro lavoro per unirsi alla Resistenza a tempo pieno, e anche dopo questi nuovi scioperi molti degli operai più visibili ed esposti, sapendo di essere ricercati, presero la stessa strada, vivendo in clandestinità in città o unendosi ai partigiani in montagna. 

Gli arresti e le fughe degli organizzatori non misero però fine agli scioperi: altri operai li sostituirono e continuarono periodicamente ad organizzare proteste, nelle grandi aziende e anche fuori, anche se meno estese di quelle del marzo-aprile: nelle campagne bolognesi uno degli scioperi più significativi si ebbe a giugno 1944, mentre la Pirelli di Milano scioperò in massa nel novembre 1944, anche in ricordo di due operai uccisi nella strage di Piazzale Loreto. 

Ad ogni nuovo sciopero seguivano ancora arresti, ma sempre nuovi operai e operaie  si univano alla Resistenza, anche in reazione alla repressione del regime.  

La reazione colpì anche le lavoratrici, che prima dell’occupazione erano leggermente più protette dagli aspetti più violenti della repressione, ma dal 1944 furono arrestate e deportate quanto i colleghi uomini. 

Gli scioperi, in particolare quelli del marzo 1943 e 1944, furono tra gli episodi più visibili della resistenza da parte dei lavoratori, anche perché rappresentarono un evento che la propaganda fascista non riuscì a nascondere. 

La partecipazione dei lavoratori alla Resistenza però non si limitava a questi episodi, che spesso univano alla contrarietà al regime anche la rivendicazione di migliori stipendi e condizioni di vita per i lavoratori.

La Resistenza – in fabbrica come altrove – si faceva quindi in molti altri modi. 

In primo luogo, i prodotti delle fabbriche stesse erano spesso utili e necessari non solo all’esercito di Salò ma anche ai partigiani. Quindi munizioni, armi, ma anche vestiti, medicine, cibo, prenumatici o altro venivano quindi a volte sottratti direttamente dalle fabbriche che li producevano per farli avere ai partigiani. In alcuni casi, i dirigenti e i proprietari delle aziende erano se non esplicitamente complici, quantomeno consapevoli di quello che succedeva al loro interno e disposti a chiudere un occhio, almeno fino a quando non subivano la pressione degli occupanti. Più rari – ma non inesistenti – furono i casi in cui gli industriali stessi parteciparono attivamente alla Resistenza, anche mettendo i propri prodotti e le proprie aziende a disposizione dei partigiani. 

Oltre che a essere un luogo dalle cui scorte si poteva attingere, le fabbriche erano un luogo dove poteva essere molto facile nascondere o passarsi materiali. Negli anni ‘40, infatti, le principali fabbriche erano luoghi anche molto grandi, che arrivavano a occupare diversi isolati, e dove lavoravano centinaia o addirittura migliaia di persone. Era quindi impossibile sorvegliare costantemente tutte le fabbriche e tutti gli operai. Proprio per questo le fabbriche erano spesso usate per nascondere materiali di ogni tipo, sfruttando il fatto che gli operai sapevano dove non sarebbero stati trovati. Le fabbriche diventavano quindi depositi di materiali da inviare ai partigiani, spesso anche provenienti da fabbriche vicine, o addirittura di armi da usare nelle azioni in città. 

Oltre a servire come deposito per i materiale da far avere ai partigiani, le fabbriche potevano essere – ed erano – anche un luogo di scambio, ottimo per passarsi o anche distribuire ai colleghi materiale di propaganda come i volantini o la stampa clandestina, o per passarsi con discrezione informazioni legate alle attività partigiane o altri messaggi da diffondere. 

Naturalmente tutto questo poteva avvenire anche fuori dalle fabbriche, e coinvolgere lavoratori di tutti i tipi: nei negozi, in strada, al mercato, nelle scuole e nelle università, addirittura negli ospedali o nelle parrocchie le persone legate alla Resistenza contribuivano a nascondere i ricercati, a procurare materiale o passare informazioni ai partigiani. Anzi, in molti casi queste tipologie di lavoratori erano meno controllati degli operai, per cui pur operando in un ambiente più piccolo delle fabbriche correvano meno rischio di essere scoperti. Gli operai infatti non potevano uscire o entrare a piacimento dal lavoro, tanto che in alcuni casi come alla Borletti di Milano, lavoratori e lavoratrici legati alla Resistenza come Carlotta Regina Thomas falsificavano i cartellini delle presenze per fornire un alibi ai colleghi impegnati in azioni partigiane durante l’orario di lavoro.

Un’altra forma di partecipazione alla Resistenza nelle fabbriche, che era già cominciata prima del 1943, erano i sabotaggi, soprattutto di quelle produzioni più direttamente legate alle esigenze dell’esercito. Questo tipo di azioni era condotto con la complicità o direttamente dagli operai legati alla Resistenza, ma sempre in modo da non far individuare i responsabili: magazzini di materiali o bruciati nottetempo o addirittura fatti saltare, macchine che venivano bloccate o rotte, produzioni difettose. Ovviamente questo tipo di sabotaggio era molto rischioso per chi lo compiva, soprattutto internamente, ma gli operai conoscendo molto bene il loro mestiere erano spesso in grado di farlo senza lasciare tracce. 

Con l’inizio dell’occupazione alcune forme di sabotaggio divennero difficili, dato che le produzioni strategicamente più significative erano sorvegliate anche militarmente. Allo stesso tempo la presenza della Resistenza partigiana assicurava maggior copertura agli operai e in alcuni casi permetteva azioni più eclatanti, soprattutto ai danni di ferrovie, strade e mezzi di trasporto, dato che erano più difficili da sorvegliare in ogni singolo tratto e interrompere i collegamenti era un modo molto efficace di danneggiare le operazioni degli occupanti. 

Con l’avvicinarsi dell’insurrezione, i sabotaggi diminuirono, soprattutto quelli dei macchinari o delle strade: tutto doveva poter tornare a funzionare nel minor tempo possibile dopo la Liberazione, e occorreva anzi impedire ai tedeschi e ai fascisti di distruggere ciò che si lasciavano alle spalle, pur cercando di ostacolarne la fuga. In alcune zone, ad esempio, i partigiani si organizzarono per barricare strade e ferrovie, in modo da impedire ai tedeschi di usarle, facendo però in modo di poterle liberare in fretta per facilitare l’avanzata degli alleati. Durante l’insurrezione delle varie città, soprattutto settentrionali, le squadre partigiane ebbero addirittura l’ordine di proteggere alcune fabbriche particolarmente importanti e sorvegliarne gli ingressi, per impedire che fossero saccheggiate e distrutte dai tedeschi e dai fascisti.

Alice Leone

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FONTI

Bibliografia

G. Carbone, Gli scioperi del 1943-44. Il ruolo decisivo della classe operaia nella lotta al nazifascismo, Borghetto Lodigiano, Il Papiro Editrice “Altrastoria”, 1994

L. Romagnoli, Relazione generale sullo sciopero delle mondine bolognesi, giugno 1944, Bologna, Camera confederale del lavoro – Archivio storico, Centro documentazione, 1981

G. De Luna, Operai e Consigli nella politica del Partito d’azione a Torino (1943-1945), in  «Mezzosecolo. Materiali di ricerca storica», 1975, n. 2, Annali 

I. Guerrini – M. Pluviano, Savona, 1° marzo 1944. Lo sciopero : “inutili sono stati tutti i passi fatti, inutile ogni ricerca” : operai e città tra resistenza, repressione, esigenze dell’economia di guerra nazionalsocialista, Acqui Terme, Impressioni Grafiche, 2021

Antifascismo e resistenza scritti sulla pietra : lapidi e cippi a Cesena e nella Valle del Savio, Cesena, Il ponte vecchio, 2024 

A. Scalpelli, Il grande contributo degli scioperi del ’44 alla Resistenza, il ricordo degli scioperi del 1944 e dell’importanza di questi anche a livello internazionale, in «Triangolo rosso», 1981, n. 2-3

B. Golo, Come ho vissuto gli scioperi del 43-44, in «Triangolo rosso», 1981, n. 2-3

A. Pampaloni, Dal diario di un protagonista, in «Triangolo rosso», 1981, n. 2-3

E. Barili, Le donne per gli scioperi: scelta ideale per la partecipazione ad una società nuova, in «Triangolo rosso», 1981, n. 2-3

Sitografia

G. Rispoli, Marzo ’44, i giorni della Breda, articolo pubblicato sul sito

www.collettiva.it consultato il 28/6/2025

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I SINDACI PARTIGIANI

I SINDACI PARTIGIANI

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I “sindaci partigiani” sono quei sindaci italiani che, durante la Resistenza (1943-1945), si sono distinti per il loro impegno antifascista e nella lotta contro l’occupazione nazifascista. Molti di loro, infatti, erano attivamente coinvolti nel movimento partigiano, contribuendo alla liberazione dell’Italia dal regime fascista e dalla Germania nazista. Questi sindaci hanno svolto un ruolo cruciale non solo nella gestione dei territori, ma anche nell’organizzare la resistenza, nel sostenere la popolazione e nel contribuire alla nascita della Repubblica Italiana.

Caratteristiche principali dei sindaci partigiani:

  1. Impegno nella Resistenza: Molti sindaci partigiani erano anche membri della Resistenza, e si univano ai gruppi partigiani per combattere contro il fascismo e l’occupazione nazista.
  2. Sostenitori dei valori democratici: Dopo la fine della guerra, molti di questi sindaci divennero protagonisti nella ricostruzione del paese e nella promozione dei valori della democrazia e della libertà.
  3. Simboli locali di resistenza: In alcune città, i sindaci partigiani sono considerati eroi locali, simboli della resistenza contro l’oppressione fascista.
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Questi sindaci sono esempi di figure che hanno saputo unire l’amministrazione locale con l’impegno politico e sociale contro la dittatura fascista, contribuendo alla formazione della democrazia repubblicana in Italia.

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L’ATTIVITÀ NELLE SCUOLE

L’ATTIVITÀ NELLE SCUOLE

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Come il resto della società italiana, anche la scuola è stata un luogo di attività della Resistenza, anche se con caratteristiche diverse rispetto ad altri ambienti.

Data la sua importanza nell’influenzare le opinioni degli allievi e dei futuri cittadini, non stupisce che il fascismo abbia tentato di controllare e di imporre con più forza la sua influenza sul sistema di istruzione, sfruttando anche il fatto che alcuni protagonisti della pedagogia italiana, a partire da Giovanni Gentile, si fossero schierati a favore del regime, almeno inizialmente. 

Oltre a non potersi organizzare nei sindacati, gli insegnanti erano stati costretti a iscriversi al Partito fascista,  i libri di testo erano rigidamente censurati (per le scuole elementari esisteva addirittura un solo libro imposto a tutti) e il lavoro dei docenti era costantemente controllato da presidi e soprintendenti. 

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Questa serie di restrizioni avrebbe dovuto assicurare al regime una scuola totalmente fedele al fascismo: il dissenso era duramente represso tra gli studenti e ancor più tra i docenti. L’obiettivo principale erano gli insegnanti più visibilmente ed esplicitamente antifascisti: una parte dei quali fu arrestata o licenziata dopo denuncia dei colleghi o dei superiori; altri furono cacciati dopo le leggi razziali del 1938 perché di origine ebraica. 

Altri ancora lasciarono l’insegnamento dopo aver rifiutato di obbedire ad una delle condizioni che via via il regime imponeva per poter insegnare: il giuramento di fedeltà (prima allo Stato e poi addirittura alla RSI) oppure l’iscrizione al PNF, il partito fascista. 

In qualche caso, soprattutto nel passaggio intorno alla nascita della RSI, questo rifiuto fu talmente plateale da segnare il destino del diretto interessato: è il caso di Salvatore Canalis, insegnante del collegio militare, arrestato il giorno dopo aver rifiutato di giurare dicendo che avrebbe preferito morire.

In qualche caso il rifiuto di aderire al regime divenne invece un esempio usato per promuovere la  Resistenza. Il più famoso esempio è sicuramente quello di Concetto Marchesi che nel novembre 1943  trasformò l’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università di Padova in una manifestazione di aperto dissenso nei confronti del regime e pochi giorni dopo dalla clandestinità scrisse un appello agli studenti ad aderire alla Resistenza.                    

Mentre figure di spicco come Marchesi una volta lasciato l’insegnamento si dedicarono a tempo pieno alla Resistenza,  molti insegnanti nella stessa situazione, pur prendendo parte alla lotta di Liberazione, dovettero trovare un lavoro per potersi mantenere. 

Alcuni, come Raffaello Giolli, rimosso dal suo incarico di docenza dopo l’arresto nel 1940, si mantennero scrivendo articoli sulle materie che avevano insegnato, per poi utilizzare l’esperienza e i contatti ottenuti a vantaggio della stampa clandestina. Lo stesso avvenne per molti studiosi ebrei che dopo le leggi razziali continuarono a contribuire sotto falso nome su varie riviste accademiche, grazie anche alla copertura di ex colleghi. Un esempio di casa editrice dove furono assunti diversi studiosi ebrei dopo le leggi razziali era La Nuova Italia, diretta da Ernesto Codignola, inizialmente collaboratore di Gentile e sostenitore del fascismo ma poi diventato dirigente del Partito d’Azione, che il figlio Tristano avrebbe rappresentato nell’Assemblea costituente.

Altri ancora lavorarono come insegnanti privati durante gli anni della guerra (è il caso di Adele Ceva) oppure trovarono lavoro nelle scuole private, inizialmente escluse dall’obbligo di iscrizione al partito fascista: è il caso di Egidio Bertazzoni, docente alla scuola del libro della Società Umanitaria. Per questi ultimi però la situazione sarebbe cambiata nel 1943, quando l’iscrizione al PNF fu resa obbligatoria anche nelle scuole private.

Con la nuova stretta del 1943 e l’obbligo di giuramento del 1944, il regime poteva forse illudersi di avere rimosso dalla scuola tutti gli antifascisti. Come spesso succede, però, la realtà dei fatti era però più complessa. 

Innanzitutto, non tutti gli antifascisti convinti rifiutarono di giurare o iscriversi al PNF: molti di loro scelsero almeno in un primo tempo di fingersi fedeli al regime per non perdere il proprio lavoro o per nascondere il proprio ruolo nella Resistenza.

In alcuni casi, anche insegnanti che non facevano troppo mistero del proprio antifascismo non furono identificati immediatamente. Uno dei primi organizzatori della Resistenza comunista a Roma, Gioacchino Gesmundo, arrestato dopo che in casa sua furono trovati materiali per preparare un attentato contro gli occupanti tedeschi e ucciso alle fosse ardeatine, insegnava al Liceo Cavour di Roma ed era talmente esplicito nelle sue critiche al regime da convincere numerosi ex allievi a seguirlo nella Resistenza dopo l’8 settembre, e nonostante questo non era mai stato denunciato.

In qualche caso, gli insegnanti antifascisti restarono in servizio perfino dopo una condanna. Questo valeva soprattutto per gli antifascisti di lunga data, condannati diversi anni prima. Ne è un esempio la storia di Pilo Albertelli, futuro fondatore del Partito d’Azione e anche lui martire delle fosse ardeatine, condannato al confino nel 1928 per aver svolto attività antifascista tra gli studenti. Nonostante i suoi precedenti, Albertelli sarebbe poi riuscito a diventare professore di storia e filosofia in un liceo classico di Roma, che ora è intitolato a lui.

In altri casi, come quello di Salvatore Principato, una delle vittime di Piazzale Loreto, l’espulsione dalla scuola era stata solo parziale: dopo il suo arresto del 1933 smise di insegnare alla scuola serale ma rimase maestro elementare alla scuola di Piazza Leonardo da Vinci a Milano fino al 1944. Inoltre, in molti casi l’espulsione della scuola aveva riguardato solo le figure più esposte e non quelle a loro vicine (spesso donne), che continuarono a contribuire alla Resistenza e a sostenere l’attività di coloro che erano stati esclusi dall’ambiente scolastico: ne sono esempi Giuseppina Bertazzoni, moglie di Egidio, e Marcella Chiorri, moglie di Salvatore Principato e militante attiva dei Gruppi di difesa della donna (GDD) milanesi, che continuarono entrambe a insegnare alle scuole elementari anche dopo l’arresto dei rispettivi mariti.

Poteva anche succedere che gli insegnanti esclusi dalla scuola continuassero il loro lavoro sotto falso nome nelle scuole private. È il caso di insegnanti di origine ebraica, espulsi a seguito delle leggi razziali, come Lia Corinaldi

In generale, le scuole private erano comunque meno controllate di quelle statali, e proprio per questo era più facile utilizzarle per nascondere persone – insegnanti ma anche allievi – costretti a vivere in clandestinità. Un ruolo importantissimo in questo lato della Resistenza fu giocato dalle strutture religiose: non solo scuole, ma anche colonie per ragazzi in campagna (concepite per allontanarli dalle città bombardate) e monasteri furono usati dalla rete dei sacerdoti cattolici legati alla Resistenza per nascondere i ricercati e ospitarli sulla via della fuga all’estero. Anche OSCAR ossia “Organizzazione soccorsi cattolici antifascisti”, la rete segreta di scout e altri giovani delle associazioni cattoliche che si occupava appunto di nascondere e fare fuggire i ricercati dal regime, era nata al Collegio San Carlo di Milano, dove don Aurelio Giussani si occupava di falsificare i documenti per chi chiedeva aiuto prima di indirizzarli dove si sarebbero nascosti prima di essere accompagnati oltre confine.   

Chi aderiva alla Resistenza poteva quindi contribuire in molti modi diversi: scrivendo sui giornali clandestini, distribuendo quelli e altro materiale di propaganda, nascondendo i ricercati o i materiali diretti ai partigiani, reclutando nuovi partecipanti e diffondendo i valori della Resistenza. 

La Resistenza nelle scuole aveva però alcune caratteristiche particolari tutte sue. Come spiega la già citata Lia Corinaldi, che oltre a vivere sotto falso nome era parte dei GDD con il nome di battaglia “Bianca”, l’attività di reclutamento per la Resistenza a scuola “[…] veniva fatta quasi sempre inevitabilmente allo scoperto: gli insegnanti e gli studenti che prendevano contatto con insegnanti e studenti non potevano proteggersi dietro nomi di battaglia, ma anzi si appoggiavano alle proprie dirette conoscenze. Anch’io […] avvicinavo gli insegnanti con la mia vera identità. In generale cercavo di incontrarli per la strada e il fatto che mi riconoscessero, mi salutassero ed accettassero di parlare con me era già una prova che non si adeguavano alle leggi fasciste che mi avevano posta al bando come ebrea, e che potevano essere disposti a correre dei pericoli”. (Corinaldi, 1976, p. 200)

Oltre alla mancanza di anonimato, nel racconto di Lia Corinaldi compare anche un altro dettaglio che caratterizzava la Resistenza nelle scuole: la cooperazione tra insegnanti e alunni (ovviamente dalle scuole superiori in su). I rappresentanti degli studenti facevano parte insieme a quelli degli insegnanti dei CLN (comitati di liberazione nazionale, gli organi ufficiali della Resistenza) della scuola. Anche gruppi più informali, come quello di cui facevano parte Laura Conti e Maria Arata includevano sia studenti sia insegnanti. 

Oltre a collaborare con i professori, gli studenti si organizzavano anche autonomamente per partecipare alla Resistenza. In questo senso l’esempio più evidente è quello del Fronte della Gioventù, fondato da Eugenio Curiel. Il Fronte della gioventù, come suggerisce il nome, riuniva i giovani che facevano parte della Resistenza, a prescindere dal partito politico di appartenenza. Curiel infatti era convinto che l’antifascismo dovesse concentrarsi proprio sui giovani, che pur essendo cresciuti sotto il fascismo ne vedevano i difetti e dovevano costruire il mondo che sarebbe nato dopo la Liberazione.

Dato che in quegli anni molti ragazzi iniziavano a lavorare presto, non tutti gli aderenti al Fronte della gioventù erano studenti, ma c’erano anche molti lavoratori, spesso operai.

Esistevano invece gruppi più propriamente di studenti, come il Gruppo di agitazione studentesca di cui faceva parte Anna Enrica Filippini-Lera, che insieme alla cugina Vera Michelin-Salomon si occupava di distribuire volantini davanti alle scuole e di cercare di impedire lezioni ed esami, dato che potevano prendere parte solo gli studenti autorizzati dall’esercito repubblichino e non chi rifiutava di combattere per i fascisti.

Un ultimo aspetto da considerare in tema di scuola e resistenza riguarda quale scuola e università si immaginava chi combatté nella Resistenza.

Innanzitutto, la Resistenza era essa stessa una scuola, soprattutto di materia politica: per molti, come ad esempio Margherita Fasolo, parte attiva della resistenza fiorentina e anche lei insegnante, la militanza antifascista cominciò proprio cercando e prestandosi libri proibiti a vicenda con i futuri compagni di lotta. 

Anche nelle brigate partigiane era previsto i meno esperti fossero istruiti non solo sulla vita partigiana ma anche su quello per cui stavano combattendo; nelle prigioni e al confino tra i detenuti circolavano libri quando non si organizzavano vere e proprie lezioni, concentrandosi spesso sulle teorie politiche proibite dal regime; i giornali clandestini e la propaganda contenevano anche articoli che spiegavano quelle stesse materie e teorie. 

I CLN della scuola, oltre ad organizzare scioperi ed azioni di Resistenza, si occupavano con i loro decreti di come far ripartire la scuola dopo la Liberazione, senza più le restrizioni imposte dal fascismo, e come permettere a coloro che ne erano stati esclusi di ritornare il prima possibile, recuperando gli esami persi mentre erano in clandestinità.

Il più famoso esempio di soluzione a questa questione è quello dei Convitti Scuola della Rinascita, immaginate ancora in piena guerra di liberazione, e poi diventate realtà in molte città italiane, frequentate inizialmente agli ex partigiani ma poi via via aperte ad altri. Le scuole rinascita non furono però soltanto delle specie di scuola di recupero per gli ex combattenti della Liberazione, ma un luogo di sperimentazione di metodi di insegnamento nuovi, molto lontani da quelli usati nella scuola fascista.

Come spiega Lia Corinaldi “Chi non ha vissuto nel periodo fascista non può rendersi conto della libertà che si è conquistata, nonostante i limiti, i contrasti e anche le diverse interpretazioni che ne incepparono poi la piena attuazione. Lotta di liberazione era anche liberare gli animi dall’asservimento politico e morale con l’acquisizione di una consapevolezza politica, premessa per partecipare all’azione.” (Corinaldi 1967, p.199)

La Resistenza si occupò quindi anche di immaginare come costruire una nuova scuola, più libera e plurale di quella fascista che controllava e imponeva ogni aspetto delle lezioni. I partigiani sapevano infatti bene che della nuova società libera che stavano costruendo avrebbe dovuto far parte anche una nuova scuola. É anche grazie a questa esperienza che la libertà di insegnamento è parte della nostra Costituzione, il cui articolo 33 comincia con “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Alice Leone

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FONTI

Bibliografia

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P. Callegari, Il coraggio della libertà. La scuola milanese durante il fascismo e la resistenza, Novara, 1992

E. Codignola, Memoriale autobiografico, in L. Borghi «Ernesto Codignola in 50 anni di battaglie educative : pagine di diario e Memoriale autobiografico di Ernesto Codignola», Firenze, 1967, pp. 182-190

T. Codignola, Relazione, in N. Raponi «Scuola e Resistenza. Atti del convegno promosso dalla Reg. Emilia-Romagna per il XXX della resistenza», Parma, 1978, pp. 15-41

L. Corinaldi, Resistenza e intellettuali in Piemonte, in «Mezzosecolo. Materiali di ricerca storica», n. 2, Annali 1976-1977, pp. 171-228

M. Franzinelli, Il filosofo in camicia nera. Giovanni Gentile e gli intellettuali di Mussolini, Milano, 2021

A. Giussani, Diario Clandestino. Appunti di vita partigiana, Milano, 1955

L. Leris, La scuola di libertà e democrazia nelle carceri fasciste, in N. Raponi «Scuola e Resistenza. Atti del convegno promosso dalla Reg. Emilia-Romagna per il XXX della resistenza», Parma, 1978, pp. 195-204

G. Lopez, La scuola ebraica: dall’emarginazione all’autocoscienza, in N. Raponi «Scuola e Resistenza. Atti del convegno promosso dalla Reg. Emilia-Romagna per il XXX della resistenza», Parma, 1978, pp. 97-104

C. Marchesi, Discorsi Parlamentari, 1945-1957, Roma-Bari, 2008

C. Raimo, Scuola e Resistenza. L’attivismo pedagogico tra fascismo e democrazia, Milano, 2024

F. A. Zorini, I Convitti Scuola della Rinascita, in N. Raponi «Scuola e Resistenza. Atti del convegno promosso dalla Reg. Emilia-Romagna per il XXX della resistenza», Parma, 1978, pp. 241-246

Sitografia

Pilo Albertelli, scheda storico biografica pubblicata sul sito www.terradimemorie.it consultato il 20/3/2025

Gioacchino Gesmundo, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 21/3/2025

Salvatore Canalis, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 24/3/2025

Raffaello Giolli, scheda storico biografica pubblicata sul sito www.terradimemorie.it consultato il 20/3/2025

Vera Michelin-Salomon, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 27/3/2025

Anna Enrica Filippini-Lera, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 21/3/2025

Laura Conti, informazioni storico biografiche sul sito www.terradimemorie.it consultato il 26/3/2025

Salvatore Principato, scheda storico biografica pubblicata sul sito www.terradimemorie.it consultato il 20/3/2025

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