LAPIDE IN RICORDO DI GINA GALEOTTI BIANCHI A MILANO

LAPIDE IN RICORDO DI GINA GALEOTTI BIANCHI A MILANO

LAPIDE IN RICORDO DI GINA GALEOTTI BIANCHI A MILANO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

La lapide, in marmo chiaro e di formato rettangolare, appesa alla facciata di un edificio in via Lorenzo Bartolini, reca l’iscrizione “A GINA GALEOTTI BIANCHI / (LIA) / DURANTE LA LOTTA CONTRO TEDESCHI E FASCISTI / DA QUESTA CASA DIRESSE / I GRUPPI DI DIFESA DELLA DONNA / CADDE SOTTO IL FUOCO NEMICO / IL GIORNO STESSO DELLA LIBERAZIONE / E DELLA VITTORIA – 25 APRILE 1945”. Accanto alla scritta è posta una foto in bianco e nero della donna, incorniciata. 

Gina Galeotti Bianchi, nome di battaglia “Lia”, nacque a Mantova il 4 aprile 1913. Pragmatica “figlia del Po”, fu ragioniera e, per molti anni, visse a Suzzara (Mantova), dove si legò sentimentalmente a Bruno Bianchi, membro del Partito comunista clandestino e antifascista attivo nell’Oltrepò mantovano; i due si sposarono nel 1938. Entrambi furono arrestati, incarcerati e torturati più volte nel corso del ventennio fascista; lei venne reclusa nel carcere di Parma. Gina fu tra i più fervidi promotori degli scioperi a Milano del marzo 1943; dopo l’armistizio dell’8 settembre, Bruno divenne commissario politico di una brigata in provincia di Bergamo, mentre Gina continuò la propria attività da partigiana a Milano. Tra le fondatrici del comitato provinciale dei Gruppi di difesa della donna, si adoperò specialmente al servizio informazioni e all’assistenza alle famiglie dei caduti nella Guerra di liberazione, sfrecciando in sella alla propria bicicletta per le vie della Milano occupata dai nazifascisti. Incinta di otto mesi, Gina Galeotti Bianchi trovò la morte la mattina del 25 aprile 1945: assieme all’amica Stellina Vecchio stava andando all’ospedale di Niguarda, dove avrebbe dovuto incontrarsi con alcuni combattenti ricoverati sotto falso nome. Da un autocarro tedesco in fuga, nel tentativo di sfondare la barricata partigiana, partì una scarica di proiettili: Gina, incurante del pericolo, proseguì il proprio percorso per portare a termine l’incarico da staffetta, rimanendo così uccisa; Stellina ne uscì miracolosamente illesa.  

 

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La lastra qui descritta è appesa alla parete della casa dove abitava la partigiana; sempre a Milano, un’altra lapide è stata posta in via Graziano Imperatore 32, dove venne ammazzata dai nazisti.
Essa recita “PARTIGIANA / GINA GALEOTTI BIANCHI (LIA) / ANIMATRICE DEI GRUPPI DIFESA DELLA DONNA / STRONCATA DAL PIOMBO NAZIFASCISTA / CON LA CREATURA CHE PORTAVA IN SENO / NON VIDE LA LIBERTÀ RICONQUISTATA / A PREZZO DI DOLORE E DI SANGUE”.

Nella medesima città, in piazzale Donne Partigiane (zona Barona), sul muro principale del centro sociale Barrio’s è visibile un murale raffigurante Gina Galeotti Bianchi, incinta, con il fucile in spalla, immersa in un campo di fiori rossi. L’eroina della Resistenza è raffigurata, assieme a Stellina Vecchio, anche nel murale Niguarda Antifascista, realizzato nel 2014 dal collettivo Volks Writerz all’ingresso del quartiere vecchio, in via Ettore Majorana: in esso, le due combattenti sono effigiate in bicicletta, mentre pedalano verso un futuro di libertà.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Milano
Indirizzo: via Lorenzo Bartolini, 49
Comune: Milano
Provincia: Milano (MI)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.49246 – Longitudine 9.15163

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Tag:

FONTI

Bibliografia

P. Galbiati (a cura di), “…e se io muoio da partigiano…”. Storie, ricordi e lapidi di partigiani nelle vie del municipio 8 di Milano, Milano, s.e., s.d., p. 6

Galeotti Bianchi, Gina (ad vocem), in «Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza», vol. II D-G, Milano, La Pietra, 1971, p. 466

L. Gambetta, Pedalando per la libertà. La Resistenza controvento delle Partigiane, Formigine, Infinito edizioni, 2023, pp. 59-61

R. Rebecchi, Galeotti Bianchi, Gina (ad vocem), in «Dizionario della Resistenza», a cura di E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, vol. II, Torino, Giulio Einaudi, 2001, p. 547 

Per un Futuro della Memoria, a cura dell’ANPI – Comitato provinciale di Milano, Sezione Codè Montagnani-Marelli, Milano, s.e., s.d., p. 3

Sitografia

Liceo Carlo Tenca Milano, Lapide a Gina Galeotti Bianchi – Milano, scheda pubblicata sul sito www.pietredellamemoria.it consultato il 4/8/2024

Galeotti Gina Bianchi “Lia”, profilo biografico pubblicato sul sito anpimilano.com consultato il 4/8/2024

D. Paladini, Niguarda antifascista, testo critico pubblicato sul sito mauamuseum.com consultato il 4/8/2024

Partigiane di ieri e di oggi: il nuovo murale in zona Barona, articolo pubblicato sul sito milanosguardinediti.com consultato il 4/8/2024

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 25/4/1945

Cognome / Nome: Galeotti Bianchi Gina

Formazioni d’appartenenza: Gruppi di difesa della donna

Data lapide: non determinabile

Autore: non conosciuto

Note: lapide visibile e liberamente accessibile

contatti

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LAPIDE IN RICORDO DI CARLO BALCONI A MILANO

LAPIDE IN RICORDO DI CARLO BALCONI A MILANO

LAPIDE IN RICORDO DI CARLO BALCONI A MILANO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

La lastra, di formato rettangolare e realizzata in marmo bianco-grigio, presenta in alto al centro una foto in bianco e nero del partigiano qui ricordato. Al di sotto campeggia l’iscrizione a lettere capitali “AL CADUTO PER LA LIBERTÀ / BALCONI CARLO / NATO IL 15-1-1913 / CADUTO IN COMBATTIMENTO / IL 26-4-1945 / IN PIAZZALE BARACCA”.

Carlo Balconi nacque in Sardegna, in provincia di Sassari, il 15 gennaio 1913, figlio di Antonio Balconi e Angela Masnaghetti. Assieme alla famiglia si trasferì presto a Milano, in via Arnaldo Fusinato 14. Combattente della Resistenza, militò nella brigata “Rocco”, appartenente alla divisione “Garibaldi Redi”: una brigata foranea, dunque, operativa principalmente in Valsesia e nel Verbano-Cusio-Ossola, ma anche nella zona di Varese; essa giunse a Milano il giorno della Liberazione. Carlo Balconi morì lottando contro i nazifascisti il 26 aprile 1945, a piazzale Francesco Baracca, non molto distante dal Cenacolo di Leonardo da Vinci. Nella stessa piazza due mesi prima, il 24 febbraio, i repubblichini uccisero a sangue freddo il fisico e partigiano triestino Eugenio Curiel.

La lapide qui in analisi è appesa all’esterno dell’abitazione milanese di Carlo Balconi. Il combattente è ricordato pure in un’immaginetta funeraria, nella quale si legge: “…morto per la Patria e soprattutto per una causa comune…non si è mai morto! Oggi come mai, vivo tra noi ritorni per fondere in un nome di sacrificio, nei nostri petti la tua forza. Il tuo slancio sublime ti gettò fuori del chiuso: all’aperto cogli altri Garibaldini, contro quel nemico che insozzò questa nostra Italia, tu ti gettasti…lo sapevi che saresti morto…ma il morire per un sì grande ideale di giustizia e di onore ti allietava…”.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Milano
Indirizzo: via privata Arnaldo Fusinato, 14
Comune: Milano
Provincia: Milano (MI)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.50153 – Longitudine 9.15025

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FONTI

Bibliografia

P. Galbiati (a cura di), “…e se io muoio da partigiano…”. Storie, ricordi e lapidi di partigiani nelle vie del municipio 8 di Milano, Milano, s.e., s.d., p. 9

Per un Futuro della Memoria, a cura dell’ANPI. – Comitato provinciale di Milano, Sezione Codè Montagnani-Marelli, Milano, s.e., s.d., p. 12

Sitografia

Balconi Carlo, profilo biografico pubblicato sul sito anpimilano.com consultato il 24/9/2024 

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 15/1/1913 – 26/4/1945

Cognome / Nome: Balconi Carlo

Formazioni d’appartenenza: brigata “Rocco”, divisione “Garibaldi Redi”

Data lapide: non determinabile

Autore: non conosciuto

Note: lapide visibile e liberamente accessibile

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LAPIDE IN MEMORIA DI VINCENZO RINALDI A MILANO

LAPIDE IN MEMORIA DI VINCENZO RINALDI A MILANO

LAPIDE IN MEMORIA DI VINCENZO RINALDI A MILANO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

La lastra, di formato rettangolare, è realizzata in granito pakistano lucido e levigato, di colore grigio-verde screziato con venature. Essa reca incisa l’iscrizione, a lettere capitali, “RINALDI VINCENZO (CANNONE) / “DIV. MODENA” / RIBELLE AD UNA SOCIETÀ CORROSA / RISCATTÒ COL SANGUE UN NOME: / LIBERTÀ / CHE A VENT’ANNI ANCOR NON CONOSCEVA / ROMANORO (MODENA) 17-8-1926 / NOVELLANO (MODENA) 8-1-1945”. Sulla lapide è presente anche la raffigurazione di una fiaccola accesa, simbolo della vita che prosegue anche oltre la morte, nonché della forza e della capacità di illuminare un cammino ideale che verte a una meta nobile.

Poche sono le informazioni a nostra disposizione inerenti a Vincenzo Rinaldi. Nacque a Romanoro (Modena) il 17 agosto 1926, figlio di Battista Rinaldi e Linda Mazzocchini. Come combattente della Resistenza, fu attivo in Emilia-Romagna e in Lombardia, con il nome di battaglia “Cannone”; militò nella brigata partigiana Italia, divisione “Modena”. A Milano visse clandestinamente nella casa di viale Monza 23: come si apprende dalle parole della signora Tedy Mazzola, nipote di Vincenzo, l’abitazione milanese (chiamata “il casermone”) funse da punto di ritrovo del comando partigiano del Norditalia (brigata Garibaldi). Vincenzo Rinaldi cadde in combattimento contro i tedeschi a Novellano (Reggio Emilia) l’8 gennaio 1945, a soli diciannove anni. Agli inizi del 1945, la zona di Novellano e Villa Minozzo fu interessata da una serie di lotte e rastrellamenti tra combattenti della Liberazione e nazisti.

La lastra qui in analisi è appesa alla parete esterna della dimora milanese di Vincenzo Rinaldi.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Milano
Indirizzo: viale Monza, 23
Comune: Milano
Provincia: Milano (MI)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.48912 – Longitudine 9.21722

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FONTI

Bibliografia

L. Tagliabue (a cura di), Quelli che ci salvarono. Lapidi e biografie dei caduti per la Libertà ricordati in zona 2, Milano, Comune – Consiglio di Zona 2, 2011, p. 73

Sitografia

U. Murri, Lapide in memoria di Vincenzo Rinaldi – Milano, scheda pubblicata sul sito www.pietredellamemoria.it consultato il 23/9/2024 

Rinaldi Vincenzo, profilo biografico pubblicato sul sito anpimilano.com consultato il 23/9/2024

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 17/8/1926 – 8/1/1945

Cognome / Nome: Rinaldi Vincenzo

Formazioni d’appartenenza: brigata partigiana Italia, divisione Modena 

Data lapide: non determinabile

Autore: non conosciuto

Note: lapide visibile e liberamente accessibile

contatti

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LAPIDE IN MEMORIA DI TIBERIO PANSINI A MILANO

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© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

La lapide, in marmo rosato e di formato rettangolare, reca l’iscrizione a lettere capitali “QUI DIMORÒ / TIBERIO PANSINI / MEDICO E SOLDATO DELLA LIBERTÀ / CHE L’ULTIMA ORA DELLA LOTTA / SEGNÒ COL SERENO SACRIFICIO / DELLA GIOVINEZZA EROICA / MILANO 1917 / VALTELLINA 1945”.

Tiberio Pansini nacque a Molfetta (Bari) nel 1917, in una famiglia di fede antifascista (il padre fu mandato al confino dai fascisti per cinque anni). Trasferitosi dalla Puglia a Milano, qui studiò medicina all’università, laureandosi nel 1942, e aprendo il proprio studio medico in un palazzo in via Oldrado da Tresseno 2. Sin da subito aderì all’antifascismo milanese: nel 1936 entrò a far parte del gruppo clandestino “Erba”, costituito da giovani socialisti e comunisti; nel 1939 venne incarcerato per aver protestato contro l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista. Dopo la laurea, Tiberio si trasferì alla scuola militare di sanità di Firenze. A seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943, partecipò attivamente alla Resistenza, cooperando alla nascita delle prime formazioni partigiane nella bassa Valtellina e nella zona del Lago di Como, dedicandosi ai servizi medico-sanitari della 52a brigata “Garibaldi”, operativa principalmente sulla sponda occidentale del Lario. Durante la sua militanza nella Liberazione, assunse vari nomi di battaglia, quali “dottor Rossi, “dottor Cafaggi”, “Rossi” e “Cafaggi”. Nell’estate del 1944 divenne vice commissario politico del Comando raggruppamento divisioni garibaldine lombarde, organo comprendente le brigate comuniste delle province di Sondrio, Como e Bergamo; con questo incarico, si spostò parecchio per coordinare i combattenti, recare informazioni, risolvere problematiche e appianare eventuali dissidi: si ricordano, almeno, i suoi interventi in Valchiavenna (Sondrio) e Val Taleggio (tra Bergamo e Lecco), entrambi nell’autunno 1944. 

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Nell’inverno del 1944, con l’intensificarsi dei rastrellamenti nazifascisti nelle valli, alcuni partigiani delle formazioni garibaldine si spostarono in Svizzera; Tiberio Pansini, invece, continuò a fare la spola tra Milano, la Valsassina (Lecco) e la Valtellina. Catturato il 9 marzo 1945 a Postalesio (Sondrio) dalle Brigate nere, venne torturato a morte e, trascinato a Castione Andevenno il giorno successivo, fu ucciso e il cadavere abbandonato nei boschi.

Pansini condivise i suoi pochi giorni di prigionia valtellinese con Ginetta Moroni Sagan (1925 – 2000), staffetta partigiana spesasi per l’espatrio Oltralpe di ebrei e antifascisti.

La lastra qui analizzata è appesa all’esterno del signorile edificio nel quale Tiberio Pansini operava come medico. Alla sua memoria è stata dedicata una sezione dell’ANPI di Molfetta.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Milano
Indirizzo: via privata Oldrado da Tresseno, 2
Comune: Milano
Provincia: Milano (MI)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.49027 – Longitudine 9.21427

U

 

Tag:

FONTI

Bibliografia

L. Tagliabue (a cura di), Quelli che ci salvarono. Lapidi e biografie dei caduti per la Libertà ricordati in zona 2, Milano, Comune – Consiglio di Zona 2, 2011, p. 70

Sitografia

F. Messa, Castione Andevenno 09-10.03.1945, scheda pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it consultato il 6/8/2024

U. Murri, Lastra in memoria di Tiberio Pansini – Milano, scheda pubblicata sul sito www.pietredellamemoria.it consultato il 6/8/2024

Pansini Tiberio, profilo biografico pubblicato sul sito anpimilano.com consultato il 6/8/2024

Tiberio Pansini, partigiano dei due inverni, scheda pubblicata sul sito www.anpi10agosto1944.it consultato il 6/8/2024

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 1917 – 1945

Cognome / Nome: Pansini Tiberio

Formazioni d’appartenenza: gruppo “Erba”; Comando raggruppamento divisioni garibaldine lombarde

Data lapide: non determinabile

Autore: non conosciuto

Note: lapide visibile e liberamente accessibile 

contatti

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LAPIDE IN MEMORIA DI ROBERTO LEPETIT A MILANO

LAPIDE IN MEMORIA DI ROBERTO LEPETIT A MILANO

LAPIDE IN MEMORIA DI ROBERTO LEPETIT A MILANO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

La lapide, di formato rettangolare e realizzata in marmo chiaro, reca incisa l’iscrizione a lettere capitali “ROBERTO E. LEPETIT / AMMINISTRATORE DELEGATO DELLE / SOCIETÀ «LEDOGA» E «LEPETIT» / MENTRE SERVIVA LA CAUSA / DELLA LIBERTÀ FU ARRESTATO / IL 29 SETTEMBRE DEL 1944 IN / QUESTA SEDE DEL SUO LAVORO. / DEPORTATO IN GERMANIA SUBÌ / LUNGO MARTIRIO FINO AL SACRIFIZIO / SUPREMO. TROVÒ LA MORTE IN / EBENSEE IL 4 MAGGIO DEL 1945”.

Roberto Enea Lepetit, detto “Roby”, nacque a Lezza d’Erba (Como) il 29 agosto 1906, figlio di Emilio Lepetit e di Bianca Moretti, primogenito di tre fratelli (le due sorelle si chiamavano Elena e Maria). Il padre Emilio, nato a Milano nel 1869 e laureato a Firenze in Scienze sociali, si occupò assieme al fratello Roberto dell’impresa di famiglia chimico-farmaceutica “Lepetit” (ribattezzata poi “Ledoga”); positivista, si interessò anche di politica e di problematiche sociali. Nel 1919 il genitore morì per un attacco di appendicite; per esigenze aziendali, il giovane Roberto fu obbligato ad abbandonare gli studi classici e affiancò lo zio omonimo nella conduzione della ditta, finché gli succedette nel 1928. In quel periodo conobbe Hilda Semenza, figlia dell’ingegnere elettrotecnico Guido Semenza e di Nelly Pandiani; i due si sposarono il 26 settembre 1929 a Levanto (La Spezia): dalla loro unione nacquero Emilio (1930) e Guido (1932).
Gestendo con intelligenza e innovazione l’azienda chimico-farmaceutica, collaborando con cliniche universitarie e ospedali, nel 1934 Roberto Lepetit venne ammesso nel direttorio dell’Unione industriali di Brescia e, l’anno successivo, fu eletto consigliere dell’Associazione degli industriali chimici di Milano.

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Sempre in quegli anni, compì viaggi in Argentina e Africa orientale. Per necessità professionali, nel 1930 si iscrisse al Partito nazionale fascista, sebbene da sempre fu di ideali antifascisti, criticando spesso la politica del regime mussoliniano. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, aderì convintamente al Partito d’azione (del quale da mesi già leggeva e diffondeva tra i più stretti collaboratori il giornale pubblicato clandestinamente, Italia Libera): da quel momento, prese parte attivamente alla Resistenza. Entrato in contatto con il Comitato di liberazione nazionale milanese, iniziò a sovvenzionarlo economicamente e a fornire medicinali; inoltre, tentò di sottrarre ai nazisti più merce possibile, imboscando materie prime quali scorte di medicine ed estratti tannici. Verso la fine dell’ottobre del 1943 si trasferì nella sede dell’azienda a Garessio (alta val Tanaro, in provincia di Cuneo), prossima al Ponente ligure, ricongiungendosi così con la famiglia qui sfollata nel 1942 a seguito dei primi bombardamenti su Milano. In Piemonte, Lepetit appoggiò la Resistenza locale con svariati interventi: aiutò ex-prigionieri jugoslavi rifugiatisi in casette sparse nei boschi della ditta, donando loro abiti, viveri, farmaci, libri, e procurando certificati di protezione; reclutò uomini, raccolse armi e coperte, offrì carri, cavalli e camion alle bande partigiane della zona; incontrò i comandi dei militanti. La sede di Garessio divenne, in aggiunta, un punto di appoggio fondamentale per i combattenti della Liberazione. Nel maggio del 1944 si trasferì a Rho (Milano), e sostenne il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia, elargendo importanti sovvenzioni in denaro; in quel periodo conobbe Ferruccio Parri, che di lui scrisse: “[…] quest’uomo, semplice e schivo, cordiale e riservato. La umanità del sorriso disarmava la mia diffidenza quasi professionale, e lo rivelava meglio delle parole, quasi pudiche della generosità e determinazione che erano il fondo del suo carattere. Era un Signore”. La sera del 24 maggio creò una squadra interna all’impresa di famiglia, con due nuclei di volontari addestrati, l’uno di operai e l’altro di impiegati, la SAP “Roberti”, che prese parte alle insurrezioni dell’aprile 1945. Roberto Lepetit svolse anche altre attività resistenziali: per esempio, salvò alcuni partigiani della val Cavargna, tra i laghi di Como e di Lugano; svolse missioni di intelligence, partecipando a quella denominata “GBT” (Giovanni Battista Tolleri, capo dei servizi segreti badogliani in missione nell’Italia settentrionale); distribuì alle varie formazioni materiale sanitario; fece realizzare circa 100.000 “cappelli da prete”, chiodi a punte multiple per forare pneumatici di autocarri nemici; trasportò armi e feriti. Il 29 settembre 1944 venne arrestato dai nazifascisti in ufficio, trasportato prima all’Hotel Regina, quartier generale delle SS, poi al carcere di San Vittore, dove venne sottoposto a estenuanti interrogatori e torturato. A metà ottobre fu trasferito nel campo di transito di Bolzano, un mese dopo venne deportato nel lager di Mauthausen, con il numero di matricola 110300. Dalla prigionia a Bolzano, Roberto Lepetit scrisse numerose lettere alla moglie Hilda; inoltre, riuscì a organizzare una farmacia interna clandestina e a mantenere contatti con i referenti milanesi della Resistenza. Spostato nel sottocampo di Melk e ricoverato per tubercolosi, ad aprile del 1945 venne traslocato nel campo di concentramento di Ebensee, dove morì di stenti probabilmente il 4 maggio 1945 (secondo alcune testimonianze, si spense nei giorni successivi): all’epoca, non aveva ancora compiuto trentanove anni. Nel 1948 a Ebensee, sopra la fossa comune nella quale vennero gettati i corpi di 1179 vittime (tra questi, verosimilmente, pure quello di Roberto Lepetit), fu inaugurato un monumento progettato dall’architetto e designer Gio Ponti (1891-1979), fortemente voluto dalla vedova di Roberto, Hilda; la monumentale croce reca incisa, in tre lingue, la frase “AL MARITO QUI SEPOLTO / COMPAGNO EROICO DEI MILLE MORTI CHE INSIEME RIPOSANO / E DEI MILIONI DI ALTRI MARTIRI DI OGNI TERRA E DI OGNI FEDE / AFFRATELLATI DALLO STESSO TRAGICO DESTINO / UNA DONNA ITALIANA DEDICA / PREGANDO PERCHÉ COSÌ IMMANE SACRIFICIO / PORTI BONTÀ NELL’ANIMO DEGLI UOMINI”. Lepetit venne, oltre a ciò, insignito della medaglia d’argento al valor militare alla memoria.

La lastra qui descritta inizialmente era appesa in viale Abruzzi 61, dove la società “Lepetit” ebbe la sua sede sino al dopoguerra. Sempre a Milano, all’esterno dell’abitazione di Roberto Lepetit in via Benedetto Marcello 8, il 15 gennaio 2020 è stata posta una pietra d’inciampo alla sua memoria. 

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Milano
Indirizzo: via Roberto Lepetit, 8
Comune: Milano
Provincia: Milano (MI)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.48294 – Longitudine 9.20437

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FONTI

Bibliografia

La memoria passo dopo passo. Storie di luoghi e persone Milano 1943-1945, a cura di S. Fogagnolo, P. Fossati, A. Quatela, Milano, OrMe, 2021, pp. 117-120 

Lepetit, Roberto (ad vocem), in «Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza», vol. III H-M, Milano, La Pietra, 1976, p. 327 

Oltre il ponte (Storie e testimonianze della Resistenza in Zona 3). Porta Venezia, Città Studi, Ortica-Lambrate, a cura di R. Cenati, A. Quatela, Milano, ANPI Zona 3, 2009, p. 207

S. Sala Massari, Roberto Lepetit. Un industriale nella Resistenza, Milano, Archinto, 2014

L. Tagliabue (a cura di), Quelli che ci salvarono. Lapidi e biografie dei caduti per la Libertà ricordati in zona 2, Milano, Comune – Consiglio di Zona 2, 2011, pp. 20-21

D. Venegoni, Uomini, donne e bambini nel lager di Bolzano. Una tragedia italiana in 7809 storie individuali, Milano, Mimesis, 2005, p. 227

Sitografia

S. Sala, Roberto Lepetit, industriale, partigiano, deportato, profilo biografico pubblicato sul sito deportati.it consultato il 4/10/2024

Lepetit Roberto, profilo biografico pubblicato sul sito anpimilano.com consultato il 4/10/2024 

Roberto Lepetit, profilo biografico pubblicato sul sito www.pietredinciampo.eu consultato il 4/10/2024 

Roberto Lepetit, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 4/10/2024

 

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 29/9/1944

Cognome / Nome: Lepetit Roberto

Formazioni d’appartenenza: Partito d’azione

Data lapide: non determinabile

Autore: non conosciuto

Note: lapide visibile e non liberamente accessibile, essendo all’interno di un cortile

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LAPIDE IN MEMORIA DI ROBERTO LEPETIT A MILANO

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