TARGA IN MEMORIA DI SANDRO PERTINI A FIRENZE

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© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Una targa di marmo bianco posta accanto al portone di via Ghibellina 109 ricorda il passaggio di Sandro Pertini a Firenze nei giorni che precedettero la Liberazione della città. “Clandestino, condannato a morte, / nell’agosto del 1944 / negli ultimi giorni / dell’occupazione nazifascista / Sandro Pertini / futuro presidente della Repubblica / qui dimorò, fraternamente accolto / dalla famiglia Bertoletti, / partecipando / alla liberazione della città / fino al giorno in cui udì / il suono della Montanina / del Bargello / Il Comune di Firenze nell’anno 2009”. La presenza del partigiano Sandro Pertini nel capoluogo toscano fu la conclusione fortuita, del tutto imprevista, di una serie concatenata di eventi che videro un uomo in clandestinità dover attraversare il paese occupato a nord dai nazifascisti, da Milano alla Capitale. Portava con sé i segni della prigionia, dell’esilio e del confino, il conto presentato dalla scelta antifascista e poi della Resistenza. Vent’anni prima degli accadimenti del ‘44 Pertini si trovava proprio a Firenze, studente all’Istituto Cesare Alfieri dove seguiva un corso di specializzazione in Scienze Politiche. Ventottenne, uno studio d’avvocato a Savona, Sandro Pertini militava già nel Partito Socialista, cui si iscrisse subito dopo la fine della Grande Guerra, entrando nel consiglio comunale della sua città natale, Stella, nella provincia savonese. A Firenze visse gli ambienti socialisti e democratici che iniziavano l’opposizione al regime, quelli di Gaetano Salvemini, Carlo Rosselli, Ernesto Rossi. L’attivismo di Pertini, come di altri con lui, si accentuò dopo il ritrovamento del corpo del deputato socialista Giacomo Matteotti, ucciso per mano fascista il 10 giugno 1924.

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Il 9 agosto infatti entrò nel movimento antifascista “Italia libera”, ispiratore di quegli ideali che Rosselli avrebbe portato nel Movimento di Giustizia e Libertà. La sua lotta civile, per mezzo di atti politici e dichiarazioni pubbliche, gli procurò diversi processi e aggressioni squadriste. Le leggi speciali “fascistissime” avevano definitivamente reso impraticabile qualsiasi opposizione al regime, e dopo l’ennesima violenza, con il peso di una condanna al confino, si rifugiò, nell’autunno del 1926, nell’abitazione milanese di Carlo Rosselli. Fu lì che, insieme a Rosselli e Ferruccio Parri, Pertini organizzò la fuga in Francia del dirigente socialista Filippo Turati. Lo accompagnò a Parigi, dove iniziò per Pertini un esilio volontario che lo avrebbe portato a Nizza. Trascorsero tre anni lontano dalla lotta clandestina quando Sandro Pertini decise di tornare in Italia. Ma una volta a Pisa, il 14 aprile 1929, venne subito riconosciuto e arrestato. Il Tribunale speciale lo condannò a una pena di dieci anni e nove mesi da scontare nel carcere dell’isola di Santo Stefano, vicino a Ventotene. Ammalato nella cella d’isolamento, arrivarono le proteste degli amici d’oltralpe. Fu trasferito a Turi, poi Pianosa, Ponza e, infine, dal 1939 al 1943, a Ventotene, isola deputata al confino dei più pericolosi oppositori politici, e culla, nel ‘41, del manifesto europeista di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli.
Con la caduta del governo di Mussolini, Pertini si precipitò a Roma, dove prese parte alla ricostituzione del Partito Socialista e alla nascita del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN). Dopo l’8 settembre fu a capo di una formazione partigiana a Porta San Paolo contro l’avanzata tedesca, azione che gli valse un mese dopo l’arresto da parte delle SS e una condanna a morte. Con lui il presidente del PSI Giuseppe Saragat. Grazie a documenti di scarcerazione procurati da alcuni compagni socialisti, entrambi uscirono dal carcere di Regina Coeli indenni. Nella capitale Sandro Pertini rimase fino a maggio del 1944, quando partì alla volta di Milano, assumendo la segreteria del Partito socialista nei territori occupati e la rappresentanza nel Comitato di Liberazione dell’Alta Italia. A luglio Pietro Nenni lo richiamò d’urgenza nell’Urbe. Il piano originale prevedeva la partenza da Genova verso l’isola di Corsica, dove un aereo americano lo avrebbe portato nella capitale, ma l’intento naufragò proprio sulle coste liguri. Tuttavia a La Spezia riuscì a procurarsi un lasciapassare tedesco col quale raggiungere la città di Prato. Da lì fu costretto a proseguire a piedi, in pieno coprifuoco notturno, diretto a Firenze. Così arrivò Sandro Pertini alla città del Giglio, nei primi giorni dell’agosto 1944, fuggiasco e invisibile, con pendente una condanna a morte delle SS.
Con grandi difficoltà, tenendosi lontano dai soldati nazisti che pattugliavano l’intera città, Pertini incontrò l’amico Gaetano Pieraccini che gli seppe indicare i compagni socialisti che l’avrebbero nascosto e aiutato. Via dei Gori, via Bufalini, via Sant’Egidio: raggiungere via Ghibellina e la casa di Bertoletti fu per Pertini l’ultimo di tanti percorsi a ostacoli, di sudore, paura e tane fortuite. Mara, Bruno e Gino lo accolsero e lo aiutarono a prendere contatto con il Comitato di Liberazione fiorentino. Poi, l’11 agosto, la campana della torre del Bargello suonò la Liberazione di Firenze. Mentre tutti si riversavano nelle strade e i socialisti cercavano frastornati una tipografia pronta alla stampa, Sandro Pertini gettò d’impeto le parole del primo manifesto politico nella città liberata.

Silvia Maresca

Localizzazione

Località: Firenze
Indirizzo: via Ghibellina 109
Comune: Firenze
Provincia: Firenze (FI)
Regione: Toscana
Coordinate geografiche: Latitudine 43.77044 – Longitudine 11.26023

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FONTI

Sitografia
Associazione Nazionale Sandro Pertini, Biografia pubblicata sul portale www.pertini.it consultato il 2/8/2023

Giovanni Errera, Quei giorni della liberazione a Firenze, audiointervista pubblicata sul sito www.giovannierrera.it consultato il 2/8/2023

Articoli di Giovanni Errera, pagine di quotidiani storici digitalizzate, pubblicate sul sito www.giovannierrera.it consultato il 2/8/2023 

 

 

 

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: agosto 1944
Cognome Nome: Pertini Sandro
Formazioni d’appartenenza: Partito socialista, brigate Matteotti
Data opera: non determinabile. Sappiamo solo che la lapide venne affissa il 23 giugno 2009
Autore: non conosciuto. Sappiamo che l’opera fu commissionata dal Comune di Firenze
Note: luogo accessibile

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PIAZZA DUOMO, COMIZIO DI PIER AMATO PERRETTA DAL BROLETTO DI COMO

PIAZZA DUOMO, COMIZIO DI PIER AMATO PERRETTA DAL BROLETTO DI COMO

PIAZZA DUOMO, COMIZIO DI PIER AMATO PERRETTA DAL BROLETTO DI COMO

© Giuseppe Maresca – Questa immagine è protetta da copyright

Lo sbandamento dei reparti militari all’indomani dell’annuncio pubblico dell’armistizio creò un vuoto di potere presto colmato dalle forze nazifasciste. Nella città di Como, il 9 settembre 1943 decine di operai e intellettuali antifascisti si unirono nella piazza del Duomo a manifestare con i propri corpi la volontà di esserci, di poter incidere sulle decisioni che avrebbero coinvolto l’intera comunità. Pier Amato Perretta, ex magistrato, noto alle istituzioni locali e nazionali per l’autonomia di pensiero e le aspre critiche rivolte al regime, si rivolse ai manifestanti dal balcone del Broletto, storico simbolo del potere comunale e cittadino. Al discorso di Perretta seguì la decisione di recarsi insieme alla Prefettura e al Distretto militare di Como per farsi consegnare le armi e costituirsi in Guardia nazionale a difesa della città. Furono in duecento a presentarsi, ma la richiesta popolare venne subito respinta. Così iniziarono a Como la Resistenza e la lotta clandestina, che poterono contare sull’alleanza tra i partiti democratici – socialisti, democristiani, comunisti, azionisti e liberali – accordata e organizzata nelle ore successive la capitolazione di Mussolini del 25 luglio 1943. Ancor prima, nell’aprile del 1941, un piccolo gruppo appartenente al mondo professionale comasco di area socialista e liberale, costituì su iniziativa di Pier Amato Perretta la Lega Insurrezionale Italia Libera.

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Tra loro Gianluigi Balzarotti, direttore del Credito Italiano di Como, futuro segretario del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia (CLNAI) e l’industriale Eugenio Rosasco, fondatore dell’Unione nazionale delle forze liberali e democratiche di Como, nominato commissario prefettizio all’amministrazione comunale nei quarantacinque giorni badogliani e capo nell’agosto 1943 del Comitato per l’aiuto agli sfollati e sinistrati durante i bombardamenti alleati. Dalle prime riunioni via via la ristretta cerchia della Lega si era allargata al nascente Partito d’Azione e ai molti iscritti alla sezione comasca del Partito Socialista di Unità Proletaria di Como (PSIUP), insieme ad altri liberi professionisti legati agli ambienti antifascisti. Furono coinvolte alcune donne comasche, tra cui Ginevra Bedetti Masciadri, Nery Signorino, la musicista e docente Alda Vio, che dall’8 settembre misero a disposizione le loro case e la copertura necessaria alla lotta partigiana delle bande di Giustizia e Libertà, ma soprattutto costituirono una rete femminile di assistenza ai perseguitati politici, agli ebrei, a tutti i clandestini che dal dicembre 1943 si riversarono nella provincia di Como per tentare l’attraversamento del confine italo-svizzero e in questo modo evitare la cattura e l’internamento nei campi di concentramento.
Nei giorni che seguirono l’armistizio, con l’entrata delle forze di occupazione naziste nella città di Como, la Lega Insurrezionale venne sciolta e alcuni degli affiliati entrarono nel neonato Comitato di Liberazione Nazionale.  Le armi negate ai cittadini vennero prelevate e temporaneamente nascoste. Una buona parte delle requisizioni di armi, viveri e vettovaglie transitò nella casa di Ginevra Bedetti Masciadri che affacciava sulle sponde del lago, per essere poi trasportata sulle imbarcazioni pronte a rifornire i primi gruppi partigiani del Lario. Intanto Pier Amato Perretta, bersaglio del Regime fin dai primi anni ‘20, quando era magistrato al tribunale di Como e su mezzo stampa non risparmiò dure critiche a Mussolini e al sistema di potere, fu nel settembre 1943 tra i principali ricercati dalle SS tedesche e dei fascisti locali . Ma il motivo principale che lo portò nella città di Cremona era il figlio che era stato catturato dai nazisti e che di lì a poco sarebbe finito in Germania, internato in un campo di concentramento. Mentre le autorità fasciste lo credevano in Svizzera, Perretta rimase per un breve periodo in Toscana. Nel febbraio del 1944 si trasferì a Milano, dove entrò nella lotta clandestina, dapprima legato ai gruppi azionisti, poi all’interno dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) degli operai della Olap, una fabbrica di apparecchiature per l’aeronautica tedesca. Dal capoluogo lombardo raccolse e inviò alla Resistenza comasca ogni genere di aiuto materiale, occupandosi anche del reclutamento di partigiani destinati alla montagna, mentre da componente della Giunta militare del CLN di Como teneva i contatti con il Comitato dei volontari della libertà (CLV) di Milano. Il contributo al movimento resistenziale del partigiano “Amato” – così chiamato nella militanza nel Partito Comunista e tra le avanguardie operaie milanesi – durò soltanto pochi mesi. Pier Amato Perretta venne catturato nella sua abitazione in viale Lombardia il 13 novembre 1944 dalle SS tedesche su delazione di un membro dei GAP. Ferito gravemente da colpi di arma da fuoco, fu portato all’ospedale Niguarda, dove scelse di non sottoporsi all’intervento che lo avrebbe salvato ma anche destinato ad interrogatori e torture dei reparti nazisti. Morì il 15 dicembre 1944.

Silvia Maresca

Localizzazione

Località: Como
Indirizzo: Piazza del Duomo
Comune: Como
Provincia: Como (CO)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.81201 – Longitudine 9.08287

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FONTI

Bibliografia
G. Coppeno, Como, dalla dittatura alla libertà, Como, Istituto comasco per la storia del movimento di Liberazione, 1989

M. Dominioni, La biografia di Pier Amato Perretta, in Pier Amato Perretta: un uomo in difesa della libertà, testi di R. Bianchi Riva, E. D’Amico, M. Dominioni, documentazione raccolta da Giusto Perretta, Como, NodoLibri, 2005

La memoria che resiste, a cura di Giusto Perretta, Como, Istituto comasco per la storia del movimento di Liberazione, 1988

V. Roncacci, La calma apparente del lago: Como e il Comasco tra guerra e guerra civile 1940-1945, Varese, Macchione, 2003

Sitografia
M. Leoni, Palazzo del Broletto – Complesso, Como (CO), descrizione e notizie storiche della scheda monografica pubblicata sul portale www.lombardiabeniculturali.it consultato il 14/9/2023

 

 

 

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 9 settembre 1943

Cognome Nome: Perretta Pier Amato

Formazioni d’appartenenza: indipendente, vicino al Partito d’Azione, iscritto nel 1944 al Partito Comunista

Data opera: non determinabile

Autore: non determinabile

Note: l’edificio del Broletto, eretto nel XIII secolo e storico simbolo delle istituzioni comunali cittadine, affianca al lato nord la Cattedrale, condividendone l’affaccio sulla Piazza. Oggi sede di iniziative culturali, la struttura è aperta e visitabile nei giorni e negli orari previsti

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TINTORIA LAMBERT, LUOGO DI DETENZIONE DI EBREI A COMO

TINTORIA LAMBERT, LUOGO DI DETENZIONE DI EBREI A COMO

TINTORIA LAMBERT, LUOGO DI DETENZIONE DI EBREI A COMO

© Giuseppe Maresca, fotografo – Questa immagine è protetta da copyright

Chi abita il comasco e dice ‘alle Caserme’ si sta riferendo alla zona periferica a sud della città murata che per più di un secolo ha ospitato la Caserma De Cristoforis. Nella vicina via Carlo de Cristoforis, ai civici 9 e 11, a fronte all’edificio militare, si trovava la Tintoria Lambert, una delle industrie tessili che occupava operaie e operai della provincia lariana. Nel dicembre del 1943, in una Como occupata dai nazisti, dove ogni aspetto di convivenza civile era sottoposto alle strutture periferiche della neonata Repubblica di Salò, alcuni locali dismessi della fabbrica divennero luogo di detenzione temporanea per molti profughi, soprattutto cittadini italiani di origine ebraica, che tentavano di oltrepassare il confine svizzero. L’esodo disperato nacque dalla pubblicazione di un’ordinanza di polizia disposta dal Ministero degli Interni della Repubblica Sociale Italiana (RSI) il 30 novembre 1943 che condannava gli ebrei, per il fatto di essere ebrei, al carcere, alla confisca dei beni, alla deportazione nei campi di concentramento. Era la naturale conseguenza di quello che poco prima era comparso all’interno della Carta di Verona come uno dei principi fondativi della neonata RSI: gli ebrei venivano considerati stranieri in tempo di pace e nemici in guerra. 

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Si riversarono quindi nei territori di frontiera del comasco centinaia di perseguitati per motivi razziali, ma anche oppositori politici, esuli antifascisti, militari sbandati dopo l’armistizio dell’8 settembre, renitenti alla leva dell’esercito fascista, prigionieri alleati fuggiti dal carcere. Qualcuno riuscì a salvarsi, molti finirono stipati nelle carceri comasche, in attesa di una sentenza già scritta.
Donne sole, o con figli molto piccoli, anziani bisognosi di cure, oltre a uomini, tutti ridotti negli spazi vuoti della Tintoria Lambert, privati del cibo, di servizi igienici, di diritti umani. Ma non rimasero invisibili. C’era qualcuno già in odore di ribellione, di resistenza, che iniziò a mobilitarsi. Vicino allo stabile abitavano alcune donne che si attivarono spontaneamente per procurare beni primari, rivolgendosi anche agli uffici della caserma De Cristoforis, vedendosi chiudere la porta, minacciate di deportazione. Lì vicino abitava anche una donna che lavorava come domestica nella casa di Ginevra Bedetti Masciadri, la persona che in città organizzava la rete di aiuti, per lo più femminile, trovando rifugi sicuri e i contatti necessari per i passaggi in Svizzera, e che si attivò immediatamente per alleviare nei limiti oggettivi la detenzione nella Tintoria. Sempre in via De Cristoforis viveva una ragazza di ventitré anni, Luisa Colombo. Da crocerossina riuscì ad avere accesso ai locali della Lambert, coperta da una divisa e dalla giovane età che ben celavano qualsiasi altro proposito. Oltre a curare e cercare di portare conforto ai detenuti, Colombo fu determinante per la riuscita di alcune evasioni avvenute tra il dicembre 1943 e il gennaio 1944, riuscendo a salvare almeno quattro persone. Aveva instaurato legami profondi con chi aveva aiutato e conosciuto in quei mesi di repressione. Ebbe con alcuni scambi epistolari, diverse furono le lettere inviate dai campi di Fossoli, un campo di internamento vicino a Carpi, in provincia di Modena, dove molti ebrei della Tintoria Lambert vennero trasferiti, prima della deportazione ad Auschwitz nell’agosto 1944. Il 12 gennaio 2005, a pochi giorni dalla sua morte, lo Stato d’Israele la insignì del titolo di ‘Giusto fra le nazioni’. Con lei anche Ginevra Bedetti Masciadri. In vita non ebbe alcuna medaglia Luisa Colombo, ma non le interessava granchè. Sapeva di aver agito come altre, guidata da quello che definì dopo la Liberazione un suo “dovere morale”, e che le valse il calore e l’amicizia di chi aveva salvato, dei congiunti e dei figli di chi non era sopravvissuto.

Silvia Maresca

Localizzazione

Località: Como
Indirizzo: via Carlo De Cristoforis, 9
Comune: Como
Provincia: Como (CO)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.79646 – Longitudine 9.09201

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FONTI

Bibliografia
R. Cairoli, Nessuno mi ha fermata. Antifascismo e Resistenza nell’esperienza delle donne del Comasco, 1922-1945, Como, NodoLibri, 2005

Sitografia
R. Marchesi, G. Cani, Storie di confine: sommersi e salvati, articolo pubblicato sul sito
www.questionegiustizia.it consultato il 9/9/2023

 

 

 

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: dicembre 1943 – gennaio 1944

Cognome Nome: Bedetti Masciadri Ginevra; Colombo Andreani Luisa

Formazioni d’appartenenza: Ginevra Bedetti Masciadri agì insieme al Comitato di Liberazione Nazionale di Como e alle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà. Collaborava con alcuni esponenti del Partito d’Azione

Data opera: non determinabile

Autore: non conosciuto

Note: si tratta di un edificio privato, non liberamente accessibile. Ad oggi non si segnala alcuna targa commemorativa

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TINTORIA LAMBERT, LUOGO DI DETENZIONE DI EBREI A COMO

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CASA DI GINEVRA BEDETTI MASCIADRI A COMO

CASA DI GINEVRA BEDETTI MASCIADRI A COMO

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© Giuseppe Maresca, fotografo – Questa immagine è protetta da copyright

Ginevra Bedetti Masciadri nacque a Como l’8 giugno 1904. La famiglia Bedetti incarnava quella parte di cittadinanza attiva che metteva in luce la propria visione politica e i valori morali in cui credeva, scegliendo una parte e contribuendo in prima persona. Ginevra fin da piccola seguiva il padre, dirigente locale socialista, negli incontri pubblici e nelle manifestazioni. La madre fu per lei un modello di donna generosa, autonoma, con grande spirito d’iniziativa e senso pratico. Volontaria della Croce Rossa, lavorò senza sosta nelle attività di cura e accoglienza di feriti e invalidi rientrati all’inizio del 1917 e per il ricovero degli sfollati dopo Caporetto imbastì in casa un laboratorio che sfornava un numero spropositato di federe e lenzuola. Le difficoltà economiche e la crisi sociale del primo dopoguerra tramutarono rapidamente nell’avvento del fascismo. Ginevra, appena diciottenne, vide sfilare i primi cortei di camicie nere per le vie della città, e la violenza dei pestaggi e dei roghi provocati alle cooperative di Como, alcune fondate da suo padre. Le idee socialiste della famiglia Bedetti erano note, ma lo diventarono ancor di più nell’agosto del 1924 a causa di una fotografia scattata a Ginevra e alla madre vicino al feretro del parlamentare socialista Giacomo Matteotti, ucciso per mano fascista. Di lì a poco avrebbero trovato la casa completamente sfasciata. Due anni dopo, appena sposata, la nuova casa di Ginevra subì una sorte peggiore, i segni dell’incendio lasciati a memoria futura.
Con l’entrata nel secondo conflitto mondiale a fianco della Germania nazista, nei giorni di privazione e sconforto, Ginevra si mise subito all’opera. Fu con astuzia e una certa sfrontatezza, eludendo le direttive della Befana fascista (sic!), che organizzò per il 6 gennaio 1941 la raccolta di lana per farne indumenti caldi da donare ai soldati e poi l’immane lavoro di filatura che coinvolse più di quattrocento donne della città. Quando, a seguito della caduta del governo fascista il 25 luglio 1943, arrivarono i bombardamenti su Milano, Ginevra fece parte con il padre di un comitato per l’assistenza alle migliaia di persone sfollate che cercavano salvezza nelle zone più vicine.

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Nelle ore successive l’armistizio dell’8 settembre 1943, che si manifestò anzitutto con le dismissioni dei reparti militari della città, Ginevra Masciadri e altri militanti antifascisti recuperarono dalla caserma dei carabinieri di Como abbandonata armi e vettovaglie. La casa di Ginevra in via Rubini era il luogo congeniale di deposito temporaneo, avendo sul retro un affaccio diretto al lago che avrebbe celato il trasbordo delle armi nelle imbarcazioni dirette ai primi nuclei di Resistenza del medio e alto Lario. Pochi dopo, il 12 settembre 1943, a Como arrivarono le milizie tedesche. La morsa dell’occupazione nazista coadiuvata dalle forze fasciste della nascente Republica di Salò, rientranti nelle strutture di controllo locali, costrinse moltissimi ebrei, perseguitati politici e prigionieri alleati sfuggiti dalle carceri a raggiungere luoghi più sicuri. Il confine svizzero fece di Como l’avamposto strategico di arrivi e partenze per il territorio elvetico e Ginevra Bedetti Masciadri divenne l’organizzatrice principale degli espatri dalla città. Aveva contatti diretti con i contrabbandieri che ben conoscevano modi e tempi di attraversamento dei passaggi di frontiera, con chi falsificava i documenti, mentre gestiva il rifornimento di cibo e beni necessari alla sopravvivenza. A Ginevra si rivolsero tutti e tutte coloro che decisero di aiutare e nascondere chi era in pericolo di vita, tra loro le sodali Lydia Galli e Alda Vio, legate alle formazioni di Giustizia e libertà di Como, e Carlo Lupo, pastore della Chiesa valdese di Como, amico fraterno con cui instaurò una stretta collaborazione. La Resistenza civile di Ginevra Bedetti Masciadri, non connotata da appartenenze politiche, pur nei rapporti stretti con azionisti e militanti nelle bande GL, si traduceva in azioni decise autonomamente. Fu organizzatrice di evasioni dalle carceri, dell’assistenza a renitenti, evasi o dimessi dall’ospedale cittadino. Avviò i volontari alle bande partigiane, occupandosi del loro approvvigionamento con viveri e denaro elargito dai contatti del mondo industriale e finanziario comasco. Dopo il 10 gennaio 1944, giorno in cui il marito Luigi Masciadri dovette lasciare Como per essere assegnato al comando piemontese delle formazioni GL di Duccio Galimberti, Ginevra prese l’incarico di informatrice, occupandosi dei collegamenti tra Svizzera, Milano e Torino. Come altre donne impegnate nella Resistenza approfittò del pregiudizio culturale che vedeva la figura femminile estranea agli orrori e alle trame di guerra. Portò messaggi infilati nei gomitoli di lana, pistole avvolte nel golf ben visibile nella cesta a maglie larghe, e non si scompose quando un giovane si offrì di sollevarla dal fardello di una valigia riempita di documenti e denaro provenienti dai contatti svizzeri. La tranquillità di chi non ha commesso reato, la vaghezza studiata nell’argomentare le risposte, accompagnate da punte di squisita raffinatezza esibite nei lunghi interrogatori della Squadra politica della Questura di Como e delle SS di Monza, le consentirono di celare nomi e luoghi compromettenti. Riuscì a nascondere l’identità stessa della partigiana Ginevra, divenuta per il commissario Domenico Saletta un fantasma inafferrabile. Dopo il primo arresto e il mese di detenzione nel carcere comasco di San Donnino, dopo le nove ore di gioco al sospetto nel comando della polizia segreta delle SS e un rilascio che mise in allarme (subito rientrato) il CLN milanese, causando un’interrogazione d’urgenza, Ginevra Bedetti Masciadri tornò nella casa di via Rubini, libera, di nuovo nei ranghi della Resistenza. Provvide all’invio di cibo ai detenuti politici fino al giorno della Liberazione.

Silvia Maresca

Localizzazione

Località: Como
Indirizzo: via Giulio Rubini, 16
Comune: Como
Provincia: Como (CO)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.81198 – Longitudine 9.07780

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FONTI

Bibliografia
R. Cairoli, Nessuno mi ha fermata. Antifascismo e Resistenza nell’esperienza delle donne del Comasco, 1922-1945, Como, NodoLibri, 2005 

 

 

 

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: Resistenza

Cognome Nome: Bedetti Masciadri Ginevra

Formazioni d’appartenenza: autonoma, collegata al Comitato di Liberazione Nazionale di Como, al Partito d’Azione e alle brigate Giustizia e Libertà

Data opera: non determinabile

Autore: non conosciuto

Note: il civico 16 di via Rubini appartiene alla casa in fondo al viale delimitato da un cancello. Si tratta di un edificio privato, non accessibile. Ad oggi non si segnala alcuna targa commemorativa

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CASA DI LYDIA GALLI A COMO

CASA DI LYDIA GALLI A COMO

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© Giuseppe Maresca, fotografo – Questa immagine è protetta da copyright

Lydia Galli nacque a Como il 29 luglio 1902. Il padre Santino era musicista e compositore, insegnava organo e pianoforte. Lydia imparò in fretta i segni dell’alfabeto musicale, le note e gli accenti, l’infanzia accordata sui tasti neri e bianchi dove trovò le sue armonie. Trascorso il periodo del Ginnasio iniziò a frequentare il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, diplomandosi velocemente in pianoforte, poi in violino. Terminati gli studi, ancora diciottenne, sposò Vito Signorino, e l’anno successivo ebbero la figlia Nery.
Il debutto come moglie e madre coincise con i primi ingaggi musicali che la portarono subito a esibirsi nelle più importanti istituzioni musicali del Paese, la Regia accademia filarmonica di Bologna, la Società dei concerti di Padova, e poi Bergamo, Lucca, Venezia, e Roma. Ebbe eco la sua concertistica, tanto da allargare le tappe dei tour a date estere. Decise però che tutto questo non bastava. A Como nel 1930, fondò insieme a Franz Terraneo e l’amica Alda Vio l’Accademia musicale “M. E. Bossi”, restituendo un po’ del suo talento ai giovani artisti della sua città.
Con la dichiarazione di guerra del 1940 Lydia si vide costretta a interrompere la carriera di concertista, continuando comunque a insegnare nella scuola di musica. Sia lei che Vito non avevano mai preso la tessera del fascio. Avevano sempre espresso in famiglia – lo ha ricordato la figlia Nery – una forte insofferenza alle imposizioni del regime.
Il marito di Lydia si trovava a Padova quando fu proclamato l’armistizio, l’8 settembre 1943. Come tutti i militari italiani anche il capitano Vito Signorino si trovò davanti alla scelta tra servire la Repubblica di Salò o disertare. Prese la strada della clandestinità, ma durò molto poco. Fu arrestato e deportato in Germania, in un campo di concentramento da cui non fece ritorno. Nei giorni in cui apprese la notizia della cattura di Vito, Lydia vedeva Como in mano alle forze di occupazione tedesche, entrate in città il 12 settembre, e poco dopo la propria casa requisita. L’abitazione era piuttosto spaziosa, e degli otto locali a disposizione i tre militari nazisti scelsero le stanze più appartate, in una camera trovò alloggio anche una coppia, un uomo e una donna, ferventi fascisti.

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La costante apprensione per la sorte del marito, la tensione di una convivenza subita, l’impotenza del non poter scacciare l’occupante armato mettendo a repentaglio la vita della figlia Nery, unico legame d’amore in quelle mura, non piegarono lo spirito libero della musicista. In quella situazione di solitudine e oppressione Lydia trovò il modo di opporsi, di fare quello che sapeva stava accadendo in altre case della sua città. Non era sola, aveva come amica Ginevra Bedetti Masciadri, organizzatrice e punto di riferimento degli espatri di oppositori e nemici giurati del nazifascismo. Trovò il modo creando la sua Resistenza civile sotto lo stesso tetto dei propri aguzzini. Un grande armadio che stava nella camera da letto di Lydia, e questo gli occupanti non lo avrebbero mai scoperto, nascondeva l’apertura di un passaggio che portava direttamente alla cucina. Quel passaggio fu utilizzato da tutti coloro che Lydia Galli avrebbe aiutato nei venti mesi della Resistenza: ebrei, soldati renitenti, informatori alleati, prigionieri politici, fino a che la sodale Masciadri non avesse fornito i documenti o trovato il contatto utile per passare il confine svizzero o per l’avviamento alla formazione partigiana.
Per lungo tempo Lydia e la figlia Nery vissero in uno spazio famigliare violentato, dove contare tempi e spostamenti, dove fingere, giocare doppi ruoli, dire solo lo stretto indispensabile, per non far trapelare il minimo sospetto. Ci riuscirono perché aiutavano tutte le persone che si rivolgevano a loro, perché salvarono molte vite.
Lydia fu coinvolta direttamente nelle attività del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) di Como, avendo tra i principali referenti il comandante delle formazioni di Giustizia e Libertà Silvio Baridon, nuovo elemento della Chiesa valdese di Como e assistente del pastore Carlo Lupo. Con la complicità dei colleghi musicisti Franz Terreno e Alda Vio, Lydia Galli predispose all’interno di una sala dell’Accademia musicale un nascondiglio per le armi destinate alle bande partigiane dislocate nelle valli lariane. Anche in questo caso il rischio corso era altissimo, lo stesso locale infatti era frequentato tutte le mattine da un gruppo di canto formato da militari tedeschi, parte del comando SS alloggiato nello stesso edificio dell’Accademia. Ma le vittorie alleate si fecero via via più consistenti, decretando una ritirata, pur feroce, dei nazifascisti, che si tradusse in una progressiva riappropriazione degli spazi di vita, pubblica e intima.
Lydia Galli e Nery Signorino si trovarono a un certo punto, poco prima della Liberazione di Como, le uniche inquiline della loro casa. Lì, al civico 2 di Piazza Mazzini, aprirono le porte alle concitate riunioni del CLN comasco in vista dell’imminente insurrezione della città.

Silvia Maresca

Localizzazione

Località: Como
Indirizzo: Piazza Giuseppe Mazzini, 2
Comune: Como
Provincia: Como (CO)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.81097 – Longitudine 9.07997

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FONTI

Bibliografia
R. Cairoli, Nessuno mi ha fermata. Antifascismo e Resistenza nell’esperienza delle donne del Comasco, 1922-1945, Como, NodoLibri, 2005

 

 

 

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: Resistenza

Cognome Nome: Galli Lydia

Formazioni d’appartenenza: autonoma, collaborò con il Comitato di Liberazione Nazionale di Como, il Partito d’Azione e le brigate partigiane Giustizia e Libertà

Data opera: non determinabile

Autore: non conosciuto

Note: si tratta di un edificio privato, non accessibile. Ad oggi non si segnala alcuna targa commemorativa

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CASA DI LYDIA GALLI A COMO

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