PALAZZO DELLA COMIT, BANCA COMMERCIALE ITALIANA A MILANO

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PALAZZO DELLA COMIT, BANCA COMMERCIALE ITALIANA A MILANO

© Paolobon140 – Questa immagine è protetta da copyright

La Banca commerciale italiana, Comit, ebbe in piazza della Scala a Milano la sua Direzione centrale, nell’edificio progettato dall’architetto Luca Beltrami, ultimato nel 1906. Dalle origini mitteleuropee alla governance di Giuseppe Toeplitz negli anni’20, la Commerciale richiamò menti che brillavano di competenza e iniziativa, cresciute negli studi giuridici ma anche letterari, abili interpreti delle realtà industriali di cui la banca era creditrice. La sua importanza strategica e le attività complesse quanto cruciali per l’economia italiana ne dissuasero il controllo diretto del regime fascista.
Sergio Solmi fu assunto dalla Comit il 14 gennaio 1926. Nella lettera di assunzione compare la raccomandazione di Raffaele Mattioli, che conobbe poco tempo prima a Torino, in un incontro organizzato da Piero Gobetti. Nella casa torinese di via Fabro nacquero molte amicizie intessute di filosofia e poesie quanto di antifascismo, legami sopravvissuti alle aggressioni squadriste che immolarono il corpo del direttore della “Rivoluzione Liberale”. Solmi doveva trasferirsi con sua moglie, Dora Martinet, a Milano, dove inizialmente trovò lavoro in uno studio legale.

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Aveva intrapreso la strada del giurista per bisogni economici, e fu felice di ritrovare appena varcata la soglia e le mura imponenti della Banca commerciale proprio Mattioli, appena insediato alla Comit come segretario del direttore Toeplitz.
Solmi era poeta, scriveva su testate culturali, dai commenti su Leopardi alle critiche positive dell’amico Eugenio Montale, e intanto le sue preziose consulenze che gli valsero la proficua carriera andavano oltre i codici e i numeri, ci mise la sua intuizione e la sua sensibilità, come avrebbe ricordato il suo storico collaboratore Gianfranco Saglio. Mentre Solmi diventava procuratore, nel 1934 all’Ufficio Studi guidato dal filosofo Antonello Gerbi arrivò l’antifascista e futuro fondatore del Partito d’Azione Ugo La Malfa.
Mattioli li invitava tutti nel suo salotto di via Bigli, incrocio notturno di pittori e funzionari di banca, professori e scrittori ribelli, dove La Malfa e i colleghi della Comit incontrarono antifascisti della prima ora, come Adolfo Tino e Ferruccio Parri. Intanto al terzo piano della Comit, in particolare nell’Ufficio Studi, prendeva forma l’attività cospirativa azionista, dove circolavano idee democratiche, socialiste, liberali, in uno spirito solidale e volontà di cambiamento.
Nel 1942 Tino, La Malfa e Mario Vinciguerra misero nero su bianco i sette punti fondativi del Partito d’Azione nel primo numero del giornale di propaganda “Italia libera”, le cui bozze rimasero protette nella cassaforte della Comit per andare in stampa nel gennaio 1943.
Dopo la caduta del regime il 25 luglio Milano venne piegata dai bombardamenti alleati, e l’edificio della Banca Commerciale fu forse l’unico in piazza della Scala a non subire danni. Avrebbe retto nei 45 giorni badogliani, l’allontanamento a Roma di Mattioli e La Malfa dopo l’8 settembre e poi la tenaglia del potere nazifascista.
Tra i funzionari e uomini di riferimento del Partito d’Azione rimase innanzitutto Sergio Solmi, che operava da capo della Sezione consulenza del Servizio contenzioso, poi Ufficio legale.
Nel febbraio 1944, con le prime vittorie e le bande partigiane di Giustizia e libertà che ingrossavano le fila, l’azionista Leo Valiani, impegnato nell’organizzazione e nelle comunicazioni per il PdA, una volta a Milano trovò copertura negli uffici della Commerciale, mentre la città si preparava allo sciopero nazionale del 1 marzo. Avrebbe ricordato Valiani i numerosi appuntamenti di militanti e partigiani al terzo piano della banca, lo scambio di documenti falsi e delle numerose notizie tramite bigliettini di appuntamenti. E Sergio Solmi che presidiava: “tutti facevano capo a lui”.
La base cospirativa rimase nascosta, occultata dietro la solidità istituzionale del suo marmo bianco, superando la lontananza di Mattioli che dirigeva da Roma e agiva nella Resistenza capitolina.
Eppure il 2 gennaio 1945 l’inossidabile Solmi ebbe un primo arresto, che si risolse presto in una fuga da una cella aperta e un corridoio deserto. La seconda volta, tornato a Milano e riconosciuto mentre viaggiava sul tram, fu incarcerato a San Vittore il 6 aprile. Riuscì a non tradire i compagni, nonostante le vessazioni riservate agli oppositori politici. Per lui e per molti altri le porte del carcere si schiusero il 25 aprile, nella Milano liberata.

Silvia Maresca

Localizzazione

Località: Milano
Indirizzo: Piazza della Scala 6
Comune: Milano
Provincia: Milano (MI)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.46755 – Longitudine 9.19138

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FONTI

Bibliografia
Bacchelli, Le notti di via Bigli: quarant’anni di confidenza con Raffaele Mattioli, (a cura di Marco Veglia), Bologna, Il Mulino, 2017

R. Cairoli, D. Migliucci, Comandante Franco : storia di Italo Busetto, partigiano, comunista, sindacalista (1915-1985), Sesto San Giovanni, Archivio del Lavoro, Milano, Fisac Cgil Milano e Lombardia, 2022

Sitografia
(consultata il 25/5/2024)

B. Croce, Ricordo di Leone Ginzburg, articolo pubblicato in «Italia libera», 27 ottobre 1944, fruibile nel portale
patrimonio.archivio.senato.it

G. Montanari, M. L. Cairo (Archivio Storico Intesa Sanpaolo), Carte di Sergio Solmi, capo della Consulenza legale della Comit durante il periodo bellico e nel dopoguerra (1942-1953), pubblicato sul sito www.istoreto.it

Sergio Solmi tra letteratura e banca, saggio pubblicato in «Archivio Storico Intesa Sanpaolo. Monografie», n. 9, 2016. Consultabile sul sito sapegno.it

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 1943-1945

Cognome Nome: La Malfa Ugo; Mattioli Raffaele; Sergio Solmi

Formazioni d’appartenenza: Partito d’Azione; Brigate Giustizia e Libertà

Data opera: 1911

Autore: Luca Beltrami (architetto)

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TARGA IN MEMORIA DI PILO ALBERTELLI E ALTRI PARTIGIANI DELLA SESTA ZONA DEL PARTITO D’AZIONE A ROMA

TARGA IN MEMORIA DI PILO ALBERTELLI E ALTRI PARTIGIANI DELLA SESTA ZONA DEL PARTITO D’AZIONE A ROMA

TARGA IN MEMORIA DI PILO ALBERTELLI E ALTRI PARTIGIANI DELLA SESTA ZONA DEL PARTITO D’AZIONE A ROMA

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

I partigiani della VI zona del Partito d’Azione di Roma che videro la Liberazione della città dedicarono a Pilo Albertelli e ad altri compagni caduti per mano nazifascista una targa in marmo bianco, ancora visibile, affissa sulle mura aureliane di viale Castrense, a Porta San Giovanni. Si legge: “Durante la lotta clandestina / contro l’oppressione tedesca / riscattando la coscienza italiana / dal servaccio nazi-fascista / caddero / Albertelli Pilo / Annarumi Bruno / Bordoni Manlio / Gallarello Antonio / Giorgi Giorgio / Lungaro Pietro / Pitorri Benedetto / Rossi Umberto / Salemme Felice / Selva Luigi / ai martiri gloria nei secoli / vergogna agli immemori / I compagni della sesta zona / del Partito d’Azione / posero a ricordo perenne / nel I anniversario marzo 1945”.
Alcuni furono arrestati insieme, altri in solitudine, traditi da spie e delatori. Finirono a Regina Coeli, dopo le torture subite alla pensione d’Oltremare o nelle carceri di via Tasso dalla banda Koch. 

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Pilo Albertelli, Bruno Annarumi, Giorgio Giorgi e Felice Salemme morirono il 24 marzo 1944, fucilati dai nazisti alle Fosse Ardeatine. Tra le 335 vittime della rappresaglia nazista, 75 erano uomini del Partito d’Azione romano.
Il professore di filosofia Pilo Albertelli aderì al gruppo azionista fin dalla sua fondazione, nel giugno del 1942. 

Il padre Guido, parlamentare socialista, gli aveva consegnato il mito risorgimentale di Giuseppe Mazzini, esempio di aderenza vitale alla libertà e all’impegno civile che il figlio abbracciò senza riserve. A Parma, era l’ultimo anno di liceo, Pilo Albertelli vide lo studio paterno incendiato dai fascisti. Trasferito a Roma con la famiglia, si immerse negli studi di filosofia antica, amò gli eleati e Platone, le loro riflessioni porte per dialogare col presente.
Era ancora all’università quando nel 1928 fu arrestato per attività antifascista a Milano, condannato a cinque anni di confino, commutati infine a tre anni di sorveglianza speciale, che nei fatti andò ben oltre le prescrizioni ufficiali. Insegnò filosofia ai liceali di Livorno e Formia, al Tasso e all’Umberto I di Roma, ancora oggi liceo classico “Pilo Albertelli”. Entrati in classe, al riparo dai riti e dagli obblighi del regime, gli studenti si aprivano alla conoscenza attraverso il dialogo, con il filosofo che insegnava senza impartire nozioni, con cui dubitare e costruire un sapere comune. Scrisse di educazione e di quanto gli insegnanti dovessero rispondere solo ai più alti valori morali, pubblicò saggi filosofici, ottenne la libera docenza in università. Poi Pilo Albertelli mise tutto questo e la sua stessa persona a servizio della lotta partigiana.
Già collaboratore del giornale clandestino del Partito D’Azione “Italia libera”, verso la fine di agosto del 1943 venne ingaggiato dal giellista Emilio Lussu e dal repubblicano ed ex capo degli Arditi del popolo Vincenzo Baldazzi per organizzare squadre d’azione cittadine, scelto come mediatore tra la base e i dirigenti di partito. Ci furono i primi reclutamenti e recuperi di armi, ma fu all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre, con la difesa di Roma dall’avanzata tedesca, che il Partito d’Azione tramutò rapidamente la propria organizzazione. Nel caos generale gli azionisti riuscirono a svuotare le caserme abbandonate raccogliendo grandi quantità di armi da fuoco ed esplosivi, depositandone una buona parte al chiostro di San Giovanni e nella falegnameria Gallarello in via Santa Croce di Gerusalemme, di lì a poco centro organizzativo della VI zona del Partito d’Azione e luogo di riunione del Comitato militare romano. Pilo Albertelli fu spesso nei locali di Vincenzo Gallarello e del padre Antonio a discutere fitto con il vice Armando Bussi mentre le nuove reclute si misuravano con l’uso di fucili, bombe e detonatori, apprendendo dagli ex arditi e militari metodi di guerriglia urbana. Lì si sarebbe costituita la Squadra speciale sabotatori del Pd’A che agì nei mesi di occupazione.
Il 18 e il 19 novembre 1943 l’organizzazione azionista subì un primo contraccolpo nella redazione de l’“Italia Libera”. La polizia fascista arrestò tutti, tipografi e redattori, nella casa di Stefano Siglienti in via Basento n. 55, compreso il direttore Leone Ginzburg. Si sarebbe salvata la maggior parte di loro. Ginzburg morì nell’infermeria di Regina Coeli il 5 febbraio del ’44 a causa delle atroci torture. Con lui dovette subire un simile accanimento l’impaginatore Benedetto Pitorri, morto a causa delle sevizie poco dopo l’uscita dal carcere il mese di aprile.
L’azione squadrista del reparto speciale di polizia guidato da Pietro Koch (banda Koch) sguinzagliato dalla Questura romana dal dicembre 1943, fu determinante grazie all’infiltrazione sempre più capillare di spie fasciste al soldo delle SS tedesche nei gruppi azionisti romani. Tra di loro Franco Sabelli e Armando Testorio furono i maggiori responsabili della cattura di giovani militanti del Pd’A, diversi appartenenti all’ARSI, l’associazione rivoluzionaria studenti italiani, con cui Pilo Albertelli teneva contatti dall’8 settembre. Giorgio Giorgi, classe 1921, impiegato all’Innocenti e studente di Scienze economiche alla Sapienza, fu incastrato da Sabelli e arrestato dalle SS in piazza Barberini. Manlio Bordoni e Felice Salemme furono tra i molti catturati a Roma il 12 gennaio 1943. Il ventiduenne Bordoni, impiegato alle poste e regista teatrale di filodrammatica, fu prelevato dalla sua abitazione al civico 95 di via Taranto e portato in via Tasso. Fu torturato anche all’hotel Flora prima di essere rinchiuso come Giorgi nel terzo braccio di Regina Coeli. Pochi giorni dopo arrivò il turno di Luigi Selva. Avrebbe compiuto diciassette anni il 4 aprile. Fucilato da Sabelli in un tentativo di fuga e morto qualche giorno dopo all’ospedale di San Giovanni.
Alla fine di gennaio iniziarono gli arresti più consistenti, decretando la decimazione dell’organizzazione militare azionista. Il 3 febbraio 1944 fu perquisita la falegnameria Gallarello. La polizia fascista vi trovò casse di munizioni, arrestò il padre del partigiano Vincenzo Gallarello, Antonio, e con lui il giovane Bruno Annarumi.
Il 2 febbraio Giovanni Ricci, capo di stato maggiore del PdA, riuscì a fuggire dalla cattura ad opera della Banda Koch. Ormai compromesso, il suo ruolo andò in capo a Pilo Albertelli, che divenne il punto di riferimento nell’organizzazione, mantenendo anche il ruolo di coordinatore militare. Per ventisei giorni non ebbe sosta, coadiuvato da Armando Bussi che curava le attività di informazione tra le squadre cittadine, moltiplicò gli sforzi mentre si rendeva conto di un pericolo sempre più crescente. Il delatore Gerardo Priori lo fece catturare il 1 marzo 1944. Le sevizie che la banda Koch gli inflisse alla pensione d’Oltremare non gli cavarono un nome né alcuna informazione. Dopo le minacce alla moglie e ai figli tentò il suicidio, due volte. Il 20 marzo fu quindi trasferito nel carcere romano di Regina Coeli, dove ritrovò Aldo Eluisi, ardito del popolo e anarchico, compagno di lotta nel Partito d’Azione.
Il 24 marzo 1944 fu ucciso assieme ad altre 334 persone nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Silvia Maresca

Localizzazione

Località: Roma
Indirizzo: viale Castrense 60
Comune: Roma
Provincia: Roma (RM)
Regione: Lazio
Coordinate geografiche: Latitudine 41.88603 – Longitudine 12.51006

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FONTI

Bibliografia
Pilo Albertelli, a cura del Partito d’Azione nel primo anniversario della morte Roma 24 marzo 1945, Roma, L’arciere, 1945

F. M. Fabrocile, Il segnale dell’elefante: storia della mancata insurrezione del Partito d’Azione a Roma “città aperta”, Cava de’ Tirreni (SA), Marlin, 2017

G. Ranzato, La liberazione di Roma : alleati e Resistenza (8 settembre 1943-4 giugno 1944), Roma, Laterza, 2019

Sitografia

G. Albertelli, Albertelli Pilo, articolo pubblicato su www.letteraicompagnirivista.com consultato il 26 febbraio 2024

C. Muscetta, La sventurata “Italia libera”, in «Mercurio: mensile di politica, arte, scienze», [1944], copia digitale www.google.it/books

Episodio: ospedale San Giovanni Roma 17.01.44, scheda pubblicata sul portale www.straginazifasciste.it

I caduti del Partito d’Azione alle Fosse Ardeatine, articolo a cura di Giorgio Giannini pubblicato su www.circologiustiziaeliberta.it

Le vittime: Antonio Gallarello, scheda biografica in www.mausoleofosseardeatine.it

Le vittime: Bruno Annarumi, scheda biografica in www.mausoleofosseardeatine.it

Le vittime: Ermelindo Pietro Lungaro, scheda biografica in www.mausoleofosseardeatine.it

Le vittime: Felice Salemme, scheda biografica in www.mausoleofosseardeatine.it

Le vittime: Giorgio Giorgi, scheda biografica in www.mausoleofosseardeatine.it

Le vittime: Manlio Bordoni, scheda biografica in www.mausoleofosseardeatine.it

12 gennaio 1944, articolo pubblicato sul sito www.letteraicompagnirivista.com

19 novembre 1943: la polizia fascista scopre la tipografia in cui veniva stampata “Italia Libera”. Tra gli arrestati Leone Ginzburg, articolo pubblicato sul sito www.letteraicompagnirivista.com

20 gennaio 1944, articolo pubblicato sul sito www.letteraicompagnirivista.com

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 12/1943 – 04/1944

Cognome Nome: Albertelli Pilo; Annarumi Bruno; Bordoni Manlio; Gallarello Antonio; Giorgi Giorgio; Lungaro Pietro; Pitorri Benedetto; Rossi Umberto; Salemme Felice; Selva Luigi

Formazioni d’appartenenza: Partito d’Azione; Brigate Giustizia e Libertà

Data opera: marzo 1945 (affissione)

Autore: non conosciuto. Opera commissionata dal Partito d’Azione

Note: di alcuni partigiani non sono state trovate informazioni.
Si segnalano targhe a Roma in memoria di: Antonio Gallarello e Bruno Annarumi, in via di S. Croce in Gerusalemme 28; Manlio Bordoni e Felice Salemme, in via Taranto 95; Giorgio Giorgi, in via Principe Amedeo 102; Pietro Lungaro, in via di S. Vitale 15 (pietra d’inciampo davanti alla Questura di Roma); Luigi Selva, in via Taranto 6

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LASTRA IN MEMORIA DEL PARTIGIANO ADOLFO VACCHI A CAMERLATA

LASTRA IN MEMORIA DEL PARTIGIANO ADOLFO VACCHI A CAMERLATA

LASTRA IN MEMORIA DEL PARTIGIANO ADOLFO VACCHI A CAMERLATA

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Lungo il muro di cinta del cimitero di Camerlata è apposta una lastra in marmo che recita “Al martire della libertà prof. Adolfo Vacchi qui trucidato la notte del 5-9-1944, Como riconoscente pose”. Altre targhe disposte allo stesso modo e per le stesse ragioni raccontano di un luogo, quello del cimitero di Camerlata, scelto da fascisti e autorità fedeli alla Repubblica sociale italiana, sorta all’indomani dell’8 settembre 1943 sulle ceneri del ventennio fascista, per le esecuzioni di morte dei partigiani e degli oppositori politici. Le vicende che portarono Vacchi al cospetto dei suoi carnefici quella sera del 5 settembre 1944 riguardano la vita di un uomo la cui libertà di pensiero era espressa pubblicamente e incarnata nelle scelte quotidiane, a discapito della tranquillità personale e della sua stessa sopravvivenza.
Nato a Bologna il 29 gennaio 1887, aderì fin da giovane al Partito socialista, una militanza che nel 1914 gli valse già la schedatura nel casellario di polizia. La sua attenzione a ciò che accadeva nel mondo era sia umana che scientifica, e l’una non poteva escludere l’altra. Le stesse battaglie civili e politiche per una società egualitaria nascevano per Adolfo Vacchi con l’esercizio del pensiero critico, esercitato nelle relazioni umane come attraverso le scoperte e le nuove questioni poste dalle scienze dure. 

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Subito dopo la laurea in matematica all’università bolognese accettò una cattedra a Venezia, dove si trasferì nel 1915 e che abitò fino all’avvento del governo fascista. Più aumentavano gli episodi di violenza e ritorsione contro gli oppositori al movimento fascista più il professore Adolfo Vacchi trasmetteva agli studenti i valori di libertà che venivano lentamente eradicati. Nel settembre 1922 ricevette minacce di morte da parte del fascio veneziano e l’avvertimento a non farsi vedere per strada. Uscì lo stesso dalla Camera del Lavoro e ad attenderlo le camicie nere che lo colpirono brutalmente fino a fargli perdere i sensi. Vacchi fu colpito da uno dei primi provvedimenti di confino politico decretati dal governo fascista. Venne disposto infatti il suo allontanamento e il trasferimento coatto a Milano con il divieto di insegnare nelle scuole pubbliche. Superò con la moglie Clelia Dario e la figlia piccola Urania le inevitabili difficoltà riuscendo a inserirsi nella società meneghina come dirigente sindacale e dando lezioni private di scienze e matematica ai giovani studenti della città. E mentre il regime autoritario aumentava il potere e la presa su gran parte del popolo Adolfo Vacchi intensificò la propaganda antifascista, guadagnandosi di nuovo le attenzioni delle autorità fasciste ma cavandosela con una semplice ammonizione.
Tra i ragazzi che aiutò negli studi ve ne erano molti convintamente fascisti cui non risparmiò un confronto aperto e sincero. In una sua missiva poi intitolata “Lettera ad un giovane filofascista” del 28 luglio 1943 si rivolse proprio a uno dei suoi studenti, all’indomani della caduta del regime. L’ambiente in cui quel giovane era cresciuto e si era formato lo descrisse come uno spazio chiuso in cui “le tue idee sono idee di altri […]” perché “non hai udito altro che la ripetizione continua della medesima monotona cosa” dove “il suono rimbalza (si riflette) continuamente da una parte all’altra; ma se l’ambiente fosse stato aperto (cioè libero) quella idea costante, la cui ripetizione ti ha fatto credere di avere tale idea, si sarebbe perduta nello spazio e nel tempo e ti sarebbero giunte tutte le altre idee e dalla fusione di tutte le idee, dall’analisi, dalla critica, sarebbe sorta l’idea tua, la tua vera idea”.
Dopo i bombardamenti su Milano dell’estate 1943 decise di sfollare nella provincia di Como, trovando una sistemazione temporanea nel paese di Veniano, pur tornando spesso nella città meneghina. Entrò nella lotta partigiana nell’aprile 1944 aderendo al Corpo Volontari della Libertà. Accettò subito l’incarico di organizzare una stazione radio clandestina per supportare le attività dell’ORI (Organizzazione per la Resistenza Italiana), una rete che teneva i collegamenti tra i gruppi partigiani e i servizi segreti alleati dislocati in Svizzera. Con il nome di battaglia ‘Hope’ (speranza) Vacchi riuscì a veicolare mezzo radio la preziosa propaganda a supporto della lotta di liberazione, tra cui uno che ebbe particolare risonanza perché trasmesso il 25 luglio 1944, primo anniversario della caduta del fascismo, in cui non solo parlò della gioia rinata dopo anni di “forzato silenzio” ma fece un’analisi puntuale del contesto storico e del terreno fertile al radicamento del regime fascista nella società italiana.
Il 18 agosto 1944 una delazione gli procurò la perquisizione della sua casa e dell’abitazione dell’ingegnere Luigi Carissimi Priori, dove era stata installato il sistema radiotrasmittente. Furono entrambi arrestati e portati in una delle camere di sicurezza della Caserma di via Indipendenza a Como dove rimanevano i detenuti politici.
Per mancanza di prove concrete Adolfo Vacchi non affrontò alcun processo, ma i forti sospetti del fascista Domenico Saletta, comandante della squadra politica della Questura di Como, gli valsero comunque la condanna a morte. Fu prelevato la sera del 5 settembre 1944 con la scusa di una perquisizione che sarebbe avvenuta dopo la fucilazione del partigiano Rocco Jeraci. Come ordinato dal comandante fascista, il professore fu condotto poco oltre il cimitero di Camerlata, simulandone la fuga, e colpito alle spalle con armi da fuoco.
Adolfo Vacchi aveva tracciato quella che era nelle sue convinzioni l’unica via percorribile, la stessa promessa con la quale concluse la lettera alla figlia Urania il 26 luglio 1943: aveva depennato non solo per sé, ma per tutti, l’imperativo “credere obbedire combattere” e scelto di “capire sapere pensare”, per vivere il suo “anno I dell’Era Nuova”.

Silvia Maresca

Localizzazione

Località: Camerlata
Indirizzo: Via Canturina 78
Comune: Como
Provincia: Como (CO)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.78308 – Longitudine 9.08860

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FONTI

Bibliografia
Adolfo Vacchi : un matematico per la libertà, a cura di Giusto Perretta, Como, Nodo Libri, 2015

Sitografia
Memoria resistente: parole, immagini e luoghi della Resistenza italiana ed europea in provincia di Como, documento in www.calameo.com consultato il 12/10/2023

Vacchi Adolfo, a cura di ANPI Comitato provinciale di Milano, pubblicato in https://anpimilano.com, consultato il 12/10/2023

Vacchi Adolfo. 23 giugno 1887 –  5 settembre 1944, scheda biografica pubblicata sul sito www.storiaememoriadibologna.it, consultato il 12/10/2023 

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 5 settembre 1944

Cognome Nome: Vacchi Adolfo

Formazioni d’appartenenza: Corpo Volontari della Libertà

Data opera: 1 giugno 1947

Autore: Comune di Como

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CASA GOBETTI A TORINO

CASA GOBETTI A TORINO

CASA GOBETTI A TORINO

© Fotografia di Bruna Biamino per MuseoTorino – Questa immagine è protetta da copyright

Torino, 1924. Piero Gobetti e Ada Prospero varcarono dopo il primo anno di matrimonio la loro casa al numero 6 di via Fabro. Sposati l’11 gennaio 1923, lui laureato in Giurisprudenza, lavorava come giornalista, lei studiava Lettere e Filosofia, e scriveva molto. Ben presto la casa si riempì di libri, fra cui gli amati Einaudi e Salvemini, di parole illuminate, di arti e di lingue straniere. In comune avevano speranze e ideali politici di ispirazione liberale e democratica, maturati negli studi liceali e nelle discussioni appassionate, approdati nelle pagine della prima rivista gobettiana, «Energie nove». Giovani, antitetici alle gerarchie conservatrici e all’immobilismo sociale, vedevano nelle occupazioni delle fabbriche l’inizio della rivoluzione democratica, nel rigore etico e nella responsabilità dell’individuo i semi del rinnovamento sociale auspicato. Entrambi furono fin da subito in aperta e dichiarata opposizione al movimento fascista. I numerosi articoli dove Piero Gobetti tesseva corpose analisi politiche e sociologiche, con una critica cruda e puntuale al fascismo e alla figura di Mussolini, valsero all’editore de «La Rivoluzione liberale» alcuni arresti, la diffida del prefetto torinese, e nel novembre 1925 la chiusura del periodico. 

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L’ultima di ripetute aggressioni squadriste, la più violenta, aggravò la salute di Piero in modo irreversibile. Lasciò la casa torinese, lasciò Ada e Paolo, ancora in grembo, e andò a Parigi, immaginando di proseguire il suo lavoro di scrittore e giornalista libero. Quell’inverno ebbe una bronchite che aggravò la salute già precaria in modo irreversibile. Morì nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1926, nemmeno venticinquenne.
Negli anni di dolore, ma anche di impegno politico, di insegnamento, di scrittura e traduzioni, e dal 1937 insieme al marito Ettore Marchesini, Ada aprì l’appartamento di via Fabro agli amici e alle amiche, ai compagni e alle compagne di idee e lotta politica. Erano antifascisti, vecchi e nuovi militanti del movimento di Giustizia e Libertà, dal 1942, sotto il vessillo del Partito d’Azione. Nei mesi a seguire il luglio 1943, dopo la fine del governo mussoliniano, Ada accolse amici militanti nel movimento di Giustizia e Libertà usciti dalle carceri o tornati dal confino, Ernesto Rossi, Leone Ginzburg, Franco Venturi, Vittorio Foa. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, con il vuoto di potere e poi l’occupazione tedesca, iniziarono gli incontri, le riunioni politiche del Partito d’Azione, il coordinamento delle neonate bande partigiane. Tra i primi arrivarono in Casa Gobetti Duccio Galimberti per i partigiani del Cuneese, Silvia Pons dalle guerriglie valdesi, futura staffetta della Val Pellice, poi Foa e Paolo Braccini a organizzare le brigate di Giustizia e Libertà piemontesi, e Ferruccio Parri, scelto come comandante delle forze GL Alta Italia.
Chi nei venti mesi di Resistenza avrebbe varcato la soglia di casa Gobetti sapeva di trovare in Ada una saggia mediatrice che tra le diverse anime politiche avrebbe trovato il terreno del compromesso necessario all’obiettivo comune, dote di cui beneficiarono in molte e molti, dai Gruppi di Difesa della Donna di Torino al Partito d’Azione fino al Comitato di Liberazione Nazionale piemontese. Intanto le azioni di rastrellamento perpetrate dai tedeschi a Torino nel mese di gennaio del 1944 non risparmiarono il quartiere di via Fabro. Fu per Ettore, Ada e il giovane Paolo, già tra le fila partigiane, un anno di frequenti, lunghi, o repentini spostamenti tra e verso le montagne, spesso in Val Susa, nella casa di Meana e a Beaulard (Oulx), in capanne irraggiungibili, con qualche tappa torinese. Eppure Casa Gobetti rimase sempre a disposizione, protetta da Espedita Martinoli, portinaia del palazzo, indispensabile presenza, ormai esperta sentinella. Fu nascondiglio e ristoro, come per l’amica Lisetta, Lisa Giua Foa, scampata da Villa Triste e dalla Banda Koch, rivestita di nuova identità, il lasciapassare per partorire all’ospedale di Torino. Luogo dove ritrovarsi insieme dopo la morte di un compagno – i Galimberti, i Jervis, gli Artom – e poi ripartire, riorganizzare, sostituire in fretta le posizioni di comando, momenti in cui Ada non smetteva di scrivere relazioni, intervenire nelle riunioni militari, organizzare gli spostamenti dei partigiani, i rifornimenti di beni e armi in montagna. E intanto sopportare le lunghe assenze del figlio Paolo.
I periodi di assenza da Torino e da via Fabro terminarono nei primi mesi del 1945, con i partigiani pronti all’insurrezione e gli occupanti tedeschi, vicini alla sconfitta, ancora più feroci. Le ultime febbrili riunioni erano rivolte alla preparazione dei Gruppi di Difesa Patriottica e squadre d’azione cittadina, alla costituzione di Comitati di Liberazione nelle fabbriche, nelle aziende, in tutti i rioni torinesi. Prima della fine, prima dell’arrivo degli alleati, si stava immaginando e operando, dentro e fuori le mura della casa di Ada Prospero e Piero Gobetti, una ricostruzione democratica, cercando il sostegno più diffuso, ognuno responsabile per l’altro.

Silvia Maresca

Localizzazione

Località: Torino
Indirizzo: via Antonio Fabro 6
Comune: Torino
Provincia: Torino (TO)
Regione: Piemonte
Coordinate geografiche: Latitudine 45.07342 – Longitudine 7.67473

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FONTI

Bibliografia
Ada Gobetti, Diario partigiano, Torino, Einaudi, 1996

Sitografia
Biografia: Piero Gobetti (Torino 19 giugno 1901 – Parigi 16 febbraio 1926) pubblicata sul sito  www.centrogobetti.it consultato il 22/8/2023

Biografia: Ada Prospero Marchesini Gobetti (Torino 23 luglio 1902 – Torino, 14 marzo 1968) pubblicata sul sito www.centrogobetti.it consultato il 22/8/2023

Casa Gobetti via Fabro 6 – Torino, scheda monografica pubblicata in www.museodiffusotorino.it consultato il 22/8/2023

 

 

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 1924-1945

Cognome Nome: Gobetti Piero, Prospero Ada

Formazioni d’appartenenza: Piero Gobetti fu ispiratore del Movimento di Giustizia e Libertà; Ada Prospero aderì al Partito d’Azione e collaborò con le brigate partigiane Giustizia e Libertà

Data opera: non determinabile

Autore: non conosciuto

Note: La struttura ospita dal 1961 l’istituto culturale Centro studi Piero Gobetti, aperto al pubblico negli orari previsti (biblioteca, archivio storico, eventi); affissa all’esterno del palazzo la targa in memoria di Piero Gobetti: IN QUESTA CASA VISSE / PIERO GOBETTI / GLI ULTIMI ANNI DELLA SUA BREVE VITA / E DA ESSA PARTI’ / IL 3 FEBBRAIO 1926 / VERSO L’ESILIO E LA MORTE / MA IN PATRIA AVEVA LASCIATO / UN ESEMPIO INESORABILE / D’INTEGRA LIBERTA’ / PER L’INDOMANI E PER SEMPRE

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CASA GOBETTI A TORINO

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MURALE DEDICATO AL PARTIGIANO EMANUELE ARTOM A TORINO

MURALE DEDICATO AL PARTIGIANO EMANUELE ARTOM A TORINO

MURALE DEDICATO AL PARTIGIANO EMANUELE ARTOM A TORINO

© Paola Boccalatte per museoTorino – Questa immagine è protetta da copyright

All’angolo del muro perimetrale della Biblioteca civica Cesare Pavese di Torino dal 2016 è dipinto il volto del partigiano Emanuele Artom, sospeso in un fondo bianco tra grosse catene appena spezzate. “Aosta, 23 giugno 1915” e “Torino, 7 aprile 1944”, da un lato, a sancire inizio e fine, un po’ più in là il suo sguardo in vita: “Il fascismo non è una tegola cadutaci per caso sulla testa… se non ci facciamo una coscienza politica, non sapremo governarci, e un popolo che non sa governarsi cade necessariamente sotto il dominio straniero o sotto la dittatura di uno dei suoi”. Questo il pensiero dell’uomo, del partigiano ebreo, riportato alla pagina del 26 gennaio 1944 dei diari dove, dal gennaio 1940, Emanuele mantenne vive le sue passioni letterarie, filosofiche e religiose, e in cui riversò il vissuto di guerra e Resistenza. La frase riportata nel murale è l’estratto da un dialogo tra Artom e un giovane medico torinese che voleva dare il proprio contributo alle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà (GL) in Val Pellice, dichiarandosi però estraneo a qualsiasi opinione politica. Trasmettere ai volontari partigiani l’importanza di una coscienza etica, civile e morale era il cuore del lavoro di Emanuele Artom all’interno delle bande GL, approdo di un lungo percorso segnato dall’ amore per l’insegnamento e da una profonda ricerca spirituale. 

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Fin dagli anni ‘20 casa Artom, in via Sacchi 58, fu uno dei più importanti centri culturali ebraici di Torino, luogo di dibattito e discussione politica, un ambiente famigliare in cui Emanuele imparò molto, ma dove prevalevano ancora un rigido conservatorismo e un pregiudiziale antisocialismo. Gli ideali e la pratica antifascista, la critica verso il sistema politico complice o arroccato nei propri privilegi, maturarono al Liceo D’Azeglio. Allievo del professore di lettere antifascista Augusto Monti, Emanuele entrò in contatto con il pensiero di Gaetano Salvemini e Benedetto Croce, divenne presto collaboratore di riviste come l’Unità, la Voce e la Rivoluzione liberale fondata da Piero Gobetti. Laureato in storia antica nel 1936, due anni dopo Leone Ginzburg gli avrebbe sottoscritto per Einaudi la prima lettera d’incarico per la traduzione di testi classici. Le leggi razziali costrinsero Emanuele a firmare le sue opere sotto pseudonimo, come dovette rinunciare all’insegnamento nelle scuole del Regno. Ciò in cui Emanuele credeva e che trasmise agli studenti della scuola ebraica torinese era l’ebraismo discusso dai testi biblici, interrogati e interpretati nel loro messaggio originale, in un dialogo serrato tra storia antica e contemporanea, alleggerito dalle aggiunte secolari della tradizione ortodossa. Con tale approccio critico si sarebbe potuto compiere secondo Artom un rinnovamento intimo e culturale.
Sradicati dal tessuto sociale e dalla sfera pubblica, divenute entità escludenti e ostili, i giovani ebrei come Artom non poterono altro che ripensare la propria vita e trovare in poco tempo una posizione. L’atteggiamento di rottura delle nuove generazioni fu per certi versi trasversale, accadde in ambiente ebraico come nelle comunità valdesi. Ragazze e ragazzi di differenti tradizioni culturali si incontrarono dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 a Torino e nelle vicine valli – Val Pellice, Val Germanasca, Val Chisone – tra le fila del Partito d’Azione e delle brigate di Giustizia e Libertà, accomunati dalla lotta al nazifascismo e dalla volontà di un cambiamento radicale. Emanuele Artom fu Commissario politico del PdA già nell’ottobre del 1943, insieme a Jacopo Lombardini, predicatore e insegnante nel convitto valdese di Torre Pellice. Testimoniò nelle pagine del diario le difficoltà, le ristrettezze cui fu sottoposto, non ultimi i duri confronti con altri partigiani, avuti specialmente nei mesi passati a Barge, in Valle di Luserna, come commissario azionista tra i partigiani delle bande garibaldine. Ma i momenti più duri arrivarono in seguito ai primi rastrellamenti tedeschi compiuti in Val Pellice nel gennaio 1944. Quando a marzo Emanuele seguì le bande “Italia Libera” guidate da Roberto Malan in Val Germanasca, il diario non parla più. Le SS italiane, di stanza agli Airali di Luserna San Giovanni, insieme alle forze tedesche, artiglierie e mezzi corazzati, occuparono la Val Pellice, alcuni reparti si staccarono e seguirono le vie di montagna per spezzare le bande partigiane. Nel tentativo di raggiungere il passo di Col Giuliano Artom, sfinito dalla fuga e notti insonni, fu catturato, con lui l’amico “Geo”, Ruggero Levi. Portato a Bobbio Pellice, fu riconosciuto da una spia fascista: ebreo e commissario politico. Venne interrogato, subì torture crudeli per giorni, fino al 30 marzo, quando rilasciò informazioni, ormai datate, sulle bande partigiane. Trasferito il giorno successivo alle Carceri Nuove di Torino, a lungo seviziato, morì il 7 aprile 1944.

Silvia Maresca

Localizzazione

Località: Torino
Indirizzo: via Candiolo 112, angolo via Artom
Comune: Torino
Provincia: Torino (TO)
Regione: Piemonte
Coordinate geografiche: Latitudine 45.015774  Longitudine 7.648634

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FONTI

Bibliografia

E. Artom, Diari di un partigiano ebreo, gennaio 1940 – febbraio 1944, a cura di G. Schwarz, Torino, Bollati Boringhieri, 2022

D. Gay Rochat, La Resistenza nelle Valli Valdesi, 1943-1944, Torino, Claudiana, 2006

Sitografia

Murale dedicato a Emanuele Artom, immagine e scheda dell’opera pubblicate sul sito www.museotorino.it consultato il 25/8/2023

Il volto di Emanuele Artom Inaugurazione del murale nella via a lui intitolata, immagini e articolo pubblicati in www.museoarteurbana.it consultato il 25/8/2023

Scheda tratta dai testi della mostra Emanuele Artom 1915-1944 realizzata dalle Biblioteche civiche torinesi in collaborazione con la Biblioteca “E. Artom” della Comunità Ebraica di Torino, pubblicata sul portale www.museotorino.it consultato il 25/8/2023

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 8/8/1944

Cognome Nome: Artom Emanuele

Formazioni d’appartenenza: Partito d’Azione, brigate partigiane di Giustizia e Libertà

Data opera: 2016

Autori: Margherita Bobini e Andrea Gritti

Note: opera visibile e liberamente accessibile accessibile. E’ stata restaurata nel 2020

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