CIPPO IN RICORDO DI EDMONDO RIVA A CANNETO SABINO

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© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Edmondo Riva nacque a Monterotondo (Roma) nel 1901 (non è chiaro se il 21 gennaio o il 19 novembre) in una famiglia operaia; di professione fu capomacchina nella Laterizi Tiburtina, un’impresa del suo paese natale. Convinto antifascista, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 aderì con fervore alla Resistenza e diede vita, a Monterotondo, a una piccola formazione partigiana: assieme al compagno Pietro Palmieri e ad altri militanti, per contrastare i nazifascisti disseminò le strade Salaria, Nomentana, Palombarese e Tiberina di chiodi a quattro punte; assaltò le vetture tedesche; fornì informazioni logistiche sulle attività dei nazisti agli angloamericani. Il 2 giugno 1944 Edmondo venne incaricato di ritirare, assieme ad altri diciannove partigiani, le armi automatiche, le munizioni e le radiotrasmittenti lasciate dall’aviazione alleata sul Monte Gennaro, una delle cime dei Monti Lucretili, catena montuosa del Subappennino laziale. Sulla strada del ritorno, venne fermato, perquisito e arrestato da una pattuglia tedesca con i compagni Bixio Borra e Pietro Palmieri.

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Tutti e tre furono sottoposti a torture, ma Borra e Palmieri vennero presto liberati poiché erroneamente ritenuti dei braccianti agricoli. Edmondo Riva fu invece trattenuto e seviziato ferocemente per giorni (gli amputarono pure entrambe le mani), ma non rivelò mai il nome degli altri combattenti; il 7 giugno 1944 venne fucilato dai nazisti nelle campagne di Canneto Sabino, frazione di Fara in Sabina (Rieti).

Il partigiano Riva fu insignito della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: “Sebbene in difficile situazione ambientale, subito dopo l’armistizio radunava attorno a sé un gruppo di arditi volontari a capo dei quali dava continue prove di temerarietà, coraggio e sprezzo della vita, portando a compimento numerose azioni armate contro truppe tedesche attestate a presidio della zona ed infliggendo alle stesse notevoli perdite in uomini e materiali. Durante operazioni di ricupero di armi aviolanciate veniva catturato dai tedeschi. Condotto in carcere e a lungo interrogato, con minaccia di gravi rappresaglie, affinché rivelasse l’identità dei compagni di lotta, si rifiutava di fornire la benché minima informazione. Sottoposto, per ben tre giorni, a innumerevoli sevizie continuava a mantenere il più assoluto silenzio e, conscio della propria sorte, rivolgeva alla straziata moglie presente, parole di incoraggiamento dicendole: «È venuta la mia ora, stai tranquilla, io muoio per un’Italia libera e indipendente». Visto vano ogni tentativo di piegare il suo spirito indomito ed esasperati da tanta eroica resistenza, i nemici infierivano ancora su di lui con inaudita ferocia mozzandogli ambo le mani e dandogli, infine, la morte che affrontava con eroico contegno mediante fucilazione. Mirabile esempio di sublime amore per la Patria”.

Nel luogo in cui è stato giustiziato, è presente un cippo commemorativo in marmo chiaro, con incisa la seguente iscrizione a lettere capitali: “A / EDMONDO RIVA / QUI / DOVE L’IMMONDO / NAZISMO / TRUCIDÒ LA GIOVANE VITA / QUESTO CIPPO MARMOREO / A RICORDO E MONITO / CHE OGNI TIRANNIA È / CADUCA QUANDO LA / LIBERTÀ È FEDE / MONTEROTONDO / 21 GENNAIO 1901 / 6 GIUGNO 1944 / I PARTIGIANI D’ITALIA”. Esso è posto di fianco a un semplice, essenziale monumento in pietra scabra, recante una piccola targa con la scritta “UNA VITA / PER LA LIBERTÀ / E L’INDIPENDENZA / D’ITALIA”, che si staglia su di una pedana rocciosa.

Stefano Balbiani

Localizzazione

Località: Canneto Sabino
Indirizzo: cippo situato in aperta campagna
Comune: Fara in Sabina
Provincia: Rieti (RI)
Regione: Lazio
Coordinate geografiche: Latitudine 42.18147 – Longitudine 12.72848

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FONTI

Sitografia

G. Manzo, Edmondo Riva: non dimentichiamo il partigiano di Monterotondo, articolo pubblicato sul sito https://www.umbriaecultura.it/edmondo-riva-giorno-della-memoria/ consultato il 2/2/2025

Edmondo Riva, profilo biografico pubblicato sul sito https://www.anpi.it/biografia/edmondo-riva consultato il 2/2/2025

Edmondo Riva, scheda pubblicata sul sito http://www.monterotondesi.it/EDMONDO%20RIVA.html consultato il 2/2/2025

Riva Edmondo, scheda pubblicata sul sito https://www.quirinale.it/onorificenze/insigniti/13395 consultato il 2/2/2025

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 7/6/1944

Cognome / Nome: Riva Edmondo 

Formazioni d’appartenenza: formazione partigiana di Monterotondo

Data opera: non determinabile

Autore: non conosciuto 

Note: cippo visibile e liberamente accessibile

contatti

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LA RESISTENZA DEI LAVORATORI

LA RESISTENZA DEI LAVORATORI

LA RESISTENZA DEI LAVORATORI

Quando pensiamo ai luoghi della Resistenza, probabilmente vengono in mente più i sentieri di montagna o le barricate lungo le strade nei giorni dell’insurrezione più delle fabbriche. 

Queste ultime furono però un luogo chiave e i lavoratori – operai e non solo – furono indubbiamente fondamentali per il suo successo. 

In primo luogo, bisogna considerare che la guerra richiedeva molto lavoro per andare avanti: all’esercito servivano uniformi, mezzi, armi, munizioni, etc. Proprio per questo, agli inizi della guerra gran parte delle industrie italiane erano state riconvertite: in alcuni casi le industrie continuarono a produrre le stesse cose ma per l’esercito – da aerei civili ad aerei da guerra; in altri i cambiamenti erano enormi, ad esempio aziende che fabbricavano sveglie dovettero mettersi a produrre meccanismi per le bombe.

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Ad essere coinvolte non erano soltanto le fabbriche: i soldati dovevano pur mangiare, quindi anche il lavoro dei contadini e soprattutto dei braccianti era fondamentale per la guerra. Senza contare che il tutto andava poi spostato, e quindi strade e ferrovie dovevano essere tenute in ordine e serviva anche chi guidasse treni e furgoni.

Il fatto che il lavoro fosse essenziale per il successo della guerra non era privo di conseguenze: il fascismo aveva fin dall’inizio come obiettivo quello di reprimere il movimento dei lavoratori e aveva reso illegali forme di protesta come lo sciopero, ma la necessità di forniture per l’esercito fu usata come argomento per aumentare i controlli e la repressione nelle fabbriche, nelle campagne e negli altri luoghi di lavoro.

Contemporaneamente però, gli uomini abili che avevano l’età per combattere erano stati richiamati per combattere. Anche per questo, molte donne lavoravano a loro volta nonostante il fascismo avesse incoraggiato le donne a occuparsi esclusivamente della famiglia. Nonostante il contributo femminile i lavoratori, soprattutto per i ruoli che richiedevano molta esperienza, scarseggiavano al punto che anche coloro che potevano essere considerati politicamente pericolosi, ossia gli antifascisti,  potevano continuare a lavorare  nelle fabbriche.

Allo stesso tempo però, la guerra (soprattutto negli ultimi anni) aveva peggiorato di molto le condizioni dei lavoratori, soprattutto nelle fabbriche e più in generale nelle città: il cibo che era possibile avere legalmente con le tessere annonarie (che definivano le razioni assegnate ad ogni famiglia dal regime) era troppo poco e quello disponibile al mercato nero molto costoso. Nei mesi invernali, si aggiungevano anche la mancanza e l’alto costo del carbone, che all’epoca si usava per alimentare le stufe che riscaldavano le case. Anche arrivare al lavoro non era facile, per via dei bombardamenti che avevano danneggiato le strade e costretto molte persone ad evacuare lontano dalle loro case. Mancava anche la benzina, quindi molti si muovevano in bicicletta, ma sostituire le gomme consumate della bici diventava un problema perchè perfino quelle erano quasi introvabili, perchè la produzione di pneumatici era diretta quasi esclusivamente all’esercito. 

É in questa situazione difficilissima che, prima ancora dell’inizio “ufficiale” della Resistenza, esplodono gli scioperi del marzo 1943. Nonostante tutte le difficoltà, gli scioperi non si erano mai davvero fermati in epoca fascista, e le difficili condizioni negli anni della guerra li avevano fatti aumentare: nel 1942 la media era stata di 2 scioperi al mese. Si trattava di proteste che avvenivano in singoli luoghi di lavoro e generalmente si interrompevano quando arrivavano la polizia o le milizie fasciste. Le richieste degli scioperanti riguardavano le condizioni di lavoro e la paga, più che questioni più politiche. 

Nel 1943, la frequenza  degli scioperi stava  aumentando, e gli operai cominciavano a non essere disposti a ritirarsi al primo segno di reazione. In molte fabbriche, erano le lavoratrici a spegnere le macchine e mettersi a fare da barriera per impedire di riaccenderle, per proteggere i loro colleghi uomini dalle reazioni violente dei fascisti. 

A Torino, una delle più grandi città industriali italiane, i tempi sembravano maturi per l’organizzazione di uno sciopero che il regime non avrebbe potuto nascondere, partendo da una delle fabbriche più note del paese: la FIAT di Mirafiori, che si sarebbe fermata alle 10 del 5 marzo 1943. Da lì, lo sciopero si sarebbe via via esteso nelle ore e nei giorni successivi alle altre fabbriche torinesi, poi al resto del Piemonte e successivamente a Milano e alla Lombardia, arrivando a coinvolgere secondo le stime 200mila lavoratori in aziende di varie dimensioni. Diverse fabbriche rimasero occupate per giorni, nonostante i tentativi di persuasione dei dirigenti e delle autorità, che arrivarono anche a far incontrare agli operai i reduci di guerra per convincerli che scioperando danneggiavano i soldati al fronte. Il regime fu costretto a cedere il 3 aprile, decidendo l’aumento degli stipendi degli operai, e gli scioperi si fermarono entro la prima metà di aprile. 

Se non si trattava del primo sciopero, era sicuramente un cambio di passo: non solo l’interruzione del lavoro era stata coordinata tra più fabbriche, grazie all’impegno della rete clandestina degli antifascisti comunisti e socialisti, ma oltre alle richieste legate alle condizioni degli operai delle singole fabbriche, gli scioperanti avevano uno slogan comune, riportato sui primi volantini fatti circolare: “per il pane la pace e la libertà”. Si trattava insomma di un’esplicita protesta contro il regime, anche se per convincere gli operai gli organizzatori si concentrarono soprattutto sulle questioni economiche e le conseguenze della guerra.

Gli scioperi del marzo 1943  furono anche per molti operai la dimostrazione che il regime non era invincibile, e ispirarono molti di loro  ad aderire alla Resistenza, senza essere distolti nemmeno dagli arresti e dalla repressione che seguirono. 

Nell’estate successiva, la caduta del fascismo aprì una breve fase in cui i sindacati tornarono legali e i lavoratori potevano eleggere i propri rappresentanti per trattare con i datori di lavoro. Anche dopo il ripristino del regime, questi primi rappresentanti sarebbero stati un punto di riferimento per chi ne condivideva le idee, almeno fino a quando fossero rimasti in fabbrica. Contemporaneamente infatti aveva cominciato ad operare anche la resistenza, e con essa le reti clandestine compresa quella del sindacato, che era stato nuovamente proclamato illegale. In alcune aziende, vi fu anche il tentativo di rieleggere le Commissioni Interne, che riunivano i rappresentanti dei lavoratori, proponendo soltanto le liste fasciste, ma questi tentativi spesso divennero un’occasione per gli operai per manifestare la loro opposizione, come nel caso della Arrigoni di Cesena. 

Nonostante con l’occupazione tedesca i controlli si fossero inaspriti, i “comitati d’agitazione” interni alle fabbriche ricominciarono ad organizzare nuovi scioperi.

In alcune fabbriche i primi scioperi si ebbero già a novembre 1943, e di nuovo a gennaio 1944, ma presto divenne chiaro anche ai fascisti che l’anniversario degli scioperi dell’anno precedente, a partire dal 1 marzo 1944, sarebbe stato decisivo. Nonostante vari tentativi di prevenire lo sciopero (nel torinese addirittura mettendo in ferie intere fabbriche), i lavoratori tornarono a scioperare in massa in quella data.  

In questo caso si sarebbe trattato di un vero e proprio sciopero generale, a cui si unirono non solo gli operai ma anche contadini, braccianti, ferrovieri, facchini, tipografi e addirittura gli studenti. 

Gli scioperi dei tramvieri bloccarono diverse città dalla Toscana alla Lombardia , aiutati anche dai partigiani dei GAP che sabotarono le rotaie e – in particolare a Milano – anche dal fatto che gli scioperanti avevano nascosto le manovelle usate per guidare i tram per impedire ai fascisti di condurli al loro posto. 

Gli scioperi del marzo 1944 ebbero quindi grandissima partecipazione, arrivando a fermare letteralmente le città, ma la risposta fu molto diversa dal 1943: in molti luoghi i padroni delle fabbriche rifiutarono di trattare con le delegazioni degli operai e delle operaie (che spesso univano alle richieste dei colleghi maschi la rivendicazione di stipendi uguali tra uomini e donne), e decisero di chiudere le fabbriche per la durata dello sciopero, lasciando senza stipendio (e senza mensa, che all’epoca data la mancanza di cibo era un gravissimo problema) i loro dipendenti.  

La reazione del regime e degli occupanti tedeschi fu violentissima anche dopo la fine degli scioperi: centinaia di arresti e deportazioni verso i campi di concentramento in Germania. Alcuni degli operai che si erano esposti durante gli scioperi dell’anno precedente avevano già lasciato il loro lavoro per unirsi alla Resistenza a tempo pieno, e anche dopo questi nuovi scioperi molti degli operai più visibili ed esposti, sapendo di essere ricercati, presero la stessa strada, vivendo in clandestinità in città o unendosi ai partigiani in montagna. 

Gli arresti e le fughe degli organizzatori non misero però fine agli scioperi: altri operai li sostituirono e continuarono periodicamente ad organizzare proteste, nelle grandi aziende e anche fuori, anche se meno estese di quelle del marzo-aprile: nelle campagne bolognesi uno degli scioperi più significativi si ebbe a giugno 1944, mentre la Pirelli di Milano scioperò in massa nel novembre 1944, anche in ricordo di due operai uccisi nella strage di Piazzale Loreto. 

Ad ogni nuovo sciopero seguivano ancora arresti, ma sempre nuovi operai e operaie  si univano alla Resistenza, anche in reazione alla repressione del regime.  

La reazione colpì anche le lavoratrici, che prima dell’occupazione erano leggermente più protette dagli aspetti più violenti della repressione, ma dal 1944 furono arrestate e deportate quanto i colleghi uomini. 

Gli scioperi, in particolare quelli del marzo 1943 e 1944, furono tra gli episodi più visibili della resistenza da parte dei lavoratori, anche perché rappresentarono un evento che la propaganda fascista non riuscì a nascondere. 

La partecipazione dei lavoratori alla Resistenza però non si limitava a questi episodi, che spesso univano alla contrarietà al regime anche la rivendicazione di migliori stipendi e condizioni di vita per i lavoratori.

La Resistenza – in fabbrica come altrove – si faceva quindi in molti altri modi. 

In primo luogo, i prodotti delle fabbriche stesse erano spesso utili e necessari non solo all’esercito di Salò ma anche ai partigiani. Quindi munizioni, armi, ma anche vestiti, medicine, cibo, prenumatici o altro venivano quindi a volte sottratti direttamente dalle fabbriche che li producevano per farli avere ai partigiani. In alcuni casi, i dirigenti e i proprietari delle aziende erano se non esplicitamente complici, quantomeno consapevoli di quello che succedeva al loro interno e disposti a chiudere un occhio, almeno fino a quando non subivano la pressione degli occupanti. Più rari – ma non inesistenti – furono i casi in cui gli industriali stessi parteciparono attivamente alla Resistenza, anche mettendo i propri prodotti e le proprie aziende a disposizione dei partigiani. 

Oltre che a essere un luogo dalle cui scorte si poteva attingere, le fabbriche erano un luogo dove poteva essere molto facile nascondere o passarsi materiali. Negli anni ‘40, infatti, le principali fabbriche erano luoghi anche molto grandi, che arrivavano a occupare diversi isolati, e dove lavoravano centinaia o addirittura migliaia di persone. Era quindi impossibile sorvegliare costantemente tutte le fabbriche e tutti gli operai. Proprio per questo le fabbriche erano spesso usate per nascondere materiali di ogni tipo, sfruttando il fatto che gli operai sapevano dove non sarebbero stati trovati. Le fabbriche diventavano quindi depositi di materiali da inviare ai partigiani, spesso anche provenienti da fabbriche vicine, o addirittura di armi da usare nelle azioni in città. 

Oltre a servire come deposito per i materiale da far avere ai partigiani, le fabbriche potevano essere – ed erano – anche un luogo di scambio, ottimo per passarsi o anche distribuire ai colleghi materiale di propaganda come i volantini o la stampa clandestina, o per passarsi con discrezione informazioni legate alle attività partigiane o altri messaggi da diffondere. 

Naturalmente tutto questo poteva avvenire anche fuori dalle fabbriche, e coinvolgere lavoratori di tutti i tipi: nei negozi, in strada, al mercato, nelle scuole e nelle università, addirittura negli ospedali o nelle parrocchie le persone legate alla Resistenza contribuivano a nascondere i ricercati, a procurare materiale o passare informazioni ai partigiani. Anzi, in molti casi queste tipologie di lavoratori erano meno controllati degli operai, per cui pur operando in un ambiente più piccolo delle fabbriche correvano meno rischio di essere scoperti. Gli operai infatti non potevano uscire o entrare a piacimento dal lavoro, tanto che in alcuni casi come alla Borletti di Milano, lavoratori e lavoratrici legati alla Resistenza come Carlotta Regina Thomas falsificavano i cartellini delle presenze per fornire un alibi ai colleghi impegnati in azioni partigiane durante l’orario di lavoro.

Un’altra forma di partecipazione alla Resistenza nelle fabbriche, che era già cominciata prima del 1943, erano i sabotaggi, soprattutto di quelle produzioni più direttamente legate alle esigenze dell’esercito. Questo tipo di azioni era condotto con la complicità o direttamente dagli operai legati alla Resistenza, ma sempre in modo da non far individuare i responsabili: magazzini di materiali o bruciati nottetempo o addirittura fatti saltare, macchine che venivano bloccate o rotte, produzioni difettose. Ovviamente questo tipo di sabotaggio era molto rischioso per chi lo compiva, soprattutto internamente, ma gli operai conoscendo molto bene il loro mestiere erano spesso in grado di farlo senza lasciare tracce. 

Con l’inizio dell’occupazione alcune forme di sabotaggio divennero difficili, dato che le produzioni strategicamente più significative erano sorvegliate anche militarmente. Allo stesso tempo la presenza della Resistenza partigiana assicurava maggior copertura agli operai e in alcuni casi permetteva azioni più eclatanti, soprattutto ai danni di ferrovie, strade e mezzi di trasporto, dato che erano più difficili da sorvegliare in ogni singolo tratto e interrompere i collegamenti era un modo molto efficace di danneggiare le operazioni degli occupanti. 

Con l’avvicinarsi dell’insurrezione, i sabotaggi diminuirono, soprattutto quelli dei macchinari o delle strade: tutto doveva poter tornare a funzionare nel minor tempo possibile dopo la Liberazione, e occorreva anzi impedire ai tedeschi e ai fascisti di distruggere ciò che si lasciavano alle spalle, pur cercando di ostacolarne la fuga. In alcune zone, ad esempio, i partigiani si organizzarono per barricare strade e ferrovie, in modo da impedire ai tedeschi di usarle, facendo però in modo di poterle liberare in fretta per facilitare l’avanzata degli alleati. Durante l’insurrezione delle varie città, soprattutto settentrionali, le squadre partigiane ebbero addirittura l’ordine di proteggere alcune fabbriche particolarmente importanti e sorvegliarne gli ingressi, per impedire che fossero saccheggiate e distrutte dai tedeschi e dai fascisti.

Alice Leone

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FONTI

Bibliografia

G. Carbone, Gli scioperi del 1943-44. Il ruolo decisivo della classe operaia nella lotta al nazifascismo, Borghetto Lodigiano, Il Papiro Editrice “Altrastoria”, 1994

L. Romagnoli, Relazione generale sullo sciopero delle mondine bolognesi, giugno 1944, Bologna, Camera confederale del lavoro – Archivio storico, Centro documentazione, 1981

G. De Luna, Operai e Consigli nella politica del Partito d’azione a Torino (1943-1945), in  «Mezzosecolo. Materiali di ricerca storica», 1975, n. 2, Annali 

I. Guerrini – M. Pluviano, Savona, 1° marzo 1944. Lo sciopero : “inutili sono stati tutti i passi fatti, inutile ogni ricerca” : operai e città tra resistenza, repressione, esigenze dell’economia di guerra nazionalsocialista, Acqui Terme, Impressioni Grafiche, 2021

Antifascismo e resistenza scritti sulla pietra : lapidi e cippi a Cesena e nella Valle del Savio, Cesena, Il ponte vecchio, 2024 

A. Scalpelli, Il grande contributo degli scioperi del ’44 alla Resistenza, il ricordo degli scioperi del 1944 e dell’importanza di questi anche a livello internazionale, in «Triangolo rosso», 1981, n. 2-3

B. Golo, Come ho vissuto gli scioperi del 43-44, in «Triangolo rosso», 1981, n. 2-3

A. Pampaloni, Dal diario di un protagonista, in «Triangolo rosso», 1981, n. 2-3

E. Barili, Le donne per gli scioperi: scelta ideale per la partecipazione ad una società nuova, in «Triangolo rosso», 1981, n. 2-3

Sitografia

G. Rispoli, Marzo ’44, i giorni della Breda, articolo pubblicato sul sito

www.collettiva.it consultato il 28/6/2025

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I SINDACI PARTIGIANI

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I “sindaci partigiani” sono quei sindaci italiani che, durante la Resistenza (1943-1945), si sono distinti per il loro impegno antifascista e nella lotta contro l’occupazione nazifascista. Molti di loro, infatti, erano attivamente coinvolti nel movimento partigiano, contribuendo alla liberazione dell’Italia dal regime fascista e dalla Germania nazista. Questi sindaci hanno svolto un ruolo cruciale non solo nella gestione dei territori, ma anche nell’organizzare la resistenza, nel sostenere la popolazione e nel contribuire alla nascita della Repubblica Italiana.

Caratteristiche principali dei sindaci partigiani:

  1. Impegno nella Resistenza: Molti sindaci partigiani erano anche membri della Resistenza, e si univano ai gruppi partigiani per combattere contro il fascismo e l’occupazione nazista.
  2. Sostenitori dei valori democratici: Dopo la fine della guerra, molti di questi sindaci divennero protagonisti nella ricostruzione del paese e nella promozione dei valori della democrazia e della libertà.
  3. Simboli locali di resistenza: In alcune città, i sindaci partigiani sono considerati eroi locali, simboli della resistenza contro l’oppressione fascista.
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Questi sindaci sono esempi di figure che hanno saputo unire l’amministrazione locale con l’impegno politico e sociale contro la dittatura fascista, contribuendo alla formazione della democrazia repubblicana in Italia.

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L’ATTIVITÀ NELLE SCUOLE

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Come il resto della società italiana, anche la scuola è stata un luogo di attività della Resistenza, anche se con caratteristiche diverse rispetto ad altri ambienti.

Data la sua importanza nell’influenzare le opinioni degli allievi e dei futuri cittadini, non stupisce che il fascismo abbia tentato di controllare e di imporre con più forza la sua influenza sul sistema di istruzione, sfruttando anche il fatto che alcuni protagonisti della pedagogia italiana, a partire da Giovanni Gentile, si fossero schierati a favore del regime, almeno inizialmente. 

Oltre a non potersi organizzare nei sindacati, gli insegnanti erano stati costretti a iscriversi al Partito fascista,  i libri di testo erano rigidamente censurati (per le scuole elementari esisteva addirittura un solo libro imposto a tutti) e il lavoro dei docenti era costantemente controllato da presidi e soprintendenti. 

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Questa serie di restrizioni avrebbe dovuto assicurare al regime una scuola totalmente fedele al fascismo: il dissenso era duramente represso tra gli studenti e ancor più tra i docenti. L’obiettivo principale erano gli insegnanti più visibilmente ed esplicitamente antifascisti: una parte dei quali fu arrestata o licenziata dopo denuncia dei colleghi o dei superiori; altri furono cacciati dopo le leggi razziali del 1938 perché di origine ebraica. 

Altri ancora lasciarono l’insegnamento dopo aver rifiutato di obbedire ad una delle condizioni che via via il regime imponeva per poter insegnare: il giuramento di fedeltà (prima allo Stato e poi addirittura alla RSI) oppure l’iscrizione al PNF, il partito fascista. 

In qualche caso, soprattutto nel passaggio intorno alla nascita della RSI, questo rifiuto fu talmente plateale da segnare il destino del diretto interessato: è il caso di Salvatore Canalis, insegnante del collegio militare, arrestato il giorno dopo aver rifiutato di giurare dicendo che avrebbe preferito morire.

In qualche caso il rifiuto di aderire al regime divenne invece un esempio usato per promuovere la  Resistenza. Il più famoso esempio è sicuramente quello di Concetto Marchesi che nel novembre 1943  trasformò l’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università di Padova in una manifestazione di aperto dissenso nei confronti del regime e pochi giorni dopo dalla clandestinità scrisse un appello agli studenti ad aderire alla Resistenza.                    

Mentre figure di spicco come Marchesi una volta lasciato l’insegnamento si dedicarono a tempo pieno alla Resistenza,  molti insegnanti nella stessa situazione, pur prendendo parte alla lotta di Liberazione, dovettero trovare un lavoro per potersi mantenere. 

Alcuni, come Raffaello Giolli, rimosso dal suo incarico di docenza dopo l’arresto nel 1940, si mantennero scrivendo articoli sulle materie che avevano insegnato, per poi utilizzare l’esperienza e i contatti ottenuti a vantaggio della stampa clandestina. Lo stesso avvenne per molti studiosi ebrei che dopo le leggi razziali continuarono a contribuire sotto falso nome su varie riviste accademiche, grazie anche alla copertura di ex colleghi. Un esempio di casa editrice dove furono assunti diversi studiosi ebrei dopo le leggi razziali era La Nuova Italia, diretta da Ernesto Codignola, inizialmente collaboratore di Gentile e sostenitore del fascismo ma poi diventato dirigente del Partito d’Azione, che il figlio Tristano avrebbe rappresentato nell’Assemblea costituente.

Altri ancora lavorarono come insegnanti privati durante gli anni della guerra (è il caso di Adele Ceva) oppure trovarono lavoro nelle scuole private, inizialmente escluse dall’obbligo di iscrizione al partito fascista: è il caso di Egidio Bertazzoni, docente alla scuola del libro della Società Umanitaria. Per questi ultimi però la situazione sarebbe cambiata nel 1943, quando l’iscrizione al PNF fu resa obbligatoria anche nelle scuole private.

Con la nuova stretta del 1943 e l’obbligo di giuramento del 1944, il regime poteva forse illudersi di avere rimosso dalla scuola tutti gli antifascisti. Come spesso succede, però, la realtà dei fatti era però più complessa. 

Innanzitutto, non tutti gli antifascisti convinti rifiutarono di giurare o iscriversi al PNF: molti di loro scelsero almeno in un primo tempo di fingersi fedeli al regime per non perdere il proprio lavoro o per nascondere il proprio ruolo nella Resistenza.

In alcuni casi, anche insegnanti che non facevano troppo mistero del proprio antifascismo non furono identificati immediatamente. Uno dei primi organizzatori della Resistenza comunista a Roma, Gioacchino Gesmundo, arrestato dopo che in casa sua furono trovati materiali per preparare un attentato contro gli occupanti tedeschi e ucciso alle fosse ardeatine, insegnava al Liceo Cavour di Roma ed era talmente esplicito nelle sue critiche al regime da convincere numerosi ex allievi a seguirlo nella Resistenza dopo l’8 settembre, e nonostante questo non era mai stato denunciato.

In qualche caso, gli insegnanti antifascisti restarono in servizio perfino dopo una condanna. Questo valeva soprattutto per gli antifascisti di lunga data, condannati diversi anni prima. Ne è un esempio la storia di Pilo Albertelli, futuro fondatore del Partito d’Azione e anche lui martire delle fosse ardeatine, condannato al confino nel 1928 per aver svolto attività antifascista tra gli studenti. Nonostante i suoi precedenti, Albertelli sarebbe poi riuscito a diventare professore di storia e filosofia in un liceo classico di Roma, che ora è intitolato a lui.

In altri casi, come quello di Salvatore Principato, una delle vittime di Piazzale Loreto, l’espulsione dalla scuola era stata solo parziale: dopo il suo arresto del 1933 smise di insegnare alla scuola serale ma rimase maestro elementare alla scuola di Piazza Leonardo da Vinci a Milano fino al 1944. Inoltre, in molti casi l’espulsione della scuola aveva riguardato solo le figure più esposte e non quelle a loro vicine (spesso donne), che continuarono a contribuire alla Resistenza e a sostenere l’attività di coloro che erano stati esclusi dall’ambiente scolastico: ne sono esempi Giuseppina Bertazzoni, moglie di Egidio, e Marcella Chiorri, moglie di Salvatore Principato e militante attiva dei Gruppi di difesa della donna (GDD) milanesi, che continuarono entrambe a insegnare alle scuole elementari anche dopo l’arresto dei rispettivi mariti.

Poteva anche succedere che gli insegnanti esclusi dalla scuola continuassero il loro lavoro sotto falso nome nelle scuole private. È il caso di insegnanti di origine ebraica, espulsi a seguito delle leggi razziali, come Lia Corinaldi. 

In generale, le scuole private erano comunque meno controllate di quelle statali, e proprio per questo era più facile utilizzarle per nascondere persone – insegnanti ma anche allievi – costretti a vivere in clandestinità. Un ruolo importantissimo in questo lato della Resistenza fu giocato dalle strutture religiose: non solo scuole, ma anche colonie per ragazzi in campagna (concepite per allontanarli dalle città bombardate) e monasteri furono usati dalla rete dei sacerdoti cattolici legati alla Resistenza per nascondere i ricercati e ospitarli sulla via della fuga all’estero. Anche OSCAR ossia “Organizzazione soccorsi cattolici antifascisti”, la rete segreta di scout e altri giovani delle associazioni cattoliche che si occupava appunto di nascondere e fare fuggire i ricercati dal regime, era nata al Collegio San Carlo di Milano, dove don Aurelio Giussani si occupava di falsificare i documenti per chi chiedeva aiuto prima di indirizzarli dove si sarebbero nascosti prima di essere accompagnati oltre confine.   

Chi aderiva alla Resistenza poteva quindi contribuire in molti modi diversi: scrivendo sui giornali clandestini, distribuendo quelli e altro materiale di propaganda, nascondendo i ricercati o i materiali diretti ai partigiani, reclutando nuovi partecipanti e diffondendo i valori della Resistenza. 

La Resistenza nelle scuole aveva però alcune caratteristiche particolari tutte sue. Come spiega la già citata Lia Corinaldi, che oltre a vivere sotto falso nome era parte dei GDD con il nome di battaglia “Bianca”, l’attività di reclutamento per la Resistenza a scuola “[…] veniva fatta quasi sempre inevitabilmente allo scoperto: gli insegnanti e gli studenti che prendevano contatto con insegnanti e studenti non potevano proteggersi dietro nomi di battaglia, ma anzi si appoggiavano alle proprie dirette conoscenze. Anch’io […] avvicinavo gli insegnanti con la mia vera identità. In generale cercavo di incontrarli per la strada e il fatto che mi riconoscessero, mi salutassero ed accettassero di parlare con me era già una prova che non si adeguavano alle leggi fasciste che mi avevano posta al bando come ebrea, e che potevano essere disposti a correre dei pericoli”. (Corinaldi, 1976, p. 200)

Oltre alla mancanza di anonimato, nel racconto di Lia Corinaldi compare anche un altro dettaglio che caratterizzava la Resistenza nelle scuole: la cooperazione tra insegnanti e alunni (ovviamente dalle scuole superiori in su). I rappresentanti degli studenti facevano parte insieme a quelli degli insegnanti dei CLN (comitati di liberazione nazionale, gli organi ufficiali della Resistenza) della scuola. Anche gruppi più informali, come quello di cui facevano parte Laura Conti e Maria Arata includevano sia studenti sia insegnanti. 

Oltre a collaborare con i professori, gli studenti si organizzavano anche autonomamente per partecipare alla Resistenza. In questo senso l’esempio più evidente è quello del Fronte della Gioventù, fondato da Eugenio Curiel. Il Fronte della gioventù, come suggerisce il nome, riuniva i giovani che facevano parte della Resistenza, a prescindere dal partito politico di appartenenza. Curiel infatti era convinto che l’antifascismo dovesse concentrarsi proprio sui giovani, che pur essendo cresciuti sotto il fascismo ne vedevano i difetti e dovevano costruire il mondo che sarebbe nato dopo la Liberazione.

Dato che in quegli anni molti ragazzi iniziavano a lavorare presto, non tutti gli aderenti al Fronte della gioventù erano studenti, ma c’erano anche molti lavoratori, spesso operai.

Esistevano invece gruppi più propriamente di studenti, come il Gruppo di agitazione studentesca di cui faceva parte Anna Enrica Filippini-Lera, che insieme alla cugina Vera Michelin-Salomon si occupava di distribuire volantini davanti alle scuole e di cercare di impedire lezioni ed esami, dato che potevano prendere parte solo gli studenti autorizzati dall’esercito repubblichino e non chi rifiutava di combattere per i fascisti.

Un ultimo aspetto da considerare in tema di scuola e resistenza riguarda quale scuola e università si immaginava chi combatté nella Resistenza.

Innanzitutto, la Resistenza era essa stessa una scuola, soprattutto di materia politica: per molti, come ad esempio Margherita Fasolo, parte attiva della resistenza fiorentina e anche lei insegnante, la militanza antifascista cominciò proprio cercando e prestandosi libri proibiti a vicenda con i futuri compagni di lotta. 

Anche nelle brigate partigiane era previsto i meno esperti fossero istruiti non solo sulla vita partigiana ma anche su quello per cui stavano combattendo; nelle prigioni e al confino tra i detenuti circolavano libri quando non si organizzavano vere e proprie lezioni, concentrandosi spesso sulle teorie politiche proibite dal regime; i giornali clandestini e la propaganda contenevano anche articoli che spiegavano quelle stesse materie e teorie. 

I CLN della scuola, oltre ad organizzare scioperi ed azioni di Resistenza, si occupavano con i loro decreti di come far ripartire la scuola dopo la Liberazione, senza più le restrizioni imposte dal fascismo, e come permettere a coloro che ne erano stati esclusi di ritornare il prima possibile, recuperando gli esami persi mentre erano in clandestinità.

Il più famoso esempio di soluzione a questa questione è quello dei Convitti Scuola della Rinascita, immaginate ancora in piena guerra di liberazione, e poi diventate realtà in molte città italiane, frequentate inizialmente agli ex partigiani ma poi via via aperte ad altri. Le scuole rinascita non furono però soltanto delle specie di scuola di recupero per gli ex combattenti della Liberazione, ma un luogo di sperimentazione di metodi di insegnamento nuovi, molto lontani da quelli usati nella scuola fascista.

Come spiega Lia Corinaldi “Chi non ha vissuto nel periodo fascista non può rendersi conto della libertà che si è conquistata, nonostante i limiti, i contrasti e anche le diverse interpretazioni che ne incepparono poi la piena attuazione. Lotta di liberazione era anche liberare gli animi dall’asservimento politico e morale con l’acquisizione di una consapevolezza politica, premessa per partecipare all’azione.” (Corinaldi 1967, p.199)

La Resistenza si occupò quindi anche di immaginare come costruire una nuova scuola, più libera e plurale di quella fascista che controllava e imponeva ogni aspetto delle lezioni. I partigiani sapevano infatti bene che della nuova società libera che stavano costruendo avrebbe dovuto far parte anche una nuova scuola. É anche grazie a questa esperienza che la libertà di insegnamento è parte della nostra Costituzione, il cui articolo 33 comincia con “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Alice Leone

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FONTI

Bibliografia

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P. Callegari, Il coraggio della libertà. La scuola milanese durante il fascismo e la resistenza, Novara, 1992

E. Codignola, Memoriale autobiografico, in L. Borghi «Ernesto Codignola in 50 anni di battaglie educative : pagine di diario e Memoriale autobiografico di Ernesto Codignola», Firenze, 1967, pp. 182-190

T. Codignola, Relazione, in N. Raponi «Scuola e Resistenza. Atti del convegno promosso dalla Reg. Emilia-Romagna per il XXX della resistenza», Parma, 1978, pp. 15-41

L. Corinaldi, Resistenza e intellettuali in Piemonte, in «Mezzosecolo. Materiali di ricerca storica», n. 2, Annali 1976-1977, pp. 171-228

M. Franzinelli, Il filosofo in camicia nera. Giovanni Gentile e gli intellettuali di Mussolini, Milano, 2021

A. Giussani, Diario Clandestino. Appunti di vita partigiana, Milano, 1955

L. Leris, La scuola di libertà e democrazia nelle carceri fasciste, in N. Raponi «Scuola e Resistenza. Atti del convegno promosso dalla Reg. Emilia-Romagna per il XXX della resistenza», Parma, 1978, pp. 195-204

G. Lopez, La scuola ebraica: dall’emarginazione all’autocoscienza, in N. Raponi «Scuola e Resistenza. Atti del convegno promosso dalla Reg. Emilia-Romagna per il XXX della resistenza», Parma, 1978, pp. 97-104

C. Marchesi, Discorsi Parlamentari, 1945-1957, Roma-Bari, 2008

C. Raimo, Scuola e Resistenza. L’attivismo pedagogico tra fascismo e democrazia, Milano, 2024

F. A. Zorini, I Convitti Scuola della Rinascita, in N. Raponi «Scuola e Resistenza. Atti del convegno promosso dalla Reg. Emilia-Romagna per il XXX della resistenza», Parma, 1978, pp. 241-246

Sitografia

Pilo Albertelli, scheda storico biografica pubblicata sul sito www.terradimemorie.it consultato il 20/3/2025

Gioacchino Gesmundo, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 21/3/2025

Salvatore Canalis, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 24/3/2025

Raffaello Giolli, scheda storico biografica pubblicata sul sito www.terradimemorie.it consultato il 20/3/2025

Vera Michelin-Salomon, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 27/3/2025

Anna Enrica Filippini-Lera, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 21/3/2025

Laura Conti, informazioni storico biografiche sul sito www.terradimemorie.it consultato il 26/3/2025

Salvatore Principato, scheda storico biografica pubblicata sul sito www.terradimemorie.it consultato il 20/3/2025

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LA STAMPA CLANDESTINA

LA STAMPA CLANDESTINA

LA STAMPA CLANDESTINA
Nell’estate del 1943 il consenso al Regime fascista è ormai minimo. Tre anni di guerra, contrassegnati da pesanti sconfitte sul campo per l’esercito italiano, si sono accompagnati alle distruzioni causate dalle bombe alleate e dalla scarsità di beni di prima necessità. Negli stabilimenti industriali, duramente colpiti dall’aviazione alleata, gli scioperi del marzo 1943 hanno certificato l’ormai insanabile frattura tra la classe operaia e il regime. L’operazione “Husky”, l’invasione alleata della Sicilia nel luglio dello stesso anno, concorre a decretare la fine del fascismo mussoliniano. Il re Vittorio Emanuele III è sempre più intenzionato a separare il destino della Monarchia da quello del Fascismo che egli stesso aveva avallato. Il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo destituisce Benito Mussolini. Da quel momento l’Italia entra in una condizione bizzarra, segnata dall’ambiguità, una sorta di limbo che, nel settembre successivo, si trasformerà nell’inferno della Guerra civile e della Guerra di Liberazione.
In un clima del genere, segnato dal crollo delle certezze, i partiti che il fascismo aveva a suo tempo messo fuorilegge, scorgono – Partito Comunista e Partito d’Azione in primis –  la possibilità della riscossa.
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Eppure, a parte una davvero esigua minoranza politicamente consapevole, la maggior parte degli italiani è priva di interesse – e di metodo – per anche solo avvicinarsi alle “questioni politiche”. È necessario parlare agli italiani, attivare il loro interesse, renderli insomma partecipi del destino del proprio paese e dei guasti che hanno condotto alla situazione attuale. Lo strumento migliore per comunicare alle masse è rappresentato dal materiale stampato clandestinamente.

In quelli che passano alla storia come “i quarantacinque giorni” – dal 25 luglio all’8 settembre 1943 – l’Italia è retta dal Governo Badoglio I. Il paese continua a rimanere in guerra a fianco della Germania e non vi è libertà di stampa o di associazione politica. Tuttavia i partiti si organizzano ed in quel periodo cominciano a circolare, pur essendo teoricamente illegali, le prime pubblicazioni antifasciste: a Milano «L’Unità», famosissima testata comunista, riesce a dare alle stampe ben 5 numeri. 

Questo aspetto, inerente ad una pubblicazione legata ad un’ideologia politica precisa, mette in luce una delle caratteristiche della stampa resistenziale, ovvero il diverso grado di preparazione con cui i diversi partiti antifascisti giungono all’estate-autunno del 1943: alcuni, come il Partito Comunista appena citato, hanno già delle “basi”: una struttura clandestina ed un bagaglio di esperienze che li rende più preparati di altri, anche nella produzione e nella distribuzione di materiale a stampa clandestino, cosa che ad esempio inizialmente non vale per i socialisti.

In ogni caso è con il settembre del 1943 e l’inizio della stagione resistenziale – il biennio 1943-45 – che la stampa di materiale clandestino conosce la sua massima espansione. Ma cosa si intende dunque per stampa clandestina? Ad essa ci si può riferire non esclusivamente quando si parla di materiale stampato: possiamo considerare “stampa clandestina” anche il materiale ciclostilato, dattiloscritto, perfino scritto a mano, redatto da quei gruppi che, dopo la “ricostituzione” del Fascismo con la Repubblica Sociale Italiana – RSI, vengono giudicati illegali. Pertanto il cartacei di questo tipo, prodotti e diffusi in vari formati dai partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, dalle formazioni armate partigiane – collegate ad esso oppure indipendenti -, dalle organizzazioni di massa ma anche di gruppi minori di incerta collocazione, rientrano nella categoria. È bene specificare che non si tratta di una classificazione rigida ma che può essere adottata o meno a seconda degli aspetti che si vogliono studiare/approfondire, seguendo certo dei criteri logici.

Ebbene nei diciotto mesi che scandiscono la storia della Resistenza italiana, un enorme mole di materiale inseribile nella categoria di “stampa clandestina” viene prodotto e diffuso nell’Italia occupata dalle forze armate tedesche, il teatro dello scontro tra il Movimento di Liberazione e le truppe nazifasciste. Sono centinaia di migliaia le pagine di varia forma e natura – giornali, opuscoli, riviste e volantini – che si trovano a circolare tra le valli ed i grandi centri urbani dell’Italia settentrionale.

Il primo grande scoglio per cercare di comprendere i numeri reali di queste pubblicazioni, risiede nel contesto in cui esse sono state create. Il materiale a stampa clandestina è pensato per propagandare idee considerate fuorilegge dal potere dominante, pertanto si tratta di materiale pericoloso per chi lo detiene. Per questo motivo grande parte di esso viene distrutta dopo aver svolto la sua funzione, per evitare che il lettore/detentore possa passare dei guai. Inoltre, durante le grandi operazioni di rastrellamento antipartigiano, la distruzione dei documenti da parte dei partigiani stessi e dei comandi militari è prassi comune: il nemico deve avere meno informazioni possibili.

Daria Gabusi, nel suo saggio La stampa della Resistenza (2006) – fonte fondamentale per la redazione di questo testo insieme ai lavori di Laura Conti – individua tre distinte fasi nella diffusione del materiale clandestino, sia esso di informazione o di propaganda. Il primo periodo viene fatto risalire tra l’annuncio dell’armistizio, l’8 settembre 1943, ed il dicembre successivo. Il secondo è individuato tra il settembre e l’ottobre dell’anno dopo, il 1944, ed il terzo invece coincide con la stagione della liberazione, nella primavera del 1945. Ciò che suggerisce questa periodizzazione è che la stampa clandestina vada di pari passo con il maggior vigore dell’azione partigiana, per poi ridimensionarsi nei momenti difficili, caratterizzati dai grandi rastrellamenti nazifascisti e dalle stagioni fredde, naturali momenti di ripiego della combattività delle formazioni irregolari.

Per quanto riguarda una geografia della stampa clandestina, questa va ricercata nel particolare contesto dell’Italia tra il 1943 ed il 1945. La maggior parte del materiale circola nell’Italia occupata del Centro-Nord. Non mancano affatto pubblicazioni prodotte nell’Italia già liberata dagli alleati, anche se il protrarsi della guerra consente ai partiti ed alle formazioni militari partigiane uno sviluppo ed una diffusione più strutturata della stampa nella parte superiore della penisola. Accanto a ciò occorre specificare che, nell’Italia sotto il controllo angolamericano, le pubblicazioni che possono circolare sono quelle ben viste dal Comando alleato, in particolare per quanto riguarda i giornali.

Volendo interrogarsi sui numeri che caratterizzano il materiale stampato clandestinamente, i centri più produttivi sono le città: nei grandi centri urbani le tirature sono molto alte e possono arrivare ad aggirarsi anche sulle ventimila copie per una singola edizione. Il materiale stampato in città è pensato per essere diffuso all’interno di essa ma anche per essere portato al di fuori della cerchia cittadina e distribuito nelle aree limitrofe; un maggior numero di copie significa una maggior distribuzione sul territorio. Per quanto riguarda il trasporto del materiale stampato, il compito spetta alle staffette – figure chiave della Resistenza – le quali portano plichi di cartaceo nei centri dove questo viene smistato e preparato per la distribuzione: essere fermati da una pattuglia o da un posto di blocco tedesco/fascista con del materiale di propaganda conduce al fermo, agli interrogatori, non raramente alle torture, alla deportazione, alla morte.

La grande diffusione della stampa clandestina durante la Resistenza testimonia non solo il notevole sforzo riposto dai partiti nella causa della liberazione ma una più generale partecipazione civile: al netto di coloro che sono attivamente impegnati nel Movimento di Liberazione – dai dirigenti ai partigiani, arrivando infine ai semplici sostenitori – la curiosità per un’informazione “altra”, cioè non caratterizzata dalla retorica fascista, si diffonde.

Se si volessero sinteticamente indicare le motivazioni o gli obiettivi che spingono alla creazione ed alla diffusione della stampa clandestina si potrebbe dire che essi variano a seconda delle linee che caratterizzano i singoli partiti, ma che hanno, al contempo, degli aspetti in comune. Vi sono realtà come il Partito Comunista, il Partito d’Azione, che vedono nella stampa la possibilità di attivare e coinvolgere le masse: ecco dunque che un giornale od un opuscolo possono essere utilizzati per spiegare quelle che sono le ragioni della lotta contro l’occupante tedesco ed fascismo saloino, le tappe storiche che hanno condotto il Fascismo a prendere il sopravvento in Italia, od ancora gli obiettivi a cui si dovrebbe puntare una volta sconfitto definitivamente il nazifascismo.

Eppure è bene specificare che i limiti incontrati sulla strada di questo “dialogo con le masse” sono tanti. In primis non è per nulla scontato che siano note le tecniche di redazione necessarie, ad esempio, a stampare un giornale: è fondamentale scoprire o riscoprire come si fa il giornalismo poiché, per quasi vent’anni, le uniche voci cartacee consentite sono quelle vagliate ed indirizzate dal fascismo. Inoltre l’opera di stampa è di per sé complessa: non tutti i partiti nelle loro ramificazioni locali possiedono il materiale necessario, dall’inchiostro ai macchinari, tantomeno le formazioni partigiane. Sono gli organi di partito a poter contare solitamente su stamperie adeguate, mentre più generalmente le attività di questo tipo sono guidate dalla precarietà e dal coraggio – o dall’ingegno – dei singoli gruppi o individui. Anche in questo caso emerge ben presto la differenza di organizzazione che caratterizza i diversi partiti, tra i quali i più strutturati nel campo della produzione e diffusione di materiale clandestino si rivelano essere PCI, Pd’A ed anche PSIUP, ovvero il Partito Socialista di Unità Proletaria. 

Inoltre il procedimento stesso è rischioso ed i vari protagonisti lavorano con il tangibile rischio di essere individuati ed incarcerati. Sono diversi i nomi di antifascisti attivi nella filiera della redazione di stampa clandestina che pagano con la vita il loro operato; essi spaziano dai “tecnici” ai redattori, dalle staffette ai distributori del materiale. Tra i nomi dei caduti più noti figurano quelli di Eugenio Curiel – intellettuale con un ruolo dirigenziale nelle pubblicazioni comuniste «L’Unità» e «Nostra lotta»; Carlo Bianchi e Teresio Olivelli – fondatori de «Il Ribelle», di ispirazione cattolica; Leone Ginzburg, direttore di «Italia Libera» del Pd’A; Eugenio Colorni, tra coloro che scrissero il «Manifesto di Ventotene» e, durante la Resistenza, redattore capo del quotidiano del Partito socialista «Avanti!».

Occorre a questo punto una distinzione, volendo approfondire il discorso, in merito alle varie tipologie di materiale stampato in clandestinità. È possibile utilizzare una divisione in tal senso che rispecchia le peculiarità della Resistenza, vissuta e combattuta in contesto urbano o sulle montagne.  

Da un lato – in città – abbiamo appunto una diffusione della stampa dei partiti del Comitato di Liberazione. Questa si caratterizza per la sua volontà di influenzare ed orientare l’opinione pubblica, pertanto assume una valenza generalmente più politica. Questo non significa che la stampa clandestina in città parli esclusivamente di questioni complesse – e non sia mirata anche ad “agitare” – ma che, tra le sue pubblicazioni, ci sia una certa varietà. Pertanto accanto ai periodici ufficiali compaiono tanto riviste che trattano temi specifici – pensate per minoranze che “masticano” il linguaggio politico – quanto edizioni rivolte a categorie di pubblico ben definite come le donne od i giovani. Notevole è l’attenzione riservata al mondo dei lavoratori delle singole professioni, manifesta attraverso materiale destinato ad esempio agli operai di fabbrica o ai contadini.

Per quanto riguarda il Comitato di Liberazione Nazionale nelle sue diramazioni, attività editoriali si concretizzano in pubblicazioni ufficiali e ben diffuse come «La Riscossa italiana. Organo Piemontese del Fronte di liberazione nazionale» ed altre circolanti invece più a livello locale, come ad esempio il «Bollettino quotidiano d’informazioni» nell’Ossola dell’autogoverno partigiano o «Fratelli d’Italia» in Veneto. 

I partiti impegnati nella lotta al nazifascismo fanno circolare i loro giornali nazionale, veri e propri “organi di partito”, come dichiarato nei sottotitoli. Questi sono portati a seguire la linea delle rispettive forze politiche anche se le singole edizioni hanno i loro protagonisti e dunque le loro particolarità: non mancano pertanto le divergenze di opinioni tra le redazioni delle diverse città. Il Partito Comunista Italiano è presente con «L’Unità», celebre testata nazionale con le sue edizioni milanese, romana e napoletana; vi sono poi una ventina di edizioni locali. Generalmente la linea seguita ha un carattere agitatorio ed informativo. A «L’Unità» sono legati nomi illustri come quelli del già citato Curiel, Pietro Secchia, Mauro Scoccimarro, Giorgio Amendola, Celeste Negarville ed altri ancora. Il Partito d’Azione parla attraverso «Italia libera», diffuso Roma, a Milano e a Torino. Anche nel caso del principale giornale azionista i nomi di spessore sono tanti e spaziano da quelli di Leone Ginzburg a Riccardo Lombardi, da Leo Valiani a Franco Venturi. L’Organo del PdA si rivela importante per mettere in evidenza l’approccio azionista alla lotta contro tedeschi e fascisti; tra le sue pagine vengono ribadite con forza posizioni contro la monarchia e contro Pietro Badoglio. Il Partito Socialista è presente con «L’Avanti! Giornale del partito socialista di unità proletaria» con le sue edizioni per le città di Roma, Milano, Torino, Firenze, Venezia, Bologna. Nella capitale il giornale socialista è diretto da Pietro Nenni e Giuseppe Saragat, mentre a Milano è curato da Guido Mazzali e Renato Carli Ballola. Particolarità che emerge dalle pagine de «L’Avanti!» è data dall’intento educativo che il giornale si propone; anche in questo caso evidenti sono le posizioni anti badogliane ed antimonarchiche. Per quanto riguarda la stampa clandestina cattolica – dopo il famoso ed anticipativo opuscolo «Idee ricostruttive della democrazia cristiana» – nell’ottobre 1943 esce a Roma, «Il Popolo», edizione dell’organo di partito alla quale si affiancheranno le edizioni toscana e milanese; quella romana diviene l’organo ufficiale della DC. Tra i nomi celebri legati direttamente al giornale figurano quelli di Giulio Andreotti, Alcide De Gasperi, Guido Gonella, Mario Scelba e Giuseppe Spataro. Per il Partito Liberale Italiano, il riferimento principale è «Risorgimento liberale», promosso da Benedetto Croce e Luigi Einaudi a Roma a partire dall’agosto del 1943; avrà anche un’edizione lombarda ed una piemontese. Si tratta di una pubblicazione che, oltre ad offrire informazione, punta a spiegare le idee ed i principi che ispirano la galassia liberale, in realtà molto frammentata. Per quanto riguarda il Partito Repubblicano – non aderente al CLN – abbiamo «La Voce repubblicana» che segue la linea “dell’intransigenza repubblicana” e rimarca la pregiudiziale antimonarchica; le sue edizioni circolano nella capitale, in Lombardia ed in Emilia-Romagna. 

Accanto alle testate più “nazionali” circolano poi nell’Italia occupata un gran numero di pubblicazioni locali. Anche in questo caso abbiamo legami diretti con i partiti, come ad esempio – per il PCI – il milanese «La Fabbrica» oppure  «Il Lavoratore» e «La Terra. Giornale dei lavoratori della terra», esplicitamente dedicati a categorie professionali e trattanti temi che spaziano dalle questioni sindacali alla mobilitazione popolare. Per il PdA molti sono i fogli locali come ad esempio «Giustizia e libertà», circolante in Piemonte ed in Veneto. Anche tra gli azionisti grandi sforzi sono dedicati alla stampa pensata per le differenti categorie di lavoratori, ad esempio con «Voci d’officina» – poi organo sindacale del partito –  promosso legato a nomi come quelli di Franco Venturi, Franco Momigliano e Leo Valiani. Su una linea simile «Azione contadina» e «Voci dei campi e delle officine»; pubblicazioni volte a collegare rivendicazioni sindacali di categorie definite ad un impegno di più ampio respiro, da stimolare ed orientare verso la liberazione del paese dal nazifascismo. Tra la stampa socialista una notevole attenzione è dedicata alle professioni ed a pubblici ben definiti, come le donne ed i giovani. Abbiamo in tal senso «L’Edificazione socialista. Giornale dei professionisti, dei tecnici e degli impiegati», diretto da Angelo Saraceno: un prodotto sul quale trovano spazio teorie e programmi utili alla costruzione della società socialista. Pensato per le donne è invece «La Compagna», mensile diffuso in Emilia-Romagna e diretto da Ada Buffulini; per i giovani il fiorentino «Avanguardia. Giornale della gioventù socialista» e «Rivoluzione socialista. Organo clandestino della federazione giovanile del partito socialista di unità proletaria» nelle edizioni lombarda, piemontese e ligure. 

Per i democristiani circola nella capitale, sotto la responsabilità di Andreotti e Giorgio Tupini, «La Punta. Giornale di battaglia della gioventù democratico-cristiana», con edizioni in altre località; A Milano «Democrazia»; a Torino «Per il domani» e «La Vedetta della democrazia cristiana subalpina»; in Veneto, tra gli altri, «La Campana, l’ora del popolo» o «La Libertà», stampato a Padova.

Nella sfera del PLI – che si caratterizza per pubblicazioni non periodiche – abbiamo «L’Opinione» nella sua edizione piemontese –  diretto da Franco Antonicelli – ed in quella toscana – diretta da Eugenio Artom. In Veneto si trova «Veneto Liberale», in Liguria viene diffuso «Il Secolo liberale. Organo ligure del Partito liberale italiano» mentre a Pavia circola «L’Idea liberale. Foglio del gruppo pavese del Partito liberale italiano». Espressione del tentativo compiuto dalla forza politica di rivolgersi specificatamente ai giovani è «Gioventù liberale», redatto a Milano. 

Abbiamo poi pubblicazioni più settoriali, utili per ospitare dibattiti più complessi. Si tratta di prodotti in cui viene dato spazio ad elaborazioni di più ampio respiro, capaci di andare oltre le contingenze del momento. In tale senso si segnalano, tra gli altri, il già citato «Nostra lotta» per il PCI, rivista quindicinale che punta a diffondere la linea del partito trattando questioni ideologiche. Per i socialisti «Politica di classe», rivista di elaborazione politica legata ai nomi di Lelio Basso, Guido Mazzali e Rodolfo Morandi. Per mano dei liberali a Milano vengono pubblicati i «Quaderni del Risorgimento liberale» con interventi di Luigi Einaudi e Benedetto Croce. Per la Democrazia Cristiana escono i «Quaderni del Ribelle», prodotto quest’ultimo che si propone di toccare temi più complessi che ragionano sul passato e sul futuro della nazione.

Vi è poi tutta una vasta produzione di gruppi minori, autonomi, politicamente indipendenti e movimenti che danno alle stampe materiale di propaganda, agitazione, informazione ed orientamento. Abbiamo, a titolo esemplificativo, realtà come il Movimento dei cattolici comunisti, Il Movimento cristiano Sociale, i Lavoratori Cristiani od Il Movimento sociale per l’unità d’Italia. I formati prodotti sono anche in questo contesto vari e spaziano dai fogli ai giornaletti, dagli opuscoli ai quaderni.

Accanto a quella “di città” abbiamo la stampa che circola tra le brigate partigiane, detta “di montagna”; generalmente ad opera delle singole formazioni, questa è pensata principalmente per avere un carattere informativo nei confronti di chi combatte. Considerando la miriade di formazioni partigiane combattenti  – dalle grandi divisioni legate alle brigate più piccole ed indipendenti – ed il loro sviluppo nel biennio 1943-45, dare dei giudizi di ampio respiro è abbastanza riduttivo delle singole specificità. Nonostante questo è possibile trovare delle caratteristiche comuni ai “fogli” – così vengono definiti – delle varie realtà militari della Resistenza.  Si tratta di materiale sovente prodotto attraverso l’utilizzo del ciclostile ma anche a macchina, in cui generalmente le questioni politiche non sono trattate nello specifico, anche perché la loro comprensione risulterebbe ardua per i partigiani; molti combattenti sono giovani o giovanissimi, cresciuti integralmente sotto la dittatura e dunque privi degli strumenti utili per approcciarsi a discorsi complessi. Inoltre molto spesso coloro che si dedicano alle attività di redazione non sono professionisti del giornalismo e pertanto non possiedono il know how sia contenutistico che stilistico. Oltre a ciò bisogna tenere conto della precarietà in cui le formazioni vivono – la costante possibilità di rastrellamenti – e la scarsità di materiali utili al procedimento di stampa. Questo non significa che non vengano toccati argomenti scottanti e domande esistenziali: molti sono gli articoli che trattano i temi della disciplina e delle privazioni o che provano a ragionare sull’Italia del futuro.

Il materiale prodotto dalle formazioni assume inoltre la valenza di strumento utile a rafforzare una sorta di spirito di corpo; vengono esaltate ad esempio le azioni delle brigate, gli atti di eroismo, si ricordano i compagni caduti e si segnalano le nefandezze nazifasciste Non mancano le informazioni provenienti dai vari fronti di guerra e vi è dello spazio riservato all’umorismo: barzellette, ironia spicciola e scurrilità mirano a rendere un tantino più sopportabile la dura esistenza dei partigiani. La forma di questi fascicoli “di montagna” è piuttosto semplice ed anche il linguaggio segue la stessa linea. Ciò che emerge osservando questo tipo di pubblicazioni è la presenza di una retorica evidentemente eredità del periodo della dittatura. In un momento in cui ciò che si conosce smette di esistere e tutto è in trasformazione, si cercano modelli e miti a cui ispirarsi: svariati in questo senso sono i richiami al risorgimento italiano ed ai suoi protagonisti.

Le esperienze legate ai “fogli” partigiani sono tante e diverse. Le Fiamme Verdi – formazioni di ispirazione cattolica – pubblicano «Il Ribelle». Il Partito d’Azione è presente con «Il Partigiano alpino. Organo delle Formazioni partigiane di GL», al quale partecipano personaggi come Duccio Galimberti, Guglielmo Jervis e Paolo Braccini; tutti e tre pagano con la vita, in circostanze diverse, il loro impegno nella Resistenza con il PdA. Vi sono poi pubblicazioni di numeri singoli e diversi fogli, come ad esempio «Giustizia e libertà. Notiziario della seconda divisione alpina Giustizia e libertà» o «Il Cacasenno. Quindicinale polemico della II divisione alpina GL».

Tra i fogli partigiani comunisti «La Stella alpina», organo delle brigate partigiane garibaldine del Cusio-Ossola-Verbano, stampato in Valsesia e diffuso anche nel Cusio ed in Ossola sotto la responsabilità di Vincenzo Moscatelli ed Eraldo Gastone, «Baita», foglio biellese con qualche migliaio di tirature che tratta anche di questioni legate alla democrazia progressiva,  «Stella garibaldina. Giornale della I divisione d’assalto Garibaldi Piemonte» e «Stella Tricolore. Giornale dei garibaldini della VI divisione», edito ad Alba a partire dal periodo della Zona libera.

Dare conto di tutte le pubblicazioni uscite clandestinamente tra il 1943 ed il 1945 è impossibile in questa sede. Per uno sguardo d’insieme si consiglia di consultare il sito del progetto «Banca dati della stampa clandestina» dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri; qui è possibile consultare i numeri digitalizzati di centinaia di testate ed usufruire di strumenti utili ad approfondire il tema generale attraverso consigli bibliografici, dossier didattici dedicati e saggi specifici.

La stampa clandestina in Italia durante la Resistenza si sviluppa tra ambizioni e limiti. In un contesto in cui è necessario imparare o re-imparare a fare giornalismo, gli antifascisti si adoperano per dare vita a giornali, fogli, bollettini, opuscoli e manifesti che abbiano tanto un valore informativo quanto educativo. Da un lato è necessario parlare all’opinione pubblica e convincerla ad attivarsi nella lotta al fascismo pubblicizzando le linee dei vari partiti del CLN, dall’altro occorre sviluppare una stampa per coloro che combattono e muoiono nelle formazioni partigiane: è necessario trovare il modo di spiegare alla componente armata della Resistenza le ragioni per sopportare i patimenti, la disciplina ed rischi della guerriglia. Non mancano ovviamente le occasioni di discussione – un esempio è dato dal «dibattito delle cinque lettere» – tra stampe clandestine dei vari partiti; sono le anticipazioni del “gioco” democratico. Così, in clandestinità, tra esigenze di compattezza del fronte antifascista e naturali divisioni, si forma e si definisce l’opinione publica politica di coloro che si impegnano nella lotta di liberazione. Accanto a coloro che si spendono nella filiera della stampa clandestina – sia nel sotterraneo di una fabbrica milanese o sia tra i fumi di una baita veneta con il pavimento in terra battuta – anche il pubblico riscopre l’esistenza di linee politiche differenti. Attraverso il confronto, la discussione, l’adesione ad un’idea piuttosto che ad un’altra, gli italiani in generale scoprono e riscoprono il valore dell’informazione e si preparano – con gradi di consapevolezza molto differenti – al tempo ed ai meccanismi della Repubblica.

Luca Zanotta

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FONTI

Bibliografia

D. Gabusi, La stampa della Resistenza, in Storia d’Italia nel secolo ventesimo. Strumenti e fonti, a cura di C. Pavone, Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, 2006

L. Conti, La Resistenza in Italia: 25 luglio 1943 – 25 aprile 1945, Feltrinelli, 1961

Stampa clandestina, Dizionario della Resistenza, a cura di E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, Torino, Einaudi

Stampa clandestina: 1943-1945: storie, fonti, strumenti per la didattica, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, 2017

Sitografia 

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Stampa clandestina, scheda pubblicata sul sito www.anpi.it consultato il 24/6/2025

Stampa clandestina 1943-1945. La Banca dati dei periodici pubblicati durante la Resistenza, progetto pubblicato sul sito www.stampaclandestina.it consultato il 24/6/2025

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