LE REPUBBLICHE PARTIGIANE

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Primavera 1944. Italia settentrionale. Con l’arrivo della bella stagione, le formazioni partigiane recuperano le forze dopo un inverno particolarmente duro. I mesi passati tra il freddo delle montagne, i rastrellamenti nazifascisti e la scarsità di risorse sembrano essere un ricordo lontano. Eppure nelle esperienze ricavate dalla stagione fredda – caratterizzate da sconfitte, sofferenze e qualche piccola vittoria – quanti tra i partigiani sono sopravvissuti al periodo invernale possono definirsi veterani. I combattenti semplici, i loro comandanti, i dirigenti dei vari Comitati di Liberazione Nazionale – CLN, hanno imparato a fare la guerriglia sperimentando successi ed errori nel contesto della guerra di liberazione dall’occupante tedesco e della guerra civile contro i fascisti di Salò. 

In quello che è un periodo di rinvigorimento per la Resistenza una serie di cause conduce le formazioni partigiane ad ingrossarsi, ad attirare cioè nuovi individui – alcuni guidati dalle loro idee, altri dalla necessità o dal caso – nelle bande armate. 

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In quello che è un periodo di rinvigorimento per la Resistenza una serie di cause conduce le formazioni partigiane ad ingrossarsi, ad attirare cioè nuovi individui – alcuni guidati dalle loro idee, altri dalla necessità o dal caso – nelle bande armate. Le motivazioni sono varie: molti giovani raggiungono le formazioni partigiane per sfuggire al reclutamento nelle forze della Repubblica Sociale Italiana – RSI, comandato dai Bandi Graziani. Inoltre il clima più mite favorisce l’afflusso alle montagne, alimentato anche dagli svolgimenti di quella che viene definita “guerra grossa”: i successi alleati galvanizzano i vari movimenti che lottano contro le forze tedesche nell’Europa occupata. L’esercito nazista è in difficolta su diversi fronti e il mese di giugno, con i suoi avvenimenti, sembra lasciar intravedere la fine della guerra. Per quanto riguarda il fronte occidentale il 4 giugno gli alleati liberano Roma, capitale di una delle potenze dell’Asse, mentre il 6 giugno l’operazione Overlord – lo sbarco in Normandia – apre il fronte che punta dritto al cuore della Germania passando per la Francia. Sul fronte est l’Armata rossa dà il via, il 22 giugno, all’operazione Bagration nella Polonia orientale e in Bielorussia: l’operazione si conclude con l’annientamento del Gruppo d’armate Centro tedesco. 

Per quanto il fronte italiano abbia ormai perso la sua importanza per gli alleati nello scenario bellico, i combattimenti sulla penisola non sono terminati: le forze tedesche si schierano in difesa, rinforzando i punti del fronte ritenuti più vulnerabili alle future offensive: gli alleati attaccheranno la linea Gotica pochi mesi più tardi, nel settembre del 1944. A corto di uomini e sempre più in carenza di risorse, l’esercito di Hitler lascia il controllo delle retrovie alle forze della RSI: saranno principalmente queste ad occuparsi di contrastare le formazioni partigiane stanziate tra i monti e le valli dell’Italia settentrionale. Con l’intensificarsi delle imboscate, degli attentati alle vie di comunicazione e degli assalti alle caserme per mano partigiana, molti presidi nazifascisti stanziati lontano dai grandi centri urbani e sparsi tra le vallate, vengono progressivamente abbandonati dalle forze tedesche e fasciste. Si avvia in questo contesto quella che verrà poi definita “La grande estate partigiana” ovvero un periodo di grande aggressività ed espansione per le forze della Resistenza. 

È in questo periodo che si presenta l’occasione per i comandi partigiani di agire in modo differente: se la guerriglia aveva sino ad allora operato secondo la tattica del “mordi e fuggi” – ossia attaccare e disimpegnarsi da qualunque battaglia di tipo statico contro tedeschi e fascisti – ora le circostanze consentivano un nuovo modo di agire. Era possibile cioè pensare di prendere il controllo di intere zone, sottraendole integralmente al controllo dei soldati tedeschi o dei militi della Repubblica sociale. Tra i mesi di giugno e luglio il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia e il Corpo volontari della libertà – CVL (l’organismo avente il compito di coordinare gli sforzi militari della Resistenza), diramano una serie di documenti in cui istruiscono i comandi delle varie formazioni partigiane nell’eventualità che una zona fosse stata sgomberata dalla presenza nazifascista. 

Sorgono così, tra l’estate e l’autunno, quelle che prendono il nome di “Zone libere”, ossia aree sottoposte al controllo partigiano. Queste zone possono essere liberate dal controllo nazifascista secondo modalità differenti: a volte esse vengono abbandonate dalle forze di occupazione poiché il loro mantenimento non è giudicato funzionale agli sforzi del Reich tedesco; in altri casi vengono conquistate attraverso le azioni militari dei partigiani che in questo modo “scacciano” il nemico, in altre ancora i territori vengono sgomberati da fascisti e tedeschi in seguito ad accordi intercorsi tra i comandi tedesco-fascisti ed i rappresentanti partigiani. Può accadere che un territorio venga liberato con il concorso di queste dinamiche, come accadde ad esempio per quella che sarà nota poi come Repubblica partigiana dell’Ossola, caso in cui si verificano tutte e tre le ipotesi sopra menzionate.

Occorre però fare delle distinzioni tra Zone libere e Repubbliche partigiane per evitare sovrapposizioni non corrette: in generale per lo storico Santo Peli, che a lungo si è occupato di questi temi, per zone libere si intendono quelle porzioni di territorio la cui liberazione è frutto di un piano teorizzato ed applicato e non figlia del caso.

In ogni caso quando parliamo di zone libere dobbiamo partire dal presupposto che queste sono molto differenti tra loro, tanto in termini geografici – vallate, zone collinari -, di numeri – grandezza dei territori, numero di abitanti -, quanto in termini di natura delle formazioni partigiane esistenti dentro i confini di esse – garibaldini, autonomi, cattolici, azionisti, etc. La differenza principale che consente di distinguere tra una “zona libera” e quelle che, a posteriori, vengono definite “repubbliche partigiane” risiede in diversi fattori, anche se non esistono schemi d’interpretazione troppo rigidi: la durata di questi esperimenti di liberazione nel tempo, la presenza di organi che si propongono di amministrare la vita al loro interno e la strutturazione delle misure stesse di organizzazione. Per fare un esempio nel riferirsi ad una zona magari di piccole dimensioni, di breve durata nel tempo, semplicemente popolata da forze armate partigiane ma non particolarmente amministrata, può essere definita semplicemente “zona libera”; se invece magari ci riferiamo ad un territorio vasto, caratterizzato dalla presenza di molti residenti, rimasto libero per un lasso di tempo sufficiente a creare degli organi di autogoverno capaci di amministrare la vita nell’area attraverso interventi più o meno complessi, allora probabilmente possiamo parlare di “Repubblica partigiana”. 

L’esperienza delle zone libere e delle repubbliche partigiane si può dividere in due fasi. Una prima di queste è rintracciabile tra il giugno ed il luglio del 1944, quando sono in molti a ritenere che la guerra possa giungere al suo epilogo nel giro di breve tempo. In questo periodo i territori liberati dalla presenza nazifascista sono localizzati in alcune vallate piemontesi, come la Valsesia e la Val Maira, altri si trovano tra l’oltrepò pavese ed il modenese e nell’area dell’appennino tosco-emiliano. La seconda fase è ascrivibile invece al periodo di tempo compreso tra il settembre ed il novembre del 1944 e riguarda porzioni di territorio piemontese – Alto Monferrato, Langhe e valle dell’Ossola – la regione della Carnia e nuovamente alcune aree dell’appennino tosco-emiliano. Le regioni coinvolte dal fenomeno delle zone libere sono pertanto Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte ed Umbria.

Tra la tarda primavera del 1944 e l’autunno del 1944 nell’Italia occupata si trovano dunque ad esistere circa una ventina tra zone libere e repubbliche partigiane, ognuna dotata delle proprie peculiarità, alcune strutturate e “governate”, altre semplicemente liberate dal nemico nazifascista. Alcune durano pochi giorni, altre resistono per settimane; alcune sono minuscole, altre si estendono per centinaia di chilometri quadrati. Ciò che le accomuna, senza voler troppo generalizzare, è che in un periodo di tempo – più o meno breve – le forze della Resistenza hanno la possibilità di prendere in mano la gestione civile e politica dei territori liberati. 

Tra le repubbliche partigiane più celebri rientrano i casi delle Langhe, dell’Alto Monferrato, di Montefiorino, dell’Ossola e della Carnia.

Le ultime tre in particolare conquistano un posto di rilievo nella storia della Resistenza. Si tratta di “repubbliche partigiane” che hanno vita in momenti differenti, tra l’estate e l’autunno inoltrato del ‘44, caratterizzate dalla vastità delle aree liberate e da una strutturazione anche complessa, capace di dimostrare agli occhi del mondo libero che le forze partigiane guidate dal CLN sono in grado di liberare ampie porzioni del proprio territorio nazionale e di instaurare delle forme di autogoverno orientate a soddisfare i bisogni della popolazione e caratterizzate – particolarmente in Carnia ed in Ossola – da una libertà di partecipazione sconosciuta nel paese durante il ventennio fascista. 

Per dare un’idea basta indicare le grandezze dei tre casi. La “Repubblica di Montefiorino” occupa una superficie di 1.000 km2, racchiudendo al suo interno circa 50.000 persone. La “Libera Repubblica partigiana di Carnia” si estende per circa 2.500 km2, comprendendo al proprio interno 38 comuni e 90.000 individui. La “Repubblica partigiana dell’Ossola” è caratterizzata da 1.200 km2, una trentina di comuni e la presenza di 75-80.000 persone. Al netto di quelli che sono i numeri, questi casi passano divengono famosi per gli sforzi compiuti dagli organi di autogoverno che si assumono il compito di amministrare la vita all’interno dei territori: in Carnia ed in Ossola ben emerge la volontà di agire in modo democratico anche attraverso l’ideazione di riforme moderne che finiscono per conferire alle esperienze un grande valore morale.

Eppure, se la liberazione dei territori assume in principio molteplici significati positivi per la Resistenza, ben presto la questione della gestione delle zone libere mette in evidenza tutte le difficoltà che la pratica porta con sé. I problemi sono molteplici: le zone libere sono “isole” in un’Italia occupata dalle forze armate tedesche ed in quanto tali sono impossibilitate a ricevere dall’esterno le risorse di cui la popolazione necessita per la sua sussistenza. Il venire meno degli organi amministrativi esistenti sotto il fascismo fa poi in modo che l’intero peso della gestione diventi responsabilità degli organi di autogoverno partigiani o dei comandi militari. Le zone libere infatti differiscono anche per quanto riguarda chi si trova nella posizione di “amministrarle”, chi insomma all’interno di esse detiene il comando: in alcuni casi si hanno dei comandi militari partigiani di un determinata corrente politica, in altri delle vere e proprie giunte composte dai rappresentanti dei vari partiti del CLN, nominate per l’occasione. Nei casi in cui le zone libere hanno la possibilità di strutturarsi in maniera più complessa gli organi deputati all’attività amministrativa emanano provvedimenti specifici tesi a soddisfare i bisogni primari degli abitanti, anche se nella pratica molte misure si rivelano insufficienti.

Un altro fattore di rischio non indifferente è dato dalla coesistenza forzata, all’interno delle zone libere, di formazioni partigiane di differente colore politico. Per quanto esistano zone libere dove la collaborazione – ad esempio – tra comandi partigiani garibaldini e autonomi, effettivamente funzioni, in altri casi i dissapori sfociano in litigi aspri. Questo ultimo aspetto non solo finisce per rendere ancora più difficile la gestione da parte degli organi di autogoverno nominati dal CLN, ma mina fortemente le già scarse possibilità delle zone libere di difendersi dalle certe offensive nazifasciste volte a riprendere possesso dei territori persi: forze non coese, comandi litigiosi e che non si fidano gli uni degli altri finiscono per essere prede più facili di un nemico ben organizzato ed armato. È sempre bene specificare che la questione dei contrasti in seno alla Resistenza italiana non caratterizza esclusivamente l’esistenza delle zone libere ma è ascrivibile all’intero biennio 1943-1945. 

Un altro problema non indifferente è dato da i rapporti tra le forze della resistenza e le popolazioni all’interno dei territori liberati. Persone comuni e partigiani si trovano a dover convivere all’interno di un contesto segnato tanto dalla scarsa politicizzazione quanto dalla penuria di beni materiali. Le requisizioni operate dai partigiani spesso provocano le proteste della gente locale, quale si trova a dover condividere le proprie risorse con i guerriglieri, ormai impiantati stabilmente nei luoghi liberati. I comandi partigiani spesso infliggono punizioni – anche severe – a coloro che, tra i combattenti della Resistenza, praticano ruberie o arrecano disturbo alla popolazione.

Nonostante le questioni di ordine pratico e i problemi che esse comportano, le esperienze che caratterizzano le zone libere finiscono per assumere un grande valore sotto il punto di vista morale. All’interno di queste “isole in mezzo alla tempesta” si riscoprono le logiche che stanno alla base della democrazia: la popolazione, i membri delle giunte popolari, dei CLN locali e i partigiani hanno la possibilità di discutere, di esprimere il proprio parere e di fornire le loro opinioni in merito alle questioni più varie. Dopo un ventennio di oppressione, di costrizioni, le parole della politica tornano ad essere pronunciate  – spesso in modo acerbo – senza il timore delle ritorsioni, del carcere e del confino. Fioriscono i giornali, i fogli di partito, la gente ha la fame del discutere, quasi un’ubriacatura data dall’improvvisa ed inaspettata libertà che le zone controllate dai partigiani significano.

Accanto a questa ripresa della parola dal basso, nei casi di zone libere più strutturate, gli organi di autogoverno partigiano si adoperano per emanare provvedimenti che riguardano aspetti civili e politici della vita di tutti i giorni. Tra la Carnia e l’Ossola trovano spazio il voto popolare nelle elezioni locali, l’istituzione di corpi di polizia volti a mantenere l’ordine contro eventuali prepotenze partigiane, l’abolizione della pena di morte e vengono addirittura teorizzati piani per riformare il sistema scolastico. Si tratta perlopiù di sperimentazioni, molte delle quali rimaste nei verbali delle giunte locali, che tuttavia forniscono un’idea di quanto alcuni di quei tentativi fossero volti a prefigurare l’Italia del futuro. È corretto specificare tuttavia che le aspirazioni riformiste caratterizzano i dirigenti antifascisti, i “cervelli” della Resistenza e non i partigiani o la popolazione, spesso totalmente digiuni da qualsiasi ideologia politica definita. Le forze che nelle zone libere individuano degli eccezionali laboratori per cercare di alfabetizzare politicamente gli italiani sono il Partito Comunista ed il Partito d’Azione: per essi le zone libere rappresentano la possibilità di sperimentare nuovi rapporti di forza con le masse, di attivare gli italiani, di “educarli” a pensare oltre il fascismo. Per chi ha una formazione politica alla spalle le zone libere rappresentano dunque un luogo entro il quale sperimentare le modalità di autogoverno, ma soprattutto un luogo in cui stimolare la partecipazione in una popolazione disabituata – dopo vent’anni di dittatura – ad interessarsi della sfera politica. 

Al netto delle questioni di ordine pratico riguardanti l’amministrazione o delle aspirazioni riformiste quello che appare chiaro a molti – con il progredire della “guerra grossa” – è che i nazifascisti sono intenzionati a stroncare l’esperienza delle zone libere e a riprendere il controllo dei territori. Per quanto il Comitato di Liberazione Nazionale ed il Corpo Volontari della Libertà si sforzino per istruire i comandi partigiani della necessità, dopo la liberazione delle zone, di estendere la lotta, di puntare alla liberazione dell’intera Italia settentrionale dai nazifascisti, i partigiani finiscono generalmente per chiudersi all’interno di esse in una sorta di attesa. Gli organi di amministrazione, spesso impegnati ad emanare provvedimenti per la sopravvivenza della popolazione o a teorizzare riforme, possono solamente tentare di organizzare le forze partigiane al loro interno per difendersi dalle offensive nemiche. 

L’epilogo è il medesimo per tutte le zone libere e le repubbliche partigiane, le quali vengono spazzate via dagli attacchi tedeschi e fascisti compiuti tra l’estate e il tardo autunno del 1944. Le formazioni partigiane incaricate di difendere i confini delle zone libere sono segnate dalla scarsità di risorse – armamenti pesanti, munizionamento, vestiario e viveri – ed inoltre non possiedono l’addestramento necessario per sostenere l’urto di una forza organizzata come quella tedesca. Nel contesto delle zone libere le formazioni irregolari partigiane perdono la loro principale caratteristica, ovvero l’estrema mobilità che le caratterizza. Il partigiano, per sua natura abituato a condurre una guerriglia fatta di attacchi a cui seguono rapide fughe, non ha alcuna possibilità di resistere staticamente contro l’azione coordinata di un esercito regolare. La volontà di difendere i confini delle zone libere, la creazione di postazioni fisse, di trincee e di linee rigide è un qualcosa di estremamente innaturale per i piccoli eserciti partigiani.

Alle porte dell’inverno del 1944 le zone libere sono ormai dissolte. La caduta di questi esperimenti – più o meno complessi – di democrazia ha immediatamente delle ripercussioni. Il ritorno dei tedeschi e dei fascisti si traduce in nuovi patimenti per le popolazioni che finiscono per valutare in modo perlopiù negativo l’eperienza delle zone libere. In molti tra partigiani ed i loro comandanti si trovano a dover sostenere un nuovo gelido inverno sulle montagne, scoraggiati e disillusi per una liberazione ed una fine della guerra che sembravano terribilmente a portata di mano. Nonostante dal punto di vista strettamente militare la questione delle zone libere si traduca nei fatti in una sconfitta, il valore di esse dal punto di vista strategico e morale è considerevole. La liberazione dei territori per mano partigiana, la loro gestione da parte di dirigenti antifascisti ed i provvedimenti democratici attuati concorrono a dimostrare che gli italiani hanno il desiderio e le capacità di superare il fascismo.Gli alleati si trovano dinnanzi ad un fatto evidente: una classe dirigente alternativa al fascismo esiste ed è disponibile ad assumersi la responsabilità di ricondurre l’Italia nel novero delle nazioni democratiche.

Luca Zanotta

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FONTI

Bibliografia

A. Aniasi, Ne valeva la pena: dalla Repubblica dell’Ossola alla Costituzione italiana, Italia, M & B Publishing, 1997

G. Quazza, Resistenza e Storia d’Italia. Problemi e ipotesi di ricerca, Feltrinelli, 1976

M. Flores, M. Franzinelli, Storia della Resistenza, Laterza, 2019

S. Peli, La necessità, il caso, l’utopia. Saggi sulla guerra partigiana e dintorni, BFS edizioni, 2022

S. Peli, Storia della Resistenza in Italia, Einaudi, 2005

«Il paradosso dello Stato nello Stato». Realtà e rappresentazione delle zone libere partigiane in Emilia Romagna, a cura di R. Mira e T. Rovatti, in «E-review Dossier», 3, 2015

Sitografia

M. Carrattieri, La cartografia delle “repubbliche partigiane” nella storiografia sulla resistenza italiana, saggio pubblicato sul sito e-review.it, consultato il 21/6/2025

La storia della zona libera della Carnia e dell’Alto Friuli, articolo pubblicato sul sito repubblicadellacarnia1944.uniud.it, consultato il 21/6/2025

P. Bologna, La “repubblica” dell’Ossola, saggio pubblicato sul sito archivio.casadellaresistenza.it, consultato il consultato il 20/6/2025

R. Mira, T. Rovatti, Un crocevia di problemi. Intervista a Santo Peli sulle zone libere nella Resistenza, pubblicata sul sito e-review.it, consultato il 24/6/2025

LA REPUBBLICA, LA STORIA, scheda pubblicata sul sito resistenzamontefiorino.it, consultato il 21/6/2025

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LE DONNE NELLA RESISTENZA

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Le donne nella Resistenza italiana durante la Seconda Guerra Mondiale hanno avuto un ruolo fondamentale, seppur spesso sottovalutato o dimenticato dalla storia ufficiale. La Resistenza, che si sviluppò contro l’occupazione nazista e il regime fascista, vide la partecipazione attiva di moltissime donne che contribuirono in vari modi, non solo come supporto logistico, ma anche come combattenti, intellettuali e organizzatrici.

Molte donne si sono unite alle formazioni partigiane, combattendo direttamente contro i soldati nazisti e fascisti. Non solo partecipavano come combattenti, ma ricoprivano anche ruoli di comando. Spesso, però, il loro contributo è stato minimizzato o ignorato dopo la fine della guerra, poiché l’idea dominante era che la Resistenza fosse un’impresa maschile.

Le donne partigiane, note come “partigiane” o “staffette”, affrontavano rischi enormi, ma erano anche responsabili di importanti compiti, come il trasporto di messaggi segreti e il rifornimento delle bande partigiane. Molte di loro operavano in condizioni di estrema difficoltà, tra montagne e zone rurali, dove l’incontro con le forze nazifasciste significava quasi sempre la morte o la cattura.

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Le donne hanno avuto anche un ruolo cruciale nella difesa e nella trasmissione della cultura antifascista. Molte donne intellettuali e insegnanti sono state coinvolte nell’editoria clandestina e nella diffusione di opuscoli, volantini e giornali contro il regime fascista e i nazisti. Le più celebri di queste attiviste furono Nilde Iotti e Rita Levi-Montalcini, che diventarono figure di spicco nella politica italiana nel dopoguerra.

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PIETRA D’INCIAMPO DEDICATA A CARLOTTA REGINA THOMAS, A MILANO

PIETRA D’INCIAMPO DEDICATA A CARLOTTA REGINA THOMAS, A MILANO

PIETRA D’INCIAMPO DEDICATA A CARLOTTA REGINA THOMAS, A MILANO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

La pietra d’inciampo in memoria di Carlotta Regina Thomas si trova di fronte all’ingresso del civico 6, in via Emanuele Odazio a Milano, abitazione nella quale si trasferì e abitò con suo marito Angelo Bassis; una zona dove negli anni Quaranta del Novecento abitavano soprattutto operai e nella quale il movimento resistenziale era molto diffuso, tanto che la Thomas vi aderì sin da subito, entrando a far parte dei Gruppi di difesa della donna – GDD, sorti spontaneamente allo scopo di creare un movimento di massa trasversale, cui donne di ogni ceto sociale, fede religiosa e tendenza politica potessero unirsi, per combattere insieme il nazifascismo.
Carlotta Regina Thomas nacque il 22 aprile 1906 a Saulxures-sur-Moselotte (Francia), da Ernesto e Giuseppina Mathieu. 
Di professione tessitrice, a Milano iniziò a lavorare come operaia il 24 aprile 1941, alla Fratelli Borletti di via Washington, dove – come ricorda un suo collega – divenne “una delle figure determinanti del settore macchine automatiche. 

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La Thomas Carlotta era un’impiegata che con molta abilità riusciva a giustificare l’assenza di alcune figure uomo o donna che fossero (le donne spesso dovevano uscire dalla fabbrica per stampare i volantini, distribuire la stampa): loro risultavano sempre presenti in fabbrica; questo è il grande merito che ha avuto questa donna nell’ambito delle formazioni partigiane”. 

Come molti altri colleghi, la Thomas prese parte agli scioperi del marzo 1943 e, per questo motivo, venne accusata di essere una “sabotatrice ed esponente della propaganda antifascista tra le compagne di lavoro”. Alle Officine Borletti, infatti, lo sciopero iniziò con slogan e urla di protesta proprio dal reparto spoletteria nel quale lavorava la Thomas. Il 29 marzo 1943 venne licenziata e fatta arrestare e trascorse il mese di aprile di quell’anno a San Vittore. Fu liberata solo nel mese di maggio del 1943.

Dopo l’Armistizio restò in contatto con il mondo operaio antifascista e, successivamente, fu inserita nel Comitato lombardo del Corpo Volontari della Libertà – CVL.

La Thomas partecipò anche ai grandi scioperi del marzo 1944 e, anche se non partecipò come operaia della Borletti, venne comunque arrestata. 

Per ottenere il suo rilascio e quello delle donne e delle operaie che avevano aderito allo sciopero della Borletti, venne organizzato un altro sciopero di protesta: molte furono liberate, mentre la Thomas fu trattenuta in carcere. 

Dato che gli arresti conseguenti agli scioperi furono innumerevoli, il carcere di S. Vittore era così pieno che inizialmente la Thomas e le operaie della Borletti furono portate alla caserma San Fedele, poi di nuovo a San Vittore e, infine, al carcere di Brescia; dove iniziò il viaggio che portò la Thomas e altre donne nei campi di concentramento. 

Come ricorda Enrichetta Bartesaghi, operaia al reparto spolette della Borletti: “Con un camion siamo andate alla stazione e lì c’era un treno pieno di vacche e noi siamo salite dopo che avevano fatto scendere le vacche. Non siamo andate subito a Mauthausen, ma prima siamo andate a Innsbruck. Dopo siamo andate a Mauthausen. Ci hanno messe in una cella, ci hanno portato via tutto e ci hanno tagliato i capelli e ci hanno portato via i vestiti e non potevamo dire niente perché ci bastonavano […] Ci hanno messo un vestito rigato e ci hanno messo in una cella”. Da Mauthausen, furono portate ad Auschwitz e alla Thomas fu assegnato e tatuato il numero 78985 sull’avambraccio sinistro.

Verso la fine del 1944, con l’avanzata dei carri armati sovietici da est, il campo di Auschwitz fu evacuato e la Thomas venne trasferita a Bergen Belsen, dove, secondo la testimonianza di un’altra sua compagna della Borletti – Teresa Pellicciari – “Carlotta morì di tifo il 10 aprile del 1945”.

Oltre alla pietra d’inciampo posta di fronte a quella che fu la sua abitazione, il suo nome fu iscritto nella lapide collettiva che venne collocata in piazza Tirana a Milano e in quella dei lavoratori e delle lavoratrici della Borletti, che si trovava in via Washington 60 a Milano, dove c’era lo stabilimento.

Annalisa Bertani

Localizzazione

Località: Milano
Indirizzo: via Emanuele Odazio, 6
Comune: Milano
Provincia: Milano (MI)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.44854 – Longitudine 9.13347

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Sitografia

Carlotta Regina Thomas, scheda biografica pubblicata sul sito www.pietredinciampo.eu consultato il 14/12/2024

A. Oriani, Carlotta Regina Thomas Bassis, profilo biografico pubblicato sul sito www.enciclopediadelledonne.it consultato il 14/12/2024

Carlotta Regina Thomas, scheda inerente la pietra d’inciampo in sua memoria, pubblicata sul sito www.chieracostui.com consultato il 14/12/2024

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 22/04/1906 – 10/04/1945

Cognome / Nome: Thomas Carlotta Regina

Formazioni d’appartenenza: Gruppi di difesa della donna – GDD; Comitato lombardo del Corpo Volontari della Libertà – CVL

Data/e opera: non conosciuta. Sappiamo solo che la pietra è stata posata il 6 marzo 2024

Autore/i: Gunter Demnig

Note: Pietra d’inciampo visibile e liberamente accessibile

contatti

PIETRA D’INCIAMPO DEDICATA A CARLOTTA REGINA THOMAS, A MILANO

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LAPIDE IN MEMORIA DI FRANCO SEVERGNINI E GIACOMO GIRELLI, A MILANO

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LAPIDE IN MEMORIA DI FRANCO SEVERGNINI E GIACOMO GIRELLI, A MILANO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Sull’angolo sinistro dell’edificio al civico 1 di viale Torelli (al piano terra) è stata apposta una lapide dedicata alla memoria di due partigiani caduti nella lotta di Liberazione: Franco Severgnini e Giacomo Girelli.

Franco Severgnini nacque a Milano il 21 novembre 1927 da Virginia Mandelli e Primo Severgnini ed abitò al civico 1 di via Torelli. Durante la Resistenza entrò a far parte, nel 1944, della 1a Divisione “Fratelli Varalli”, 1a Brigata “Eugenio Curiel” – Fronte della Gioventù. Nonostante la giovane età, Severgnini partecipò attivamente ad azioni di sabotaggio e di disarmo di militi nazifasisti; in linea generale si trattava del tipo di azioni richieste ai giovanissimi ed alle giovanissime che facevano parte del Fronte della gioventù, spesso in collegamento con l’attività delle Squadre d’azione patriottica – SAP. Severgnini venne arrestato mentre era in possesso di materiale a stampa clandestino, il 29 settembre 1944, nella sua abitazione di via Torelli. L’arresto, probabilmente avvenuto a causa di una delazione, lo condusse al carcere di San Vittore: la sua vicenda di deportazione stava per cominciare. Il ragazzo venne dapprima trasferito in convoglio a Bolzano e successivamente destinato a Dachau, dove giunse il 9 ottobre del 1944. Nel campo, distante una quindicina di km da Monaco di Baviera, vennero complessivamente deportati circa 11.000 italiani; al giovane fu assegnato il numero di matricola 113520. Franco Severgnini venne assassinato a Dachau il 9 febbraio 1945. A differenza di moltissimi altri che subirono la medesima sorte, dopo la guerra fu possibile rimpatriare le sue ceneri.

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Giacomo Girelli nacque a Milano il 3 febbraio 1924 da Luigia Bussi e Pietro Girelli. Secondo i documenti che lo riguardano, egli cominciò sin da giovane a frequentare le riunioni clandestine del Partito comunista d’Italia – PCI. Sfollato da Milano con la famiglia, nell’agosto del 1943, si recò a Vespolate, nel Novarese. 

All’inizio del 1944 fu tra coloro che si spesero nell’organizzazione del Fronte della gioventù di Eugenio Curiel. Girelli successivamente entrò a far parte della 10a Brigata “Rocco”, inquadrata nella 2a Divisione d’Assalto Garibaldi Redi, operante nell’alto Piemonte; in particolare egli era in forze alla “Volante azzurra”, ossia un’unità – la “volante” – estremamente mobile e dedita ad azioni ad ampio raggio. Girelli, che aveva raggiunto il grado di comandante di distaccamento, cadde in un’imboscata condotta dai militi delle Brigate nere di Mortara, il 13 dicembre 1944, a Vespolate (Novara). 

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Milano
Indirizzo: viale Luigi Torelli, 1
Comune: Milano
Provincia: Milano (MI) 
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.495117 – Longitudine 9.172175

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FONTI

Bibliografia

Guerriglia nell’Ossola. Diari, documenti, testimonianze garibaldini, a cura di M.Fini, F.Giannantoni, R. Pesenti, M. Punzo, Milano, Feltrinelli, 1975

Sitografia

ANPI – Comitato provinciale di Milano, Girelli Giacomo, scheda biografica pubblicata sul sito anpimilano.com consultato il 6/12/2024 

ANPI – Comitato provinciale di Milano, Severgnini Franco, profilo biografico pubblicato sul sito anpimilano.com consultato il 6/12/2024

Liceo Tenca, Lapide ai partigiani Franco Severgnini e Giacomo Girelli, scheda pubblicata sul sito www.pietredellamemoria.it consultato il 6/12/2024  

Dachau, scheda pubblicata sul sito deportati.it consultato il 6/12/2024

Girelli Giacomo, tessera per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, pubblicata sul portale partigianiditalia.cultura.gov.it consultato il 7/12/2024

M. C. Mirabello, F.D.G. Fronte della Gioventù, articolo pubblicato sul sito www.isrlaspezia.it consultato il 6/12/2024

Severgnini Franco, tessera per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, pubblicata sul portale partigianiditalia.cultura.gov.it consultato il 7/12/2024

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 29/9/1944

Cognome / Nome: Severgnini Franco; Girelli Giacomo

Formazioni d’appartenenza: Fronte della Gioventù; 2a Divisione d’assalto Garibaldi “Redi”

Data/e opera: non determinabile

Autore/i: non conosciuto

Note: lapide visibile e liberamente accessibile

contatti

LAPIDE IN MEMORIA DI FRANCO SEVERGNINI E GIACOMO GIRELLI, A MILANO

tipo di messaggio

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LAPIDE IN MEMORIA DI ANTONIA FRIGERIO CONTE A MILANO

LAPIDE IN MEMORIA DI ANTONIA FRIGERIO CONTE A MILANO

LAPIDE IN MEMORIA DI ANTONIA FRIGERIO CONTE A MILANO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Nel cortile del civico n° 4 di via Val Cismon una lapide apposta al muro del palazzo ricorda la figura di Antonia Frigerio Conte. Si tratta di un lapide in materiale marmoreo con apparato testuale in colore rosso, ormai sbiadito dal tempo.
Antonia Frigerio nacque a Cassina de’ Pecchi, ad una quindicina di km da Milano, il 14 dicembre 1904, da Eugenia Gerosa e Gerolamo Frigerio.
Segretaria nello studio di Luciano Elmo (avvocato ed esponente liberale), durante la Resistenza collaborò alle attività del movimento antifascista clandestino. Lo studio di Elmo in viale Regina Margherita fu infatti uno dei centri nevralgici della lotta al nazifascismo nel milanese, in quanto sede militare operativa del Partito Liberale. Antonia Frigerio ed altri cospiratori vennero catturati sul luogo di lavoro nel primo pomeriggio del 31 luglio 1944, da militi della Repubblica sociale italiana – RSI. 

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I documenti trovati nello studio – tra cui figuravano rendicontazioni riguardanti le sovvenzioni destinate alle formazioni partigiane – contribuirono a far catturare complessivamente una ventina di antifascisti, tra i quali, oltre ad Antonia, risultavano lo stesso Elmo, il generale Guglielmo Barbò, Lucilio Salvatore, Raffaele Gilardino e Augusto Cognasso.

La Frigerio venne portata presso il carcere di San Vittore dove, pur sottoposta a violente torture, mantenne i delicati segreti cospirativi di cui era a conoscenza, tra i quali figuravano nomi di personaggi compromessi, codici per messaggi radio cifrati e ubicazioni delle sedi clandestine sparse per la città. La partigiana venne passata in consegna ai tedeschi che la destinarono alla deportazione. Il giorno 7 settembre 1944 la Frigerio partì su un convoglio diretto al campo di Bolzano-Gries; con lei viaggiavano Laura Conti e Maria Arata. Mentre Luciano Elmo, anch’egli catturato e deportato, riuscì a lanciarsi dal treno che lo avrebbe condotto a Mauthausen; Antonia Frigerio, il 5 ottobre 1944, fu trasferita al campo di Ravensbruck, una realtà concentrazionaria prevalentemente femminile, ad un’ottantina di Km da Berlino. La partigiana, alla quale venne assegnato il numero di matricola 77336, venne assassinata nelle camere a gas di suddetto campo il 26 marzo 1945 in seguito ad una selezione.  

Nell’aprile del 1965, nel ventesimo anniversario della Liberazione, il marito di Antonia, Leone Conte, fece apporre una lapide nel luogo in cui si era stabilito dopo la guerra, in via Val Cismon 4. 

Poiché vittima di deportazione, ad Antonia Frigerio è stata dedicata una pietra d’inciampo, posizionata dinanzi all’ingresso della sua residenza, al civico 19 di via Santa Eufemia. La figura di Antonia Frigerio è ricordata nel libro di Maria Arata, sopravvissuta alla prigionia di Ravensbruck, Il ponte dei Corvi (1979).

Luca Zanotta

Localizzazione

Località: Milano – Niguarda
Indirizzo: via Val Cismon, 4
Comune: Milano
Provincia: Milano (MI) 
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.505799 – Longitudine 9.195505

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FONTI

Fonti d’archivio

Istituto Nazionale Ferruccio Parri, fondo Corpo Volontari della Libertà, b. 166, fasc. 536, «F. Caduti partigiani, biografie incomplete»

Sitografia

ANPI, Antonia Frigerio Conte, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 4/12/2024

Antonia Frigero Conte, profilo biografico pubblicato sul sito www.pietredinciampo.eu consultato il 4/12/2024

G. Mariatti, Ravensbruck, articolo pubblicato sul sito deportati.it consultato il 5/12/2024

Milano ricorda Antonia Frigerio Conte. Una pietra d’inciampo e un luogo di memoria, articolo pubblicato sul sito www.fondazionememoriadeportazione.it consultato il 4/12/2024

R. Pace, Noi, le altre. Le donne liberali nella Resistenza, tesi di dottorato pubblicata sul sito iris.uniroma1.it consultato il 4/12/2024

Antonia Frigerio, scheda pubblicata sul sito storymaps.arcgis.com consultato il 5/12/2024

D. Venegoni, M. Guerri, Volti nei lager, testo pubblicato sul sito www.novecento.org consultato il 5/12/2024

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: 1965

Cognome / Nome: Frigerio Antonia

Formazioni d’appartenenza: non dichiarata

Data/e opera: 1965

Autore/i: non conosciuto 

Note: lapide visibile ma non liberamente accessibile

contatti

LAPIDE IN MEMORIA DI ANTONIA FRIGERIO CONTE A MILANO

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