LA CASA DI JOYCE LUSSU A FERMO

LA CASA DI JOYCE LUSSU A FERMO

LA CASA DI JOYCE LUSSU A FERMO

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

Questa casa, una dimora ottocentesca in contrada Paludi, a S. Tommaso di Fermo, situata tra le colline ascolane e la foce del fiume Tenna, non è solo una villa di campagna, ma è stata l’ultima abitazione di Joyce Lussu. Questa casa è un bene culturale, perché custodisce la sua eredità intellettuale, la sua memoria e la vita di Joyce, ma anche parte della storia collettiva; eppure, dal 2023, questo inestimabile patrimonio, è in vendita.
Joyce scelse di andare a vivere in questa casa nel 1975, dopo la morte del marito, Emilio Lussu, evento che segnò una cesura nella sua esistenza: dopo trent’anni di vita in comune, Joyce si ritrovò da sola e così scelse di lasciare Roma per tornare nella casa dei suoi avi, nel paesino di San Tommaso, nelle Marche. Non fu un ritiro a vita privata, ma l’inizio di una nuova fase della sua vita: cominciò da subito a studiare il territorio, partecipò a diversi incontri e coordinò gruppi di studio di storia locale, collaborò con le scuole e le insegnanti e strinse amicizia con editori del luogo, che aiutò, ed ai quali concesse di rieditare molte sue opere, riproponendo così i suoi scritti in una visione nuova, per non museificare il suo pensiero.

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La casa, vicina ai sacri monti Sibillini, divenne un punto d’incontro per persone che venivano da ogni dove per parlare con lei e intrecciare scambi culturali, di conoscenza e di vita. Qui Joyce voleva creare “una casa della pace” e vi ospitò anche molti giovani che si recavano da lei per chiedere consigli o incoraggiamenti.

Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti, conosciuta come Joyce Lussu, fu una saggista, una storica, studiosa di genere, narratrice, poetessa, traduttrice, partigiana, una rivoluzionaria, un’ecologista e un’attivista politica.
Nacque a Firenze l’8 maggio 1912, terzogenita del conte Guglielmo e di Giacinta Galletti de Cadilhac. Quando i suoi genitori scrissero alcuni articoli contro il fascismo e, per questo motivo, il padre subì un’aggressione squadrista e venne brutalmente picchiato, la famiglia decise di lasciare l’Italia e di trasferirsi in Svizzera. Qui Joyce venne iscritta in una scuola-collegio ispirata dai movimenti nonviolenti come quello di Gandhi, ma dato che sin da subito scelse un’esistenza lontana dalla cultura accademica e ‘libresca’, iniziò a seguire specifici corsi in istituti diversi: dapprima l’Università di Heidelberg, in Germania (che lasciò nel 1933 a causa dell’ascesa del nazismo), poi i corsi di lettere alla Sorbona di Parigi e quelli di filologia a Lisbona.
Dal 1934 al 1938 viaggiò in diverse zone dell’Africa, dove scoprì la passione per la natura e maturò l’avversione per il colonialismo.
Tornata in Europa si impegnò assieme al fratello, lo storico e antifascista Max Salvadori, nell’organizzazione del movimento di Giustizia e Libertà.
Nel 1939 incontrò Emilio Lussu, col quale si sposò in privato in casa di fuoriusciti italiani, ed affrontò diverse lotte e rischiose imprese clandestine.
Joyce, tra l’altro, si specializzò nel produrre documenti falsi e, quando organizzò la fuga in Svizzera del socialista antifascista Giuseppe Emanuele Modigliani e della moglie, fu scoperta e imprigionata.
Quando tornò libera, con l’avvento dell’occupazione di Parigi (1940), decise di passare i Pirenei a piedi, insieme ad Emilio, per arrivare a Lisbona ed aiutare la fuga di molti antifascisti.
Successivamente si trasferirono a Londra, dove Emilio prese contatti con le forze alleate per organizzare la Resistenza italiana e Joyce frequentò una sorta di servizio militare britannico, dove imparò l’uso delle armi e tecniche di guerra.
Nel 1943 Joyce è a Roma: la città è invasa dai nazisti, ma la Lussu, incapace di rimanere inattiva, decise di offrirsi come volontaria al Comitato di liberazione nazionale per attraversare il fronte e raggiungere gli americani, al fine di concordare il lancio delle armi ai partigiani. L’impresa le valse una medaglia d’argento al valor militare (le fu consegnata nel 1966).
Nel 1944 partorì in solitudine il figlio Giovanni e, successivamente, decise di trasferirsi in Sardegna, ad Armungia (luogo natio di Emilio), dove si dedicò alla condizione delle donne e organizzò un loro coordinamento, collaborando alla fondazione dell’Unione donne italiane sarda e nazionale.
Dopo aver militato per qualche tempo nel Partito socialista italiano, in seguito preferì continuare le sue lotte fuori dai gruppi e dai partiti e ricominciò a viaggiare, divenendo attiva nel movimento pacifista internazionale e in quello contro la guerra fredda.
Dal 1958 iniziò un percorso contro l’eurocentrismo: portò in Italia le ragioni dei popoli vessati dal colonialismo e tradusse le parole di poeti rivoluzionari e di quelle minoranze la cui storia orale si stava perdendo. La poesia, all’apparenza innocua, fu un’arma molto efficace per Joyce: con la scusa delle traduzioni riuscì ad avere permessi per vedere i carcerati e per alcuni di loro tentò anche di organizzarne l’evasione.
Joyce, dopo i suoi studi di genealogia e di storia locale e globale, decise di dare vita ad una didattica alternativa, che mescolava ricordi personali, citazioni colte, raffronti archivistici e interviste agli anziani.
Nel 1975, dopo la morte di Emilio Lussu, decise di vivere in questa casa, dove rimase sino a quando la colpì la cecità e dovette trasferirsi dal figlio Giovanni, a Roma, dove morì il 4 novembre 1998.

Annalisa Bertani

Localizzazione

Località: San Tommaso di Fermo
Indirizzo: Contrada Paludi
Comune: Fermo
Provincia: Fermo (FM)
Regione: Marche
Coordinate geografiche: Latitudine 43.22822 – Longitudine 13.773383

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FONTI

Sitografia
In vendita la casa di Joyce Lussu, “diventi un museo”, articolo pubblicato sul sito www.ansa.it consultato il 4/9/2023

Salvadori Paleotti Gioconda Beatrice, profilo biografico pubblicato sul sito www.treccani.it consultato il 4/9/2023

M. Tortora, La casa di Joyce Lussu è in vendita, articolo pubblicato sul sito www.noidonne.org consultato il 4/9/2023

Villa di Joyce Lussu a Lido di San Tommaso (Fermo): “E’ piena di storia, va tutelata”, articolo pubblicato sul sito www.ilrestodelcarlino.it consultato il 4/9/2023

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ALTRE INFORMAZIONI

Date evento: 8/5/1912 – 4/11/1998

Cognome / Nome: Salvadori Paleotti Gioconda Beatrice, detta Joyce Lussu (dal cognome del marito Emilio Lussu)

Formazioni d’appartenenza: Giustizia e libertà, Partito socialista italiano

Data opera: Ottocento

Autore/i: non conosciuto

Note: edificio privato non liberamente accessibile e senza indicazioni inerenti l’ex proprietaria Joyce Lussu

contatti

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VIA INTITOLATA A FLAVIO BUSONERA A SASSARI

VIA INTITOLATA A FLAVIO BUSONERA A SASSARI

VIA INTITOLATA A FLAVIO BUSONERA A SASSARI

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright

La via è dedicata a Flavio Busonera, medico oristanese, socialista e martire della Resistenza, che dopo l’8 settembre 1943 stabilì contatti con i primi nuclei azionisti e della Resistenza padovana, si occupò dell’assistenza ai prigionieri alleati e contribuì alla costituzione delle prime bande partigiane. 

Flavio Busonera nacque il 28 luglio 1894 da una famiglia di artigiani, figlio di un piccolo commerciante di gazzose. Dopo le scuole medie frequentò il Ginnasio ad Oristano, ma in seguito proseguì gli studi a Cagliari, dove frequentò il Liceo Dettori e conobbe Antonio Gramsci, che lo sensibilizzò alle prime lotte socialiste dei lavoratori portuali cagliaritani e delle operaie della manifattura tabacchi. Partecipò alla Prima guerra mondiale come tenente dei bombardieri e qualche anno dopo conseguì la laurea in Medicina all’Università di Cagliari e intraprese la carriera di medico di famiglia nel paese di Sarroch.

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Nel 1926, a causa delle sue idee politiche, che lo posero in contrasto con la borghesia locale, dovette lasciare la Sardegna: Flavio, socialista sin da giovanissimo, s’iscrisse anche al Partito comunista e partecipò attivamente a tutte le manifestazioni di piazza, che si svolsero sia a Cagliari che in provincia. Dopo una breve permanenza a Claut, in Valcellina (Friuli Venezia Giulia), successivamente si stabilì a Cavàrzere, grosso centro agricolo in provincia di Venezia, dove si era costituito un Comitato di liberazione nazionale al quale Busonera partecipò attivamente e operativamente.
Dopo l’8 settembre 1943 organizzò le forze partigiane e divenne comandante della Brigata “Venezia”, per la quale ebbe il delicato compito di raccogliere armi e viveri per i partigiani del territorio. Inoltre, sostenne i giovani renitenti e soprattutto curò i partigiani feriti. Flavio, infatti, era soprattutto medico e la sua attività professionale lo portò costantemente in tutti i fronti di guerra, ed a rispondere ad ogni richiesta di aiuto, ma la sua innata generosità lo tradì. Il 27 giugno 1944 il resistente sardo venne arrestato dai fascisti con un abile stratagemma: due repubblichini travestiti da partigiani chiesero il suo aiuto e quando Busonera si presentò da coloro che credeva dei partigiani feriti, venne catturato dai fascisti e rinchiuso nel carcere dei Paolotti di Padova. I partigiani della sua brigata pensarono ad un piano di evasione e lo comunicarono a Flavio, ma lui rifiutò, perché sapeva che avrebbe provocato gravi ritorsioni ai compagni reclusi.
Il 16 Agosto 1944, nel centro di Padova, venne ucciso il colonnello repubblichino Bartolomeo Fronteddu e l’uccisione fu attribuita ai resistenti e, di conseguenza, il 17 Agosto 1944 Flavio fu impiccato ed altri sette partigiani vennero fucilati. 

Data la sua significativa partecipazione alla resistenza veneta, a Cavàrzere nel 1951 fu posta una lapide sulla facciata della sua casa di via Trento Trieste e venne intitolato un villaggio a suo nome, “Villaggio Busonera”, nel quale,  il 25 aprile del 1967 gli venne dedicato un busto, collocato nell’atrio delle Scuole elementari e, il 25 aprile del 1974, fu inaugurato un monumento in sua memoria; mentre a Padova gli sono state intitolate una strada ed una struttura ospedaliera (l’Istituto oncologico veneto).

In Sardegna, invece, più precisamente ad Oristano, sua città natale, il 25 aprile del 2016, in occasione del 71° anniversario della Liberazione, è stato intitolato a suo nome il Centro giovani di Sa Roda.

Annalisa Bertani

Localizzazione

Località: Li Punti (frazione)
Indirizzo: via Flavio Busonera
Comune: Sassari
Provincia: Sassari (SS)
Regione: Sardegna
Coordinate geografiche: Latitudine 40.747846 – Longitudine 8.520134

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FONTI

Bibliografia
G. Gaddi, Flavio Busonera: martire della Resistenza veneta, Padova, ANPI provinciale, 1970

Sitografia
Busonera. Il medico buono della Resistenza, articolo pubblicato sul sito oristano.anpi.it consultato il 19/7/2023

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ALTRE INFORMAZIONI

Data/e evento: Resistenza

Cognome / Nome: Busonera Flavio

Formazioni d’appartenenza: Brigata “Venezia”

Data/e opera: non determinabile

Autore/i: non determinabile

Note: via liberamente accessibile, segnalata dai cartelli stradali

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VIA INTITOLATA A FLAVIO BUSONERA A SASSARI

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LAPIDE DEDICATA A FERRUCCIO PARRI A PINEROLO

LAPIDE DEDICATA A FERRUCCIO PARRI A PINEROLO

LAPIDE DEDICATA A FERRUCCIO PARRI A PINEROLO

© Archivio dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri, fondo Parri Ferruccio, b. 149, fasc. 204 – Questa immagine è protetta da copyright

La città di Pinerolo ha voluto ricordare il suo illustre cittadino con una lapide collocata sulla facciata di Casa Midana: edificio che venne progettato dal suo proprietario, il geometra Achille Midana. L’opera diede inizio anche alla costruzione dei Portici pinerolesi, che in seguito vennero denominati “i vecchi”.

Ferruccio Parri, antifascista di tendenza liberal-democratica, nacque il 19 gennaio 1890 a Pinerolo, da una famiglia fortemente legata alla tradizione mazziniana. Completati gli studi liceali, nel 1908 s’iscrisse alla Facoltà di lettere dell’Università di Torino, dove nel 1913 si laureò con una tesi sull’economia piemontese del Sei-Settecento. 
Nel maggio del 1915 fu chiamato alle armi e combatté sul Carso e sul Piave, ove si distinse con atti di particolare valore militare che gli valsero ben tre medaglie d’argento e due promozioni sul campo. Per le ferite riportate in trincea, nel 1917 dovette abbandonare la prima linea e divenne ufficiale di collegamento e poi collaboratore diretto del Comando supremo dell’esercito. 
Nel giugno del 1919 lasciò il servizio militare e si trasferì a Roma, dove lavorò come insegnante e giornalista e, nel contempo, partecipò attivamente al movimento combattentistico (Opera nazionale combattenti e Associazione nazionale combattenti). 
Negli anni Venti si trasferì a Milano: nel 1922 fu assunto come redattore dal «Corriere della sera» e nel 1923 divenne ordinario di lettere presso il Ginnasio inferiore del Liceo Parini di Milano. In campo giornalistico iniziò anche la sua attività antifascista militante: nel 1924, infatti, insieme a Riccardo Bauer e Giovanni Mira, promosse e sostenne la rivista antifascista «II Caffè», strumento di denuncia morale e politica contro il governo fascista. Negli anni tra il 1925 e il 1930 collaborò alla diffusione della stampa clandestina e, sempre nello stesso periodo, si occupò attivamente dell’espatrio di esponenti antifascisti minacciati o costretti ad inattività coatta in Italia. L’apice di questa attività fu nel dicembre del 1926, quando, insieme a Carlo Rosselli, Italo Oxilia e Sandro Pertini, guidò la fuga in Corsica di Filippo Turati. Rientrato in Italia, Parri venne arrestato insieme a Carlo Rosselli, a Marina di Massa. Nel 1927 fu processato e scontò la pena detentiva nel carcere di Savona, poi venne trasferito ad Ustica, ed in seguito a Lipari, dove rimase dal settembre del 1928 al gennaio del 1930.

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Il 30 ottobre dello stesso anno venne di nuovo arrestato, perché accusato di correità con il gruppo giellista Bauer-Rossi-Ceva. Prosciolto in istruttoria, non ottenne la libertà, ma quale «pertinace avversario del regime», fu mandato al confino per cinque anni. 
Tornato a Milano all’inizio del 1933, riprese gli studi di economia e collaborò col «Giornale degli economisti e rivista di statistica» di Giorgio Mortara, ed entrò a far parte, nel dicembre 1934, dell’Ufficio studi della Edison. Per tutto questo periodo svolse un lavoro di collegamento tra i gruppi clandestini dell’Italia settentrionale e pose le basi di quella che divenne la struttura portante della lotta armata per la liberazione del Paese. Nel 1942 aderì al Partito d’Azione e nel settembre del 1943 al Comitato militare dei partiti antifascisti (che si riuniva nei sotterranei della Edison). Assunto il nome di battaglia “Maurizio”, dal nome dell’antico colle che domina la sua città natale -Pinerolo- e sul quale andava da bambino, Parri fu costantemente al centro dell’attività resistenziale: dall’8 settembre 1943 in poi, formò e coordinò i primi nuclei partigiani del Nord e sviluppò il centro clandestino di Milano. 
In seguito alla trasformazione del Comitato militare in Comando generale (giugno 1944), Parri e Luigi Longo assunsero il ruolo di vice comandanti e furono incaricati della responsabilità di coordinare le formazioni Giustizia e libertà (GL) e Garibaldi.
Nel dicembre 1944 fu inviato in missione al Sud, presso gli alleati, per ottenere il primo riconoscimento ufficiale del Corpo volontari della libertà – CVL; ma di ritorno, il 2 gennaio 1945, Parri venne catturato dalla Gestapo, interrogato nei locali dell’Albergo Regina e poi trasferito nel carcere di Verona. Rimesso in libertà nel mese di marzo, in seguito all’intervento alleato, intraprese con il generale Cadorna una nuova missione al Sud, per impostare la fase insurrezionale. Riuscì a rientrare a Milano il 25 aprile 1945, a insurrezione già iniziata.
Nell’immediato dopoguerra Parri fu invitato dai partiti antifascisti a presiedere il primo governo dell’Italia liberata; ma il Governo Parri cadde solo pochi mesi dopo, nel novembre del 1945 e, con la crisi del Partito d’azione, decise di fondare il Movimento della democrazia repubblicana (1946), col quale fu eletto deputato all’Assemblea costituente. 
Nel 1946 fondò l’Istituto di studi economici, mentre nel 1949 l’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia – INSMLI e, nello stesso anno, divenne presidente della Federazione italiana associazioni partigiane – FIAP. 
Dal 1959 lavorò alla costituzione di un Consiglio federativo della Resistenza e nel 1960 propose in Parlamento lo scioglimento del Movimento sociale italiano – MSI.
Il 2 marzo 1963 venne nominato senatore a vita e, nello stesso mese, fondò il periodico politico «L’Astrolabio» insieme ad Ernesto Rossi. 
Nel corso degli anni Settanta ridusse progressivamente sia l’attività politica che quella giornalistica. 
Morì a Roma l’8 dicembre 1981.

Annalisa Bertani

Localizzazione

Località: Pinerolo
Indirizzo: piazza Roma, angolo corso Torino
Comune: Pinerolo
Provincia: Torino (TO)
Regione: Piemonte
Coordinate geografiche: Latitudine 44.885439 – Longitudine 7.334381

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FONTI

Ferruccio Parri, profilo biografico pubblicato sul sito www.fiapitalia.it consultato il 25/6/2023

Ferruccio Parri, profilo biografico pubblicato sul sito www.reteparri.it consultato il 25/6/2023

Parri Ferruccio, profilo biografico pubblicato sul sito www.letteraicompagnirivista.com consultato il 25/6/2023

Parri Ferruccio, profilo biografico pubblicato sul sito www.treccani.it consultato il 25/6/2023

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ALTRE INFORMAZIONI

Date evento: 19/1/1890 – 8/12/1981

Cognome / Nome: Parri Ferruccio

Formazioni d’appartenenza:  Giustizia e libertà, Partito d’Azione

Data/e opera:  non determinabile. Sappiamo solo che la lapide venne affissa il 24 aprile 1982

Autore/i: non determinabile

Note: la lapide, visibile e liberamente accessibile, è affissa sulla parete dell’edificio che si trova all’imbocco di piazza Roma sulla destra, di fianco all’uscita dei portici

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LAPIDE DEDICATA A FERRUCCIO PARRI A PINEROLO

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ALDO ANIASI – FAMEDIO DEL CIMITERO MONUMENTALE DI MILANO

ALDO ANIASI – FAMEDIO DEL CIMITERO MONUMENTALE DI MILANO

ALDO ANIASI – FAMEDIO DEL CIMITERO MONUMENTALE DI MILANO

© Archivio fotografico “Fondazione Aldo Aniasi” – Questa immagine è protetta da copyright

Le ceneri di Aldo Aniasi sono tumulate nella cripta del Famedio del Monumentale di Milano, cui si accede dai portici di ingresso al cimitero.
Il Famedio, o “Tempio della Fama”, si trova nel piazzale di ingresso del Cimitero monumentale. Originariamente progettato da Carlo Maciachini con la funzione specifica di cappella cattolica, successivamente l’edificio venne destinato a luogo di sepoltura, celebrazione e ricordo, di milanesi, di origine o di adozione, considerati “illustri” (per meriti letterari, artistici, scientifici o atti insigni), “benemeriti” (per virtù proprie che recarono benefici e fama alla Città di Milano) o “distinti nella storia patria” (perché contribuirono all’evoluzione della Nazione).

Aldo Aniasi, socialista e partigiano, nacque il 31 maggio 1921 a Palmanova, in provincia di Udine. Ancora studente, sfollato a Lodi, dopo l’armistizio del 1943 decise di portarsi in Valsesia con una ventina di giovani lodigiani e codognesi, che diedero vita al Distaccamento Fanfulla (poi battaglione), della XVª Brigata d’assalto Garibaldi. Il giovane Aniasi, anagrammando il proprio nome creò il nome di battaglia “Iso Danali” ed entrò in contatto con il Comando di Cino Moscatelli. Nella primavera del 1944 passò nell’Ossola e, ancora giovanissimo, divenne comandante della IIª divisione Garibaldi – Redi. Il “Comandante Iso” dedicò gran parte della sua vita a difendere i valori della Resistenza: partecipò insieme ai suoi compagni ad azioni ardimentose, alla liberazione della Valdossola e fu tra i protagonisti dei quasi quaranta giorni di vita della Repubblica dell’Ossola, che si dotò anche di una Costituzione, che in seguito divenne uno dei punti di riferimento dei padri costituenti.
Dal 1947 al 1976 fu direttore della rivista “Solidarietà Umana” sulla quale scrisse contributi inerenti il dibattito sul riformismo italiano. 
Aniasi fu iscritto al Partito socialista italiano – PSI, sino alla scissione di Palazzo Barberini, quando aderì alla componente socialdemocratica del Partito socialista democratico italiano – PSLI (guidata da Giuseppe Saragat) e, in seguito, al movimento di “Iniziativa socialista” (con Mario Zagari, Leo Solari e Giuliano Vassalli), che nel 1959 confluì nel PSI.

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Dopo aver ricoperto i ruoli di consigliere comunale (1951) e di assessore, nel 1967 Aniasi fu eletto sindaco di Milano e ricoprì questo ruolo per quasi dieci anni, fino al 1976, anno in cui venne eletto alla Camera dei deputati, ruolo che svolse come deputato socialista per cinque legislature: due volte come ministro (per la Sanità e per gli Affari Regionali) e nove anni come vicepresidente della Camera dei deputati. 
Nel 1987 succedette a Ferruccio Parri alla presidenza della Federazione italiana associazioni partigiane – FIAP e nel 1994 divenne direttore di “Lettera ai compagni”, la testata della federazione.
Aniasi fu anche promotore della costituzione del “Centro di collaborazione tra le grandi città del mondo”, segretario dell’Associazione nazionale enti di assistenza – ANEA e autore di libri inerenti le sue esperienze di partigiano, amministratore e uomo politico. Ricordiamo in particolare i volumi “Parri. L’avventura umana, militare e politica di Maurizio” (1991) e “Ne valeva la pena” (1997).
Aniasi morì a Milano il 27 agosto 2005.

Aldo Aniasi è stato decorato con la Medaglia d’argento al valor militare per l’attività svolta durante la Resistenza e con la Medaglia d’oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell’arte per la sua attività politico – istituzionale.
Restò fedele ai valori della lotta partigiana tutta la vita e non mancò mai alle celebrazioni del 25 aprile che si svolsero a Milano.

Annalisa Bertani

Localizzazione

Località: Milano
Indirizzo: piazzale Cimitero Monumentale, 6
Comune: Milano
Provincia: Milano (MI)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.48578 – Longitudine 9.17995

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Tag:

FONTI

Sitografia
Aldo Aniasi, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 10/6/2023

Famedio, scheda pubblicata sul sito monumentale.comune.milano.it consultato il 10/6/2023 

M. Zanier, Aniasi Aldo, scheda biografica pubblicata sul sito www.letteraicompagnirivista.com consultato il 10/6/2023

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ALTRE INFORMAZIONI

Date evento: 31/5/1921 – 27/8/2005

Cognome / Nome: Aniasi Aldo

Formazioni d’appartenenza: XVª Brigata d’assalto Garibaldi; IIª divisione Garibaldi – Redi

Date opera: 1884 – 1887 

Autore: Carlo Maciachini

Note: il Famedio, essendo all’interno del Cimitero monumentale di Milano, non è liberamente accessibile (gli orari sono contingentati in base alle aperture del camposanto)

contatti

ALDO ANIASI – FAMEDIO DEL CIMITERO MONUMENTALE DI MILANO

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LA CASA ROMANA NELLA QUALE VENNE FONDATO IL PARTITO D’AZIONE

LA CASA ROMANA NELLA QUALE VENNE FONDATO IL PARTITO D’AZIONE

LA CASA ROMANA NELLA QUALE VENNE FONDATO IL PARTITO D’AZIONE

© Redazione – Questa immagine è protetta da copyright.

Il 4 giugno 1942, a Roma, in via Canina 6 (quartiere Flaminio) al primo piano di questo edificio, a casa dell’avvocato antifascista Federico Comandini, venne fondato clandestinamente il Partito d’Azione ad opera di (come recita la lapide):
“Vittorio Albasini, Piero Calamandrei, Guido Calogero, Federico Comandini, Alberto Damiani, Ugo La Malfa, Franco Mercurelli, Mario Vinciguerra ed Edoardo Volterra”.
Il nome riprendeva quello del Partito d’Azione fondato da Giuseppe Mazzini nel 1853.
Il nuovo Partito si ispirava al pensiero repubblicano e morale di Giuseppe Mazzini, al liberalismo progressista di Piero Gobetti, al liberalsocialismo di Guido Calogero e Aldo Capitini, al socialismo liberale di Carlo Rosselli e di Giustizia e Libertà – GL. Non a caso fra i suoi aderenti vi furono numerosi militanti GL, come Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Emilio Lussu, Riccardo Lombardi, Piero Calamandrei, Ernesto Rossi e Nello Traquandi.
Durante la riunione costitutiva, in casa Comandini, vennero elaborati sette punti programmatici:
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1) Costituzione di una repubblica parlamentare con classica divisione di poteri; 2) Decentramento politico-amministrativo su scala regionale (Regionalismo); 3) Nazionalizzazione dei grandi complessi industriali; 4) Riforma agraria (revisione dei patti colonici); 5) Libertà sindacale; 6) Forte laicità dello stato e separazione fra Stato e Chiesa; 7) Proposta di una federazione europea dei liberi stati democratici.
Alla base, ovviamente, vi era l’impegno per una decisa de-fascistizzazione delle istituzioni, per la costruzione di un modello di società basato sull’etica nella politica e nella comunità, per un’assoluta visione repubblicana delle istituzioni.
A partire dal 1943, il Pd’A divenne uno partiti che formarono il Comitato di liberazione nazionale e partecipò alla Resistenza con le proprie brigate “Giustizia e Libertà”.
Nel dopoguerra, il Pd’A partecipò alla nascita del nuovo governo d’unità nazionale e nel giugno del 1945 ottenne la presidenza del primo governo dell’Italia liberata con Ferruccio Parri, presidente del Partito e già vice-comandante del Corpo volontari della libertà – CVL, che guidò la Resistenza italiana.
Il 20 ottobre del 1947 il Partito si sciolse, ed i suoi membri, in seguito, aderirono soprattutto al Partito Socialista, al Partito socialista democratico italiano, ed al Partito Repubblicano.

Organo ufficiale (clandestino) del Partito fu «L’Italia Libera». Il giornale nacque per diffondere il programma – inizialmente condensato nei sette punti – che i dirigenti della nuova formazione politica redassero come base di partenza, comune, delle forze democratiche e antifasciste. Il nome derivava dall’omonima testata fondata dal repubblicano Randolfo Pacciardi, del 1923, che venne chiusa dai fascisti.
Il primo numero de «L’Italia Libera» uscì a Milano nel gennaio del 1943 e ne furono stampate tremila copie, che vennero distribuite in tutta Italia grazie alla rete efficiente dei singoli militanti, che rischiarono la vita in prima persona per smistare il giornale nelle varie regioni.
La seconda pubblicazione fu un supplemento, su due pagine, che venne pubblicato a marzo e dedicato “ai compagni di lotta del Partito d’Azione”: gli operai che si erano resi protagonisti degli scioperi di Torino e Milano, che vennero citati ad esempio, per annunciare un’auspicabile mobilitazione popolare.
A fine aprile, vi fu una terza uscita; ma dopo quest’ultima, vi furono una serie di arresti, fra i quali, quello di Bruno Visentini, incaricato di provvedere alla stampa del foglio, ed il quarto numero dovette aspettare.
Con la caduta del fascismo (25 luglio 1943) «L’Italia Libera» uscì per un breve periodo dalla clandestinità, per poi ritornarvi dopo l’8 settembre.
Nel giugno del 1947 la testata fu ceduta ad Aldo Garosci, ed il nome originario divenne il sottotitolo de «L’Italia Socialista». Questo perché, anche il Partito prese nuove strade: infatti, mentre la maggioranza del Pd’A stava confluendo nel Partito socialista italiano, una minoranza, guidata da Piero Calamandrei, Vittorelli e Garosci, confluì nell’Unione dei socialisti. Furono proprio questi ultimi a proseguire con le pubblicazioni della nuova testata, sino alla sua chiusura, che avvenne il 22 febbraio 1949.

Annalisa Bertani

Localizzazione

Località: quartiere Flaminio
Indirizzo: via Luigi Canina, 6
Comune: Roma
Provincia: Roma (RM)
Regione: Lazio
Coordinate geografiche: Latitudine 41.92109 – Longitudine 12.47165

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FONTI

Sitografia
4 giugno 1942: nasce il Partito d’Azione, il Partito della Resistenza, articolo pubblicato sul sito www.gruppolaico.it consultato il 7/7/2023

Italia Libera (L’), periodico, scheda pubblicata sul sito archivi.polodel900.it consultato il 7/7/2023

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ALTRE INFORMAZIONI

Data evento: 4/6/1942

Cognome / Nome: Comandini Federico; Gobetti Piero; Rosselli Carlo; Calogero Guido; Capitini Aldo; Albasini Vittorio; Damiani Alberto; Mercurelli Franco; Vinciguerra Mario; Volterra Edoardo; Parri Ferruccio; La Malfa Ugo; Lussu Emilio; Lombardi Riccardo; Calamandrei Piero; Rossi Ernesto; Traquandi Nello; Visentini Bruno

Formazioni d’appartenenza: Partito d’Azione, Giustizia e libertà

Data/e opera: non determinabile. Sappiamo solo che la lapide venne affissa il 4/6/2017, in occasione del 75° anniversario della fondazione del Partito

Autore/i: non determinabile

Note: edificio privato non liberamente accessibile, lapide visibile e liberamente accessibile

contatti

LA CASA ROMANA NELLA QUALE VENNE FONDATO IL PARTITO D’AZIONE

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