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Eppure, a parte una davvero esigua minoranza politicamente consapevole, la maggior parte degli italiani è priva di interesse – e di metodo – per anche solo avvicinarsi alle “questioni politiche”. È necessario parlare agli italiani, attivare il loro interesse, renderli insomma partecipi del destino del proprio paese e dei guasti che hanno condotto alla situazione attuale. Lo strumento migliore per comunicare alle masse è rappresentato dal materiale stampato clandestinamente.
In quelli che passano alla storia come “i quarantacinque giorni” – dal 25 luglio all’8 settembre 1943 – l’Italia è retta dal Governo Badoglio I. Il paese continua a rimanere in guerra a fianco della Germania e non vi è libertà di stampa o di associazione politica. Tuttavia i partiti si organizzano ed in quel periodo cominciano a circolare, pur essendo teoricamente illegali, le prime pubblicazioni antifasciste: a Milano «L’Unità», famosissima testata comunista, riesce a dare alle stampe ben 5 numeri.
Questo aspetto, inerente ad una pubblicazione legata ad un’ideologia politica precisa, mette in luce una delle caratteristiche della stampa resistenziale, ovvero il diverso grado di preparazione con cui i diversi partiti antifascisti giungono all’estate-autunno del 1943: alcuni, come il Partito Comunista appena citato, hanno già delle “basi”: una struttura clandestina ed un bagaglio di esperienze che li rende più preparati di altri, anche nella produzione e nella distribuzione di materiale a stampa clandestino, cosa che ad esempio inizialmente non vale per i socialisti.
In ogni caso è con il settembre del 1943 e l’inizio della stagione resistenziale – il biennio 1943-45 – che la stampa di materiale clandestino conosce la sua massima espansione. Ma cosa si intende dunque per stampa clandestina? Ad essa ci si può riferire non esclusivamente quando si parla di materiale stampato: possiamo considerare “stampa clandestina” anche il materiale ciclostilato, dattiloscritto, perfino scritto a mano, redatto da quei gruppi che, dopo la “ricostituzione” del Fascismo con la Repubblica Sociale Italiana – RSI, vengono giudicati illegali. Pertanto il cartacei di questo tipo, prodotti e diffusi in vari formati dai partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, dalle formazioni armate partigiane – collegate ad esso oppure indipendenti -, dalle organizzazioni di massa ma anche di gruppi minori di incerta collocazione, rientrano nella categoria. È bene specificare che non si tratta di una classificazione rigida ma che può essere adottata o meno a seconda degli aspetti che si vogliono studiare/approfondire, seguendo certo dei criteri logici.
Ebbene nei diciotto mesi che scandiscono la storia della Resistenza italiana, un enorme mole di materiale inseribile nella categoria di “stampa clandestina” viene prodotto e diffuso nell’Italia occupata dalle forze armate tedesche, il teatro dello scontro tra il Movimento di Liberazione e le truppe nazifasciste. Sono centinaia di migliaia le pagine di varia forma e natura – giornali, opuscoli, riviste e volantini – che si trovano a circolare tra le valli ed i grandi centri urbani dell’Italia settentrionale.
Il primo grande scoglio per cercare di comprendere i numeri reali di queste pubblicazioni, risiede nel contesto in cui esse sono state create. Il materiale a stampa clandestina è pensato per propagandare idee considerate fuorilegge dal potere dominante, pertanto si tratta di materiale pericoloso per chi lo detiene. Per questo motivo grande parte di esso viene distrutta dopo aver svolto la sua funzione, per evitare che il lettore/detentore possa passare dei guai. Inoltre, durante le grandi operazioni di rastrellamento antipartigiano, la distruzione dei documenti da parte dei partigiani stessi e dei comandi militari è prassi comune: il nemico deve avere meno informazioni possibili.
Daria Gabusi, nel suo saggio La stampa della Resistenza (2006) – fonte fondamentale per la redazione di questo testo insieme ai lavori di Laura Conti – individua tre distinte fasi nella diffusione del materiale clandestino, sia esso di informazione o di propaganda. Il primo periodo viene fatto risalire tra l’annuncio dell’armistizio, l’8 settembre 1943, ed il dicembre successivo. Il secondo è individuato tra il settembre e l’ottobre dell’anno dopo, il 1944, ed il terzo invece coincide con la stagione della liberazione, nella primavera del 1945. Ciò che suggerisce questa periodizzazione è che la stampa clandestina vada di pari passo con il maggior vigore dell’azione partigiana, per poi ridimensionarsi nei momenti difficili, caratterizzati dai grandi rastrellamenti nazifascisti e dalle stagioni fredde, naturali momenti di ripiego della combattività delle formazioni irregolari.
Per quanto riguarda una geografia della stampa clandestina, questa va ricercata nel particolare contesto dell’Italia tra il 1943 ed il 1945. La maggior parte del materiale circola nell’Italia occupata del Centro-Nord. Non mancano affatto pubblicazioni prodotte nell’Italia già liberata dagli alleati, anche se il protrarsi della guerra consente ai partiti ed alle formazioni militari partigiane uno sviluppo ed una diffusione più strutturata della stampa nella parte superiore della penisola. Accanto a ciò occorre specificare che, nell’Italia sotto il controllo angolamericano, le pubblicazioni che possono circolare sono quelle ben viste dal Comando alleato, in particolare per quanto riguarda i giornali.
Volendo interrogarsi sui numeri che caratterizzano il materiale stampato clandestinamente, i centri più produttivi sono le città: nei grandi centri urbani le tirature sono molto alte e possono arrivare ad aggirarsi anche sulle ventimila copie per una singola edizione. Il materiale stampato in città è pensato per essere diffuso all’interno di essa ma anche per essere portato al di fuori della cerchia cittadina e distribuito nelle aree limitrofe; un maggior numero di copie significa una maggior distribuzione sul territorio. Per quanto riguarda il trasporto del materiale stampato, il compito spetta alle staffette – figure chiave della Resistenza – le quali portano plichi di cartaceo nei centri dove questo viene smistato e preparato per la distribuzione: essere fermati da una pattuglia o da un posto di blocco tedesco/fascista con del materiale di propaganda conduce al fermo, agli interrogatori, non raramente alle torture, alla deportazione, alla morte.
La grande diffusione della stampa clandestina durante la Resistenza testimonia non solo il notevole sforzo riposto dai partiti nella causa della liberazione ma una più generale partecipazione civile: al netto di coloro che sono attivamente impegnati nel Movimento di Liberazione – dai dirigenti ai partigiani, arrivando infine ai semplici sostenitori – la curiosità per un’informazione “altra”, cioè non caratterizzata dalla retorica fascista, si diffonde.
Se si volessero sinteticamente indicare le motivazioni o gli obiettivi che spingono alla creazione ed alla diffusione della stampa clandestina si potrebbe dire che essi variano a seconda delle linee che caratterizzano i singoli partiti, ma che hanno, al contempo, degli aspetti in comune. Vi sono realtà come il Partito Comunista, il Partito d’Azione, che vedono nella stampa la possibilità di attivare e coinvolgere le masse: ecco dunque che un giornale od un opuscolo possono essere utilizzati per spiegare quelle che sono le ragioni della lotta contro l’occupante tedesco ed fascismo saloino, le tappe storiche che hanno condotto il Fascismo a prendere il sopravvento in Italia, od ancora gli obiettivi a cui si dovrebbe puntare una volta sconfitto definitivamente il nazifascismo.
Eppure è bene specificare che i limiti incontrati sulla strada di questo “dialogo con le masse” sono tanti. In primis non è per nulla scontato che siano note le tecniche di redazione necessarie, ad esempio, a stampare un giornale: è fondamentale scoprire o riscoprire come si fa il giornalismo poiché, per quasi vent’anni, le uniche voci cartacee consentite sono quelle vagliate ed indirizzate dal fascismo. Inoltre l’opera di stampa è di per sé complessa: non tutti i partiti nelle loro ramificazioni locali possiedono il materiale necessario, dall’inchiostro ai macchinari, tantomeno le formazioni partigiane. Sono gli organi di partito a poter contare solitamente su stamperie adeguate, mentre più generalmente le attività di questo tipo sono guidate dalla precarietà e dal coraggio – o dall’ingegno – dei singoli gruppi o individui. Anche in questo caso emerge ben presto la differenza di organizzazione che caratterizza i diversi partiti, tra i quali i più strutturati nel campo della produzione e diffusione di materiale clandestino si rivelano essere PCI, Pd’A ed anche PSIUP, ovvero il Partito Socialista di Unità Proletaria.
Inoltre il procedimento stesso è rischioso ed i vari protagonisti lavorano con il tangibile rischio di essere individuati ed incarcerati. Sono diversi i nomi di antifascisti attivi nella filiera della redazione di stampa clandestina che pagano con la vita il loro operato; essi spaziano dai “tecnici” ai redattori, dalle staffette ai distributori del materiale. Tra i nomi dei caduti più noti figurano quelli di Eugenio Curiel – intellettuale con un ruolo dirigenziale nelle pubblicazioni comuniste «L’Unità» e «Nostra lotta»; Carlo Bianchi e Teresio Olivelli – fondatori de «Il Ribelle», di ispirazione cattolica; Leone Ginzburg, direttore di «Italia Libera» del Pd’A; Eugenio Colorni, tra coloro che scrissero il «Manifesto di Ventotene» e, durante la Resistenza, redattore capo del quotidiano del Partito socialista «Avanti!».
Occorre a questo punto una distinzione, volendo approfondire il discorso, in merito alle varie tipologie di materiale stampato in clandestinità. È possibile utilizzare una divisione in tal senso che rispecchia le peculiarità della Resistenza, vissuta e combattuta in contesto urbano o sulle montagne.
Da un lato – in città – abbiamo appunto una diffusione della stampa dei partiti del Comitato di Liberazione. Questa si caratterizza per la sua volontà di influenzare ed orientare l’opinione pubblica, pertanto assume una valenza generalmente più politica. Questo non significa che la stampa clandestina in città parli esclusivamente di questioni complesse – e non sia mirata anche ad “agitare” – ma che, tra le sue pubblicazioni, ci sia una certa varietà. Pertanto accanto ai periodici ufficiali compaiono tanto riviste che trattano temi specifici – pensate per minoranze che “masticano” il linguaggio politico – quanto edizioni rivolte a categorie di pubblico ben definite come le donne od i giovani. Notevole è l’attenzione riservata al mondo dei lavoratori delle singole professioni, manifesta attraverso materiale destinato ad esempio agli operai di fabbrica o ai contadini.
Per quanto riguarda il Comitato di Liberazione Nazionale nelle sue diramazioni, attività editoriali si concretizzano in pubblicazioni ufficiali e ben diffuse come «La Riscossa italiana. Organo Piemontese del Fronte di liberazione nazionale» ed altre circolanti invece più a livello locale, come ad esempio il «Bollettino quotidiano d’informazioni» nell’Ossola dell’autogoverno partigiano o «Fratelli d’Italia» in Veneto.
I partiti impegnati nella lotta al nazifascismo fanno circolare i loro giornali nazionale, veri e propri “organi di partito”, come dichiarato nei sottotitoli. Questi sono portati a seguire la linea delle rispettive forze politiche anche se le singole edizioni hanno i loro protagonisti e dunque le loro particolarità: non mancano pertanto le divergenze di opinioni tra le redazioni delle diverse città. Il Partito Comunista Italiano è presente con «L’Unità», celebre testata nazionale con le sue edizioni milanese, romana e napoletana; vi sono poi una ventina di edizioni locali. Generalmente la linea seguita ha un carattere agitatorio ed informativo. A «L’Unità» sono legati nomi illustri come quelli del già citato Curiel, Pietro Secchia, Mauro Scoccimarro, Giorgio Amendola, Celeste Negarville ed altri ancora. Il Partito d’Azione parla attraverso «Italia libera», diffuso Roma, a Milano e a Torino. Anche nel caso del principale giornale azionista i nomi di spessore sono tanti e spaziano da quelli di Leone Ginzburg a Riccardo Lombardi, da Leo Valiani a Franco Venturi. L’Organo del PdA si rivela importante per mettere in evidenza l’approccio azionista alla lotta contro tedeschi e fascisti; tra le sue pagine vengono ribadite con forza posizioni contro la monarchia e contro Pietro Badoglio. Il Partito Socialista è presente con «L’Avanti! Giornale del partito socialista di unità proletaria» con le sue edizioni per le città di Roma, Milano, Torino, Firenze, Venezia, Bologna. Nella capitale il giornale socialista è diretto da Pietro Nenni e Giuseppe Saragat, mentre a Milano è curato da Guido Mazzali e Renato Carli Ballola. Particolarità che emerge dalle pagine de «L’Avanti!» è data dall’intento educativo che il giornale si propone; anche in questo caso evidenti sono le posizioni anti badogliane ed antimonarchiche. Per quanto riguarda la stampa clandestina cattolica – dopo il famoso ed anticipativo opuscolo «Idee ricostruttive della democrazia cristiana» – nell’ottobre 1943 esce a Roma, «Il Popolo», edizione dell’organo di partito alla quale si affiancheranno le edizioni toscana e milanese; quella romana diviene l’organo ufficiale della DC. Tra i nomi celebri legati direttamente al giornale figurano quelli di Giulio Andreotti, Alcide De Gasperi, Guido Gonella, Mario Scelba e Giuseppe Spataro. Per il Partito Liberale Italiano, il riferimento principale è «Risorgimento liberale», promosso da Benedetto Croce e Luigi Einaudi a Roma a partire dall’agosto del 1943; avrà anche un’edizione lombarda ed una piemontese. Si tratta di una pubblicazione che, oltre ad offrire informazione, punta a spiegare le idee ed i principi che ispirano la galassia liberale, in realtà molto frammentata. Per quanto riguarda il Partito Repubblicano – non aderente al CLN – abbiamo «La Voce repubblicana» che segue la linea “dell’intransigenza repubblicana” e rimarca la pregiudiziale antimonarchica; le sue edizioni circolano nella capitale, in Lombardia ed in Emilia-Romagna.
Accanto alle testate più “nazionali” circolano poi nell’Italia occupata un gran numero di pubblicazioni locali. Anche in questo caso abbiamo legami diretti con i partiti, come ad esempio – per il PCI – il milanese «La Fabbrica» oppure «Il Lavoratore» e «La Terra. Giornale dei lavoratori della terra», esplicitamente dedicati a categorie professionali e trattanti temi che spaziano dalle questioni sindacali alla mobilitazione popolare. Per il PdA molti sono i fogli locali come ad esempio «Giustizia e libertà», circolante in Piemonte ed in Veneto. Anche tra gli azionisti grandi sforzi sono dedicati alla stampa pensata per le differenti categorie di lavoratori, ad esempio con «Voci d’officina» – poi organo sindacale del partito – promosso legato a nomi come quelli di Franco Venturi, Franco Momigliano e Leo Valiani. Su una linea simile «Azione contadina» e «Voci dei campi e delle officine»; pubblicazioni volte a collegare rivendicazioni sindacali di categorie definite ad un impegno di più ampio respiro, da stimolare ed orientare verso la liberazione del paese dal nazifascismo. Tra la stampa socialista una notevole attenzione è dedicata alle professioni ed a pubblici ben definiti, come le donne ed i giovani. Abbiamo in tal senso «L’Edificazione socialista. Giornale dei professionisti, dei tecnici e degli impiegati», diretto da Angelo Saraceno: un prodotto sul quale trovano spazio teorie e programmi utili alla costruzione della società socialista. Pensato per le donne è invece «La Compagna», mensile diffuso in Emilia-Romagna e diretto da Ada Buffulini; per i giovani il fiorentino «Avanguardia. Giornale della gioventù socialista» e «Rivoluzione socialista. Organo clandestino della federazione giovanile del partito socialista di unità proletaria» nelle edizioni lombarda, piemontese e ligure.
Per i democristiani circola nella capitale, sotto la responsabilità di Andreotti e Giorgio Tupini, «La Punta. Giornale di battaglia della gioventù democratico-cristiana», con edizioni in altre località; A Milano «Democrazia»; a Torino «Per il domani» e «La Vedetta della democrazia cristiana subalpina»; in Veneto, tra gli altri, «La Campana, l’ora del popolo» o «La Libertà», stampato a Padova.
Nella sfera del PLI – che si caratterizza per pubblicazioni non periodiche – abbiamo «L’Opinione» nella sua edizione piemontese – diretto da Franco Antonicelli – ed in quella toscana – diretta da Eugenio Artom. In Veneto si trova «Veneto Liberale», in Liguria viene diffuso «Il Secolo liberale. Organo ligure del Partito liberale italiano» mentre a Pavia circola «L’Idea liberale. Foglio del gruppo pavese del Partito liberale italiano». Espressione del tentativo compiuto dalla forza politica di rivolgersi specificatamente ai giovani è «Gioventù liberale», redatto a Milano.
Abbiamo poi pubblicazioni più settoriali, utili per ospitare dibattiti più complessi. Si tratta di prodotti in cui viene dato spazio ad elaborazioni di più ampio respiro, capaci di andare oltre le contingenze del momento. In tale senso si segnalano, tra gli altri, il già citato «Nostra lotta» per il PCI, rivista quindicinale che punta a diffondere la linea del partito trattando questioni ideologiche. Per i socialisti «Politica di classe», rivista di elaborazione politica legata ai nomi di Lelio Basso, Guido Mazzali e Rodolfo Morandi. Per mano dei liberali a Milano vengono pubblicati i «Quaderni del Risorgimento liberale» con interventi di Luigi Einaudi e Benedetto Croce. Per la Democrazia Cristiana escono i «Quaderni del Ribelle», prodotto quest’ultimo che si propone di toccare temi più complessi che ragionano sul passato e sul futuro della nazione.
Vi è poi tutta una vasta produzione di gruppi minori, autonomi, politicamente indipendenti e movimenti che danno alle stampe materiale di propaganda, agitazione, informazione ed orientamento. Abbiamo, a titolo esemplificativo, realtà come il Movimento dei cattolici comunisti, Il Movimento cristiano Sociale, i Lavoratori Cristiani od Il Movimento sociale per l’unità d’Italia. I formati prodotti sono anche in questo contesto vari e spaziano dai fogli ai giornaletti, dagli opuscoli ai quaderni.
Accanto a quella “di città” abbiamo la stampa che circola tra le brigate partigiane, detta “di montagna”; generalmente ad opera delle singole formazioni, questa è pensata principalmente per avere un carattere informativo nei confronti di chi combatte. Considerando la miriade di formazioni partigiane combattenti – dalle grandi divisioni legate alle brigate più piccole ed indipendenti – ed il loro sviluppo nel biennio 1943-45, dare dei giudizi di ampio respiro è abbastanza riduttivo delle singole specificità. Nonostante questo è possibile trovare delle caratteristiche comuni ai “fogli” – così vengono definiti – delle varie realtà militari della Resistenza. Si tratta di materiale sovente prodotto attraverso l’utilizzo del ciclostile ma anche a macchina, in cui generalmente le questioni politiche non sono trattate nello specifico, anche perché la loro comprensione risulterebbe ardua per i partigiani; molti combattenti sono giovani o giovanissimi, cresciuti integralmente sotto la dittatura e dunque privi degli strumenti utili per approcciarsi a discorsi complessi. Inoltre molto spesso coloro che si dedicano alle attività di redazione non sono professionisti del giornalismo e pertanto non possiedono il know how sia contenutistico che stilistico. Oltre a ciò bisogna tenere conto della precarietà in cui le formazioni vivono – la costante possibilità di rastrellamenti – e la scarsità di materiali utili al procedimento di stampa. Questo non significa che non vengano toccati argomenti scottanti e domande esistenziali: molti sono gli articoli che trattano i temi della disciplina e delle privazioni o che provano a ragionare sull’Italia del futuro.
Il materiale prodotto dalle formazioni assume inoltre la valenza di strumento utile a rafforzare una sorta di spirito di corpo; vengono esaltate ad esempio le azioni delle brigate, gli atti di eroismo, si ricordano i compagni caduti e si segnalano le nefandezze nazifasciste Non mancano le informazioni provenienti dai vari fronti di guerra e vi è dello spazio riservato all’umorismo: barzellette, ironia spicciola e scurrilità mirano a rendere un tantino più sopportabile la dura esistenza dei partigiani. La forma di questi fascicoli “di montagna” è piuttosto semplice ed anche il linguaggio segue la stessa linea. Ciò che emerge osservando questo tipo di pubblicazioni è la presenza di una retorica evidentemente eredità del periodo della dittatura. In un momento in cui ciò che si conosce smette di esistere e tutto è in trasformazione, si cercano modelli e miti a cui ispirarsi: svariati in questo senso sono i richiami al risorgimento italiano ed ai suoi protagonisti.
Le esperienze legate ai “fogli” partigiani sono tante e diverse. Le Fiamme Verdi – formazioni di ispirazione cattolica – pubblicano «Il Ribelle». Il Partito d’Azione è presente con «Il Partigiano alpino. Organo delle Formazioni partigiane di GL», al quale partecipano personaggi come Duccio Galimberti, Guglielmo Jervis e Paolo Braccini; tutti e tre pagano con la vita, in circostanze diverse, il loro impegno nella Resistenza con il PdA. Vi sono poi pubblicazioni di numeri singoli e diversi fogli, come ad esempio «Giustizia e libertà. Notiziario della seconda divisione alpina Giustizia e libertà» o «Il Cacasenno. Quindicinale polemico della II divisione alpina GL».
Tra i fogli partigiani comunisti «La Stella alpina», organo delle brigate partigiane garibaldine del Cusio-Ossola-Verbano, stampato in Valsesia e diffuso anche nel Cusio ed in Ossola sotto la responsabilità di Vincenzo Moscatelli ed Eraldo Gastone, «Baita», foglio biellese con qualche migliaio di tirature che tratta anche di questioni legate alla democrazia progressiva, «Stella garibaldina. Giornale della I divisione d’assalto Garibaldi Piemonte» e «Stella Tricolore. Giornale dei garibaldini della VI divisione», edito ad Alba a partire dal periodo della Zona libera.
Dare conto di tutte le pubblicazioni uscite clandestinamente tra il 1943 ed il 1945 è impossibile in questa sede. Per uno sguardo d’insieme si consiglia di consultare il sito del progetto «Banca dati della stampa clandestina» dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri; qui è possibile consultare i numeri digitalizzati di centinaia di testate ed usufruire di strumenti utili ad approfondire il tema generale attraverso consigli bibliografici, dossier didattici dedicati e saggi specifici.
La stampa clandestina in Italia durante la Resistenza si sviluppa tra ambizioni e limiti. In un contesto in cui è necessario imparare o re-imparare a fare giornalismo, gli antifascisti si adoperano per dare vita a giornali, fogli, bollettini, opuscoli e manifesti che abbiano tanto un valore informativo quanto educativo. Da un lato è necessario parlare all’opinione pubblica e convincerla ad attivarsi nella lotta al fascismo pubblicizzando le linee dei vari partiti del CLN, dall’altro occorre sviluppare una stampa per coloro che combattono e muoiono nelle formazioni partigiane: è necessario trovare il modo di spiegare alla componente armata della Resistenza le ragioni per sopportare i patimenti, la disciplina ed rischi della guerriglia. Non mancano ovviamente le occasioni di discussione – un esempio è dato dal «dibattito delle cinque lettere» – tra stampe clandestine dei vari partiti; sono le anticipazioni del “gioco” democratico. Così, in clandestinità, tra esigenze di compattezza del fronte antifascista e naturali divisioni, si forma e si definisce l’opinione publica politica di coloro che si impegnano nella lotta di liberazione. Accanto a coloro che si spendono nella filiera della stampa clandestina – sia nel sotterraneo di una fabbrica milanese o sia tra i fumi di una baita veneta con il pavimento in terra battuta – anche il pubblico riscopre l’esistenza di linee politiche differenti. Attraverso il confronto, la discussione, l’adesione ad un’idea piuttosto che ad un’altra, gli italiani in generale scoprono e riscoprono il valore dell’informazione e si preparano – con gradi di consapevolezza molto differenti – al tempo ed ai meccanismi della Repubblica.
Luca Zanotta
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Bibliografia
D. Gabusi, La stampa della Resistenza, in Storia d’Italia nel secolo ventesimo. Strumenti e fonti, a cura di C. Pavone, Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, 2006
L. Conti, La Resistenza in Italia: 25 luglio 1943 – 25 aprile 1945, Feltrinelli, 1961
Stampa clandestina, Dizionario della Resistenza, a cura di E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, Torino, Einaudi
Stampa clandestina: 1943-1945: storie, fonti, strumenti per la didattica, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, 2017
Sitografia
Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Stampa clandestina, scheda pubblicata sul sito www.anpi.it consultato il 24/6/2025
Stampa clandestina 1943-1945. La Banca dati dei periodici pubblicati durante la Resistenza, progetto pubblicato sul sito www.stampaclandestina.it consultato il 24/6/2025
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Primavera 1944. Italia settentrionale. Con l’arrivo della bella stagione, le formazioni partigiane recuperano le forze dopo un inverno particolarmente duro. I mesi passati tra il freddo delle montagne, i rastrellamenti nazifascisti e la scarsità di risorse sembrano essere un ricordo lontano. Eppure nelle esperienze ricavate dalla stagione fredda – caratterizzate da sconfitte, sofferenze e qualche piccola vittoria – quanti tra i partigiani sono sopravvissuti al periodo invernale possono definirsi veterani. I combattenti semplici, i loro comandanti, i dirigenti dei vari Comitati di Liberazione Nazionale – CLN, hanno imparato a fare la guerriglia sperimentando successi ed errori nel contesto della guerra di liberazione dall’occupante tedesco e della guerra civile contro i fascisti di Salò.
In quello che è un periodo di rinvigorimento per la Resistenza una serie di cause conduce le formazioni partigiane ad ingrossarsi, ad attirare cioè nuovi individui – alcuni guidati dalle loro idee, altri dalla necessità o dal caso – nelle bande armate.
In quello che è un periodo di rinvigorimento per la Resistenza una serie di cause conduce le formazioni partigiane ad ingrossarsi, ad attirare cioè nuovi individui – alcuni guidati dalle loro idee, altri dalla necessità o dal caso – nelle bande armate. Le motivazioni sono varie: molti giovani raggiungono le formazioni partigiane per sfuggire al reclutamento nelle forze della Repubblica Sociale Italiana – RSI, comandato dai Bandi Graziani. Inoltre il clima più mite favorisce l’afflusso alle montagne, alimentato anche dagli svolgimenti di quella che viene definita “guerra grossa”: i successi alleati galvanizzano i vari movimenti che lottano contro le forze tedesche nell’Europa occupata. L’esercito nazista è in difficolta su diversi fronti e il mese di giugno, con i suoi avvenimenti, sembra lasciar intravedere la fine della guerra. Per quanto riguarda il fronte occidentale il 4 giugno gli alleati liberano Roma, capitale di una delle potenze dell’Asse, mentre il 6 giugno l’operazione Overlord – lo sbarco in Normandia – apre il fronte che punta dritto al cuore della Germania passando per la Francia. Sul fronte est l’Armata rossa dà il via, il 22 giugno, all’operazione Bagration nella Polonia orientale e in Bielorussia: l’operazione si conclude con l’annientamento del Gruppo d’armate Centro tedesco.
Per quanto il fronte italiano abbia ormai perso la sua importanza per gli alleati nello scenario bellico, i combattimenti sulla penisola non sono terminati: le forze tedesche si schierano in difesa, rinforzando i punti del fronte ritenuti più vulnerabili alle future offensive: gli alleati attaccheranno la linea Gotica pochi mesi più tardi, nel settembre del 1944. A corto di uomini e sempre più in carenza di risorse, l’esercito di Hitler lascia il controllo delle retrovie alle forze della RSI: saranno principalmente queste ad occuparsi di contrastare le formazioni partigiane stanziate tra i monti e le valli dell’Italia settentrionale. Con l’intensificarsi delle imboscate, degli attentati alle vie di comunicazione e degli assalti alle caserme per mano partigiana, molti presidi nazifascisti stanziati lontano dai grandi centri urbani e sparsi tra le vallate, vengono progressivamente abbandonati dalle forze tedesche e fasciste. Si avvia in questo contesto quella che verrà poi definita “La grande estate partigiana” ovvero un periodo di grande aggressività ed espansione per le forze della Resistenza.
È in questo periodo che si presenta l’occasione per i comandi partigiani di agire in modo differente: se la guerriglia aveva sino ad allora operato secondo la tattica del “mordi e fuggi” – ossia attaccare e disimpegnarsi da qualunque battaglia di tipo statico contro tedeschi e fascisti – ora le circostanze consentivano un nuovo modo di agire. Era possibile cioè pensare di prendere il controllo di intere zone, sottraendole integralmente al controllo dei soldati tedeschi o dei militi della Repubblica sociale. Tra i mesi di giugno e luglio il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia e il Corpo volontari della libertà – CVL (l’organismo avente il compito di coordinare gli sforzi militari della Resistenza), diramano una serie di documenti in cui istruiscono i comandi delle varie formazioni partigiane nell’eventualità che una zona fosse stata sgomberata dalla presenza nazifascista.
Sorgono così, tra l’estate e l’autunno, quelle che prendono il nome di “Zone libere”, ossia aree sottoposte al controllo partigiano. Queste zone possono essere liberate dal controllo nazifascista secondo modalità differenti: a volte esse vengono abbandonate dalle forze di occupazione poiché il loro mantenimento non è giudicato funzionale agli sforzi del Reich tedesco; in altri casi vengono conquistate attraverso le azioni militari dei partigiani che in questo modo “scacciano” il nemico, in altre ancora i territori vengono sgomberati da fascisti e tedeschi in seguito ad accordi intercorsi tra i comandi tedesco-fascisti ed i rappresentanti partigiani. Può accadere che un territorio venga liberato con il concorso di queste dinamiche, come accadde ad esempio per quella che sarà nota poi come Repubblica partigiana dell’Ossola, caso in cui si verificano tutte e tre le ipotesi sopra menzionate.
Occorre però fare delle distinzioni tra Zone libere e Repubbliche partigiane per evitare sovrapposizioni non corrette: in generale per lo storico Santo Peli, che a lungo si è occupato di questi temi, per zone libere si intendono quelle porzioni di territorio la cui liberazione è frutto di un piano teorizzato ed applicato e non figlia del caso.
In ogni caso quando parliamo di zone libere dobbiamo partire dal presupposto che queste sono molto differenti tra loro, tanto in termini geografici – vallate, zone collinari -, di numeri – grandezza dei territori, numero di abitanti -, quanto in termini di natura delle formazioni partigiane esistenti dentro i confini di esse – garibaldini, autonomi, cattolici, azionisti, etc. La differenza principale che consente di distinguere tra una “zona libera” e quelle che, a posteriori, vengono definite “repubbliche partigiane” risiede in diversi fattori, anche se non esistono schemi d’interpretazione troppo rigidi: la durata di questi esperimenti di liberazione nel tempo, la presenza di organi che si propongono di amministrare la vita al loro interno e la strutturazione delle misure stesse di organizzazione. Per fare un esempio nel riferirsi ad una zona magari di piccole dimensioni, di breve durata nel tempo, semplicemente popolata da forze armate partigiane ma non particolarmente amministrata, può essere definita semplicemente “zona libera”; se invece magari ci riferiamo ad un territorio vasto, caratterizzato dalla presenza di molti residenti, rimasto libero per un lasso di tempo sufficiente a creare degli organi di autogoverno capaci di amministrare la vita nell’area attraverso interventi più o meno complessi, allora probabilmente possiamo parlare di “Repubblica partigiana”.
L’esperienza delle zone libere e delle repubbliche partigiane si può dividere in due fasi. Una prima di queste è rintracciabile tra il giugno ed il luglio del 1944, quando sono in molti a ritenere che la guerra possa giungere al suo epilogo nel giro di breve tempo. In questo periodo i territori liberati dalla presenza nazifascista sono localizzati in alcune vallate piemontesi, come la Valsesia e la Val Maira, altri si trovano tra l’oltrepò pavese ed il modenese e nell’area dell’appennino tosco-emiliano. La seconda fase è ascrivibile invece al periodo di tempo compreso tra il settembre ed il novembre del 1944 e riguarda porzioni di territorio piemontese – Alto Monferrato, Langhe e valle dell’Ossola – la regione della Carnia e nuovamente alcune aree dell’appennino tosco-emiliano. Le regioni coinvolte dal fenomeno delle zone libere sono pertanto Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte ed Umbria.
Tra la tarda primavera del 1944 e l’autunno del 1944 nell’Italia occupata si trovano dunque ad esistere circa una ventina tra zone libere e repubbliche partigiane, ognuna dotata delle proprie peculiarità, alcune strutturate e “governate”, altre semplicemente liberate dal nemico nazifascista. Alcune durano pochi giorni, altre resistono per settimane; alcune sono minuscole, altre si estendono per centinaia di chilometri quadrati. Ciò che le accomuna, senza voler troppo generalizzare, è che in un periodo di tempo – più o meno breve – le forze della Resistenza hanno la possibilità di prendere in mano la gestione civile e politica dei territori liberati.
Tra le repubbliche partigiane più celebri rientrano i casi delle Langhe, dell’Alto Monferrato, di Montefiorino, dell’Ossola e della Carnia.
Le ultime tre in particolare conquistano un posto di rilievo nella storia della Resistenza. Si tratta di “repubbliche partigiane” che hanno vita in momenti differenti, tra l’estate e l’autunno inoltrato del ‘44, caratterizzate dalla vastità delle aree liberate e da una strutturazione anche complessa, capace di dimostrare agli occhi del mondo libero che le forze partigiane guidate dal CLN sono in grado di liberare ampie porzioni del proprio territorio nazionale e di instaurare delle forme di autogoverno orientate a soddisfare i bisogni della popolazione e caratterizzate – particolarmente in Carnia ed in Ossola – da una libertà di partecipazione sconosciuta nel paese durante il ventennio fascista.
Per dare un’idea basta indicare le grandezze dei tre casi. La “Repubblica di Montefiorino” occupa una superficie di 1.000 km2, racchiudendo al suo interno circa 50.000 persone. La “Libera Repubblica partigiana di Carnia” si estende per circa 2.500 km2, comprendendo al proprio interno 38 comuni e 90.000 individui. La “Repubblica partigiana dell’Ossola” è caratterizzata da 1.200 km2, una trentina di comuni e la presenza di 75-80.000 persone. Al netto di quelli che sono i numeri, questi casi passano divengono famosi per gli sforzi compiuti dagli organi di autogoverno che si assumono il compito di amministrare la vita all’interno dei territori: in Carnia ed in Ossola ben emerge la volontà di agire in modo democratico anche attraverso l’ideazione di riforme moderne che finiscono per conferire alle esperienze un grande valore morale.
Eppure, se la liberazione dei territori assume in principio molteplici significati positivi per la Resistenza, ben presto la questione della gestione delle zone libere mette in evidenza tutte le difficoltà che la pratica porta con sé. I problemi sono molteplici: le zone libere sono “isole” in un’Italia occupata dalle forze armate tedesche ed in quanto tali sono impossibilitate a ricevere dall’esterno le risorse di cui la popolazione necessita per la sua sussistenza. Il venire meno degli organi amministrativi esistenti sotto il fascismo fa poi in modo che l’intero peso della gestione diventi responsabilità degli organi di autogoverno partigiani o dei comandi militari. Le zone libere infatti differiscono anche per quanto riguarda chi si trova nella posizione di “amministrarle”, chi insomma all’interno di esse detiene il comando: in alcuni casi si hanno dei comandi militari partigiani di un determinata corrente politica, in altri delle vere e proprie giunte composte dai rappresentanti dei vari partiti del CLN, nominate per l’occasione. Nei casi in cui le zone libere hanno la possibilità di strutturarsi in maniera più complessa gli organi deputati all’attività amministrativa emanano provvedimenti specifici tesi a soddisfare i bisogni primari degli abitanti, anche se nella pratica molte misure si rivelano insufficienti.
Un altro fattore di rischio non indifferente è dato dalla coesistenza forzata, all’interno delle zone libere, di formazioni partigiane di differente colore politico. Per quanto esistano zone libere dove la collaborazione – ad esempio – tra comandi partigiani garibaldini e autonomi, effettivamente funzioni, in altri casi i dissapori sfociano in litigi aspri. Questo ultimo aspetto non solo finisce per rendere ancora più difficile la gestione da parte degli organi di autogoverno nominati dal CLN, ma mina fortemente le già scarse possibilità delle zone libere di difendersi dalle certe offensive nazifasciste volte a riprendere possesso dei territori persi: forze non coese, comandi litigiosi e che non si fidano gli uni degli altri finiscono per essere prede più facili di un nemico ben organizzato ed armato. È sempre bene specificare che la questione dei contrasti in seno alla Resistenza italiana non caratterizza esclusivamente l’esistenza delle zone libere ma è ascrivibile all’intero biennio 1943-1945.
Un altro problema non indifferente è dato da i rapporti tra le forze della resistenza e le popolazioni all’interno dei territori liberati. Persone comuni e partigiani si trovano a dover convivere all’interno di un contesto segnato tanto dalla scarsa politicizzazione quanto dalla penuria di beni materiali. Le requisizioni operate dai partigiani spesso provocano le proteste della gente locale, quale si trova a dover condividere le proprie risorse con i guerriglieri, ormai impiantati stabilmente nei luoghi liberati. I comandi partigiani spesso infliggono punizioni – anche severe – a coloro che, tra i combattenti della Resistenza, praticano ruberie o arrecano disturbo alla popolazione.
Nonostante le questioni di ordine pratico e i problemi che esse comportano, le esperienze che caratterizzano le zone libere finiscono per assumere un grande valore sotto il punto di vista morale. All’interno di queste “isole in mezzo alla tempesta” si riscoprono le logiche che stanno alla base della democrazia: la popolazione, i membri delle giunte popolari, dei CLN locali e i partigiani hanno la possibilità di discutere, di esprimere il proprio parere e di fornire le loro opinioni in merito alle questioni più varie. Dopo un ventennio di oppressione, di costrizioni, le parole della politica tornano ad essere pronunciate – spesso in modo acerbo – senza il timore delle ritorsioni, del carcere e del confino. Fioriscono i giornali, i fogli di partito, la gente ha la fame del discutere, quasi un’ubriacatura data dall’improvvisa ed inaspettata libertà che le zone controllate dai partigiani significano.
Accanto a questa ripresa della parola dal basso, nei casi di zone libere più strutturate, gli organi di autogoverno partigiano si adoperano per emanare provvedimenti che riguardano aspetti civili e politici della vita di tutti i giorni. Tra la Carnia e l’Ossola trovano spazio il voto popolare nelle elezioni locali, l’istituzione di corpi di polizia volti a mantenere l’ordine contro eventuali prepotenze partigiane, l’abolizione della pena di morte e vengono addirittura teorizzati piani per riformare il sistema scolastico. Si tratta perlopiù di sperimentazioni, molte delle quali rimaste nei verbali delle giunte locali, che tuttavia forniscono un’idea di quanto alcuni di quei tentativi fossero volti a prefigurare l’Italia del futuro. È corretto specificare tuttavia che le aspirazioni riformiste caratterizzano i dirigenti antifascisti, i “cervelli” della Resistenza e non i partigiani o la popolazione, spesso totalmente digiuni da qualsiasi ideologia politica definita. Le forze che nelle zone libere individuano degli eccezionali laboratori per cercare di alfabetizzare politicamente gli italiani sono il Partito Comunista ed il Partito d’Azione: per essi le zone libere rappresentano la possibilità di sperimentare nuovi rapporti di forza con le masse, di attivare gli italiani, di “educarli” a pensare oltre il fascismo. Per chi ha una formazione politica alla spalle le zone libere rappresentano dunque un luogo entro il quale sperimentare le modalità di autogoverno, ma soprattutto un luogo in cui stimolare la partecipazione in una popolazione disabituata – dopo vent’anni di dittatura – ad interessarsi della sfera politica.
Al netto delle questioni di ordine pratico riguardanti l’amministrazione o delle aspirazioni riformiste quello che appare chiaro a molti – con il progredire della “guerra grossa” – è che i nazifascisti sono intenzionati a stroncare l’esperienza delle zone libere e a riprendere il controllo dei territori. Per quanto il Comitato di Liberazione Nazionale ed il Corpo Volontari della Libertà si sforzino per istruire i comandi partigiani della necessità, dopo la liberazione delle zone, di estendere la lotta, di puntare alla liberazione dell’intera Italia settentrionale dai nazifascisti, i partigiani finiscono generalmente per chiudersi all’interno di esse in una sorta di attesa. Gli organi di amministrazione, spesso impegnati ad emanare provvedimenti per la sopravvivenza della popolazione o a teorizzare riforme, possono solamente tentare di organizzare le forze partigiane al loro interno per difendersi dalle offensive nemiche.
L’epilogo è il medesimo per tutte le zone libere e le repubbliche partigiane, le quali vengono spazzate via dagli attacchi tedeschi e fascisti compiuti tra l’estate e il tardo autunno del 1944. Le formazioni partigiane incaricate di difendere i confini delle zone libere sono segnate dalla scarsità di risorse – armamenti pesanti, munizionamento, vestiario e viveri – ed inoltre non possiedono l’addestramento necessario per sostenere l’urto di una forza organizzata come quella tedesca. Nel contesto delle zone libere le formazioni irregolari partigiane perdono la loro principale caratteristica, ovvero l’estrema mobilità che le caratterizza. Il partigiano, per sua natura abituato a condurre una guerriglia fatta di attacchi a cui seguono rapide fughe, non ha alcuna possibilità di resistere staticamente contro l’azione coordinata di un esercito regolare. La volontà di difendere i confini delle zone libere, la creazione di postazioni fisse, di trincee e di linee rigide è un qualcosa di estremamente innaturale per i piccoli eserciti partigiani.
Alle porte dell’inverno del 1944 le zone libere sono ormai dissolte. La caduta di questi esperimenti – più o meno complessi – di democrazia ha immediatamente delle ripercussioni. Il ritorno dei tedeschi e dei fascisti si traduce in nuovi patimenti per le popolazioni che finiscono per valutare in modo perlopiù negativo l’eperienza delle zone libere. In molti tra partigiani ed i loro comandanti si trovano a dover sostenere un nuovo gelido inverno sulle montagne, scoraggiati e disillusi per una liberazione ed una fine della guerra che sembravano terribilmente a portata di mano. Nonostante dal punto di vista strettamente militare la questione delle zone libere si traduca nei fatti in una sconfitta, il valore di esse dal punto di vista strategico e morale è considerevole. La liberazione dei territori per mano partigiana, la loro gestione da parte di dirigenti antifascisti ed i provvedimenti democratici attuati concorrono a dimostrare che gli italiani hanno il desiderio e le capacità di superare il fascismo.Gli alleati si trovano dinnanzi ad un fatto evidente: una classe dirigente alternativa al fascismo esiste ed è disponibile ad assumersi la responsabilità di ricondurre l’Italia nel novero delle nazioni democratiche.
Luca Zanotta
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Bibliografia
A. Aniasi, Ne valeva la pena: dalla Repubblica dell’Ossola alla Costituzione italiana, Italia, M & B Publishing, 1997
G. Quazza, Resistenza e Storia d’Italia. Problemi e ipotesi di ricerca, Feltrinelli, 1976
M. Flores, M. Franzinelli, Storia della Resistenza, Laterza, 2019
S. Peli, La necessità, il caso, l’utopia. Saggi sulla guerra partigiana e dintorni, BFS edizioni, 2022
S. Peli, Storia della Resistenza in Italia, Einaudi, 2005
«Il paradosso dello Stato nello Stato». Realtà e rappresentazione delle zone libere partigiane in Emilia Romagna, a cura di R. Mira e T. Rovatti, in «E-review Dossier», 3, 2015
Sitografia
M. Carrattieri, La cartografia delle “repubbliche partigiane” nella storiografia sulla resistenza italiana, saggio pubblicato sul sito e-review.it, consultato il 21/6/2025
La storia della zona libera della Carnia e dell’Alto Friuli, articolo pubblicato sul sito repubblicadellacarnia1944.uniud.it, consultato il 21/6/2025
P. Bologna, La “repubblica” dell’Ossola, saggio pubblicato sul sito archivio.casadellaresistenza.it, consultato il consultato il 20/6/2025
R. Mira, T. Rovatti, Un crocevia di problemi. Intervista a Santo Peli sulle zone libere nella Resistenza, pubblicata sul sito e-review.it, consultato il 24/6/2025
LA REPUBBLICA, LA STORIA, scheda pubblicata sul sito resistenzamontefiorino.it, consultato il 21/6/2025
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Le donne nella Resistenza italiana durante la Seconda Guerra Mondiale hanno avuto un ruolo fondamentale, seppur spesso sottovalutato o dimenticato dalla storia ufficiale. La Resistenza, che si sviluppò contro l’occupazione nazista e il regime fascista, vide la partecipazione attiva di moltissime donne che contribuirono in vari modi, non solo come supporto logistico, ma anche come combattenti, intellettuali e organizzatrici.
Molte donne si sono unite alle formazioni partigiane, combattendo direttamente contro i soldati nazisti e fascisti. Non solo partecipavano come combattenti, ma ricoprivano anche ruoli di comando. Spesso, però, il loro contributo è stato minimizzato o ignorato dopo la fine della guerra, poiché l’idea dominante era che la Resistenza fosse un’impresa maschile.
Le donne partigiane, note come “partigiane” o “staffette”, affrontavano rischi enormi, ma erano anche responsabili di importanti compiti, come il trasporto di messaggi segreti e il rifornimento delle bande partigiane. Molte di loro operavano in condizioni di estrema difficoltà, tra montagne e zone rurali, dove l’incontro con le forze nazifasciste significava quasi sempre la morte o la cattura.
Le donne hanno avuto anche un ruolo cruciale nella difesa e nella trasmissione della cultura antifascista. Molte donne intellettuali e insegnanti sono state coinvolte nell’editoria clandestina e nella diffusione di opuscoli, volantini e giornali contro il regime fascista e i nazisti. Le più celebri di queste attiviste furono Nilde Iotti e Rita Levi-Montalcini, che diventarono figure di spicco nella politica italiana nel dopoguerra.
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La pietra d’inciampo in memoria di Carlotta Regina Thomas si trova di fronte all’ingresso del civico 6, in via Emanuele Odazio a Milano, abitazione nella quale si trasferì e abitò con suo marito Angelo Bassis; una zona dove negli anni Quaranta del Novecento abitavano soprattutto operai e nella quale il movimento resistenziale era molto diffuso, tanto che la Thomas vi aderì sin da subito, entrando a far parte dei Gruppi di difesa della donna – GDD, sorti spontaneamente allo scopo di creare un movimento di massa trasversale, cui donne di ogni ceto sociale, fede religiosa e tendenza politica potessero unirsi, per combattere insieme il nazifascismo.
Carlotta Regina Thomas nacque il 22 aprile 1906 a Saulxures-sur-Moselotte (Francia), da Ernesto e Giuseppina Mathieu.
Di professione tessitrice, a Milano iniziò a lavorare come operaia il 24 aprile 1941, alla Fratelli Borletti di via Washington, dove – come ricorda un suo collega – divenne “una delle figure determinanti del settore macchine automatiche.
La Thomas Carlotta era un’impiegata che con molta abilità riusciva a giustificare l’assenza di alcune figure uomo o donna che fossero (le donne spesso dovevano uscire dalla fabbrica per stampare i volantini, distribuire la stampa): loro risultavano sempre presenti in fabbrica; questo è il grande merito che ha avuto questa donna nell’ambito delle formazioni partigiane”.
Come molti altri colleghi, la Thomas prese parte agli scioperi del marzo 1943 e, per questo motivo, venne accusata di essere una “sabotatrice ed esponente della propaganda antifascista tra le compagne di lavoro”. Alle Officine Borletti, infatti, lo sciopero iniziò con slogan e urla di protesta proprio dal reparto spoletteria nel quale lavorava la Thomas. Il 29 marzo 1943 venne licenziata e fatta arrestare e trascorse il mese di aprile di quell’anno a San Vittore. Fu liberata solo nel mese di maggio del 1943.
Dopo l’Armistizio restò in contatto con il mondo operaio antifascista e, successivamente, fu inserita nel Comitato lombardo del Corpo Volontari della Libertà – CVL.
La Thomas partecipò anche ai grandi scioperi del marzo 1944 e, anche se non partecipò come operaia della Borletti, venne comunque arrestata.
Per ottenere il suo rilascio e quello delle donne e delle operaie che avevano aderito allo sciopero della Borletti, venne organizzato un altro sciopero di protesta: molte furono liberate, mentre la Thomas fu trattenuta in carcere.
Dato che gli arresti conseguenti agli scioperi furono innumerevoli, il carcere di S. Vittore era così pieno che inizialmente la Thomas e le operaie della Borletti furono portate alla caserma San Fedele, poi di nuovo a San Vittore e, infine, al carcere di Brescia; dove iniziò il viaggio che portò la Thomas e altre donne nei campi di concentramento.
Come ricorda Enrichetta Bartesaghi, operaia al reparto spolette della Borletti: “Con un camion siamo andate alla stazione e lì c’era un treno pieno di vacche e noi siamo salite dopo che avevano fatto scendere le vacche. Non siamo andate subito a Mauthausen, ma prima siamo andate a Innsbruck. Dopo siamo andate a Mauthausen. Ci hanno messe in una cella, ci hanno portato via tutto e ci hanno tagliato i capelli e ci hanno portato via i vestiti e non potevamo dire niente perché ci bastonavano […] Ci hanno messo un vestito rigato e ci hanno messo in una cella”. Da Mauthausen, furono portate ad Auschwitz e alla Thomas fu assegnato e tatuato il numero 78985 sull’avambraccio sinistro.
Verso la fine del 1944, con l’avanzata dei carri armati sovietici da est, il campo di Auschwitz fu evacuato e la Thomas venne trasferita a Bergen Belsen, dove, secondo la testimonianza di un’altra sua compagna della Borletti – Teresa Pellicciari – “Carlotta morì di tifo il 10 aprile del 1945”.
Oltre alla pietra d’inciampo posta di fronte a quella che fu la sua abitazione, il suo nome fu iscritto nella lapide collettiva che venne collocata in piazza Tirana a Milano e in quella dei lavoratori e delle lavoratrici della Borletti, che si trovava in via Washington 60 a Milano, dove c’era lo stabilimento.
Annalisa Bertani
Località: Milano
Indirizzo: via Emanuele Odazio, 6
Comune: Milano
Provincia: Milano (MI)
Regione: Lombardia
Coordinate geografiche: Latitudine 45.44854 – Longitudine 9.13347
Sitografia
Carlotta Regina Thomas, scheda biografica pubblicata sul sito www.pietredinciampo.eu consultato il 14/12/2024
A. Oriani, Carlotta Regina Thomas Bassis, profilo biografico pubblicato sul sito www.enciclopediadelledonne.it consultato il 14/12/2024
Carlotta Regina Thomas, scheda inerente la pietra d’inciampo in sua memoria, pubblicata sul sito www.chieracostui.com consultato il 14/12/2024
Data/e evento: 22/04/1906 – 10/04/1945
Cognome / Nome: Thomas Carlotta Regina
Formazioni d’appartenenza: Gruppi di difesa della donna – GDD; Comitato lombardo del Corpo Volontari della Libertà – CVL
Data/e opera: non conosciuta. Sappiamo solo che la pietra è stata posata il 6 marzo 2024
Autore/i: Gunter Demnig
Note: Pietra d’inciampo visibile e liberamente accessibile
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Sull’angolo sinistro dell’edificio al civico 1 di viale Torelli (al piano terra) è stata apposta una lapide dedicata alla memoria di due partigiani caduti nella lotta di Liberazione: Franco Severgnini e Giacomo Girelli.
Franco Severgnini nacque a Milano il 21 novembre 1927 da Virginia Mandelli e Primo Severgnini ed abitò al civico 1 di via Torelli. Durante la Resistenza entrò a far parte, nel 1944, della 1a Divisione “Fratelli Varalli”, 1a Brigata “Eugenio Curiel” – Fronte della Gioventù. Nonostante la giovane età, Severgnini partecipò attivamente ad azioni di sabotaggio e di disarmo di militi nazifasisti; in linea generale si trattava del tipo di azioni richieste ai giovanissimi ed alle giovanissime che facevano parte del Fronte della gioventù, spesso in collegamento con l’attività delle Squadre d’azione patriottica – SAP. Severgnini venne arrestato mentre era in possesso di materiale a stampa clandestino, il 29 settembre 1944, nella sua abitazione di via Torelli. L’arresto, probabilmente avvenuto a causa di una delazione, lo condusse al carcere di San Vittore: la sua vicenda di deportazione stava per cominciare. Il ragazzo venne dapprima trasferito in convoglio a Bolzano e successivamente destinato a Dachau, dove giunse il 9 ottobre del 1944. Nel campo, distante una quindicina di km da Monaco di Baviera, vennero complessivamente deportati circa 11.000 italiani; al giovane fu assegnato il numero di matricola 113520. Franco Severgnini venne assassinato a Dachau il 9 febbraio 1945. A differenza di moltissimi altri che subirono la medesima sorte, dopo la guerra fu possibile rimpatriare le sue ceneri.
Giacomo Girelli nacque a Milano il 3 febbraio 1924 da Luigia Bussi e Pietro Girelli. Secondo i documenti che lo riguardano, egli cominciò sin da giovane a frequentare le riunioni clandestine del Partito comunista d’Italia – PCI. Sfollato da Milano con la famiglia, nell’agosto del 1943, si recò a Vespolate, nel Novarese.
All’inizio del 1944 fu tra coloro che si spesero nell’organizzazione del Fronte della gioventù di Eugenio Curiel. Girelli successivamente entrò a far parte della 10a Brigata “Rocco”, inquadrata nella 2a Divisione d’Assalto Garibaldi Redi, operante nell’alto Piemonte; in particolare egli era in forze alla “Volante azzurra”, ossia un’unità – la “volante” – estremamente mobile e dedita ad azioni ad ampio raggio. Girelli, che aveva raggiunto il grado di comandante di distaccamento, cadde in un’imboscata condotta dai militi delle Brigate nere di Mortara, il 13 dicembre 1944, a Vespolate (Novara).
Luca Zanotta
Bibliografia
Guerriglia nell’Ossola. Diari, documenti, testimonianze garibaldini, a cura di M.Fini, F.Giannantoni, R. Pesenti, M. Punzo, Milano, Feltrinelli, 1975
Sitografia
ANPI – Comitato provinciale di Milano, Girelli Giacomo, scheda biografica pubblicata sul sito anpimilano.com consultato il 6/12/2024
ANPI – Comitato provinciale di Milano, Severgnini Franco, profilo biografico pubblicato sul sito anpimilano.com consultato il 6/12/2024
Liceo Tenca, Lapide ai partigiani Franco Severgnini e Giacomo Girelli, scheda pubblicata sul sito www.pietredellamemoria.it consultato il 6/12/2024
Dachau, scheda pubblicata sul sito deportati.it consultato il 6/12/2024
Girelli Giacomo, tessera per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, pubblicata sul portale partigianiditalia.cultura.gov.it consultato il 7/12/2024
M. C. Mirabello, F.D.G. Fronte della Gioventù, articolo pubblicato sul sito www.isrlaspezia.it consultato il 6/12/2024
Severgnini Franco, tessera per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, pubblicata sul portale partigianiditalia.cultura.gov.it consultato il 7/12/2024
Data/e evento: 29/9/1944
Cognome / Nome: Severgnini Franco; Girelli Giacomo
Formazioni d’appartenenza: Fronte della Gioventù; 2a Divisione d’assalto Garibaldi “Redi”
Data/e opera: non determinabile
Autore/i: non conosciuto
Note: lapide visibile e liberamente accessibile
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