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L’ATTIVITÀ NELLE SCUOLE

Come il resto della società italiana, anche la scuola è stata un luogo di attività della Resistenza, anche se con caratteristiche diverse rispetto ad altri ambienti.

Data la sua importanza nell’influenzare le opinioni degli allievi e dei futuri cittadini, non stupisce che il fascismo abbia tentato di controllare e di imporre con più forza la sua influenza sul sistema di istruzione, sfruttando anche il fatto che alcuni protagonisti della pedagogia italiana, a partire da Giovanni Gentile, si fossero schierati a favore del regime, almeno inizialmente. 

Oltre a non potersi organizzare nei sindacati, gli insegnanti erano stati costretti a iscriversi al Partito fascista,  i libri di testo erano rigidamente censurati (per le scuole elementari esisteva addirittura un solo libro imposto a tutti) e il lavoro dei docenti era costantemente controllato da presidi e soprintendenti. 

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Questa serie di restrizioni avrebbe dovuto assicurare al regime una scuola totalmente fedele al fascismo: il dissenso era duramente represso tra gli studenti e ancor più tra i docenti. L’obiettivo principale erano gli insegnanti più visibilmente ed esplicitamente antifascisti: una parte dei quali fu arrestata o licenziata dopo denuncia dei colleghi o dei superiori; altri furono cacciati dopo le leggi razziali del 1938 perché di origine ebraica. 

Altri ancora lasciarono l’insegnamento dopo aver rifiutato di obbedire ad una delle condizioni che via via il regime imponeva per poter insegnare: il giuramento di fedeltà (prima allo Stato e poi addirittura alla RSI) oppure l’iscrizione al PNF, il partito fascista. 

In qualche caso, soprattutto nel passaggio intorno alla nascita della RSI, questo rifiuto fu talmente plateale da segnare il destino del diretto interessato: è il caso di Salvatore Canalis, insegnante del collegio militare, arrestato il giorno dopo aver rifiutato di giurare dicendo che avrebbe preferito morire.

In qualche caso il rifiuto di aderire al regime divenne invece un esempio usato per promuovere la  Resistenza. Il più famoso esempio è sicuramente quello di Concetto Marchesi che nel novembre 1943  trasformò l’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università di Padova in una manifestazione di aperto dissenso nei confronti del regime e pochi giorni dopo dalla clandestinità scrisse un appello agli studenti ad aderire alla Resistenza.                    

Mentre figure di spicco come Marchesi una volta lasciato l’insegnamento si dedicarono a tempo pieno alla Resistenza,  molti insegnanti nella stessa situazione, pur prendendo parte alla lotta di Liberazione, dovettero trovare un lavoro per potersi mantenere. 

Alcuni, come Raffaello Giolli, rimosso dal suo incarico di docenza dopo l’arresto nel 1940, si mantennero scrivendo articoli sulle materie che avevano insegnato, per poi utilizzare l’esperienza e i contatti ottenuti a vantaggio della stampa clandestina. Lo stesso avvenne per molti studiosi ebrei che dopo le leggi razziali continuarono a contribuire sotto falso nome su varie riviste accademiche, grazie anche alla copertura di ex colleghi. Un esempio di casa editrice dove furono assunti diversi studiosi ebrei dopo le leggi razziali era La Nuova Italia, diretta da Ernesto Codignola, inizialmente collaboratore di Gentile e sostenitore del fascismo ma poi diventato dirigente del Partito d’Azione, che il figlio Tristano avrebbe rappresentato nell’Assemblea costituente.

Altri ancora lavorarono come insegnanti privati durante gli anni della guerra (è il caso di Adele Ceva) oppure trovarono lavoro nelle scuole private, inizialmente escluse dall’obbligo di iscrizione al partito fascista: è il caso di Egidio Bertazzoni, docente alla scuola del libro della Società Umanitaria. Per questi ultimi però la situazione sarebbe cambiata nel 1943, quando l’iscrizione al PNF fu resa obbligatoria anche nelle scuole private.

Con la nuova stretta del 1943 e l’obbligo di giuramento del 1944, il regime poteva forse illudersi di avere rimosso dalla scuola tutti gli antifascisti. Come spesso succede, però, la realtà dei fatti era però più complessa. 

Innanzitutto, non tutti gli antifascisti convinti rifiutarono di giurare o iscriversi al PNF: molti di loro scelsero almeno in un primo tempo di fingersi fedeli al regime per non perdere il proprio lavoro o per nascondere il proprio ruolo nella Resistenza.

In alcuni casi, anche insegnanti che non facevano troppo mistero del proprio antifascismo non furono identificati immediatamente. Uno dei primi organizzatori della Resistenza comunista a Roma, Gioacchino Gesmundo, arrestato dopo che in casa sua furono trovati materiali per preparare un attentato contro gli occupanti tedeschi e ucciso alle fosse ardeatine, insegnava al Liceo Cavour di Roma ed era talmente esplicito nelle sue critiche al regime da convincere numerosi ex allievi a seguirlo nella Resistenza dopo l’8 settembre, e nonostante questo non era mai stato denunciato.

In qualche caso, gli insegnanti antifascisti restarono in servizio perfino dopo una condanna. Questo valeva soprattutto per gli antifascisti di lunga data, condannati diversi anni prima. Ne è un esempio la storia di Pilo Albertelli, futuro fondatore del Partito d’Azione e anche lui martire delle fosse ardeatine, condannato al confino nel 1928 per aver svolto attività antifascista tra gli studenti. Nonostante i suoi precedenti, Albertelli sarebbe poi riuscito a diventare professore di storia e filosofia in un liceo classico di Roma, che ora è intitolato a lui.

In altri casi, come quello di Salvatore Principato, una delle vittime di Piazzale Loreto, l’espulsione dalla scuola era stata solo parziale: dopo il suo arresto del 1933 smise di insegnare alla scuola serale ma rimase maestro elementare alla scuola di Piazza Leonardo da Vinci a Milano fino al 1944. Inoltre, in molti casi l’espulsione della scuola aveva riguardato solo le figure più esposte e non quelle a loro vicine (spesso donne), che continuarono a contribuire alla Resistenza e a sostenere l’attività di coloro che erano stati esclusi dall’ambiente scolastico: ne sono esempi Giuseppina Bertazzoni, moglie di Egidio, e Marcella Chiorri, moglie di Salvatore Principato e militante attiva dei Gruppi di difesa della donna (GDD) milanesi, che continuarono entrambe a insegnare alle scuole elementari anche dopo l’arresto dei rispettivi mariti.

Poteva anche succedere che gli insegnanti esclusi dalla scuola continuassero il loro lavoro sotto falso nome nelle scuole private. È il caso di insegnanti di origine ebraica, espulsi a seguito delle leggi razziali, come Lia Corinaldi

In generale, le scuole private erano comunque meno controllate di quelle statali, e proprio per questo era più facile utilizzarle per nascondere persone – insegnanti ma anche allievi – costretti a vivere in clandestinità. Un ruolo importantissimo in questo lato della Resistenza fu giocato dalle strutture religiose: non solo scuole, ma anche colonie per ragazzi in campagna (concepite per allontanarli dalle città bombardate) e monasteri furono usati dalla rete dei sacerdoti cattolici legati alla Resistenza per nascondere i ricercati e ospitarli sulla via della fuga all’estero. Anche OSCAR ossia “Organizzazione soccorsi cattolici antifascisti”, la rete segreta di scout e altri giovani delle associazioni cattoliche che si occupava appunto di nascondere e fare fuggire i ricercati dal regime, era nata al Collegio San Carlo di Milano, dove don Aurelio Giussani si occupava di falsificare i documenti per chi chiedeva aiuto prima di indirizzarli dove si sarebbero nascosti prima di essere accompagnati oltre confine.   

Chi aderiva alla Resistenza poteva quindi contribuire in molti modi diversi: scrivendo sui giornali clandestini, distribuendo quelli e altro materiale di propaganda, nascondendo i ricercati o i materiali diretti ai partigiani, reclutando nuovi partecipanti e diffondendo i valori della Resistenza. 

La Resistenza nelle scuole aveva però alcune caratteristiche particolari tutte sue. Come spiega la già citata Lia Corinaldi, che oltre a vivere sotto falso nome era parte dei GDD con il nome di battaglia “Bianca”, l’attività di reclutamento per la Resistenza a scuola “[…] veniva fatta quasi sempre inevitabilmente allo scoperto: gli insegnanti e gli studenti che prendevano contatto con insegnanti e studenti non potevano proteggersi dietro nomi di battaglia, ma anzi si appoggiavano alle proprie dirette conoscenze. Anch’io […] avvicinavo gli insegnanti con la mia vera identità. In generale cercavo di incontrarli per la strada e il fatto che mi riconoscessero, mi salutassero ed accettassero di parlare con me era già una prova che non si adeguavano alle leggi fasciste che mi avevano posta al bando come ebrea, e che potevano essere disposti a correre dei pericoli”. (Corinaldi, 1976, p. 200)

Oltre alla mancanza di anonimato, nel racconto di Lia Corinaldi compare anche un altro dettaglio che caratterizzava la Resistenza nelle scuole: la cooperazione tra insegnanti e alunni (ovviamente dalle scuole superiori in su). I rappresentanti degli studenti facevano parte insieme a quelli degli insegnanti dei CLN (comitati di liberazione nazionale, gli organi ufficiali della Resistenza) della scuola. Anche gruppi più informali, come quello di cui facevano parte Laura Conti e Maria Arata includevano sia studenti sia insegnanti. 

Oltre a collaborare con i professori, gli studenti si organizzavano anche autonomamente per partecipare alla Resistenza. In questo senso l’esempio più evidente è quello del Fronte della Gioventù, fondato da Eugenio Curiel. Il Fronte della gioventù, come suggerisce il nome, riuniva i giovani che facevano parte della Resistenza, a prescindere dal partito politico di appartenenza. Curiel infatti era convinto che l’antifascismo dovesse concentrarsi proprio sui giovani, che pur essendo cresciuti sotto il fascismo ne vedevano i difetti e dovevano costruire il mondo che sarebbe nato dopo la Liberazione.

Dato che in quegli anni molti ragazzi iniziavano a lavorare presto, non tutti gli aderenti al Fronte della gioventù erano studenti, ma c’erano anche molti lavoratori, spesso operai.

Esistevano invece gruppi più propriamente di studenti, come il Gruppo di agitazione studentesca di cui faceva parte Anna Enrica Filippini-Lera, che insieme alla cugina Vera Michelin-Salomon si occupava di distribuire volantini davanti alle scuole e di cercare di impedire lezioni ed esami, dato che potevano prendere parte solo gli studenti autorizzati dall’esercito repubblichino e non chi rifiutava di combattere per i fascisti.

Un ultimo aspetto da considerare in tema di scuola e resistenza riguarda quale scuola e università si immaginava chi combatté nella Resistenza.

Innanzitutto, la Resistenza era essa stessa una scuola, soprattutto di materia politica: per molti, come ad esempio Margherita Fasolo, parte attiva della resistenza fiorentina e anche lei insegnante, la militanza antifascista cominciò proprio cercando e prestandosi libri proibiti a vicenda con i futuri compagni di lotta. 

Anche nelle brigate partigiane era previsto i meno esperti fossero istruiti non solo sulla vita partigiana ma anche su quello per cui stavano combattendo; nelle prigioni e al confino tra i detenuti circolavano libri quando non si organizzavano vere e proprie lezioni, concentrandosi spesso sulle teorie politiche proibite dal regime; i giornali clandestini e la propaganda contenevano anche articoli che spiegavano quelle stesse materie e teorie. 

I CLN della scuola, oltre ad organizzare scioperi ed azioni di Resistenza, si occupavano con i loro decreti di come far ripartire la scuola dopo la Liberazione, senza più le restrizioni imposte dal fascismo, e come permettere a coloro che ne erano stati esclusi di ritornare il prima possibile, recuperando gli esami persi mentre erano in clandestinità.

Il più famoso esempio di soluzione a questa questione è quello dei Convitti Scuola della Rinascita, immaginate ancora in piena guerra di liberazione, e poi diventate realtà in molte città italiane, frequentate inizialmente agli ex partigiani ma poi via via aperte ad altri. Le scuole rinascita non furono però soltanto delle specie di scuola di recupero per gli ex combattenti della Liberazione, ma un luogo di sperimentazione di metodi di insegnamento nuovi, molto lontani da quelli usati nella scuola fascista.

Come spiega Lia Corinaldi “Chi non ha vissuto nel periodo fascista non può rendersi conto della libertà che si è conquistata, nonostante i limiti, i contrasti e anche le diverse interpretazioni che ne incepparono poi la piena attuazione. Lotta di liberazione era anche liberare gli animi dall’asservimento politico e morale con l’acquisizione di una consapevolezza politica, premessa per partecipare all’azione.” (Corinaldi 1967, p.199)

La Resistenza si occupò quindi anche di immaginare come costruire una nuova scuola, più libera e plurale di quella fascista che controllava e imponeva ogni aspetto delle lezioni. I partigiani sapevano infatti bene che della nuova società libera che stavano costruendo avrebbe dovuto far parte anche una nuova scuola. É anche grazie a questa esperienza che la libertà di insegnamento è parte della nostra Costituzione, il cui articolo 33 comincia con “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Alice Leone

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FONTI

Bibliografia

N. Bobbio, Il Comitato di Liberazione della Scuola a Torino, in N. Raponi «Scuola e Resistenza. Atti del convegno promosso dalla Reg. Emilia-Romagna per il XXX della resistenza», Parma, 1978, pp. 51-58

P. Callegari, Il coraggio della libertà. La scuola milanese durante il fascismo e la resistenza, Novara, 1992

E. Codignola, Memoriale autobiografico, in L. Borghi «Ernesto Codignola in 50 anni di battaglie educative : pagine di diario e Memoriale autobiografico di Ernesto Codignola», Firenze, 1967, pp. 182-190

T. Codignola, Relazione, in N. Raponi «Scuola e Resistenza. Atti del convegno promosso dalla Reg. Emilia-Romagna per il XXX della resistenza», Parma, 1978, pp. 15-41

L. Corinaldi, Resistenza e intellettuali in Piemonte, in «Mezzosecolo. Materiali di ricerca storica», n. 2, Annali 1976-1977, pp. 171-228

M. Franzinelli, Il filosofo in camicia nera. Giovanni Gentile e gli intellettuali di Mussolini, Milano, 2021

A. Giussani, Diario Clandestino. Appunti di vita partigiana, Milano, 1955

L. Leris, La scuola di libertà e democrazia nelle carceri fasciste, in N. Raponi «Scuola e Resistenza. Atti del convegno promosso dalla Reg. Emilia-Romagna per il XXX della resistenza», Parma, 1978, pp. 195-204

G. Lopez, La scuola ebraica: dall’emarginazione all’autocoscienza, in N. Raponi «Scuola e Resistenza. Atti del convegno promosso dalla Reg. Emilia-Romagna per il XXX della resistenza», Parma, 1978, pp. 97-104

C. Marchesi, Discorsi Parlamentari, 1945-1957, Roma-Bari, 2008

C. Raimo, Scuola e Resistenza. L’attivismo pedagogico tra fascismo e democrazia, Milano, 2024

F. A. Zorini, I Convitti Scuola della Rinascita, in N. Raponi «Scuola e Resistenza. Atti del convegno promosso dalla Reg. Emilia-Romagna per il XXX della resistenza», Parma, 1978, pp. 241-246

Sitografia

Pilo Albertelli, scheda storico biografica pubblicata sul sito www.terradimemorie.it consultato il 20/3/2025

Gioacchino Gesmundo, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 21/3/2025

Salvatore Canalis, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 24/3/2025

Raffaello Giolli, scheda storico biografica pubblicata sul sito www.terradimemorie.it consultato il 20/3/2025

Vera Michelin-Salomon, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 27/3/2025

Anna Enrica Filippini-Lera, profilo biografico pubblicato sul sito www.anpi.it consultato il 21/3/2025

Laura Conti, informazioni storico biografiche sul sito www.terradimemorie.it consultato il 26/3/2025

Salvatore Principato, scheda storico biografica pubblicata sul sito www.terradimemorie.it consultato il 20/3/2025

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